XI.

La signora Valentina fa gli onori di casa sua.

Corrado non sapeva ancora il come, ma era saldo sul che e sul quando:

collocare Grazietta in qualche buona famiglia, dove stesse come

figliuola, e ciò il più presto possibile.

Di buone famiglie egli ne conosceva poche, ma bastava una. La doveva

essere una famiglia senza figli, di gente sul tramonto, che si sentisse

allegrare il cuore tirandosi in casa una cara fanciulla di sedici anni,

l’aurora; sopratutto, non ci dovevano bazzicare nipoti bruni, di primo

pelo, per far girare la testina bionda.

Cercava, cercava, e non trovando nulla, pur sorrideva fra sè e sè come

un fanciullo al quale venga proposto un quesito difficile, di cui abbia

la chiave un babbo sorridente, che s’arrenderà alla fine. Già, siamo

tutti fanciulli dinanzi al destino, ed è sempre un babbo arrendevole,

quando si tratta di lasciarci fare il bene, quel destino tanto

calunniato dai poeti. A Corrado, giunto appena in casa sua, la testa

canuta del vecchio servitore fece svegliare una memoria addormentata.

— Dimmi un po’, Antonio; tu avevi una sorella una volta.... disse egli

con accento ilare.

— Ce l’ho ancora, rispose Antonio, considerando l’ilarità del padrone

colla diffidenza d’un servitore che sa il fatto suo.

— Quanti anni ha?

— È stagionata; la vien giù dalla cinquantina, ma senza fretta.

— E si chiama?

— E si chiama Valentina.

— Un bel nome.... ed ha marito?

— L’aveva, le è morto.

— Figli?

— Nemmeno l’ombra.

— Non le piacciono dunque i figli?

Quel _dunque_ fece balenare sulla faccia del vecchio un sorriso

discreto, che subito si cancellò; come per correggere la mala

impressione che poteva destare una simile debolezza nell’esercizio

delle sue funzioni, il servitore rispose gravemente in chiave di basso

profondo:

— Non è dipeso da lei il non aver figli; è anzi appassionata per i

fanciulli.

— E vive sola?

— Sola.... coi gatti, col cagnolino, coi passeri, colle tortorelle....

— E dov’è la sua arca?

Questa volta non solo era lecita una risata, ma sarebbe stata

insubordinazione non ridere. Antonio rise.

— In capo al mondo; all’estremità di Porta Vittoria, in due scatolini

da zolfanelli, che chiamano camere.

— Due camere sono poche: dovrà averne almeno quattro.

Antonio sbarrò tanto d’occhi.

— E come vive tua sorella?

— Ha una pensioncina, perchè il marito buon’anima era militare; cuce

colla macchina, guadagna i suoi trenta soldi al giorno, e siccome

lavora anche la domenica, la può scialarla.

— E una volta veniva a trovarti, non è vero?

— Oh! raramente....

— Mal fatto.... dovrebbe venire spesso.

— Se il signore lo comanda, verrà; la non chiede di meglio, sebbene il

giorno in cui viene lei, non guadagni che venti soldi.... per questo

alla domenica ci vo io.

— Oggi è sabato, e ci vai.

— Ci vado....

— Ed io ti accompagno.

Vedendo lo stupore del vecchio, Corrado gli battè sull’omero

amichevolmente a rischio di dargli scandalo.

E Antonio, senza aprir bocca, senza fiatare nemmeno:

«Caro fanciullone! è proprio di buon umore: ne vuol fare qualcheduna

delle sue!.... ha tanto di cuore questo ragazzo!»

— Hai capito? domandò Corrado.

— Ho capito.... e....

— E che cosa?

— Se il signore me l’ordina, lo dico.... non ho capito.

— Non importa; fai preparare il calesse e si va da tua sorella; il

resto lo saprai dopo....

E Corrado uscì ancora a ridere, da quell’allegro fanciullone che era

sempre stato.

Antonio non aveva esagerato nulla; la signora Valentina, cucitrice,

viveva come in due scatolini da zolfanelli, chiamati _camere_ per una

di quelle iperboli audaci che i padroni di casa spacciano agl’inquilini

sbigottiti. Il primo scatolino faceva uffizio di salotto, di camera da

pranzo e di cucina; conteneva una tavola a tre piedi, quattro sedie,

l’embrione d’un divano, e dietro un paravento, un fornelluzzo; nella

strombatura d’una finestra era una gabbia troppo piccola pel numero

sterminato di uccelli che la popolavano; sopra gli sporti dei due usci

si tenevano quasi sempre immobili due copie di tortore, e nelle ore

di ricevimento, riparato fra le gambe di questa o quella sedia, un

gatto pensoso della sorte minacciata alla sua coda. L’altro scatolino

conteneva un letto derivato in linea retta da quello di Procuste, un

canterano, una poltroncina imbottita, due quadri, uno specchio ed una

macchina da cucire.

Peccato che l’abitatrice dei due scatolini non avesse quella natura

fosforica che avrebbe fatto tanto onore alla similitudine del suo

signor fratello! Era invece una donnetta tonda, grassoccia, vispa

negli occhi, ma nelle parole, nei modi placida, solenne. Veniva giù

dalla cinquantina, proprio, come aveva detto Antonio, senza fretta; non

rotolava a precipizio, non faceva gli scalini a quattro a quattro, e

non si arrabbiava nemmeno, come certune, puntellandosi alla balaustrata

per non staccarsi dal pianerottolo; scendeva un passo dietro l’altro,

colla faccia liscia e lucida, rallegrata dal sorriso bonario.

Antonio avrebbe voluto che lo stupore della sorella per la visita del

signor conte fosse all’altezza dell’avvenimento straordinario; ma

sapendo che Valentina era capacissima di non stupirsi menomamente,

s’era fatto ordinare dal padrone di andare innanzi ad avvertirla,

«perchè non perdesse la testa,» diceva lui.

Giunto innanzi all’uscio, nell’atto di afferrar la maniglia, si fermò

udendo la nota voce della sorella. Con chi parlava essa? Pareva

facesse un discorsetto, e lo rompesse ogni tanto con interiezioni

e con interrogazioni che non avevano risposta; il tono d’amorevole

rimbrotto, le inflessioni della voce, davano a credere che parlasse ad

un fanciullo imbronciato, il quale si puntigliasse a non rispondere.

Diceva:

«Ha lasciato la zuppa per rubare la carne: peccato doppio: ghiottoneria

e ladroneccio; non mi fiderò più di lei, signorino. Ha capito? Non

finga di non badare, li apra un po’ bene quegli occhi furbi, mi guardi

in faccia se osa.... Ah! non osa, si vergogna.... tanto meglio....

Antonio era lì lì per indovinare qual fosse l’interlocutore mutolo

della sorella, quando udì su per le scale il passo del padrone; allora

spinse l’uscio e penetrò come una bomba nel primo scatolino.

La signora Valentina levò gli occhi senza scomporsi, e un gatto nero,

che le stava sulle ginocchia, approfittò di quella distrazione per

balzare a terra e porsi al sicuro tra le gambe d’una seggiola.

«Qual buon vento? domandò Valentina sorridendo al fratello.»

— Non è un vento, è il mio padrone che mi ha detto: «va innanzi, io

ti seguo»; egli mi segue, capisci, egli vien su per le scale, egli è

qui.... eccolo....

Chi sa! forse si sarebbe stupita la buona donna se gliene avessero

dato il tempo, perchè tutto è possibile a questo mondo, ma quando

Antonio diceva «eccolo», il signor conte appariva sul limitare;

dunque la padrona di casa si rizzò in piedi, dissimulando benissimo la

commozione, se ne aveva, per dire col più amabile sorriso:

«Signor Corrado, si accomodi....»

Antonio guardava la sorella collo sbalordimento con cui si guarda un

fenomeno.

Corrado sedette, ma Antonio no, non ci fu verso di farlo sedere:

e quando la signora Valentina ebbe insistito con grazia, senza

accalorarsi troppo, per fargli prendere una seggiola, la si lasciò

andare sulla sua dichiarandogli che era padrone di stare in piedi, se

così gli piaceva.

Il vecchio aguzzava lo sguardo e lo piantava in faccia alla sorella;

ma invano la punzecchiava cogli occhi, invano la copriva di pizzicotti

colla sola forza della volontà; la signora Valentina non gli badava,

tutta intenta a far gli onori di casa.

«Il signor Corrado, a sentir lei, doveva aver qualche gran cosa a

dirle, poichè s’era incomodato a salire tante scale; se il signor

Corrado l’avesse mandata ad avvertire, sarebbe subito venuta lei in

casa del signor Corrado....»

Ogni volta che la sorella pronunziava il nome di Corrado, buttandogli

sopra quel cencio di signore che sta sulle spalle di tutti i

mascalzoni, Antonio sentiva lui uno di quei pizzicotti che avrebbe

voluto dare alla sorella. Al terzo pizzicotto, non seppe resistere,

si fece innanzi dimenticando ogni regola di disciplina domestica, a

costo di farsi schiacciare sotto un’occhiata severa del tiranno, e non

interrogato entrò a dire:

«Il signor conte, mio padrone, ha avuto il capriccio di salire le

scale; volevo venire io solo ad avvertirti, ma il signor conte aveva

detto «vengo,» ed è venuto; il signor conte quando dice non disdice.

Il signor conte dentro di sè rideva. Antonio tacque, ma non staccò gli

occhi dalla sorella. Quell’occhiata lunga, insistente, ma dolce, voleva

dire: «Cara mia, scusami se ti ho mortificata, ma mi ci hai tirato pei

capelli, le fai tanto grosse!.... da brava, bada a quello che dici.»

«Signor Corrado.... ripigliò a dire la buona donna.

La risata, non più trattenuta, balzò dalle labbra del conte; il vecchio

servitore lasciò spenzolare le braccia lungo i fianchi; Valentina

ammutolì un istante, guardò l’uno e l’altro, e quand’ebbe domandato che

c’era da ridere, senz’ottener risposta, riattaccò il filo:

«Signor Corrado, sono contenta di vederla di buon umore; segno che

quello che ha da dirmi non le fa pena e non mi farà pena; tanto

meglio.... e suvvia, lo dica pure, disponga di me; se è cosa possibile,

faccia conto che le abbia detto «sissignore;» si sa, al mondo siamo in

tanti per farci servizio a vicenda....

Questa volta ciò che era scritto negli sguardi di Antonio, commentato

ed esplicato dai moti convulsi del suo corpo, raggiungeva quasi

l’evidenza; ma la signora Valentina non aveva stima della mimica, ed

era d’opinione che la lingua ci fu messa in bocca perchè ce ne abbiamo

a servire nelle occorrenze più dilicate.

«Mi guardi, stringi le spalle, crolli il capo, fai segnucci e

segnacci.... non ci capisco nulla, disse ella, oh! perchè vuoi che

il tuo pensiero ti esca dagli occhi e dalle dita, mentre non hai che

ad aprir la bocca?.... To’! eccoti immobile, ora.... la mi faccia la

grazia, signor Corrado, gli dica un poco di parlare come lei ed io.

Antonio volle resistere, non ci fu verso; poichè anche il suo padrone

pigliava la cosa ridendo, bisognava ridere.

Quando la signora Valentina ebbe ottenuto questo risultato coll’uso

savio della propria lingua, tacque per non abusarne.

E Corrado, premettendo che la domanda che stava per fare alla

signora aveva bisogno d’esser preceduta da una storiella, narrò ad un

ascoltatore sempre più sbigottito e ad una ascoltatrice inalterabile,

tutto l’episodio di Grazietta.

— Mi pare di volerle bene a quella povera creatura.... disse Valentina.

— Io non dovrei parlare perchè non c’entro, s’arrischiò ad osservare

Antonio, ma sono sicuro d’adorarla.

Non ci fu bisogno di negoziazioni per il rimanente. Ecco le idee del

signor conte approvate senza discussione:

«La signora Valentina doveva lasciare i due scatolini per andar ad

abitare una casetta, rustica ma pulita, che Corrado possedeva in via

Lesmi, in mezzo alle ortaglie: due camere al primo piano, la cucina

ed il salotto al piano terreno, l’uso del giardinetto, il godimento

dell’orto. Grazietta sarebbe venuta a stare colla signora Valentina; la

fanciulla doveva credere di guadagnarsi la vita lavorando; in realtà,

il signor conte avrebbe provveduto ad ogni cosa....

Solo quest’ultimo periodo non pareva chiaro; la signora Valentina

era certa che il signor Corrado aveva intenzioni onestissime; non

già lei gli avrebbe posto ostacolo a fare una buona azione, di quelle

che spalancano le porte del paradiso.... ma.... ma non sapeva se....

come.... insomma, voleva pagar la pigione.

— La pagherà! disse Corrado, io stesso le farò la trattenuta sullo

stipendio....

— Quale stipendio?

— Quello di governante di Grazietta.

— Le pare? mamma sì, governante no; e le mamme non pigliano salario.

Le parole erano scelte senza cautele, ma il tono le faceva dolci come

tutte quelle che uscivano dalla stessa bocca.

Quando ogni cosa fu intesa, Antonio, il quale guardava paurosamente le

labbra della sorella, che gli pareva dovessero da un momento all’altro

schiudersi per lasciar venir fuori un’_impertinenza_ più grossa

delle precedenti, respirò come un mantice e scese le scale col cuore

leggiero.

Il giorno dopo la casetta in via Lesmi era pulita come uno specchio e

non aspettava più che i nuovi inquilini.

E Antonio, incaricato dell’ambasciata solenne, si diresse verso

l’abitazione di Grazietta. La confidenza del suo padrone gli toglieva

dieci anni di dosso; camminava dritto come ai bei tempi in cui era

caporale.

Giunse innanzi alla casa indicatagli, ne riconobbe le finestre, la

porta, l’androne scuro, le scale, il pianerottolo.... si fermò un

istante incerto, poi picchiò ad un uscio.... Ma invece della testina

bionda, se ne affacciò una canuta e rugosa.

— La signorina Grazietta?

— Era l’altr’uscio.

— Grazie....

— Era l’altr’uscio, era, ma non ci sta più; ha sloggiato stamane

all’alba.

— Stamane! balbettò Antonio sbigottito ed incredulo.

— Provi a bussare, provi e vedrà.

— Oh! quando me l’assicura.... E dove è andata a stare?

— Non l’ha lasciato detto.

Appena la vecchia ebbe rinchiuso l’uscio, Antonio andò difilato a

quello dirimpetto e picchiò una volta, due.... Nulla. Allora si curvò

a guardare dalla toppa. Non altro vide che la finestra disegnata

obliquamente dal sole sull’ammattonato. Picchiò di nuovo e stette ad

ascoltare.... Silenzio perfetto.

Capelli biondi · 第 17 / 57 题