Una volta ci era....
La rivelazione inaspettata tenne Corrado mutolo alcuni istanti. Perchè
questa idea, che ora sembravagli tanto naturale, non gli si era mai
affacciata alla mente? Guardò Agnese. Era trasformata, pareva oppressa
dal peso di quella confessione, se ne rimaneva là, immobile, cogli
occhi fissi a terra, immagine viva dello sconforto. Corrado si levò in
piedi.
«Perdonate, signora.... i vostri diritti sono sacri.... io non ho più
nulla a fare.... non farò nulla....
E soggiunse con dolcezza: «non dirò nulla....» Stette ancora un istante
a guardarla in silenzio, poi disse «addio,» e si mosse per andarsene;
un _no_ supplichevole lo trattenne. Agnese fissava in lui gli occhi
inumiditi di pianto.
— Fermatevi, disse la cortigiana con voce determinata, sono io che
ora ho bisogno di voi; con una parola avete rianimato tutte le mie
titubanze: è vero, non mi è nemmeno concesso di fare il bene, d’essere
la protettrice di mia sorella! Pensavo io pure a trovare una casa
solitaria e della buona gente, per dare a Grazietta un tetto sicuro
ed una famiglia onesta.... ma non potete credere quanto sia difficile
questa ricerca ad una donna.... come me. Voi avete trovato, dite —
ebbene mi fido di voi, dirò a Grazietta di accettare.... purchè ella
non sappia....
— Grazie di tanta fiducia, interruppe gravemente Corrado; il vostro
segreto è come sepolto. Grazietta non saprà nulla.... Ma sa essa che
siete sua sorella?
— Lo sa, rispose Agnese stupefatta di quel dubbio. Ah! comprendo,
Grazietta vi ha detto che le do del lavoro, che mi ha conosciuta
quando viveva sua madre.... È la storiella che le ho suggerito io e
che essa non ha ancora imparato a ripetere senza farsi rossa. Non si
sa persuadere che vi sono delle bugie necessarie, dicendo le quali non
si fa peccato; ho un bel dirle che senza le bugiuzze innocenti il mondo
sarebbe dei curiosi e degli sfacciati.... Non mi dà retta.
Agnese, parlando della sorella, raddolciva la voce e la modulava come
una carezza.
«Che pensate? domandò a Corrado, il quale la guardava fissamente.
— Cercavo una somiglianza....
— Cercate pure, disse Agnese presentando il bel viso, non troverete;
bionda lei, bionda io — null’altro: Grazietta ha gli occhi azzurri,
io li ho castagni — neri, dicono gli adulatori — il naso di Grazietta
è affilato, il mio.... non è affilato; ho la faccia tonda e paffuta,
Grazietta ha un visino ovale un po’ asciutto.... e più bello.... senza
confronto.... oh! no, Grazietta non mi somiglia!
Pose in queste ultime parole un impeto, che rivelava una segreta
compiacenza. Quale?
Era tornata alla padronanza di sè, si era a poco a poco rifatta ilare,
parlava in modo vivace, accompagnando la parole con attucci da civetta.
«Che pensate? tornò a dire un istante dopo.
— Penso, rispose Corrado, come mai non mi venne in mente che Grazietta
potesse esservi sorella, vedendola in casa vostra.
— Ve lo dirò io. Essa portava il lutto per sua madre e gli abiti d’una
poveretta, io invece sono una gran signora e non vesto il bruno.... La
madre di Grazietta non era mia madre....
— Comprendo....
— Non ho scampo, disse ridendo Agnese; vi debbo la storiella; non è il
mio forte contar le storielle, ma se ci tenete, provo.... Una volta ci
era.... Che cosa ci era una volta?
— Un follettino di fanciulla, alto così, che si chiamava Agnese....
— Volete che la pigli da lontano. Non importa, correrò di più ed
arriverò presto egualmente. Dunque una volta ci era un follettino di
fanciulla alto così, che si chiamava Agnese; aveva inteso parlare della
mamma buona e bella, che era morta nel metterla al mondo; viveva col
babbo, il quale era pittore e le disegnava delle figurine per farla
felice. Fra queste figurine ce ne fu una che rappresentava una giovine
donna dalla faccia buona e bella — La mamma? — disse Agnese tirando ad
indovinare — Sì la mamma, le fu risposto, ma non quella che è morta,
un’_altra_. Qualche tempo dopo, l’altra venne. Agnese la guardò bene,
la riconobbe — era proprio lei, ma non volle baciarla. Più tardi la
baciò, perchè era buona anch’essa la mamma viva. E un’altra volta il
babbo mostrò ad Agnese un’altra figurina, ma non dipinta, dicendole:
«questa è tua sorella.» — Mia? — Tua. — Ne posso fare tutto quello
che voglio?.... Quella figurina, di cui Agnese non poteva fare tutto
quello che voleva, era Grazietta. La faccenda delle figurine fin qui
andava bene per Agnese e per il babbo, perchè ci erano tanti e tanti
fanciulloni colla barba che pagavano caro per avere la propria. — Venne
il 59, i fanciulloni cambiarono gioco, ed il povero pittore di figurine
fu prima ridotto a mancar di lavoro, poi a mancar di pane. Si accorò
tanto degli stenti della sua famiglia, che quando cessò la guerra egli
era ammalato; levandosi da letto, si vide in una rete di debiti, di
scadenze, di usure.... Per uscirne pensò questa: stemperò una certa
sua tinta e la bevve. Alcune ore dopo la piccola Agnese entrava nello
studio del babbo.... Che quadro!....
La fatuità, con cui era incominciata la storiella, finiva in cinismo,
ed il cinismo in un rantolo.
«La fola non è terminata, ripigliò a dire Agnese; mio padre agonizzava;
volli gridare, mi fè cenno di star zitta, mi prese per le mani e me le
strinse forte e mi baciò sulla bocca disperatamente e mi disse: «Dirai
alla mamma che mi perdoni, e tu pensa qualche volta al babbo; non avevo
più forza di vivere.... ed ora mi pare che l’avrei.... ma è tardi!»
Non disse altro. Gridai, accorse la mamma colla bambina in braccio:
all’orribile spettacolo cadde bocconi sul cadavere. Grazietta le sfuggì
di mano, io la raccolsi e come istupidita la cullai perchè cessasse di
piangere. Per molti anni vidi pianti e miseria intorno a me; solo io
non aveva lagrime; pensavo spesso a mio padre, che aveva offerto dei
bei quadri in cambio di pane pella sua famiglia, e che aveva finito col
buttar via i pennelli e la vita; e mi pareva quel morto il solo uomo
degno di vivere, e della vita di lui ladro ogni altro vivente; e più le
altre memorie del passato si cancellavano, e più quella di mio padre
si faceva tenace. Grazietta era pallida e patita come sua madre, ma
somigliava _a lui_ — l’adorai; avevo nove anni più di essa; quando sua
madre stava a letto colla tosse, facevo io la mamma. Si tirava innanzi
vivendo di pane e di lagrime — io non piangeva. M’ero fatta grande,
mi ero fatta bella; quando uscivo di casa e tutti me lo dicevano,
rispondevo «lo so». — Mi piacevano le vesti di seta, i gioielli falsi,
gli orecchini di similoro; mi era caro stordirmi, odiavo la miseria,
abborrivo un lavoro penoso pagato d’elemosina.... Mi venne offerto
dell’oro.... La storiella è terminata. Vi ha divertito?»
E siccome Corrado non fu ratto a rispondere, Agnese ripigliò:
«Sbagliavo, ce n’è ancora. La povera vedova, a cui ora mi ripugnava
dare il nome di madre, venne in traccia di me; mi scongiurò perchè
tornassi con lei; aveva delle ingenuità da fanciulla quella donna, mi
parlò della virtù del sagrifizio, dell’amor di Dio e del prossimo —
io le parlai di mio padre, che era stato virtuoso ed aveva domandato a
Dio di spendere la vita per i suoi figli.... «Grazietta ha 14 anni, le
dissi, e il prossimo aspetta solo che ne abbia 16.» Diede un grido, mi
guardò con terrore.» Lo vedi, soggiunsi, lo vedi! Ebbene, la salverò
io Grazietta; il vizio vuole la decima sulla bellezza coperta di
cenci: sono bella, pago io; vestirò io di seta perchè Grazietta porti
onestamente i suoi cenci; fra qualche anno non sarebbe più tempo, il
mondo ci vestirebbe di seta tutte e due.» Ah! lo sguardo di pietà e
di paura che mi rivolse! Non disse nulla, se ne andò stringendosi al
petto lo sciallo nero, senza voltarsi. Al domani sloggiò per sfuggire
le ciancie del vicinato. Due giorni passati senza vedere Grazietta
non mi lasciarono aspettare il terzo. Uscii, cercai di lei, sfidando
le dicerie, la trovai. Sua madre mi vide la prima, mi venne incontro,
voleva dirmi qualche cosa, ma Grazietta era presente, tacque. Nel
baciare mia sorella, il mio unico affetto, la sola cosa santa che
avesse per me il mondo, sentii che arrossivo. Mi fece cento domande:
risposi cento menzogne: dissi d’essere governante in una ricca casa,
promisi di venire a vederla spesso.... Mentivo con sicurezza — era
il mio dovere — nello sguardo della debole madre, che tenevo immobile
sotto il mio sguardo, lessi una tacita approvazione. Senza dir parola,
fu convenuto che io venissi; non sarei stata respinta. Grazietta doveva
rimanere innocente; sua madre si faceva mia complice per aiutarmi
ad ingannarla. Ad ogni nuovo incontro con mia sorella, erano nuove
domande, erano nuove menzogne. La madre mi guardava fisso, senza mai
dirmi parola; la sua debolezza divenne la sua forza; a poco a poco,
sotto quella ripugnanza implacabile, mi sentii venir meno. «Come
stai?» le chiesi un giorno. Non mi rispose. Stava male. — E il dì dopo
insistetti: «Come stai?» «Che t’importa di me?» mi disse. Era vero.
Che m’importava di lei? Se mi fosse stata a cuore, non le potendo
nascondere la mia vergogna come a Grazietta, sarei morta onestamente
di fame. Al terzo giorno la povera donna soffriva di più; Grazietta
aveva gli occhi rossi, mi disse in segreto che non ci erano denari in
casa per una medicina ordinata alla mamma. Le diedi uno scudo. Essa
corse nell’altra stanza per mostrarlo a lei; io, temendo che tornasse a
restituirmelo, fuggii. Alla sera, coll’ansia che le mozzava il respiro,
l’inferma venne da me, mi pose in mano la mia moneta, mi disse «grazie»
con un filo di voce. Non feci atto per trattenerla. Quella notte non
dormii. Al giorno successivo andai in casa; la mamma era a letto colla
febbre; allontanai Grazietta, mi feci presso al capezzale dell’inferma,
le chiesi perdono, la scongiurai di lasciarmi venire ad occupare il mio
lettuccio di fanciulla. Le feci mille promesse che sapevo di non poter
mantenere. Mi guardò, pianse. Il giorno dopo facevo l’infermiera d’una
moribonda. L’agonia dei tisici è lunga; le mie vesti ed i miei gioielli
— si consumò tutto. Un giorno il medico aveva ordinata una medicina
da prendersi al mattino, e non avevamo un soldo. All’alba andai al
lettuccio di Grazietta; era uscita; tornò mezz’ora dopo, portava la
medicina, era ricca! Narrò che era andata a vendere i suoi capelli, che
le avevano voluto dare venti lire e.... il resto. Alcune ore dopo, la
povera inferma era morta. Dinanzi a quel cadavere muto, indifferente,
sentii una immensa pietà per Grazietta, che piangeva in un canto — io
non aveva lagrime.
Tacque; poi ripigliò senza alcun tremito nella voce:
— Era necessaria una nuova menzogna; trovai questa: un parente di mia
madre, arrichito nel commercio, mi voleva seco per tenergli in ordine
la casa. Grazietta ci crede ancora, non ha mai visto il mio parente
e lo benedice. Le ho raccomandato di non dire a nessuno che è mia
sorella. Mi ha chiesto perchè; credo d’averle risposto che ciò potrebbe
far dispetto all’uomo pietoso che mi ha raccolta. Ci crede? Obbedisce,
e basta. Non saprà almeno da altri il mio stato, non cadrà sopra la sua
innocenza nemmeno l’ombra della mia vergogna.
— Che fa ora Grazietta? domandò Corrado dopo un breve silenzio.
— È in una camera appartata; mette qualche punto in una veste o legge;
è sola.
— Non è esposta ad incontrarsi?....
— Piglio le mie precauzioni....
— La cameriera sa?....
— Non sa nulla. Volete veder Grazietta?
— Non osavo domandarvelo....
— Quel campanello mette nella mia camera; suonate, verrà.
Intanto che la bella si ricomponeva nella sua leggiadra indolenza,
Corrado si mosse e premette un bottone. Un istante dopo, una porta girò
sui cardini con lieve rumore.... apparve Grazietta, bella e sorridente.
Ma allo stesso tempo, nell’uscio dirimpetto, la cameriera si affacciò e
scomparve.
«Lui!» mormorò Agnese impallidendo.
— Vostro zio? disse Corrado con disinvoltura; quand’è così me ne vado,
gli direte che la sua venuta m’ha fatto scappare.
Agnese, stringendo la mano a Corrado, balbettò «grazie».
— Oh! bella! Il signor Corrado conosce tuo zio, disse Grazietta quando
fu sola colla sorella, ed io no!
— Non ci perdi nulla, è un brontolone.
— Dunque me ne vado.... bada che sono stanca di aspettare, il libro
che mi hai dato è noioso tanto; se tardi, ti metto sossopra la
guardaroba.... E me lo fai un bacio?
— Ora no, disse Agnese sforzandosi a sorridere e minacciandola col
dito; ma cambiò repentinamente idea, e gettandosi al collo della
fanciulla: è tutt’uno, mormorò, meglio ora che poi.
Mentre attraversava la sala, la cameriera si affacciò un’altra volta.