1. — MILANO.

La prima trasformazione del Comune italiano che, per mezzo della

tirannide, aprì la via alla costituzione dello Stato moderno, noi

la troviamo a Milano. Divenuta centro d'una vasta agglomerazione di

repubbliche e signorie, che interessi e gelosie diverse ora riunivano

ed ora separavano, vide sorgere nel suo seno il dominio della famiglia

Visconti, lacerata anch'essa da interni e sanguinosi dissidî. Nel 1378

si trovano di fronte Bernabò ed il nipote Giovan Galeazzo, più noto

col nome di conte di Virtù. Ambedue ambiziosi e malvagi del pari, il

primo era ciecamente dominato dalle sue passioni, e fu quindi preda del

nipote, che sapeva dirigerle ad un fine premeditato. Questi riuscì nel

1385 a farlo con i figli mettere in prigione, donde non uscirono più

vivi; e restato così solo, si pose con ardore all'opera di riordinare

lo Stato, per liberarlo dall'anarchia.

In mezzo a mille nemici, egli non aveva un esercito, ed era anche

privo di valor militare; ma accoppiava ad una grandissima astuzia una

profonda conoscenza degli uomini ed un vero ingegno politico. Chiuso

nel suo castello di Pavia, prese a stipendio i primi capitani d'Italia,

ed i più accorti diplomatici, distendendo con questi le fila della sua

tenebrosa politica in tutta la Penisola, che subito riempì d'intrighi

e di guerre, dirigendo le operazioni militari dal suo gabinetto. Con

un occhio sicuro ed una volontà pronta, egli riuscì a fare una vera

ecatombe di piccoli tiranni nella Lombardia, unendosi con gli uni ad

abbattere gli altri, per poi rivolgersi contro quelli che lo avevano

aiutato, e impadronirsi dei loro Stati. Così formò il Ducato di Milano,

di cui ebbe l'investitura dall'Imperatore. Estese poi il suo dominio

sino a Genova, a Bologna, alla Toscana, e vagheggiava mettersi sul capo

la corona d'Italia, dopo aver vinto Firenze, che già aveva esaurita

con le continue guerre. Ma il 3 dicembre 1402 la morte venne a troncare

tutti gli ambiziosi disegni.

Mirabile fu vederlo chiuso nelle mura del suo castello, gettarsi in

tante guerre, che di là seppe dirigere e vincere fortunatamente. Nello

stesso tempo egli creò ed ordinò un nuovo Stato. Occupazione principale

del suo governo fu veramente imporre tasse, per alimentare le guerre

incessanti; ma la giustizia veniva nei casi ordinarî bene amministrata,

le finanze procedevano con ordine, e la prosperità cresceva. Le libere

assemblee furono mutate in Consigli amministrativi e di polizia; ogni

città ebbe un Podestà, eletto dal Duca, non più dal popolo; il Comune

non fu più uno Stato, ma un organo amministrativo, come nelle società

moderne; ed un collegio d'uomini autorevoli nella capitale rendeva

già immagine dei nostri ministeri. Circondato da letterati ed artisti,

iniziatore di molte opere pubbliche, fra cui i due più grandi monumenti

della Lombardia, il duomo di Milano e la certosa di Pavia, ove dètte

anche nuova vita e splendore alla università, egli fu uno dei primi

principi moderni. Con lui le istituzioni del Medio Evo scompariscono

affatto, e sorge l'unità del nuovo Stato. Questo fu però una creazione

tutta personale del principe, che ebbe di mira solamente il suo

interesse personale; e quindi con la sua morte la società ricadde ben

presto nell'anarchia, lacerata dalle ambizioni dei capitani di ventura.

Più tardi Filippo Maria, figlio di Giovan Galeazzo, ripigliò in mano

le redini del governo, per camminare sulle orme del padre. Egli aveva

dovuto dividere il Ducato col fratello Giovanni Maria, uomo feroce,

che faceva sbranare le sue vittime dai cani, di cui teneva perciò gran

moltitudine; ma il pugnale dei congiurati venne a far vendetta, ed il

12 maggio 1412 Giovanni fu pugnalato in chiesa. Filippo era una copia

peggiorata del padre, di cui non aveva l'ingegno politico; astuto,

falso, traditore e crudele univa ad una grande conoscenza degli uomini

un perfetto dominio delle sue passioni. Timido fino alla viltà, aveva

la strana passione di gettarsi in guerre continue e pericolose, le

quali conduceva scegliendo, con mirabile accortezza, i primi capitani

d'Italia, che poneva gli uni in sospetto degli altri, per essere sicuro

dalle loro ambizioni. Circondato di spie, chiuso nel suo castello

di Milano, da cui non usciva mai, ingannò sempre e trovò sempre da

ingannare; visse in continua guerra con tutti, e si salvò sempre dalle

disfatte con l'astuzia. I Fiorentini furono da lui rotti a Zagonara nel

1424; dai Veneziani, che sempre combattè, fu più e più volte vinto;

ma dopo paci non sempre accorte ed onorevoli, raccoglieva danari

e ripigliava la guerra. Si gettò perfino nella contesa napoletana

fra gli Angioini e gli Aragonesi, e riuscì a prendere prigioniero

Alfonso d'Aragona, che poi liberò per non lasciar piena vittoria agli

Angioini. In mezzo a questo grande turbinìo d'eventi e di nemici da

lui provocati, riconquistò e riordinò lo Stato paterno, che tenne

sicuro fino alla morte (1447), unicamente per mezzo della sua infernale

astuzia.

Egli non aveva eredi legittimi, ma solo una figlia naturale, Bianca,

il che aveva reso assai più pericolosa la sua condizione, essendo

molti coloro che aspiravano a succedergli. Fra di essi v'era Francesco

Sforza, tenuto in Italia il primo capitano del secolo, al cui

aiuto il Visconti dovette di continuo ricorrere, trovandosi perciò

inevitabilmente in balìa di lui. Questi era un leone che sapeva far la

volpe, e Filippo Maria era una volpe che amava mettersi la pelle del

leone. Così vissero ambedue lunghi anni, tendendosi a vicenda agguati,

e conoscendo ognuno assai bene le intenzioni segrete dell'altro. Lo

Sforza fu più e più volte sull'orlo d'una totale rovina, circondato

dalle trame del Visconti, che poi invece lo aiutava. Nel 1441 davagli

in isposa la propria figlia, e ne alimentava così le ambiziose

speranze, per meglio valersene nelle guerre, salvo poi a ordir nuove

trame contro di lui, che pur sapeva scamparne senza mai lasciarsi

vincere dal desiderio della vendetta. Ed in questo modo, quando, dopo

quasi mezzo secolo di regno, il Visconti moriva di morte naturale, lo

Sforza si trovò abbastanza potente per riuscire nel disegno lungamente

meditato d'impadronirsi del Ducato.

A una dinastia ne succede ora un'altra, ed il principato italiano

si presenta a noi sotto un aspetto totalmente diverso. I Visconti

erano stati una grande famiglia, e coll'astuzia, l'ardire e l'ingegno

politico s'erano impadroniti del Ducato che avevano costituito; gli

Sforza, invece, uomini nuovi, usciti di assai basso stato, s'aprirono

la via colla spada. Muzio Attendolo, il padre di Francesco Sforza,

era nato d'una famiglia romagnola, che viveva in Cotignola una vita di

semi-brigantaggio e d'ereditarie vendette. Dicesi che la cucina della

loro casa pareva un arsenale di guerra: tra i piatti e le padelle

affumicate pendevano le corazze, i pugnali e le spade, che uomini,

donne e bambini maneggiavano con uguale ardire. Ancora giovanetto,

Muzio fu menato via da una banda di ventura, ed in breve tempo,

raggiunto dai suoi, si pose alla testa d'una propria compagnia, e

fu noto col nome di Sforza, datogli in campo. D'un coraggio, d'una

forza e d'una volontà indomabili, più che un generale fu un soldato

che si gettava nella mischia, e scannava i nemici colle proprie mani.

D'indole assai impetuosa, commise spesso azioni da brigante, come

quando trapassò con la spada Ottobuono III di Parma, mentre questi

parlamentava col marchese d'Este. Eppure, sebbene andasse sempre da

uno ad un altro padrone, portando scompiglio e desolazione per tutto,

riuscì ad esser signore di molte terre, le quali tenne per sè e per

coloro che lo avevano seguìto. Nel regno di Napoli, ai servigi della

capricciosa regina Giovanna II, ebbe le sue maggiori e più strane

vicende: prima generale, poi prigioniero, poi gran contestabile

del regno, poi di nuovo in carcere, era per finire i suoi giorni

miseramente, quando a Tricarico la sorella Margherita, con la spada

in pugno e l'elmo in testa, spaventò per modo i messi reali, che ne

ottenne la salvezza del fratello. Fu di nuovo comandante delle forze

reali, e poi morì presso Aquila, affogando nel fiume Pescara, quando lo

passava a nuoto, per incoraggiare i suoi a seguirlo nella vittoria, che

pareva assicurata. E così compiè la vita, non meno agitata del mare, in

cui il suo corpo andò finalmente a trovar sepoltura (1424).

Francesco suo figlio naturale, che aveva 23 anni, prese subito il

comando delle schiere paterne, e le condusse di vittoria in vittoria,

dimostrando un vero genio militare, una grandissima accortezza

politica. Sempre padrone di sè, scatenava l'impeto indomito delle sue

passioni solamente quando voleva. Servì il Visconti contro i Veneziani,

i Veneziani contro il Visconti; attaccò il Papa, togliendogli la

Romagna, ed emanando colà i suoi ordini: _invitis Petro et Paulo_; poi

lo difese. Pel suo valor militare divenne l'uomo che tutti volevano a

loro servigio, perchè pareva che senza di lui nessuno in Italia potesse

vincere, sebbene vi fossero allora capitani come i Piccinini ed il

Carmagnola. Ma in mezzo a tutte queste vicende, egli seppe tener sempre

fermo l'occhio alla sua mira costante; e quando Filippo Maria morì, si

vide subito in che modo il capitano di ventura sapeva mutarsi in uomo

di Stato.

Milano aveva proclamato la repubblica; le città sottoposte s'eran

ribellate; Venezia minacciava; i partiti interni si scatenavano.

Egli offrì la sua spada in servigio della pericolante città, che

credette d'aver trovato un'àncora di salvezza, ed invece fu poco di

poi assediata dal suo stesso capitano, che il 25 marzo 1450 vi faceva

l'ingresso trionfale, avendo già ordinata la propria corte. Il suo

primo atto fu d'interrogare il popolo se, a difesa contro i Veneziani,

volevano ricostruire la fortezza di porta Giovia, o mantenere piuttosto

un esercito permanente in città. Votarono per la fortezza, che fu

invece valido baluardo della tirannide contro il popolo. Amici e

nemici, se temibili, furono subito imprigionati, spogliati di tutto, ed

anche spenti senza esitare. Il territorio dello Stato fu riconquistato;

i ribelli furono sottomessi; l'ordine, l'amministrazione, la giustizia

dei tribunali ordinarî ristabiliti con maravigliosa rapidità. E in

tutto ciò lo Sforza procedeva con la calma dell'uomo che si sente

forte, e che vuole aver nome d'imparziale e giusto. Pure quando gli

pareva opportuno, nessuno più di lui sapeva, per disfarsi d'amici o

nemici, essere perfido e crudele.

La rivolta di Piacenza fu soffocata nel sangue dal suo fido capitano

Brandolini. Arrivate le stragi al colmo, e pacificata ogni cosa,

si vide con generale maraviglia il Brandolini messo in carcere come

sospetto; poi fu trovato con la gola tagliata, e una spada spuntata

e sanguinosa accanto. Si disse dal volgo, che il Duca aveva voluto

disapprovare e punire le crudeltà eccessive del suo capitano; si

disse invece dai più accorti che, dopo essersene servito, gettava via

l'inutile strumento, perchè su di esso solamente cadesse l'odio del

sangue versato. Nato e vissuto nella guerra, egli voleva ora essere

un uomo di pace, e mirava unicamente a consolidare il proprio Ducato

ne' suoi naturali confini, abbandonando del tutto gli ambiziosi e

pericolosi disegni dei Visconti. E quando, dopo una guerra quasi

generale, ma di nessuna importanza, i potentati italiani vennero

l'anno 1454 ad una pace comune, egli seppe fare in modo da essere

implicitamente riconosciuto da tutti, restando a lui anche il

Bergamasco, la Ghiara d'Adda ed il Bresciano. Noto fra i più audaci e

tumultuosi capitani di ventura, conosceva meglio d'ogni altro di che

grande calamità essi erano agli Stati ordinati e pacifici; quindi fu

tra coloro che più contribuirono, se non a farli scomparire del tutto,

a far loro perdere assai della passata importanza, come già per forza

naturale delle cose cominciava a seguire. Uno solo della vecchia scuola

sopravviveva allora, Iacopo Piccinini, ed era veramente di quelli che,

rizzando una bandiera, potevano mettere insieme un esercito pericoloso.

Costui se ne viveva tranquillo a Milano, quando gli venne voglia

d'andare a vedere le sue terre nel reame di Napoli, e fu dal Duca

assai incoraggiato, sebbene ognuno sapesse quanto era inviso a Ferrante

d'Aragona. Arrivato colà, venne accolto a braccia aperte dal Re, che

lo condusse a vedere la reggia e poi lo mise in prigione, dove presto

morì. Lo Sforza protestò, strepitò contro la violata fede; ma tutti

credettero che, d'accordo con Ferrante, egli si fosse voluto liberare

d'un incomodo vicino.

Francesco Sforza, dice felicemente uno storico moderno, era proprio

l'uomo secondo il cuore del secolo XV.[16] Grande capitano ed

accorto politico, egli sapeva fare a tempo la volpe ed il leone;

sapeva, occorrendo, metter le mani nel sangue: ma quando ciò non era

necessario, voleva invece giustizia imparziale, e si dimostrava anche

generoso e pietoso. Fondò una dinastia; conquistò uno Stato, che

lasciò sicuro e bene amministrato; costruì grandi opere pubbliche,

come il canale della Martesana e l'ospedale maggiore di Milano. Si

circondò d'esuli greci e d'eruditi italiani, e così la corte del già

capitano di ventura divenne subito una delle più splendide d'Italia.

Sua figlia Ippolita fu celebre pei discorsi latini, che tutti lodavano,

esaltavano. Il famoso Cicco (Francesco) Simonetta, calabrese, uomo

dottissimo e d'una fedeltà a tutta prova, fu il segretario del Duca;

il fratello Giovanni ne fu lo storiografo; Francesco Filelfo, il poeta

cortigiano, ne cantò le lodi nella _Sforziade_. Celebrato così in verso

ed in prosa, col nome di giusto, di grande, di magnanimo, moriva il

giorno 8 marzo 1466. Tutto aveva tentato ed in tutto era riuscito; i

contemporanei lo credettero perciò il più grande uomo del secolo. Ma

che cosa era lo Stato da lui definitivamente costituito? Una società in

cui tutte le forze s'andavano rapidamente esaurendo; un popolo di cui

il sovrano credeva poter fare tutto quello che voleva, materia plastica

nelle mani d'un nuovo artista, il cui valore stava solo nel conseguire

il fine propostosi, qualunque esso fosse. Nè i Visconti nè lo Sforza

ebbero mai alcuna idea politica veramente grande e feconda, perchè essi

non s'immedesimarono mai col popolo, ma lo fecero solo servire ai loro

propri interessi. Furono maestri nel trovar l'arte di governo; ma non

riuscirono a fondare un vero governo, perchè ne avevano colla tirannide

disfatti gli elementi essenziali. Le funeste conseguenze di questa

politica, che fu pur troppo la politica italiana del secolo XV, si

dovevano ben presto vedere in tutta la Penisola, come si cominciarono a

vedere in Milano dopo la morte del Duca.

Il figlio Galeazzo Maria, dissoluto e crudele, era di un'indole così

triste, che fu perfino accusato d'avere avvelenato la propria madre.

Credendo che al principe tutto fosse lecito e possibile, egli, in un

secolo che omai si poteva dir civile, fece seppellir vivi alcuni de'

suoi sudditi; altri condannò a morir fra torture crudeli, per frivoli

pretesti, perdonando solo a coloro che si riscattavano con danaro.

Dissipava tesori nelle feste in Milano e nelle cavalcate che faceva

per tutta Italia, portando corruzione dovunque andava. Nè gli bastava

corrompere le donne delle più nobili famiglie milanesi, che le esponeva

egli stesso anche al pubblico disprezzo. Le istituzioni o la volontà

popolare non potevano allora metter freno a questo cieco furore,

perchè un popolo più non esisteva, e le istituzioni eran tutte divenute

congegni atti solo a servir la tirannide. Ben vi pose fine una congiura

delle più singolari e notevoli, in quello che può veramente dirsi il

secolo delle congiure.

Girolamo Olgiati e Giannandrea Lampugnani, discepoli di Niccola

Montano, che li aveva coi classici educati all'amore della libertà

e all'odio della tirannide, ingiuriati dal Duca, deliberarono di

vendicarsi, e trovarono in Carlo Visconti, per le stesse ragioni, un

terzo compagno. S'infiammarono all'impresa colla lettura di Sallustio e

di Tacito, si esercitarono tra loro a ferire colle guaine dei pugnali;

e quando ebbero fissato ogni cosa pel 26 dicembre 1476, l'Olgiati,

entrato nella chiesa di Sant'Ambrogio, si gettò ai piedi della immagine

del Santo, pregandolo che non facesse fallire il colpo. Il mattino del

giorno stabilito assistevano alle funzioni religiose nella chiesa di

Santo Stefano, recitando una preghiera latina, espressamente composta

dal Visconti: — Se tu ami la giustizia e odii l'iniquità, — dicevano al

Santo, — sii favorevole alla magnanima impresa, e non ti adirare quando

fra poco dovremo insanguinare i tuoi altari, per liberare il mondo

da un mostro. — Il Duca fu ucciso, ma il Visconti ed il Lampugnani

restarono vittime del furore del popolo, che volle vendicare il proprio

oppressore. L'Olgiati fuggì e si nascose, ma fu di poi anch'egli preso

e condannato all'estremo supplizio. Lacerato dalla tortura, evocava

in suo aiuto le ombre dei Romani, e si raccomandava alla Vergine

Maria; incitato a pentirsi, dichiarava che, se avesse dieci volte

dovuto spirare fra quei tormenti, avrebbe dieci volte consacrato il

sangue all'eroica impresa. Vicino a morire, componeva ancora epigrammi

latini, rallegrandosi che riuscissero bene; e quando il carnefice gli

era già accanto, le sue ultime parole furono: _Collige te, Hieronyme,

stabit vetus memoria facti. Mors acerba, fama perpetua_.[17] Qui si

vede che, se era spenta nel popolo ogni vera passione politica, in

alcuni individui si mescolavano, nel modo più strano, sentimenti

pagani e cristiani; l'amore della libertà con un odio personale,

irrefrenabile e feroce; un'eroica rassegnazione alla morte con una sete

inestinguibile di sangue, di vendetta e di gloria. I rottami di vecchi

sistemi, gli avanzi di civiltà diverse si trovano mescolati insieme

nello spirito italiano, e con essi s'apparecchia e si feconda il germe

d'una nuova forma individuale e sociale, che ancora non è visibile ai

nostri occhi. Poco di poi Lodovico il Moro, fratello del morto Duca,

ambizioso, timido, irrequieto, usurpò il dominio al nipote Galeazzo, e

per mantenere la male acquistata signoria, mise a soqquadro l'Italia

intera, come avremo occasione di vedere, quando, dopo esaminate le

condizioni dei varî Stati italiani, daremo uno sguardo generale a tutta

la Penisola.

Niccolò Machiavelli e i suoi tempi, vol. I · 第 15 / 116 题