2. — FIRENZE.

La storia di Firenze ci conduce in mezzo a condizioni sostanzialmente

diverse da quelle di Milano. A prima vista sembra che noi siamo in

un gran caos di avvenimenti disordinati, dei quali non si possa

comprendere nè la ragione nè il fine. Ma, esaminando poi le cose

più da vicino, si ritrova un filo conduttore, e si vede come quella

repubblica, attraverso una serie infinita di rivoluzioni, percorrendo

tutte le forme politiche che il Medio Evo poteva conoscere, mirò

costantemente al trionfo della democrazia, alla distruzione totale

del feudalismo, scopo che conseguì cogli _Ordinamenti di Giustizia_

di Giano della Bella, l'anno 1293. Da quell'anno Firenze, divenuta

una città di soli mercanti, non è più divisa in Grandi e popolani;

ma in popolo grasso e popolo minuto, in Arti maggiori ed Arti

minori. Le prime s'occupano della grande industria e del grande

commercio d'importazione e di esportazione; le seconde s'occupano

della piccola industria e del commercio interno della Città. Nasce

da ciò una divisione, e spesso ancora una collisione d'interessi,

da cui scaturisce la nuova formazione dei partiti politici. Quando

si tratta d'ingrandire il territorio della repubblica; di combattere

Pisa per tenersi aperta la via del mare, o Siena per assicurarsi il

commercio con Roma; di respingere gli assalti continui e minacciosi

dei Visconti di Milano, il governo cade inevitabilmente in mano delle

Arti maggiori, più ricche, più intraprendenti, più audaci e capaci

d'intendere e tutelare i grandi interessi dello Stato fuori de' suoi

confini. Ma quando posano le armi e comincia la pace, allora subito

le Arti minori, sospinte anche dall'infima plebe, insorgono contro la

nuova aristocrazia del danaro, che, con le guerre e le tasse continue,

le opprime, e chiedono maggiori libertà, più generale uguaglianza.

Questo continuo avvicendarsi dura per più di un secolo, fino al

tempo, cioè, in cui il territorio della repubblica si è costituito,

e le interminabili guerre con Milano hanno termine. Allora diviene

inevitabile il trionfo definitivo delle Arti minori, ed esse con

la loro inesperienza, colle loro intemperanze, spianano la via alla

tirannide dei Medici.

Ben s'illuderebbe, però, chi s'aspettasse di vederli salire al potere

con le arti ed i mezzi adoperati dai Visconti e dagli Sforza. Colui che

avesse in Firenze cominciato a torturare arbitrariamente i cittadini,

a seppellirne vivo qualcuno, a farne sbranare qualche altro dai cani,

come fecero i signori di Milano, sarebbe stato subito cacciato a

furore di popolo dalle Arti maggiori e dalle minori unite insieme.

L'importanza e l'originalità politica tutta propria dei Medici sta

anzi in questo, che il loro trionfo è la conseguenza d'una condotta

tradizionale, seguita da quella famiglia, per più di un secolo, con una

costanza ed un'accortezza impareggiabili, per arrivare ad impadronirsi

del potere senza ricorrere alla violenza. E l'essere a ciò riusciti in

una città così accorta, così inquieta, così gelosa delle sue antiche

libertà, è prova di un vero genio politico.

Sin del 1378, in mezzo all'incomposto tumulto dei Ciompi, noi troviamo

la mano di Salvestro dei Medici, che, quantunque delle Arti maggiori,

aiuta, eccita le minori a rovesciarne il potere, e acquista così una

grande popolarità. Fallito quel tumulto, ricominciata la guerra, e

quindi tornate le Arti maggiori e gli Albizzi al potere, noi vediamo

Vieri de' Medici rimanersene tranquillo, pensando solo a far danari.

Non cessò tuttavia di mostrarsi favorevole sempre al partito popolare,

nel quale seppe acquistarsi tanta autorità da far dire al Machiavelli,

«che se fosse stato più ambizioso che buono, poteva, senza alcuno

impedimento, farsi principe della città.»[18] Vieri però conosceva

meglio il suo tempo, e si contentò d'aspettare, agevolando la via

a Giovanni di Bicci, che fu il vero fondatore politico della casa.

Questi vide chiaramente, che trasformare colla violenza il governo

non era possibile in Firenze, e che non avrebbe giovato gran fatto

il salire, anche più volte, al potere, in una repubblica che mutava

ogni due mesi i suoi principali magistrati. Non v'era che un mezzo

solo per ottenere un predominio reale e sicuro: costituire e guidare

un partito che avesse la prudenza e la forza di far continuamente

entrare nei più importanti uffici della Repubblica i propri aderenti.

E gli Albizzi s'avvidero subito che questo disegno cominciava a

riuscire, perchè i loro avversari, nonostante il continuo ammonirli

ed esiliarli, risultavano eletti in numero sempre maggiore. Invano

cercarono di controminare l'opera di Giovanni de' Medici, col proporre

inopportunamente leggi intese ad indebolire le Arti minori, perchè

essi non potevano farle approvare nei Consigli senza l'aiuto del loro

avversario, che invece le combatteva apertamente, e ne diveniva così

sempre più potente appresso il popolo (1426). Egli, come afferma

il Machiavelli, sostenne la legge del Catasto,[19] con la quale si

ordinava che fosse riconosciuta e scritta la fortuna di ciascun

cittadino, il che impediva che i potenti, tassando ad arbitrio,

gravassero senza misura i più deboli. La legge fu vinta, l'autorità

dei Medici ne crebbe sempre di più, e mentre essi salivano volando al

principato, pareva invece che dessero solo una forma più popolare alla

Repubblica. Questa fu allora e sempre la loro arte.

Quando nel 1429 Cosimo dei Medici, in età di quarant'anni, succedeva

al padre, egli, che era per sè stesso uomo di grande autorità e

fortuna, trovava la via già spianata dinanzi a sè. Aveva col commercio

aumentato assai il ricco patrimonio avìto, e ne usava così largamente,

imprestando o donando, che non v'era quasi uomo autorevole in Firenze,

che, nei suoi bisogni, non ricorresse a lui e non lo trovasse pronto.

Onde è che, senza mai uscire, in apparenza almeno, dalla modestia di

privato cittadino, vedeva ogni giorno aumentare la sua potenza, e se

ne valeva a demolire gli ultimi avanzi del potere degli Albizzi e de'

loro amici. Il che li fece montare in tanto furore, che, levatisi a

tumulto, lo cacciarono in esilio, non osando fare di peggio (1433).

Ma Cosimo neppure allora perdette la sua calma prudente. Se ne andò

a Venezia come un benefattore ripagato d'ingratitudine, e fu da per

tutto accolto come un principe. L'anno seguente un tumulto popolare,

favorito dal numero infinito di coloro che aveva beneficati o che

speravano benefizi, cacciati gli Albizzi, lo richiamò a Firenze, dove

essendo partito potente, tornò potentissimo, coll'animo irritato

dal desiderio della vendetta. Abbandonò allora l'antica riserva,

per mettere a profitto il momento opportuno. Senza spargere molto

sangue, colle persecuzioni e gli esilî disfece addirittura il partito

avverso, abbassando i potenti, tirando su uomini «bassi e di vile

condizione.»[20] Ed a chi lo accusava di trascendere, rovinando troppi

cittadini, soleva rispondere: coi paternostri non si governano gli

Stati, e con poche canne di panno rosato si fanno nuovi cittadini e

uomini da bene.[21]

Cosimo de' Medici era adesso di fatto il padrone della Città; ma

legalmente restava sempre un privato, il cui potere, fondato tutto e

solo sulla propria autorità personale, poteva da un momento all'altro

svanire. Si pose quindi a consolidarlo, dando un passo nuovo e assai

accorto. Fece creare una Balìa con facoltà d'eleggere per cinque anni

i principali magistrati. Composta di cittadini a lui devoti, essa lo

rendeva sicuro per lungo tempo; e facendola ogni quinquennio rinnovare

nel medesimo modo, Cosimo potè risolvere questo singolare problema:

essere, per tutto il resto della sua vita, principe e padrone assoluto

in una repubblica, senza mai entrare negli ufficî, conservando anzi

le apparenze di privato cittadino. Ciò per altro non gl'impedì, a suo

tempo, di ricorrere anche al sangue. Quando vide sorgere ogni giorno

più potente nella Città Neri di Gino Capponi, che, politico accorto e

valoroso soldato, aveva anche l'aiuto di Baldaccio d'Anghiari capitano

delle fanterie, non potendo assalirlo di fronte, pensò disfarlo,

abbattendone gli amici. Infatti, appena che fu eletto gonfaloniere un

nemico personale di Baldaccio, questi venne in un improvviso tumulto

gettato dalle finestre di Palazzo Vecchio; e molti sospettarono,

sebbene nessuno potesse provarlo, che Cosimo fosse stato il principale

istigatore del delitto.[22] Ma dopo uno di tali fatti, egli tornava

subito a governare con quelli che chiamavano allora i _modi civili_, e

che costituirono sempre l'arte dei Medici. Questo accorto e poco dotto

mercante, che non lasciò mai il banco; questo politico senza scrupoli,

si circondò di letterati ed artisti: parchissimo nello spendere per

sè, profuse tesori nel proteggere le arti belle, costruire chiese,

biblioteche ed altri pubblici edificii; passò le ore più felici della

sua vita facendosi leggere e comentare i _Dialoghi_ di Platone; fondò

l'Accademia Platonica. Così in parte non piccola si deve a lui, se

Firenze divenne allora il centro principale della cultura in Europa.

Egli aveva capito che le arti, le lettere e le scienze divenivano

nella nuova società una potenza, su cui ogni governo doveva fare

assegnamento.

Nè fu meno accorto nella politica estera. Avendo protetto e soccorso

di danari Niccolò V, quando era cardinale, lo ebbe amicissimo quando

fu papa; e così gli affari della Curia vennero affidati al banco

de' Medici in Roma, con loro grande guadagno. Aveva anche prima di

tutti presentito il futuro destino di Francesco Sforza, e gli s'era

perciò fatto amicissimo; onde questi, divenuto signore di Milano, gli

fu alleato potente e fido. Cessarono allora le guerre continue fra

Milano e Firenze, che si tenne debitrice a Cosimo della lunga pace.

Non è quindi da maravigliare se, dopo la morte, continuando sempre a

governare i Medici, lo chiamarono _Padre della patria_. Il Machiavelli

dice, che egli fu il più riputato cittadino «d'uomo disarmato,» che

avesse mai non solo Firenze, ma qualunque altra città. Secondo lui,

nessuno lo raggiunse nella intelligenza delle cose politiche, perchè

vedeva i mali discosto, e vi provvedeva in tempo; e solo così potè

tenere lo Stato trentun anno, «in tanta varietà di fortuna, in sì varia

città e volubile cittadinanza.»[23] Nè diversa è in ciò l'opinione, del

pari autorevole, del Guicciardini. Pure, con questa politica, tutte le

antiche istituzioni della Città furono ridotte ad un nome vano, senza

che si riuscisse a crearne delle nuove; ed una continua accortezza, una

serie inesauribile di sempre nuovi ripieghi fu necessaria a reggere il

timone dello Stato.

Gli ultimi anni della vita di Cosimo furono assai tristi per Firenze,

perchè i partigiani dei Medici, non moderati più dalla prudenza del

loro capo, divenuto per l'età impotente, si diedero a parteggiare,

e così crebbero a dismisura le persecuzioni e gli esilî. Nè mutarono

le cose quando, per breve tempo, gli successe il figlio Piero. Alla

costui morte però (1469) compaiono sulla scena Lorenzo e Giuliano,

il primo dei quali, sebbene avesse solo ventun anno, era già assai

autorevole. Educato dai principali letterati del secolo, s'era

dimostrato uguale a molti di essi per ingegno e dottrina; viaggiando

l'Italia, per conoscere le Corti ed acquistare esperienza degli uomini,

aveva dovunque lasciato grande opinione di sè. Egli afferrò subito con

animo deliberato le redini del governo, ed avvistosi che la elezione

della nuova Balìa non era d'esito sicuro nel Consiglio dei Cento,

fece, con l'aiuto dei più fidi, e come per sorpresa, votare che i

Signori in ufficio, insieme con la vecchia Balìa, eleggessero la nuova.

Assicuratosi così il potere per cinque anni, si mise all'opera assai

più tranquillo.

Lorenzo, simile all'avo per accortezza politica, lo superava di

gran lunga per ingegno e cultura letteraria. In molte cose era però

assai diverso da lui. Cosimo non lasciò mai il suo banco; Lorenzo

lo trascurava, ed era così poco adatto al commercio, che dovette

ritirarsi dagli affari, per non mandare a rovina il ricco patrimonio

avìto. Cosimo era parco nello spendere per sè, ed imprestava largamente

agli altri; Lorenzo amava il vivere splendido, e fu perciò chiamato

il _Magnifico_; spendeva fuor di misura nel proteggere i letterati;

si perdeva negli amori più che la sua debole salute non comportasse,

tanto che abbreviò i suoi giorni. Questo suo vivere lo ridusse a tali

strettezze, che dovette vendere alcuni de' suoi possessi, e ricorrere

agli amici per danari. Nè ciò bastando, s'indusse anche a mettere

la mani nel pubblico danaro, cosa che non era seguìta mai a Cosimo.

Più volte, per avidità d'illeciti guadagni, fece pagare gli eserciti

fiorentini dal suo proprio banco; profittò ancora delle somme raccolte

nel Monte Comune o cassa del debito pubblico, e di quelle raccolte

nel Monte delle Fanciulle, dove erano le doti accumulate dai privati

risparmî, danari fino allora rispettati da tutti come sacri. Fu

opinione assai generale de' suoi contemporanei, che egli, mosso sempre

dalla stessa avidità di guadagno, entrasse l'anno 1471 a parte dei

guadagni delle ricche miniere d'allume in Volterra, nel momento in cui

quel Comune voleva sciogliersi da un contratto tenuto eccessivamente

oneroso. Ed avrebbe allora, colla sua autorità, spinto le cose a tale,

che ne seguì nel 1472 prima la guerra, e poi il sacco crudelissimo

dell'infelice città, cosa affatto insolita in Toscana.[24] Di tutto

ciò fu sempre universalmente biasimato in Firenze. Ma egli era oltre

misura superbo, e non si curava d'alcuno; non tollerava uguali; voleva

essere il primo sempre ed in tutto, anche nei giuochi. Nell'abbattere

i potenti e nel sollevare gli uomini di bassa condizione, non usava

nessuno di quei riguardi, di quelle cautele tanto osservate da Cosimo.

Non è quindi da far maraviglia, se i nemici crebbero a segno tale che

ne scoppiò la terribile Congiura dei Pazzi, il 26 aprile del 1478.

Tramata nel Vaticano stesso, dove Sisto IV era nemico di Lorenzo, vi

presero parte molti delle più potenti famiglie fiorentine. In duomo,

nel momento in cui s'elevava l'ostia consacrata, si sguainarono i

pugnali, e Giuliano de' Medici venne ucciso; ma Lorenzo si difese

colla spada, e potè salvarsi. Fu un tumulto tale che pareva ne

crollasse il tempio. La plebe si sollevò al grido di _palle, palle_;

i nemici de' Medici furono scannati per le vie, o impiccati alle

finestre di Palazzo Vecchio. Ivi si videro fra gli altri sospesi i

cadaveri dell'arcivescovo Salviati e di Francesco de' Pazzi, che nella

convulsione della morte, s'erano addentati fra loro, e così restarono

un pezzo. Da settanta persone perirono in quel giorno, e Lorenzo,

profittando del momento, spinse le cose agli estremi con le confische,

gli esilî, le condanne. La sua potenza ne sarebbe stata infinitamente

accresciuta, se papa Sisto IV, accecato dall'ira, non si fosse indotto

a scomunicare la Città, ed a muoverle guerra insieme con Ferdinando

d'Aragona. Ma Lorenzo allora, senza esitare, andò a Napoli, e fece

capire al Re, come a lui convenisse molto meglio avere in Firenze il

governo d'un solo, piuttosto che una repubblica, mutabile sempre, e che

certo non gli sarebbe stata mai amica. Così tornò con la pace conclusa,

e con un'autorità e popolarità senza limiti. Ora egli poteva dirsi

davvero signore della Città, e facile doveva sembrargli distruggere

affatto il governo repubblicano. Ambizioso e superbo come era, il

desiderio di rendersi uguale agli altri principi e tiranni italiani

fu certo in lui vivissimo, tanto più che il riuscirvi pareva allora

dipendere solo da lui. Ma Lorenzo mostrò invece che la sua accortezza

politica non si lasciava accecare dai prosperi successi, e conoscendo

bene la sua Città, non deviò dalla politica tradizionale dei Medici:

dominare la Repubblica di fatto, rispettandola in apparenza. Pensò bene

a rendere saldo e duraturo il suo potere; ma per ciò fare ricorse ad

una riforma accortissima, con cui, senza abbandonare la vecchia strada,

ottenne mirabilmente lo scopo.

Invece della solita Balìa quinquennale, istituì nel 1480 il Consiglio

dei Settanta, che si rinnovava da sè, e fu come una Balìa permanente

con poteri ancora più larghi. Composto d'uomini tutti a lui devoti,

gli assicurò per sempre il governo. Con esso, dicono i cronisti del

tempo, la libertà fu in tutto sotterrata e perduta;[25] ma con esso

ancora gli affari più importanti dello Stato furono condotti da uomini

intelligenti e colti, che ne promossero grandemente la prosperità

materiale. Firenze si chiamava ancora una repubblica, i nomi delle

antiche istituzioni duravano ancora; ma tutto ciò sembrava ed era solo

un'ironia. Lorenzo, padrone assoluto di tutto, si poteva veramente

dire un tiranno: circondato da staffieri e da cortigiani, che spesso

ricompensava coll'affidar loro l'amministrazione delle opere pie;

scandaloso pe' suoi amori, teneva uno spionaggio generale e continuo,

ingerendosi anche negli affari privati; non permetteva i matrimonî

di qualche importanza, se non gli piacevano; e gli uomini più vili,

saliti ai maggiori uffici, erano, come dice il Guicciardini, divenuti i

«signori del giuoco.»[26] Pure abbagliava tutti col suo ingegno, collo

splendore del suo governo; onde lo stesso scrittore osserva, che era un

tiranno, ma sarebbe stato impossibile immaginare «un tiranno migliore e

più piacevole.»

L'industria, il commercio, le opere pubbliche erano fiorenti.

L'uguaglianza civile, propria degli Stati moderni, non aveva allora

in alcuna città del mondo raggiunto il grado, a cui era pervenuta

non solo in Firenze, ma nel suo contado ed in quasi tutta la Toscana.

L'amministrazione, la giustizia civile procedevano nei casi ordinarî

assai regolarmente; i delitti comuni scemavano. Soprattutto poi la

cultura letteraria era divenuta un elemento sostanziale del nuovo

Stato; gli uomini dotti entravano facilmente nei pubblici ufficî, e

da Firenze irradiava una luce che illuminava il mondo. Lorenzo, che

aveva un intelletto vario ed universale, con una grande penetrazione,

un giusto criterio in tutte le parti dello scibile, era un Mecenate

che proteggeva, ed era anche egli stesso fra i primi letterati del

secolo; partecipava attivamente al lavoro che promoveva non solo per

arte di governo, ma anche per un bisogno sincero e reale del proprio

spirito. Tuttavia, per far servire le lettere a scopo politico, cercò

co' suoi Canti carnascialeschi e colle feste d'infiacchire, corrompere

il popolo, e pur troppo vi riuscì. Così senza un esercito, senza un

ufficio con cui potesse legalmente comandare, era di fatto non solo

il padrone di Firenze e di gran parte della Toscana, ma esercitava un

predominio immenso su tutti i potentati italiani. Morto il suo nemico

Sisto IV, papa Innocenzo VIII che successe, non solo gli fu amico ma

s'imparentò con lui, ne nominò cardinale il figlio Giovanni ancora

fanciullo, e si volgeva sempre a lui per consiglio. L'antagonismo che

era nato tra Lodovico il Moro e Ferdinando d'Aragona, e minacciava

di porre a soqquadro tutta Italia, fu raffrenato da Lorenzo, il quale

venne perciò giustamente chiamato l'ago della bilancia d'Italia, e solo

dopo la morte di lui si videro le funeste conseguenze di quell'odio. Le

sue lettere politiche, che sono spesso monumenti di politica sapienza

e d'eleganza, vennero dallo storico Guicciardini dichiarate fra le più

eloquenti del secolo.

Ma neppure questa politica poteva riuscire a fondar nulla di stabile.

Modello impareggiabile d'accortezza e prudenza, essa promosse e svolse

in Firenze tutti quanti i nuovi elementi, di cui la società moderna

doveva comporsi, senza riuscir mai a costituirla definitivamente,

perchè era una politica di equivoco e d'inganno, diretta da un uomo di

molto ingegno, che in sostanza aveva di mira il suo interesse personale

e quello della propria famiglia, ai quali era sempre disposto a

sacrificare i veri interessi del popolo e dello Stato.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 16 / 116 题