XII.

Una partita di scherma.

Corrado lesse una brutta notizia sulla faccia del vecchio amico, e non

trovando parole per interrogare, arrischiò collo sguardo una domanda

muta, a cui il servo fece una risposta muta, spenzolando le braccia

lungo i fianchi.

— Non vuol venire? domandò Corrado strascicando le parole.

— Così immagino....

— Avrei dovuto aspettarmelo.... ha messo amore alle sue stanzuccie, e

non le piace cambiare.... e mi ringrazia tanto.... È così, non è vero?

— Nossignore.

— Che cosa t’ha detto?

— Nulla.

— Nulla?

— Nulla. La signorina Grazietta ha sloggiato stamane.

— Ha sloggiato! esclamò Corrado accendendosi in volto.... e perchè non

me lo dicevi?

— Perchè non me lo chiedeva.

— Sta bene, la troverò; quante ore sono?.... poco manca alle due.... la

troverò; mi dai il pastrano? no, me lo piglio da me....

Ed infilò l’uscio. Antonio stette immobile ad aspettarlo, e quando

se lo vide ancora dinanzi, col pastrano abbottonato ed il cappello

in testa, gli piangeva il cuore di dovergli sfrondare la generosa

baldanza. Ma bisognava pure risparmiargli una camminata inutile ed un

altro disinganno più amaro del primo; si fece forza.

— Padrone, la signorina Grazietta ha sloggiato.

— Me l’hai detto.

— Ma nessuno sa dove sia andata a stare.

— Lo so io, disse Corrado, già fuor dell’uscio.

Sulla via un cocchiere di cittadina, vedendolo camminar frettoloso, gli

offrì i suoi servigi; egli rimase un istante incerto, poi rifiutò con

un cenno, e invece di affrettare, rallentò il passo — aveva bisogno di

radunare le idee.

Passò di mezzo al via vai della folla, giunse nella via Solferino,

infilò la porta al numero 9, e salì le scale come un sonnambulo. Solo

dinanzi all’uscio noto parve svegliarsi.

Suonò il campanello, gli fu aperto, venne introdotto nella sala.

Vedendosi un’altra volta in quel luogo olezzante d’un profumo acuto

di narcisi e di giacinti, sentendo intorno a sè la presenza della

bellissima donna, che là, in quel vano, eragli apparsa come una

visione, non venne meno nel suo proposito; voltandosi a un tratto,

e vedendo lei, lei stessa, la vaga creatura, fece un inchino troppo

profondo, ma fu l’unica sua debolezza. Riacquistò subito l’imperio di

sè stesso, sorrise a lei che sorrideva, e come la vide seduta, sedette

egli pure. Agnese sorrideva sempre, e Corrado pensò che era quello un

cattivo artifizio per nascondere l’imbarazzo.

Gli bastò un’occhiata per comprendere che la bella aveva un disegno;

per sgominarlo più sicuramente, ricorse alla botta improvvisa.

«Signora, egli disse garbato ma freddo, la prima volta che venni da voi

a nome di Grazietta, era un pretesto; questa volta vengo a domandarvi

di Grazietta.

— Ed è un pretesto....

— Nossignora; vengo proprio per chiedervi: «dov’è Grazietta?»

— Ecco, rispose Agnese, dopo un istante di stupore, che pareva genuino

— ecco.... poichè m’interrogate, lasciate fare una domanda a me

pure.... ma promettete di rispondermi.... promettete?....

Lo canzonava. Come dubitarne?

— Chi è questa signora Grazietta, che vi sta tanto a cuore?

Agnese, dopo aver messo innanzi la sua trincea, si credette

probabilmente al sicuro, e per confondere meglio l’avversario fece la

sbadata, seguendo colla punta del piedino il contorno d’un arabesco

del tappeto. Ma quando ebbe finito e rialzò il capo, vide gli occhi

di Corrado così ostinatamente scrutatori, che fu costretta a chinare i

suoi ed a guardare qua, là, non sapendo dove metterli.

— Voi sapete meglio di me chi sia Grazietta, disse Corrado lentamente;

Grazietta è qui.

Agnese scosse la testa con un atto dispettoso e piantò uno sguardo

sfacciato in volto all’importuno. Ma questi, forte del suo proposito:

«Siete schietta, ve lo leggo in faccia, mal sapreste dissimulare; non

lo negate dunque, Grazietta è qui.

— E perchè dovrei negarlo? domandò Agnese con accento fiero.

— È quello che dico anch’io, perchè dovreste negarlo? È inutile cercar

di nascondere una cosa che cento bocche mi sveleranno, sol ch’io

interroghi. Vedete un po’: posso piantarmi alla vostra porta o metterci

in sentinella una persona fidata per scoprire ogni vostro passo, per

vedere chi entra e chi esce; sarebbe una noia per voi, ve lo assicuro,

ma nessuno me lo può impedire. Posso anche far parlare il portinaio o

la cameriera — vi sono argomenti a cui le cameriere non resistono ed

i portinai nemmeno — lo sapete — e sapete anche che non bisogna mai

metterci a rischio di dover licenziare una brava ragazza che ci serve

bene.

Diceva queste parole scherzosamente, e intanto seguiva cogli occhi il

piedino della bella, che, uscito un’altra volta dal suo baluardo di

sottane, contornava l’arabesco.

Agnese, senza smettere dalla sua occupazione, e coll’accento pacato e

monotono d’uno ch’abbia preso una determinazione irremovibile, rispose:

«Ebbene, sì, non lo nego; Grazietta è qui. Che volete da Grazietta?

Questa domanda fredda e sdegnosa tolse un istante a Corrado il coraggio

di proseguire, rivelandogli a un tratto una volontà di macigno contro

cui doveva rompere ogni suo proposito. E fu con palese titubanza che

ripigliò a dire:

— Che voglio io da Grazietta? Sentite: quella fanciulla è congiunta

alla mia vita di scioperato da un filo purissimo, l’unico.... Sentite:

una mattina, uscendo da un’orgia, mi pareva d’uscire da un funerale;

la neve sembrava affrettarsi a cancellare i miei passi; mi corse il

pensiero ad un’altra neve, a quella dell’età, e mi volsi a guardare la

via percorsa, e non trovai nulla, nè un affetto buono, nè una buona

azione.... poichè non conobbi i miei genitori, mi morì fanciulla una

sorella che avrei amata tanto, e solo mi si offersero amici ed amiche

che non mi amarono e non amai. Già quasi arrivato, nulla avevo fatto

per via; nessuna delle mie azioni mi accompagnava.... ero solo. Avevo

speso l’oro, l’ingegno, il cuore in follie d’un quarto d’ora, finchè

era venuta la sazietà e la noia; avevo qua dentro un vuoto, una tomba;

ogni sbadiglio vi aveva seppellito un’illusione.... Vidi Grazietta;

essa vendeva al prezzo di pochi scudi i suoi capelli, per seppellire

sua madre. Vi giuro che, pensando alla moneta di quel mercato, mi

sentii povero. Tutte le mie ricchezze non valevano quei pochi scudi....

allora....

— Allora vi mostraste.

— Lo sapete?

— So tutto.

Corrado tacque e chinò il capo; risollevandolo e gettando uno sguardo

innanzi a sè, vide che la bella non si era mossa, e ripigliava a

contornare col piedino i fiorami del tappeto.

«Che voglio io da Grazietta? — ripigliò a dire con voce lievemente

commossa — un gran conforto, quello di saperla felice per opera mia.

L’ho promesso a me stesso, l’ho promesso a quella madre che mi ha

benedetto morendo — sarò io il padre di Grazietta. Non sorridete.

Dietro questa scorza di giovinastro, si nasconde un vecchio che soffre.

Agnese si era arrestata alle prime parole, alle ultime ruppe il sorriso

beffardo con una risata, che voleva parer gioconda ed era solo stridula

e nervosa.

«Beffatemi, ne avete il diritto; io vi parlo un singolare linguaggio,

che deve far ridere le donne.... giovani e belle come voi; beffatemi,

ridete; aspetterò che torniate grave e seria, perchè è grave e serio

tutto quanto devo dirvi.

Agnese gettò un’occhiata rapida a Corrado, il quale parlava con

calcolata lentezza; non lo interruppe.

— Dal giorno che vidi Grazietta compresi d’aver sciupato la mia vita;

non cercai di cambiarla, non era più tempo; le abitudini mi avevano

legato con cento catene; ero fiacco, irresoluto, fastidioso agli altri,

a me stesso; la mia casa mi parve una bella prigione, la mia donna un

bel trastullo; e fuggii la casa e spezzai il trastullo come un ragazzo

bisbetico. Un solo pensiero rimaneva in piedi fra le rovine di un

edifizio di menzogne: quello della mia buona azione compiuta; una sola

immagine serena m’appariva fra le cento creature dell’orgia: Grazietta;

essa mi stava a fianco, silenziosa nel tumulto, pallida fra tante

faccie accese dal vino, vereconda in mezzo all’inverecondia degli atti

e del linguaggio. Un giorno la rivedo, no, la ritrovo; perchè, senza

averne coscienza, io la ricercava. La ritrovo, ed eccomi altr’uomo;

e dico a me stesso che non è tutto tomba il mio petto, se il cuore mi

batte in un modo insolito, se la mente risuscita un mondo di fantasime

belle. Pensando a tutto il bene che si può fare con pochi scudi, le

mie ricchezze non sono che un rimorso, e mi fanno più miserabile. Ho un

grosso debito da pagare. Vi domando Grazietta, senz’altro dritto fuor

quello d’ogni uomo a fare una buona azione; ma è un diritto sacrosanto.

Riapparve sulle labbra della bella il sorriso beffardo di prima. Senza

staccar gli occhi dal tappeto, senza muovere il corpo, crollando solo

lievemente il capo ad ogni parola, essa prese a dire con un accento

scherzoso in cui tremava un’intima collera:

«Ricco e miserabile.... portate in petto la tomba d’ogni vostra

illusione.... siete un vecchio che si nasconde dietro la scorza del

giovinastro.... solo, senza affetti, stanco delle belle, nauseato

dell’orgia, affamato di bene — un fenomeno in una parola. Devo aver

letto in qualche luogo che i buoni sentimenti sono piante, che si

acconciano ad ogni terreno e crescono anche sulle tombe; sì, devo aver

letto questo in qualche libro, non so quale.... sono contenta di vedere

che, almeno qualche volta, i libri non mentiscono. Li credevo essi

pure, come gli uomini, come le donne, come la vita, come me stessa, una

bugia.

E rialzò il bel capo, avventando il suo sorriso mordente.

Corrado protese le mani innanzi, la guardò negli occhi.

«Guardatemi, le disse, se mento, se le mie intenzioni non sono pure, se

io nascondo l’ombra di un solo pensiero indegno di quell’innocente....

L’altra lo interruppe ridendo.

— Non state ad invocare un fulmine; sono provinciali, anzi campagnuoli

i fulmini, dopo l’invenzione dei parafulmini; ah! ah!.... scusate se

scherzo.... ma è un fatto che in Milano si arrischia poco a chiamare

sul proprio capo la folgore; ah! ah! anche quando non si sia in

febbraio e non faccia il bel sole d’oggi.... Scusate, se rido....

sono in vena. Del resto, soggiunse con accento serio per temperare

la durezza della beffa, non avete bisogno di giuramenti; alle vostre

intenzioni pure io ci credo; voi me ne assicurate, ed a me basta

guardarvi in faccia.... così.... per non poterne dubitare.

Sotto quello sguardo fascinatore Corrado sentì un brivido lieve

corrergli per tutto il corpo.

— Dunque?.... balbettò.

— Dunque?.... rispose Agnese con indolenza.... Dunque mi avete capito

e non volete convenirne.... Parlerò più chiaro.... Signor Corrado,

voi che avete più esperienza di me (badate non parlo al vecchio che

si nasconde, ma al giovinastro che si lascia vedere); voi che avete

più esperienza di me, avete trovato molto spesso nella vita, in voi ed

intorno a voi, che le opere corrispondano alle intenzioni?.... Io no, e

sono persuasa che non vi è birbonata grossa o piccina, la quale non sia

incominciata col proponimento contrario. Ho le mie idee sulla volontà

umana, sissignore, mi permetto il lusso d’aver le mie idee, non ho

altro di mio....

Corrado ascoltava estatico, non trovando parole per interrompere quel

cicaleccio tra fatuo ed amaro.

— Gli atti virtuosi e le azioni nobili, tutto ciò che ci dà il paradiso

nell’altro mondo e la contentezza in questo.... va bene così?.... tutte

queste belle cose, se si vuol proprio farle, non bisogna mettersele in

capo. Il giorno che voi a voi stesso ponete innanzi una buona azione

da compiere, voi in voi stesso attizzate una guerra in cui avete la

massima probabilità di perdere. Io conosco della gente, che passa la

sua vita proponendosi di cambiar vita.... Non ne conoscete voi, signor

conte?.... Non credete che vi siano atti niente affatto nobili, niente

affatto generosi, che si facciano senz’utile, senza desiderio quasi,

unicamente perchè non bisogna farli?.... Qualcuno deve aver scritto

questo, io l’ho pensato.

Agnese sembrava mettere una cura burlesca nel misurare le parti del suo

periodo, disponendo le antitesi, scegliendo le parole, facendo sentire

i punti e le virgole, proprio col tono d’un dialettico dei tempi

andati; il che in lei, come ogni altra cosa, era vezzo. Quella ciancia

aveva uno scopo; forse ne aveva uno anche l’insistenza dello sguardo,

anche il molle abbandono del corpo. Corrado non comprese che a metà, ed

appena la bella ebbe taciuto, la ricondusse a parlare di Grazietta.

— Se vi ho ben compresa, volete dire che Grazietta in mie mani sarebbe

in pericolo? Non lo nego io stesso, e pure giuro, non a voi, ma a

quella che fu mia madre e che non conobbi, giuro che rimarrebbe pura;

tale non la crederebbe il mondo, e basta....

— Manco male; ne convenite? È la domanda che mi faccio: che mai potete

fare per una fanciulla di sedici anni, voi, povero vecchio nascosto

dietro un giovinastro? Adottarla forse?

Come se questa idea le paresse la più pazza che le fosse venuta in

mente finora, Agnese uscì in una risata più sonora delle precedenti.

— Adottarla, no; rispose Corrado, non sono vecchio abbastanza.... la

legge non lo permetterebbe....

— La legge è piena di buon senso; osservò la bella ricomponendosi ad

una serietà burlesca.

— Ma se non è concesso a me d’adottarla, posso darle una famiglia di

gente povera ed onesta, in cui trovi le cure materne, la compagnia d’un

lavoro che non manchi mai, una vita senza i pericoli della solitudine,

senza l’incertezza del domani, senza i terrori delle malattie.... più

tardi un bravo giovine laborioso, che l’ami e meriti d’essere amato. Ho

la famiglia, ho la casa; datemi Grazietta e la farete felice.

E siccome l’altra non rispondeva, aggiunse queste parole che avevano

quasi l’accento d’una preghiera: «Non contrastate ad un uomo che vuol

compiere una buona azione.»

La cortigiana sollevò gli occhi senza muovere il capo, e piantandoli in

viso al suo visitatore, disse:

— Non conoscete altra buona azione che questa? Si vede che non ci avete

pratica. Anch’io non ci ho la pratica, ma ho la teorica: leggo tanto,

vedo tante buone azioni nei libri!.... Volete che cerchiamo insieme?

Ci deve essere una scuola per gli spazzacamini, in cui quelle povere

creaturine affumicate ricevono l’alfabeto nei giorni feriali, una

pagnotta alla domenica, una vesticciola nuova ed un desinare alla fine

del corso.... Questa scuola ha dei protettori; fatevi protettore anche

voi. Ci devono essere società filantropiche per mandare gli scrofolosi

ai bagni di mare, per allevare i bambini lattanti, per curare i

rachitici, per cento altre miserie.... Alcune di queste società

emettono delle azioni; molti che, come voi, hanno bisogno d’una buona

azione, acquistano una di quelle; non rendono nulla in questa terra,

ma costano anche poco. Non vi garba fare quello che fanno tanti? E

allora, uscendo di qua, fermate sulla via il primo monello cencioso che

scivoli sul ghiaccio, domandategli se ha sua madre — l’ha — tenetegli

dietro; egli corre, si ferma dinanzi alle vetrine, beffa, zufola,

canta, schiamazza — in capo a quell’allegria nervosa d’un monello che

ha quasi fame c’è una povera donna che ha fame propriamente. Datele una

casa, delle vesti e del lavoro; poi tornate da me, vi darò un bacio se

lo vorrete.... No? non vi garba nemmeno? E allora non so proprio che

farci....

Corrado si levò in piedi e disse freddo queste parole:

«Grazie signora, vedrò io Grazietta.

Agnese non si mosse.

— Volete che venga essa stessa qui a dirvi che non può nulla accettare

da voi, che voi nulla potete fare per essa?

Il conte non rispose, e l’altra con dolcezza:

«Mi fareste pensare che i vostri sentimenti generosi non sappiano

manifestarsi se non a pro’ d’una fanciulla di sedici anni.... ma

rispetto la carità anche quando mi sembra capricciosa; preferisco

credere che vi stia a cuore la sorte di Grazietta. Ebbene,

rassicuratevi, penserò io a Grazietta.

— Voi! esclamò Corrado volgendosi di botto; e nell’atto, nell’accento,

nello sguardo era palese il disdegno.

— Io, ripetè Agnese freddamente, io la cortigiana! Vi stupisce? L’uomo,

il quale confessa d’aver sciupato la sua gioventù, invidierebbe una

buona azione ad una donna che incomincia appena la carriera dell’orgia?

Avreste torto, soggiunse mutando accento, perchè io più di voi ho

diritto a fare un po’ di bene. Sono novizia e voi provetto, ma a voi

è rimasta qualche cosa nel mondo, a me nulla; in faccia alla nostra

coscienza siamo pari; gli occhi degli uomini mettono un abisso fra

l’uomo che ha pagato per far la vita del vizioso e la donna che si è

fatta pagare per fare l’istessa vita. Ed è giusto. Chi può pretendere

che il mondo sia più generoso della sorte?.... Mi favorite una

sigaretta?.... Grazie.... E se il diritto, che vantate sacrosanto, deve

essere un compenso alle pene maggiori, chi credete che abbia sofferto

di più, signor Corrado, voi l’annoiato, la cui vita fu uno spasimo

dolce ed amaro, o la bella di cui avete comperate le carezze? Rideva

essa, è vero, ma non poteva fare altrimenti: avevate pagato perchè

ridesse; le sbadigliavate voi sul viso, ed era il vostro dritto. Quale

ha più sofferto, signor Corrado? Dei due a chi spetta ora la buona

azione?.... Avete un fiammifero?.... Grazie.

Agnese aveva pronunziate queste parole con una fatuità in cui entrava

un po’ d’affettazione e di dileggio. Corrado la guardava, cercando

di leggere nel bel volto, che sparve dietro un nugolo di fumo, — poi

spinse la seggiola più presso alla vezzosa, e tornò a sedere.

«E quali sono, le disse, le vostre intenzioni riguardo a Grazietta?

— Farne una donna che non mi assomigli, rispose Agnese freddamente.

— E con quali mezzi? Che sorta di potere avete voi su quella fanciulla?

— L’amo e m’ama.

— E vi stima?

Nessuna risposta.

— E vi stima? ripetè Corrado.

— Mi stima.

— E quando avrà cessato di stimarvi, credete che la vostra scuola potrà

ancora essere efficace?....

— Signore.... balbettò Agnese....

— Signora, soggiunse Corrado con dolcezza, è inutile illudervi,

Grazietta cesserà di stimarvi il giorno in cui il caso, o la sua

malizia naturale, o qualcuno le abbia appreso....

Un picciolo grido gli ruppe la frase a mezzo. Uscendo dalla nuvola di

fumo, la bella testa della cortigiana apparve impallidita, cogli occhi

spalancati, colle labbra dischiuse e tremanti.

Corrado, che aveva cercato di temperare coll’accento la durezza delle

sue parole, non sapeva comprendere l’improvviso terrore di Agnese; la

quale parve lottare dentro di sè un brevissimo istante, poi con voce

rotta dai singhiozzi:

«Signor Corrado, balbettò.... non le direte nulla, le fareste

troppo male.... non le direte nulla, non è vero?.... perchè.... se

sapeste!.... oh! sappiatelo.... Grazietta è mia sorella!

Capelli biondi · 第 18 / 57 题