Nel circolo e nel prato.
Quella sera il conte Germinati tornò al Circolo; non vi era alcuno.
Si buttò in un divano ed attese fumando. Aveva il riso sulla labbra,
l’arguzia pronta, una strana luce negli occhi.
Venne Aniceto.
«Ti trovo invecchiato, gli disse Corrado.
— È vero, rispose l’altro senza scomporsi, ho compito domenica passata
i quarantasette anni; fino a sabato potevo dire di non avere che
quarantasei suonati; in un giorno sono invecchiato d’un anno.
Venne il Domenichino.
«Come sta Fanny? domandò Corrado.
— A meraviglia.
— E tu patisci sempre l’insonnia?
— Sempre, rispose l’altro sbadigliando.
Venne Filiberto, vennero altri ed altri; a ciascuno Corrado diceva la
sua; invece di esporsi bersaglio a motteggi, ad illusioni, preveniva
gli amici. Si fu d’accordo nel risalutare in lui il Corrado dei tempi
migliori, lo si paragonò alla pecorella smarrita della parabola, e
l’ovile non fu mai così chiassoso.
Era già notte tarda, ed uno ancora mancava — Felice.
— Manca Felicino; osservò Corrado.
— E non verrà; gli è bastato sapere che tu eri innamorato per credersi
in diritto d’innamorarsi anche lui; si è accorto che ti serbavi fedele
alla tua Grazietta, ed egli argomentò che era lecito a lui pure essere
fedele! Disse a sè stesso: «Felice! se _fé_.... _lice_, tu sei felice!»
Deplorabile virtù del mal’esempio!
Tutto intento a guardarsi intorno per raccogliere il prezzo del suo
bisticcio, Aniceto non vide l’improvviso pallore, che coprì il volto di
Corrado, nè la premura con cui cercò di nasconderlo gettandosi innanzi
due buffi di fumo.
Diradatosi il nugolo, Corrado riapparve sereno come prima.
— Aniceto, tu mi regali un’innamorata; non so che farmene.... ma dove
sei andato a stanarla questa tua.... come la chiami?....
— Statelo a sentire l’ingenuo! Non ci hai forse contato tu stesso la
storiella dei capelli biondi nella bottega del parrucchiere famoso? Non
ce l’hai dipinto tu stesso il visino da madonna di Grazietta?...
— To’! È vero! esclamò Corrado battendosi la fronte. Bravo Aniceto! Vai
perdendo i capelli, ma ti rimane la memoria....
Aniceto non l’udì nemmeno; il genio dei bisticci lo baciava in fronte.
— Peccato! esclamò all’improvviso.
— Che cosa? disse Corrado.
— Peccato che la tua Grazietta non si chiami Crazietta o Cristina.
— Davvero?
— Davvero; perchè nel tuo nome avresti potuto leggere il tuo destino:
Corrado — «adoro Cr....»
— Buona! disse Corrado, ma è venuta troppo presto — bisognava aspettare
che m’innamorassi d’una Cristina. Oh! Aniceto, perchè non dai retta al
tuo nome? perchè non li conservi i tuoi bisticci? Oh! Aniceto, perchè
non li metti _in aceto_?
Risero tutti, tranne Aniceto, il quale venne a stringere la mano di
Corrado e ad assicurargli che aveva fatto un capolavoro.
Mezz’ora dopo, scioltosi dagli amici, Corrado si diresse a casa sua; ma
andò oltre il portone, attraversò quella via ed un’altra, a passo prima
spedito, poi man mano più lento, finchè giunse nella via Lesmi; allora,
scavalcando una siepe, si cacciò in un campo. Stette in ascolto: non
passava nessuno; non si udiva alcun rumore. Rasentando il muricciuolo,
fece il giro del recinto, si arrestò dinanzi ad una piccola cancellata
e pose la testa fra due sbarre. A poco a poco distinse gli alberi
ancora nudi, un sentieruolo, in fondo in fondo la casa biancheggiante
ed i vani neri delle finestre del primo piano. Una luce mobile balenò
all’improvviso in quei vani; qualcuno saliva dal piano terreno, poi
la luce divenne più viva e si fissò come una stella nella camera, poi
sparve dietro ad un corpo, che gettò un’ombra lunga nel prato. Quel
corpo venne alla finestra per chiuderla, stette alquanto, si ritrasse,
chiuse; lungamente il lumicino brillò attraverso i vetri, si spense. Il
conte, dimentico di sè stesso, continuava a spingere l’occhio nel buio.