Ritorno.
Corrado partì. Scrisse prima a Grazietta: una menzogna per legittimare
la sua assenza, un augurio, un addio — poche parole in tutto.
Mandò alla mamma Valentina alcuni biglietti da mille franchi,
perchè servissero di dote alla fanciulla, raccomandò che le nozze
si compissero presto, presto, presto, che gli sposi abitassero la
casicciuola in via Lesmi.... E partì.
Andò, senza saper dove, prima a Torino, poi nella Svizzera, poi in
Germania, da ultimo a Venezia — passarono così venti giorni. Nell’atto
di tornare a Milano, pensò che venti giorni erano pochi, che tutto non
era forse finito, che bisognava viaggiare e divertirsi ancora.
Tornò a Trieste, a Vienna, poi di nuovo in Isvizzera, e poi di nuovo
a Torino, fermandosi negli stessi alberghi, andando a vedere le stesse
meraviglie.... Passò un altro mese — e allora disse a sè stesso che era
tempo di tornare a Milano, e non l’ebbe detto, che già il convoglio ve
lo portava.
Per via aveva avuto la febbricciatola d’impazienza e di desiderio
che dà il ritorno; aveva pensato a Grazietta; ma per quanto avesse
fatto prova di ricomporsela in mente tal quale l’aveva lasciata, non
gli riuscì. E costretto a guardare faccia a faccia il nuovo stato
di cose, aprì gli occhi e li tenne per tutto il viaggio fissi nel
fantasma diverso ma tuttavia caro. Vide Grazietta al fianco di quel
giovine poc’anzi ignoto interamente a lei ed ora tanta parte di lei,
la vide sorridente, felice, con una malizia pudica nello sguardo,
fiera e semplice, e bella di una bellezza nuova. E s’immaginava giunto
a Milano, nella viuzza deserta, in faccia al nido silenzioso d’una
felicità nata or ora; si arrestava titubante, porgeva orecchio alle
voci della natura, dolci come l’eco d’una gioia tranquilla, poi udiva
un’altra voce che chiamava forte un nome, un nome ignoto che gli faceva
battere il cuore.... e vedeva farsi alla finestra lei, Grazietta,
bionda e splendida come un raggio di sole.... poi scendere le scale e
buttarsi nelle braccia d’un uomo felice quanto un nume.
A questa visione succedeva come un buio del pensiero; dinanzi alla
bella immagine passavano tante ombre nere — era il dispetto, era il
rimorso, era una gelosia ingiusta e crudele, era il pauroso riflesso
dell’avvenire — ma a poco a poco tornava la luce, tornava la figurina
gentile di Grazietta, ricominciava la visione di quella felicità
semplice ed innocente.
Giunse a Milano, e prima ancora di tornare nelle sue stanze, volle
correre in via Lesmi. Era l’ora più calda d’un giorno caldissimo di
luglio, e per la viuzza nota non passava anima viva. Corrado si arrestò
un istante, spinse l’occhio innanzi a sè, lo girò tutt’intorno — nulla
era mutato; le stesse acacie ombreggiavano lo stesso canale, d’onde
partivano ogni tanto col rumore dei panni battuti le ciancie rotte
e sommesse delle lavandaie che non si vedevano; in un punto la siepe
si curvava facendo un vano, proprio come una volta; quel pioppo, quel
gelso, quei ghirigori di carbone fatti da un monello sulla muraglia,
erano lì, dinanzi a lui, come se da ieri appena li avesse lasciati.
Solo nella casa dirimpetto, fra gli otto vetri luccicanti al sole,
uno ve n’era tenuto insieme da una striscia di carta bianca. «Qualcuno
l’avrà rotto stamane,» pensò involontariamente Corrado. E non trovando
linee mancanti al quadro che egli portava con sè, sentì entrargli
in petto una baldanza ed affacciarglisi alla mente un’idea, che in
due mesi non eragli mai venuta, idea che a un tratto divenne dubbio,
speranza, certezza. «Lo vedi, disse a sè stesso, nulla è mutato,
Grazietta è ancora fanciulla.» Si mosse, affrettò il passo, e solo sul
primo gradino della scala si fermò — gli batteva il cuore forte.
Non gli veniva incontro nessuno, non si udiva un accento; gli ripugnava
muovere un passo, se prima non fosse rotto quel silenzio di sepoltura.
A un tratto una voce eccheggiò come un saluto, una vocetta allegra,
squillante, quella di Mario. Corrado salì le scale.
Per far l’improvvisata più bella, non sapeva se affacciarsi alla stanza
della fanciulla o chiamare facendo il vocione. Ma ecco un corpo apparve
senza rumore nei vano dell’uscio — la mamma Valentina.
Vide costei il conte e lo guardò senza meraviglia, con occhio
istupidito; solo quando Corrado aprì le labbra per parlare, gli fe’
cenno di star zitto e s’inoltrò sulla punta dei piedi. Il conte dietro
come un automa.
Grazietta era là, dinanzi a lui, colle lunghe treccie cadenti sulla
faccia bianca e scarna, cogli occhi chiusi.... immobile sul suo
lettuccio di fanciulla.
— Morta!