Qui il tiranno è costretto a far colazione.
Il sonno, che Corrado aveva respinto come un importuno, lo prese a
tradimento, e quando dopo il mezzodì un sole allegro infilò un raggio
fra i nugoli e lo spinse sui tetti a scherzare colla neve intatta e
coi diacciuoli delle gronde, la festa di luce, che rianimava l’ampia
camera, non bastò a far schiudere le palpebre al dormente. Ci volle
proprio che il vecchio servitore entrasse sulla punta dei piedi, e
chiudesse le imposte nè troppo nè poco, e se n’andasse facendo il
possibile per sopprimere il proprio peso specifico: ci volle tutto
questo perchè Corrado si dibattesse sulla poltroncina come un ribelle.
Antonio, il quale stava afferrando la maniglia dell’uscio colle arti
d’un borsaiuolo, colto sull’atto, si fermò di botto, trattenne il
respiro... invano... dalla poltroncina sepolta nell’ombra partì un oh!
che gli mise i brividi. Ahi! povero Antonio! è proprio vero: i padroni
fanno come vogliono, padrone e tiranno sono sinonimi.... anche quando
dormono!
Corrado si scosse, allungò le braccia al soffitto con un atto energico,
sprigionò uno sbadiglio sonoro e balzò in piedi.
«Buon segno» pensò il servitore, e un po’ di mala voglia mosse verso
la finestra per lasciar entrare il sole. Ma una domanda lo trattenne a
mezza via:
— Quante ore sono?
— È presto; il mezzodì è suonato da poco.... il suo letto è ancora
caldo.
— E tu hai dormito, Antonio?
— Sissignore.... ma lei....
— Ho dormito anch’io.
— Male....
— T’inganni.
— Non dico di no. Devo aprir le finestre?
— Apri.
Entrò il sole.
— Che festa! disse Corrado, che festa, Antonio!
— Sissignore.
— Senti; dirai a Proto che prepari i rasoi, mi raderà.
— Or ora?
— Or ora.
— Sissignore.
E Antonio si tenne impettito, dandosi l’aria di una vittima che
sopporti nobilmente la sua sciagura.
— A letto non ci va proprio? domandò facendosi un gran coraggio.
— No, vecchio mio, non ci vado, non ho sonno.
«Vecchio mio» era un appellativo irresistibile; vano il tentare di
ribellarvisi. Il disgraziato sentiva un tuffo inesplicabile dentro di
sè, come se il cuore affogasse in un’onda di tenerezza; gli veniva una
gran voglia di scavalcare il decoro, il rispetto, le convenienze, il
resto e di tirarsi fra le braccia il suo padrone legittimo, il figlio
legittimo del suo generale; ma in buon punto ricordava il suo grado di
caporale, gli pareva d’aver ancora i galloni cuciti alle braccia e le
braccia cucite ai fianchi.... s’impalava duro più del solito.
Corrado prese a misurare la camera a gran passi, ed Antonio, stando
fermo nel mezzo, mandava lo sguardo su e giù per accompagnarlo.
All’improvviso, il giovane s’arrestò, stette un istante in pensiero,
e via per l’uscio socchiuso. Il vecchio dietro.... Aveva fiutato un
pericolo.
Un quarto d’ora dopo, il padrone stava per indossare il pastrano,
quando il servitore entrò e disse colla solennità d’un trionfatore
modesto:
— La colazione è pronta.
Corrado guardò la faccia seria del vecchio, ebbe pietà della sua
canizie e si arrese.
— Vecchio mio, è impossibile fartela!... Berrò un brodo.
Buttò sopra una seggiola il pastrano e venne nella sala da pranzo, dove
la mensa era imbandita.
Proto, un giovinetto smilzo e dinoccolato, con un sorriso perpetuo fra
le grosse labbra, entrava portando una zuppierina fumante.
Ma la vittoria del vecchio servitore non potè vantare trofei di sorta,
oltre una ciotola di brodo caldo; bevuta la quale, Corrado si levò di
tavola ed andò difilato nelle sue camere. Il vecchio dietro.
— I rasoi sono pronti, disse.
— Non mi faccio radere.... ho fretta.... via non farmi il broncio, sono
di buon umore stamane.... te ne sei accorto?
— Sissignore.
— Non sai dirmi altro? Hai torto.
— Sissignore.
Già Corrado aveva infilato il pastrano e stava per uscire; entrò Proto
coi rasoi e coll’acqua calda.
— Non serve, gridò Antonio, e siccome l’altro voltava le spalle per
andarsene, lo richiamò.
— Non vedi che il signore esce?
Proto sbarrò tanto d’occhi, stette coscienziosamente a guardare il
padrone, brandendo la cogoma d’acqua calda che gli fumava sotto il
naso. Quello spettacolo, quel fumo, quel tepore e la solennità del
servitore canuto, il quale passando gli avventava un piccolo fulmine
collo sguardo, sembravano dare un bagliore insolito alla perenne
luminaria della sua faccia.
Quando Corrado se ne fu andato, Antonio tornò frettoloso verso Proto,
il quale gli mandò incontro il suo più amabile sorriso.
— Proto, disse il vecchio sollevando una mano con solennità, Proto son
io che te lo dico, tu non farai mai nulla di buono; tu metti il piede
in fallo dal principio della tua carriera; tu parti col piede destro
invece che col piede sinistro; pensaci bene.
Proto sorrideva sempre.
— Pensaci bene e cambia mestiere; a fare il servitore non ci hai
vocazione; se non hai un po’ di soldato nel sangue, sei un servitore da
_riformare_; se, vedendo da lontano il tuo padrone, non senti dentro di
te qualche cosa, come la voce del caporale, che ti grida _guard’avoi_,
sei un servitore che si mangia la pagnotta a tradimento.
Proto si provò a protestare tra il serio ed il faceto, ma il vecchio lo
fece ammutolire con queste parole memorande:
— Proto, tu sei nato per fare il milionario.
Dopo di che, gli volse le spalle in atto di suprema commiserazione.