Festa intima.
Una gran luce si fece nel cuore di Corrado. Tre volte ripetè egli
la gran parola, con stupore, con isgomento, con allegrezza: amava!
Quell’ansia indeterminata, quella inquietudine, a cui da oltre un mese
veniva cercando cento pretesti, quel vario umore, in fondo al quale,
inavvertita talvolta, era una gran gioia repressa, quello spasimo
segreto — tutto ciò dunque era l’amore? Non l’amoroso delirio ormai
queto per sazietà, non la febbre oscena prolungata cogli artifici e
già presso ad essere guarita dalla nausea — bensì l’amore semplice,
quello che fa battere il cuore senza ardere le fibre, che è desiderio,
ma ignorato dai sensi, che è febbre, ma onesta, che è delirio, ma
generoso. E rivalicando venti anni di altri amori, uno ne ritrovava che
somigliava a quest’ultimo — ed era il primo; la gentile immagine di
Grazietta rievocava un’altra gentile apparsagli nella sua primavera,
quando il suo cuore si schiudeva come una gemma, e il suo pensiero
era alato, e il suo desiderio santo. Quella fanciulla, divenuta madre
a figli d’un altro uomo, non somigliava ora a sè stessa quanto le
somigliava Grazietta. Ed ahi! se quella fanciulla era venuta troppo
presto, giungeva Grazietta troppo tardi!
Un duro capriccio regola le cose del cuore; il primo amore cade
immaturo dall’albero della vita, l’ultimo nessuno raccoglie. Così
diceva Corrado! E ripensava il banchetto offerto alla curiosità
dell’adolescente, alla bramosia del giovine, al capriccio svogliato
dell’uomo; ricordava le cento donne desiderate un istante, poi buttate
via come frutti bacati, e non vedeva ora in quel facile raccolto
d’amori altro che un’amarezza durata vent’anni. Perchè non aveva egli
fatto sopravivere il primo amore alla prima donna incontrata? Perchè
non se n’era composto la forza della sua gioventù, il compagno, il
conforto della sua vita? Ah! perchè grande era la tentazione, assiduo
il mal’esempio, potente la curiosità; perchè cento alberi offrivano con
mille braccia i loro frutti maturati dal vizio, e bastava stendere la
mano per raccogliere la vanità, il delirio, la colpa.
È tardi ora; questo amore, che nasce puro da cento amori venali, è
una pianta melanconica cresciuta sulle rovine d’un tempio profanato.
Bisogna strapparla prima che approfondisca le radici, se n’è tempo;
oppure lasciarla vivere ignorata.
Ma non poteva Corrado non pensare a Grazietta. Era il pensiero di lei
che egli amava più di lei stessa; e fuggir lei poteva, ma quel pensiero
gli sarebbe venuto dietro dovunque. Con qual frutto dunque fuggirlo?
Amar Grazietta in segreto; assaporare tacitamente la gioia di vederla,
di stringerle la mano; parlarle ed ascoltare la cara musica della sua
voce, respirare l’effluvio dell’innocenza — ecco dunque la sua unica
gioia. Altro non gli serbava l’avvenire, altro non gli era concesso
sperare.
Come per lo passato occulti a lui, così in avvenire, a lui palesi
ad ogni altro celati, tutti i suoi pensieri furono per Grazietta;
ma non uno di essi pigliava aspetto manifesto di desiderio; e finchè
non giunge il desiderio, lontana è ancora la speranza. Che poteva mai
sperare Corrado?
Null’altro che tornare adolescente, egli già al tramonto della sua
giovinezza, null’altro che dare al cuore un trastullo, rimettere le
ali alla fantasia, folleggiare non visto, ricantar sottovoce le prime
strofe della vita. Si proponeva di veder Grazietta come pel passato,
di parlarle come era solito fare, di portar seco la sua intima festa
tutta per sè solo. Voleva nascondere agli altri il proprio scrigno,
ed immaginava serbate a sè tutte le gioie segrete dell’avaro, più
pure perchè non turbate da alcuno sgomento, più intense perchè a lui
concessa la continua contemplazione del suo tesoro.
Invece, il domani della grande scoperta fatta nel proprio cuore,
dopo essersi ribellato felicemente al desiderio, non seppe resistere
all’istinto, e si trovò quasi senza avvedersene nella casetta
tranquilla in via Lesmi. Colà rise più dell’usato, cianciò molto colla
signora Valentina, le fece mille domande indirette, e fu da lei messo
a parte d’un segreto: la savia educatrice dava lezioni di nascosto a
Mario, e già il _virtuoso_ non diffidava di lei, già stava ad udire in
silenzio quando gli parlava, già si arrischiava a venire a pigliarle di
mano una mandorla di pino;.... però non bisognava dirlo a Grazietta....
Corrado promise di non fiatare, e quando la fanciulla passò nell’orto
canticchiando, e levò la testolina di neve e d’oro per mandare un
sorriso alla finestra, il signor conte sorrise anch’esso con un certo
sussiego, senza farsi rosso, senza farsi pallido, con una ammirabile
sicurezza di sè; solo il cuore gli batteva forte; ma chi poteva
vederglielo il cuore? Chi poteva contarle le monete del suo scrigno?
Egli solo sapeva di essere ricco; gli bastava.
E tornò il dì dipoi, e l’altro; ma ingegnoso sempre nel mettere innanzi
un pretesto ad ogni sua visita. Erano disposizioni da dare sul modo di
rizzare il padiglione e di tracciare il sentiero, che doveva condurvi,
sull’ampiezza del giardino, sulla forma delle aiuole.
«Quel benedetto ortolano, se lo lasciassi fare di suo cervello, non
avanzerebbe più di quattro spanne di terreno ai fiori.
— E per questo lei s’incomoda a venire fin qui, rispondeva Grazietta,
guardandolo in viso senza saper l’incendio che destava.
— Le pare? ci trovo gusto; sono uno sfaccendato e così mi distraggo; le
assicuro che me la godo.... le assicuro....
Si fermava; quelle assicurazioni erano pericolose, e non bisognava
abusarne; anche gli occhioni della fanciulla erano pericolosi, e non
era prudente guardarli troppo fisso e troppo a lungo, bensì sfidarli
un istante e fuggire, vedere il colore del cielo ed indovinare il
paradiso, leggere il primo verso e declamare dentro di sè con enfasi
muta tutto il poema. Così faceva Corrado. Quando voleva pigliarsi
una licenza ardita, si dava un’aria più grave del solito per rifare
l’equilibrio; così per prendere una manina di Grazietta e tenerla
un poco fra le sue, parlava con voce lenta, compassata, solenne; e
per lisciarle i capelli, non bastava più, come una volta, trovare un
minuzzolo di non so che da levarne, bisognava levarnelo appuntando le
labbra ed aggrottando le ciglia, come si fa nelle operazioni difficili.
In questo giuoco innocente la sua malizia di uomo stagionato era
proprio maestra, e una maestra a cui l’ignoranza di Grazietta rendeva
lecito tutto, anche lo sproposito.
Per esempio: l’ostinarsi a voler cercare le traccie della ciocca
di capelli recisa da lui in quella selva di fili d’oro — ecco uno
sproposito; e un altro sproposito era l’abbandonar la ricerca di
botto al sopraggiungere della signora Valentina. Grazietta, che non ci
comprendeva nulla, avrebbe potuto con un paio d’interrogazioni mettere
il conte in imbarazzo, ma nel suo candore si accontentava di fissargli
in volto quegli occhioni di fata.
Ah! quegli occhioni di fata! Corrado non li poteva più dimenticare.
Anche lontano, li vedeva, fissi, lucenti, sereni; assolutamente non
erano due occhi azzurri, erano due finestre del paradiso.
Corrado si era trasformato in modo bizzarro — regalandosi dieci anni
alla superficie per togliersene venti di dentro; in apparenza era più
grave che mai, in segreto non era mai stato così fanciullo. La sua casa
non gli sembrava più una prigione, nè i mobili ostili; i monelli delle
tappezzerie, presi a muti confidenti, lo ascoltavano senza beffa. E si
avvedeva ora che male aveva paragonato la sua alla gioia dell’avaro,
perchè l’amore è di natura prodigo, e della peggior specie, di quella
che butta i suoi tesori senza beneficare anima viva.
Tornando dalla casetta in via Lesmi, dopo un’ora di dolce tortura,
sentiva bisogno di fermare per via il primo venuto, per dirgli che era
felice, che amava; e giunto a casa, dopo aver resistito alla tentazione
di abbracciare il suo vecchio Antonio, si chiudeva in camera ed apriva
uno scatolino d’ebano in cui non era altro che una ciocca di capelli
biondi ed un mazzolino di mammole avvizzite.
Poi veniva fuori all’aperto, chè le pareti della sua casa non bastavano
a contenere tanta felicità, attraversava le vie a passo spedito,
salutava gl’ipocastani del bastione come vecchi amici, finchè,
volendo pensare a tutt’altro e proponendosi di andare al circolo a far
impallidire Aniceto con un paio di bisticci solenni, si trovava col
pensiero e cogli occhi fissi nel lumicino delle finestre di Grazietta.
Qualche sospiro si mesceva alla sua festa, ma solo per farla parere
più bella. Era proprio mutato quel caro ragazzo, lo diceva anche il
vecchio Antonio. Sì, era proprio mutato. Ogni giorno, uscendo di casa,
trovava sulla porta un poverello a cui dava una moneta, ne trovava un
altro alla prima cantonata ed un altro più lungi, e ad ognuno dava
una moneta. Una volta invece, non per durezza di cuore, ma per una
singolare grandezza che il volgo non comprende, cioè per non trovarsi
miserie tra i piedi, o perchè aveva il pastrano abbottonato e gli
seccava fermarsi e cacciare le mani in tasca, non dava uno spicciolo
per le vie, lasciando ad Antonio l’incarico delle elemosine al sabato.
E un’altra gioia si univa alla sua gioia, la certezza cioè che non gli
poteva venir scemata o tolta da chicchessia. Perchè, diceva Corrado,
solo quelle felicità hanno carattere durevole, che dipendono da noi
soli, che nascono e si alimentano nel nostro cuore, che si nascondono
all’occhio profano.
Ah! egli non pensava che alimento della sua felicità era il desiderio
inavvertito, stimolo occulto d’ogni piacere, quel desiderio che, quando
cessa d’alimentare la gioia, l’avvelena — non ci pensava ed era felice.
Da parecchi giorni non vedeva Agnese, anche gli amici aveva di nuovo
abbandonato; ma che poteva importare a lui d’Agnese e degli amici,
ed a costoro di lui? — non era egli un altr’uomo? Sentiva non so
quale riluttanza a recarsi da loro; parevagli che nel salotto della
cortigiana o nelle sale del circolo dovesse rivestire il suo passato,
ridivenire sè stesso.
Una sera Grazietta gli disse:
«È stata qui fin’ora mia sorella, non l’ha trovata per via?
— No.
— È curioso; mi ha chiesto di lei; mi ha domandato se veniva spesso....
— E che cosa le ha detto?
— Le ho detto di sì, che ora veniva spesso per il padiglione, per le
aiuole, pel viale.
— Che fa la signora Valentina?
— È di sopra; vado ad avvertirla....
— Lasci stare.
E trovava un palpito nuovo in questa specie di mistero di cui faceva
complice la fanciulla.
Il domani, insieme colle parole di Grazietta, gli venne in mente
Agnese; ohimè! una visita a costei era indispensabile. Vi andò.
Saliva le scale a capo basso, quando si sentì chiamare a nome.
— Corrado!
— Aniceto!
— Venivi da me?
— Sicuro.... cioè precisamente no.... stai qui?
— Già.... al terzo piano.... non lo sapevi?
— No....
— Dove vai?
— Vengo con te.
E Corrado scese di nuovo le scale. Gli ripugnava parlar di Agnese
ad Aniceto, additarla per quel mezzo agli amici del Circolo; sentiva
una specie d’avarizia che non sapeva spiegare; pensando alla vergine,
era come geloso della cortigiana; non voleva che fosse degli amici la
sorella di Grazietta.
Cercava un pretesto per spiegare il suo trovarsi in quel luogo;
un’insegna appesa all’uscio gli venne in aiuto.
— Indovino dove andavi, disse Aniceto raggiungendo l’amico.
— Lo indovini di sicuro; dal dentista del secondo piano; l’ho mandato
a chiamare, non può lasciare la sua clientela a bocca aperta, e siccome
avevo una danza infernale in un molare.... qui a sinistra.... venivo io
stesso....
— Ed ora?
— Ed ora mi è passata; succede sempre così; la vista o anche la sola
vicinanza della chiave inglese fa cessare il mal di denti....
— È vero.... per questo venivi su colla testa bassa.... Sai invece che
cosa credevo io? soggiunse Aniceto guardando Corrado in volto — che te
n’andassi a trovar la bionda del primo piano.
— Al primo piano ci è una bionda? domandò Corrado con indifferenza;
bella?
— Il portinaio dice di sì; è da un mese solo che sta in questa casa;
non mi è mai riuscito di vederla in faccia.... si chiama.... come si
chiama? Agnese mi pare.
— Un bel nome. Da che parte vai tu?
— Da questa.
— Ed io da questa.
Si separarono.