XXVIII.

Ritorno.

Corrado partì. Scrisse prima a Grazietta: una menzogna per legittimare

la sua assenza, un augurio, un addio — poche parole in tutto.

Mandò alla mamma Valentina alcuni biglietti da mille franchi,

perchè servissero di dote alla fanciulla, raccomandò che le nozze

si compissero presto, presto, presto, che gli sposi abitassero la

casicciuola in via Lesmi.... E partì.

Andò, senza saper dove, prima a Torino, poi nella Svizzera, poi in

Germania, da ultimo a Venezia — passarono così venti giorni. Nell’atto

di tornare a Milano, pensò che venti giorni erano pochi, che tutto non

era forse finito, che bisognava viaggiare e divertirsi ancora.

Tornò a Trieste, a Vienna, poi di nuovo in Isvizzera, e poi di nuovo

a Torino, fermandosi negli stessi alberghi, andando a vedere le stesse

meraviglie.... Passò un altro mese — e allora disse a sè stesso che era

tempo di tornare a Milano, e non l’ebbe detto, che già il convoglio ve

lo portava.

Per via aveva avuto la febbricciatola d’impazienza e di desiderio

che dà il ritorno; aveva pensato a Grazietta; ma per quanto avesse

fatto prova di ricomporsela in mente tal quale l’aveva lasciata, non

gli riuscì. E costretto a guardare faccia a faccia il nuovo stato

di cose, aprì gli occhi e li tenne per tutto il viaggio fissi nel

fantasma diverso ma tuttavia caro. Vide Grazietta al fianco di quel

giovine poc’anzi ignoto interamente a lei ed ora tanta parte di lei,

la vide sorridente, felice, con una malizia pudica nello sguardo,

fiera e semplice, e bella di una bellezza nuova. E s’immaginava giunto

a Milano, nella viuzza deserta, in faccia al nido silenzioso d’una

felicità nata or ora; si arrestava titubante, porgeva orecchio alle

voci della natura, dolci come l’eco d’una gioia tranquilla, poi udiva

un’altra voce che chiamava forte un nome, un nome ignoto che gli faceva

battere il cuore.... e vedeva farsi alla finestra lei, Grazietta,

bionda e splendida come un raggio di sole.... poi scendere le scale e

buttarsi nelle braccia d’un uomo felice quanto un nume.

A questa visione succedeva come un buio del pensiero; dinanzi alla

bella immagine passavano tante ombre nere — era il dispetto, era il

rimorso, era una gelosia ingiusta e crudele, era il pauroso riflesso

dell’avvenire — ma a poco a poco tornava la luce, tornava la figurina

gentile di Grazietta, ricominciava la visione di quella felicità

semplice ed innocente.

Giunse a Milano, e prima ancora di tornare nelle sue stanze, volle

correre in via Lesmi. Era l’ora più calda d’un giorno caldissimo di

luglio, e per la viuzza nota non passava anima viva. Corrado si arrestò

un istante, spinse l’occhio innanzi a sè, lo girò tutt’intorno — nulla

era mutato; le stesse acacie ombreggiavano lo stesso canale, d’onde

partivano ogni tanto col rumore dei panni battuti le ciancie rotte

e sommesse delle lavandaie che non si vedevano; in un punto la siepe

si curvava facendo un vano, proprio come una volta; quel pioppo, quel

gelso, quei ghirigori di carbone fatti da un monello sulla muraglia,

erano lì, dinanzi a lui, come se da ieri appena li avesse lasciati.

Solo nella casa dirimpetto, fra gli otto vetri luccicanti al sole,

uno ve n’era tenuto insieme da una striscia di carta bianca. «Qualcuno

l’avrà rotto stamane,» pensò involontariamente Corrado. E non trovando

linee mancanti al quadro che egli portava con sè, sentì entrargli

in petto una baldanza ed affacciarglisi alla mente un’idea, che in

due mesi non eragli mai venuta, idea che a un tratto divenne dubbio,

speranza, certezza. «Lo vedi, disse a sè stesso, nulla è mutato,

Grazietta è ancora fanciulla.» Si mosse, affrettò il passo, e solo sul

primo gradino della scala si fermò — gli batteva il cuore forte.

Non gli veniva incontro nessuno, non si udiva un accento; gli ripugnava

muovere un passo, se prima non fosse rotto quel silenzio di sepoltura.

A un tratto una voce eccheggiò come un saluto, una vocetta allegra,

squillante, quella di Mario. Corrado salì le scale.

Per far l’improvvisata più bella, non sapeva se affacciarsi alla stanza

della fanciulla o chiamare facendo il vocione. Ma ecco un corpo apparve

senza rumore nei vano dell’uscio — la mamma Valentina.

Vide costei il conte e lo guardò senza meraviglia, con occhio

istupidito; solo quando Corrado aprì le labbra per parlare, gli fe’

cenno di star zitto e s’inoltrò sulla punta dei piedi. Il conte dietro

come un automa.

Grazietta era là, dinanzi a lui, colle lunghe treccie cadenti sulla

faccia bianca e scarna, cogli occhi chiusi.... immobile sul suo

lettuccio di fanciulla.

— Morta!

Capelli biondi · 第 39 / 57 题