Entrano in iscena Arturo, Edmondo, Eugenio ed altri personaggi.
«Ne vuol fare una delle sue,» aveva esclamato Antonio. Ma l’eccesso di
parzialità offende anche quando piglia l’aspetto di virtù, come nel
caso d’un servitore, il quale vanti il cuore generoso del padrone.
Non sarà dunque inutile il sapere che il buon Antonio era riuscito a
poter fare questo vantamento colla coscienza tranquilla, adoperando
una sottigliezza filosofica, per la quale tutte _quelle_ che il signor
conte era solito fare appartenevano agli altri, e sue erano unicamente
quelle che non faceva, ma che si doveva supporre avesse l’istinto,
il desiderio, l’intenzione, la buona volontà, il fermo proposito, il
bisogno di fare.
Quest’_una_ poi, a differenza delle altre _sue_, pareva così vicina al
compimento, che sarebbe stato uno strazio vederla andar a male. Pensate
se Antonio si muovesse; mettendocisi mani, piedi ed anima, il giorno
dopo verso il tramonto — quando la casetta in via Lesmi ebbe ricevuto
i mobili ed il canarino di Grazietta, i mobili, i canarini e gli altri
animali dell’arca di Valentina, — potè fregarsi le mani e ripetere
tre volte: «l’ha fatta! l’ha fatta! l’ha fatta!» — si sottintende «una
delle sue.»
Nelle poche ore passate insieme, Valentina e Grazietta erano diventate
amiche; la signora dava già del tu alla signorina, eccitandola a fare
altrettanto, e la signorina si provava, sbagliando sempre.
«Mettiti in capo ch’io sia la mamma; non è poi molto difficile,
mi pare, con un po’ di buona volontà; io ho trovato così facile
persuadermi che tu sei mia figlia.... e sì!.... non dovrei sapere che
sia l’aver figli, non ne ho mai avuti!
Grazietta avrebbe potuto rispondere che ella invece sapeva che fosse
l’avere una mamma, e che appunto perciò.... ma si accontentava di dire
sorridendo:
«Mi provo!» E si provava, sbagliando sempre, ingegnandosi di fare le
interrogazioni in modo indiretto, usando mille cautele per evitare i
pronomi personali e certe costruzioni pericolose.
— Questo canterano starebbe bene qui, diceva la signora Valentina; non
pare anche a te Grazietta?
— Benissimo.... e il tavolino da lavoro accanto alla finestra.... non è
vero?
— Verissimo.... e il tuo canarino?
— Non sarà meglio metterlo insieme agli altri?
— Sarà meglio sicuro, così avrà qualcuno con cui far quattro
ciancie.... Oh! bada un po’, quest’altro tavolino nella tua camera non
ci sta.... Dove lo metto?
— Lo met... tiamo nell’altra....
— Quale?
Sebbene Grazietta non si fosse dimenticata che le camere erano quattro,
esitò a rispondere....
— In cucina no certo.... e nemmeno in salotto....
— E allora nella mia?....
— Appunto, ci starà benissimo.
E quando ogni cosa fu a posto, la signora Valentina pigliò per mano la
fanciulla, e reggendo un lume coll’altra, visitò la cucina, il salotto,
le due stanze da letto, ammirando e facendo ammirare la buona figura
che facevano.
«E vedrai domattina, quando vi entrerà il sole, quando avrò tolto la
polvere ai mobili, quando avrò spazzato il pavimento e le scale.... Ora
è tardi; ti accendo il lume, e si va a letto; lascio aperto l’uscio
della mia camera.... se avrai bisogno di me, chiama forte; non ho il
sonno leggiero.... e non ti stare a levare finchè non sia su io.... un
bacio e buona notte....
— Buona notte.
La signora Valentina entrò nella sua camera. Grazietta udì uno
starnazzar d’ali nella gabbia, e la voce della buona donna, che diceva
con accento amorevole:
«Ti sei fatto male? Vediamo, rispondi....
— Che è stato? domandò la fanciulla.
— È stato Arturo; era in cima alla gabbia, ha sognato di volare ed è
venuto giù; non si è nemmeno svegliato.... Il tuo Mario dorme; dormono
tutti.... dormi anche tu.... Buona notte!
— Buona notte.
Alcuni istanti dopo il lume della stanza vicina fu spento; Grazietta
non aveva voglia di cacciarsi in letto, si accostò alla finestra sulla
punta dei piedi, ed appoggiando la fronte al vetro gelido, stette
un pezzo a guardare l’immensa campagna, che si perdeva nelle ombre
della notte. Aveva il cuore pieno di gratitudine, la mente popolata
di sogni, di fantasie serene; vedeva nel buio tre faccie buone che le
sorridevano: Agnese, il signor Corrado, sua madre; udiva mille parole
confortatrici, e dicendo a sè stessa che il mondo era bello, e gli
uomini buoni, e preziosa la vita, sollevava gli occhi al cielo per
ringraziarlo di averla fatta così felice.
Poi pensava alla sua condizione di prima, alla solitudine delle sue
camerette, al vuoto melanconico che la circondava; e vedendosi ora
fatta centro di nuovi affetti, oggetto di tanti pensieri delicati,
castellana vezzeggiata in quella casetta gentile, libera di correre
nell’orto, di sedersi nel prato di là dall’orto e di spadroneggiare
cogli occhi per l’ampia campagna di là dal prato, fino alla linea dei
monti, si domandava se tutto ciò non fosse sogno della sua fantasia od
opera d’un incantesimo.
Si volse a guardare nella cameretta, e vedendo il lume che ardeva
ancora, si affrettò a spegnerlo per non far scialacquo. E allora —
proprio come nei palazzi incantati — un raggio di luna entrò nella
camera perchè la fanciulla non andasse a letto al buio.
La festa ricominciò all’alba, e furono i canarini a darne il segnale.
Subito Grazietta si svegliò, si rizzò a mezzo il corpo, si vide
in uno specchio e sorrise; già faceva per levarsi, dimenticando la
raccomandazione della signora Valentina, quando costei per l’appunto
apparve, più serena, più beata, più tonda della vigilia — così sembrava
alla fanciulla — recando una chicchera.
«Il caffè! esclamò Grazietta, ma io non ne piglio mai.
— E tu piglialo ora; ti scalderà; è il mio vizio, sarà anche il tuo,
così non sarai perfetta nemmeno tu e non mi farai arrossire.
— Non sono ancora le sei, soggiunse la buona donna, e la _giornata_ non
comincia che alle nove; ho tre ore per dar sesto alla casa....
— Ed io che ho da fare?
— Quello che ti piace; intanto che ti vestirai, darò il miglio ai
canarini.
E sparve. Poco dopo Grazietta udì una voce che chiamava: «Arturo», e
subito uno sbatter d’ali ed un gorgheggio rotto.
«Vediamo, di che umore sei stamane? Hai appetito? Mi canterai
l’arietta? Lo piglierai il miglio sulle mie labbra?
Quest’ultima interrogazione pareva fatta a denti stretti, e il
canarino, che aveva avuto risposta pelle precedenti, per questa non ne
ebbe.
«Edmondo!» Nuovo sbatter d’ali e nuovo gorgheggio; e la signora
Valentina colla stessa inflessione di voce:
«Come stai? Bene, anch’io. Sei di buon umore? Tanto meglio; la canterai
l’arietta? Lo tirerai su il secchiello? Vediamo....
La curiosità vinse la fanciulla; mezzo vestita com’era, s’affacciò
al vano dell’uscio e vide la signora Valentina seduta, con Arturo
sull’omero, e vide Edmondo tutto intento a tirar su col becco un
secchiolino pendente fuor della gabbia, e vide all’interno altri sette
canarini, che si tenevano in fila sopra un bastoncello, aspettando in
silenzio d’essere chiamati a nome.
La signora Valentina attendeva a quelle funzioni colla massima gravità.
«Eugenio!» Un altro uccello si staccò dalla schiera, venne
sull’usciolino aperto e di là sul petto della signora.
— Bello! Bello! esclamò Grazietta; oh! come ha fatto ad educarli così?
— «Come hai fatto?» — si dice.
— È vero.
— Dillo.
— Come.... hai fatto?
— Semplicemente considerandoli come personcine, che hanno cervello,
parlando loro sul serio, in modo chiaro, pacato e logico....
— La comprendono?
— «Ti comprendono?» devi dire....
— Sì.... Ti comprendono?
— A meraviglia, lo vedi tu stesso.... «Viola!»
E Viola venne anch’essa sull’uscio, poi sull’omero della dispensatrice
del miglio.
— Fa pietà, soggiunse la signora Valentina, vedere come gli uomini
trattano gli animali: a gesti, a grida senza senso — bisogna pigliarli
sul serio, far loro dei ragionamenti chiari, pacati e logici, allora
stanno attenti e capiscono.
Grazietta uscì a ridere; non era persuasa.
— È qui lei? disse Valentina, si faccia innanzi, si stirerà le braccia
poi, signor poltrone.
Il gatto nero, così interpellato, continuava a stirarsi allungando
il corpo, e non si dava pensiero di affrettare; ma finalmente venne,
diede un paio di capate contro le gambe della signora e le si accosciò
ai piedi. Allora la signora battè le mani, e subito Arturo, Eugenio,
Edmondo, Viola e gli altri vennero con un ciaramellio allegro a
svolazzare intorno al micio, che neppur si mosse.
La fanciulla ripeteva: «oh! bello! oh! bello!» e l’educatrice, non
punto tronfia dell’opera sua, si rizzò in piedi lasciando cadere una
manata di miglio per terra e dicendo che se l’erano meritata. Il gatto
nero si scosse, le si attaccò ai calcagni e l’accompagnò in cucina.
Che avrebbe potuto fare Mario, povero ignorantello, in mezzo a quella
turba di dotti? Per questo forse, quando Grazietta gli aprì la gabbia,
non volle uscire, accontentandosi di beccare il miglio sulle mani della
padroncina.
«Tu non sai tante belle cose, le imparerai anche tu, diceva Grazietta,
imitando senza volere il tono della signora Valentina.
E parve proprio che Mario avesse capito, perchè rispose, salvo errore:
«Io so cantare!»
E cantò così bene, in un tono acuto, un’arietta tanto allegra,
tempestata di gorgheggi così difficili, che la fanciulla battè le mani.
Gli altri canarini si provarono a fare altrettanto, ma la vocetta di
Mario sorpassava tutte le altre.
Poi Grazietta finì di vestirsi, scese in cucina, aiutò la _mamma_,
e finalmente aprì l’uscio, che metteva nell’orto, e spinse gli occhi
estasiati nell’immensa campagna.