Il signor conte ha dei capricci.
Il padiglione era già rizzato, e due vitalbe promettevano di farne un
riparo contro il sollione; anche il viale era stato tracciato largo
e comodo, senza tener conto dell’eccessivo rispetto che l’ortolano
dimostrava alla lattuga ed ai cavoli. Tutto però non era finito;
volendo disegnare un’aiuola che fosse degna di Grazietta, bisognava
scegliere i fiori di varie tinte e misurarne scrupolosamente la
statura, per distribuirli in modo che i più alti non nascondessero i
più piccini.
Quando l’ortolano ebbe sciorinato tutta la sua scienza, Corrado trovò
che non bastava; andò egli stesso a consultare i luminari di Flora, ed
ogni giorno recava nuove sementi e pianticelle nuove che venivano messe
in apposite cassette.
Una domenica il signor conte venne di buon’ora; salì le scale, salutò
la signora Valentina, la quale stava dinanzi alla finestra aperta a
godersi una tepida brezzolina di marzo, non badando alla caffettiera,
che le brontolava alle spalle sul fornelletto.
— Lei qui, signor Corrado!
— Proprio io: è domenica, l’ortolano non rinunzierebbe a santificare
la festa, se dovesse guadagnare.... il paradiso — è giusto quel che
ci vuole — ho detto — disporrò io l’aiuola a modo mio; la disporremo
noi, e domani gli diremo che è stato il Padre Eterno a fargli
l’improvvisata. — Non le pare una buona idea?....
— Eccellente.... mi dispiace che dovrà rimaner solo il tempo della
messa....
— Io conosco un modo per non rimaner solo, disse Corrado.
— Quale?
— Non vadano a messa.
— Le pare?
— Sissignora.
— Nossignore — rispose Valentina ridendo.
— Dov’è Grazietta?
— Eccola laggiù; sarà andata a misurare le calistegie che si
arrampicano al salice.... lo dicevo io.... la vede, si curva.
E gridò forte:
«Quanti giri fanno, Grazietta?»
— Sei, disse la fanciulla; ieri ne facevano cinque.
Corrado si era tirato in disparte per non farsi scorgere:
— Indovina.... gridò la buona donna; ma Corrado le strinse il braccio
per farla tacere, e Grazietta, dopo di aver rialzato il capo per
ascoltare, tornò a curvarsi sull’erba del praticello.
— La lasci stare così; disse Corrado, e badi che il suo caffè se ne
andrà nel fuoco.
— Non se ne andrà, rispose la signora Valentina con sicurezza, e si
diresse placidamente al fornello.
Corrado non staccò più gli occhi da quel fondo verde, in cui si
muoveva, saltellando come una gazzella, la figurina bianca e gentile di
Grazietta.
Non credendosi osservata, ella canticchiava fra sè, interrompendosi per
fare seria seria qualche esame importante, ed esprimendo poi a voce
alta le sue osservazioni. A un certo punto volle attraversare con un
salto il viale tracciato, ma non essendole riuscito di porre il piede
sull’erba, si volse, tirò su leggiermente il gonnellino e spiccò il
salto benissimo.
«Brava! gridò Corrado cambiando la voce e nascondendosi.
Grazietta stette immobile un istante, poi fece un atto furbo e mosse
verso la casa.
Quando Corrado si affacciò alla finestra, incontrò inaspettatamente gli
occhioni sereni, i labbruzzi sorridenti e la manina di Grazietta.
Sorrise, pigliò la manina, ma dovette voltarsi a guardare da un’altra
parte.
Bevettero il caffè; poi Grazietta corse in giardino pregando il signor
conte di «spiegarle l’aiuola,» e il signor conte dietro a «spiegarle
l’aiuola.»
Il terreno era dissodato e pronto a ricevere le pianticelle; Corrado vi
si cacciò entro sprofondando i piedi nelle zolle, e tracciò col bastone
un circolo intorno a sè.
«Ecco l’aiuola, disse con un certo sussiego: le par grande abbastanza?
— Sì, sì.
Qui nel mezzo, in vece mia, deve sorgere un rododendro.... ne ha mai
visti di rododendri? il nostro avrà i fiori rossi, quasi neri....
intorno intorno zinnie; poi un giro di petunie e uno di tageti nani,
poi pervinche di prato, e per ultimo un’orlatura di elisio odoroso.
— Le zinnie le conosco, i tageti anche ed anche le pervinche e le
primule; ma l’elisio che fiore è?
— È l’_elisium odoratum_.
— E l’_elisium odoratum_ che fiore è?
— Non lo so, rispose Corrado collo stesso sussiego; incominciamo?
— Incominciamo, disse Grazietta battendo le mani.
— Lei se ne vada pure a messa, consigliò il conte alla signora
Valentina, che stava ad assistere colla solita compostezza bonaria, e
si accontentò di sorridere senza muoversi.
— Prima il rododendro....
— Dov’è il rododendro?
— Eccolo; mi aiuti a levarlo dal vaso.... tenga il vaso, io tirerò....
— Nossignore, non si fa così, entrò a dire la mamma Valentina; bisogna
spezzare il vaso, se no si stacca la terra, si mettono allo scoperto le
radici, e la pianta se ne muore....
— Lei perderà la messa, rispose Corrado scherzando.
— E lei perderà il rododendro.
— Ha ragione, disse Grazietta.
— Sicuro che ha ragione, ripetè il conte.
Il rododendro fu tolto dal vaso con tutte le precauzioni consigliate
dalla pratica, e cacciato nella buca scavata apposta.
— Ora lo innaffii, consigliò la signora Valentina.
— Ora lo innaffio, rispose Corrado, ma abbia pietà dell’anima sua, non
perda la messa.
La buona donna sorrideva senza muoversi.
Ad una ad una le pianticelle furono disposte in giro nei varii solchi
tracciati; la testa bruna di Corrado più volte sfiorò la bionda testina
di Grazietta, e gli occhi loro s’incontrarono un istante, e le loro
labbra si sorrisero così da vicino, che quasi il sorridere e baciarsi
era tutt’uno — finalmente la difficile impresa fu compiuta.
E allora Corrado, pigliando per mano la fanciulla e traendola in
distanza per ammirare meglio la nuova aiuola:
— Veda un po’ la bella figura che fa — come contrastano bene i colori
delle petunie screziate col rosso cupo del rododendro, col giallo
ranciato dei tageti nani, coll’azzurro delle pervinche!
La signora Valentina sbarrava tanto d’occhi, perchè la petunie erano
alte tre pollici, i tageti poco più di due, e tutto quel contrasto di
tinte non esisteva che nella immaginazione accesa del signor conte.
Ma Grazietta rideva forte ed asseriva anch’essa che il contrasto era
magnifico.
— Non ci è che lei a non trovarla bella la nostra aiuola — disse
Corrado alla signora Valentina.
— Io! si figuri, la trovo un paradiso! fu la risposta placida.
— Manco male.... E se ne dovrà accontentare, se non santifica le
feste.... Signorina, lo dica anche lei a mamma Valentina che per carità
non perda la messa.
— Mamma Valentina, ripetè scherzosamente la fanciulla, per carità non
perda la messa.
Ma, dette appena queste parole, tenne gli occhi immobilmente fissi in
un punto dello spazio, come in una immagine melanconica apparsa or ora;
le si cancellò il riso, le si oscurò la fronte, volse le spalle e fuggì
nella sua camera.
Gli altri due dietro.
La trovarono seduta accanto al lettuccio, colla fronte nascosta fra le
mani; piangeva.
— Che è stato, figliuola mia? domandò la buona donna, baciandole la
fronte e i capelli.
— Nulla, disse Grazietta, e vedendo Corrado, si rizzò, riasciugò il bel
volto e vi pose un sorriso melanconico.
— Ah! vuoi aver dei segreti con me? non è ben fatto, no, anzi è fatto
male, è pessimamente fatto.
— Mi è venuta in mente la mamma, rispose Grazietta con semplicità,
ed ho pianto perchè sono un’ingrata, perchè non penso quasi più alla
poveretta, perchè sono cattiva, perchè rido troppo — ecco perchè ho
pianto.
— Hai sedici anni, le rispose la signora Valentina, e per questo ridi,
e per questo ti sembra di dimenticare la tua cara morta, mentre l’ami
tanto più d’ogni cosa viva; quando avrai la nostra età, non saprai più
ridere così, ma nemmeno amare.... non è vero signor Corrado?
Costui non rispose subito; pensava a tutti i morti del suo cuore, che a
lui non era concesso piangere; finalmente disse:
— Alla nostra età, signora Valentina, si può ancora ridere ed amare e
piangere, piangere la felicità che non abbiamo saputo trattenere, la
felicità che non ci è concesso di aspettare.... ma alla nostra età non
bisogna farle vedere le lagrime.
E rise per correggere il tono d’elegia.
— Volevo ben dire! osservò Valentina, volevo ben dire che era uno
scherzo, perchè io che doveva capirci qualche cosa non ho capito nulla.
Intanto Grazietta si era ricomposta ad una melanconica serenità.
— Non so come sia, disse ella; raduno talvolta tutte le facoltà della
mia mente per pensare alla mamma, e non riesco a vederne le sembianze;
e invece quando rido e giuoco mi stanno sempre dinanzi sorridenti;
sembra che ella stessa mi dica: stanotte pregherai per me, staremo
insieme nel sonno, ora non pensare a melanconie, va nel prato, corri,
raccogli i fiori e canta.... Ed io corro e canto.... così.
Disse e sparve come un folletto giù per le scale, e si potè un istante
dopo vederla nel prato curvarsi e sollevarsi e ridere.
— Bella età! sospirò Corrado.
— Bella età, ripetè la signora Valentina senza sospirare.
Suonarono le ore ad un orologio lontano.
— Zitti! disse Valentina al signor conte ed a Grazietta; uno, due, e
tre....
— Ssss.... fece burlescamente Corrado, e all’ultimo tocco, ripigliando
fiato, esclamò con voce cupa: «dodici!»
— Ha perduto la messa, prima che si vesta e giunga in chiesa, il prete
avrà voltato il messale.... È fatta!
La buona signora mandò un sospiro al cielo, perchè fosse interprete
delle sue buone intenzioni; poi ripetè con evangelica rassegnazione: «è
fatta!»
— Meglio così, e sa ora che cosa deve fare? non lo indovina? indovini
lei, signorina....
— Non so....
— Deve invitarmi a desinare....
— A desinare! esclamò Valentina; le pare? signor no, nemmeno per sogno.
— Grazie tante.
La fanciulla rideva.
— Signor no, le ripeto; non abbiamo un desinare che si.... una mensa
che si.... ma già ella fa per ridere....
— Mangerò sul, serio, ho fame.
— E allora....
— E allora m’invita, mille grazie, accetto con gratitudine; non stia
a far nulla di più per me.... all’antipasto non ci pensi, ne faremo di
meno.
— Oh! sì, sì che ne faremo di meno.
— Del resto, di sei piatti ne avremo d’avanzo; non dimentichi però
il pasticcio di Strasburgo, qualche primizia alla frutta, un po’ di
fragole per esempio, e vino del Reno.
La signora Valentina non si sgominava per quattro ciancie; essa fece di
sì col capo, rise quando credette venuto il momento di ridere, poi andò
a fare una visita al pollaio per stanare le uova fresche e persuadere
un galletto di lasciarsi cuocere in fricassea colle cipolline.
La persuasione fu difficile, perchè fatalmente anche i galletti hanno
l’istinto più forte del criterio; e che l’uomo li mangia per il loro
bene, cioè per farli salire nella gerarchia delle creature, non lo
capiscono se non quando sono stati mangiati — così rispose la signora
Valentina al signor conte.
Le cose si mettevano al buon umore.
— Che brava donna! disse Grazietta quando la mamma fu scomparsa in
cucina, e come mi vuol bene!
— Non deve far molta fatica a volerle bene.
— Perchè?
— Perchè....
La risposta era difficile, e Corrado stentò tanto a trovarla, che alla
giovinetta uscì di mente la domanda. In quella si udì il trillo di
Mario, e la mamma Valentina riapparve.
— Devo confidarle un segreto, disse in fretta la fanciulla; si ricordi
di domandarmelo, se no, m’uscirà di mente.
Mario spiegava tutta la sua voce sonora, ed empiva l’aria di gorgheggi.
— Che cosa dice Mario? domandò Corrado alla signora Valentina.
— Grazietta lo sa; che cosa dice, Grazietta?
— Dice che è contento di stare all’ombra, nel vano della finestra, e di
vedere il sole che fa luccicare il verde della campagna; dice che vuol
bene alla brezzolina che lo accarezza, ed alla sua padrona che gli dà
il miglio e l’erba fresca.
— E dice sempre le stesse cose?
— No, alla mattina per esempio, quando vede la luce, mi chiama e mi
dice: «Grazietta! Grazietta! buone nuove! il buio è scomparso, sono
rinati gli alberi, è tornato il verde, è tornato l’azzurro; svegliati
Grazietta, ecco il sole!» E continua finchè mi sveglio.
— Bravissima! proprio così; disse la mamma; fammelo qui, sulla guancia,
un bel bacio....
Corrado provò a radunare tutta la sua sfrontatezza per dire:
«Bravissima! me lo faccia qui, sulla guancia, un bel bacio»; ma
all’atto di aprir bocca, sentì sul volto il caldo del rossore.
— Me lo confida ora il suo segreto? disse quando fu di nuovo solo colla
fanciulla.
— Non è mio veramente, è della signora Valentina.
— Ah! è della signora Valentina?
— Già! sa di che cosa mi sono accorta?.... che dà lezioni di nascosto a
Mario.
— Davvero?
— Davvero — e aggiunse ridendo; Mario mi ha detto tutto. Ma fingo di
non saper nulla.... la vuol farmi un’improvvisata.
Il conte Germinati, non trovando più parole, pose il braccio della
fanciulla sotto il suo.
— Che cosa pensa? domandò Grazietta levando in alto la testa per
guardare in faccia al cavaliere.
— Nulla.
Pensava che Grazietta gli giungeva poco più su dell’omero, che aveva
il passo leggiero, e camminando doveva appendersi un pochino al suo
braccio; null’altro pensava. Poi alla voce di mamma Valentina, che
chiamava, la fanciulla si sprigionò e corse a preparare la mensa,
e Corrado rimase solo, un tempo lungo, a camminare su e giù pel
viale, continuando a pensare che Grazietta gli giungeva poco più su
dell’omero, ed aveva il passo leggiero e che poc’anzi si appendeva un
pochino al suo braccio.