Un mazzolino di viole nel buio.
Corrado fissò nelle vetrate nere gli occhi spalancati, e mentre una
parte di lui accompagnava i passi di Fanny, e stava ad ascoltare se mai
dalla via deserta gli giungesse ancora una voce dell’allegra brigata,
l’altra parte di sè stava muta, fredda, indifferente, come immemore od
inconscia della vita.
Una carrozza rotolò nella neve, proprio sotto alle finestre, si tenne
pochi istanti ferma, e di nuovo si mosse; il sordo rumore s’allontanò,
si spense... succedette il silenzio profondo — e Corrado continuava
a seguire con sguardi intenti i fiocchi di neve che, passando dietro
le vetrate, alla viva luce della camera si tingevano un istante di
riflessi rossigni e sprofondavano nel buio.
La porta, da cui poc’anzi era uscita la comitiva ciarliera, girò
sui cardini senza rumore; apparve una testa canuta, in cima ad un
corpicciolo mingherlino. Corrado non si mosse, non profferì parola,
non staccò gli occhi dai vetri. Allora la testa canuta parve barcollare
sulla sua base, il corpicciolo sembrò volersi fare più piccino per non
recar disturbo, e la porta, che non era chiusa intieramente, si riaprì.
«Antonio... disse Corrado, senza voltarsi.
— Scusi....
— Spegni i lumi.
E siccome il servitore esitava, ripetè con voce raddolcita:
«Spegni i lumi, Antonio.
— Tutti?
— Tutti.
Il vecchio non disse più nulla, prese dalla credenza un lumicino che
accese ad una fiamma di gas, allungando il braccio, poi salì sopra uno
sgabello.
L’idra ritrasse ad una ad una le sue cinque lingue, divenne mutola.
Antonio scese, raccolse da terra non so che, pose le mani qua, là,
cercando un pretesto per non andarsene alla muta, tre volte guardò
verso il suo padrone, ed altrettante aprì la bocca per sprigionare un
sospiro discreto, ed altrettante tentennò il capo, e finalmente mosse
un passo incerto... un altro... eccolo presso all’uscio.
— Antonio, disse Corrado.
Il servitore accorse frettoloso.
— Povero Antonio!
Un breve silenzio.
— Perchè non sei andato a dormire? Te l’ho pur raccomandato di non star
su.
— Non avevo sonno.
— Al solito, e Proto invece dormiva in piedi... al solito.
— Non ce n’ha colpa, è tanto giovane!....
— E tu l’hai mandato a letto?
— Si dorme male sulle sedie....
— L’hai provato?
Il vecchio arrossì lievemente senza rispondere.
— Va a letto, povero Antonio, soggiunse Corrado.
— Il signor conte non ci va?
— Ci andrò a momenti.
— E vuol rimanere qui... all’oscuro?
— Sì.
Antonio non ribattè parola, ma curvandosi dinanzi al caminetto, ai
piedi del suo padrone, prese ad accomodare i tizzoni colle molle e ad
aggiungere legna. Non fu pago se non quando vide una fiammata. Allora
disse:
— La fa allegria!
Stette un istante irresoluto, e si battè la fronte come a punirla di
una imperdonabile smemorataggine:
«Ah! il mazzolino! disse, ed uscì frettoloso per ritornare subito dopo.
Corrado non s’era mosso, guardava sempre la fiamma. Lungamente Antonio
fece girare fra le dita un mazzolino di viole, aspettando che gli fosse
fatta una domanda; alla fine pigliò una determinazione eroica, depose
il mazzolino sulla caminiera dicendo:
«Non si sa chi lo abbia mandato.
Il giovane rialzò la testa bruna, accarezzata dai riflessi della
fiamma, guardò sbadatamente i fiori, e ponendo nell’accento una
dolcezza maggiore dell’usato, disse:
«Grazie!
— Di che? Non è mio quel mazzolino. Certo... se ci avessi pensato... se
avessi creduto di farle piacere... ma che vale? Non ci ho pensato. Alla
mia età non si crede neppure che d’inverno vi siano fiori.
— E chi dunque li ha mandati?
— Non si sa.
Il vecchio pronunziò le parole quanto più misteriosamente gli fu
possibile, e alle parole aggiunse un atto misteriosissimo, che doveva
suscitare un febbrone di curiosità a dir poco. Ma il disgraziato
Corrado non badò all’accento, non vide l’atto, e chinò di nuovo la
testa sul petto. Poco dopo, si scosse e ripetè:
— Va a dormire, Antonio.
— Vado.... Vado....
Non andava.
— Porta via il lume.
Il vecchio volle provare a resistere, radunò tutte le sue forze per
disobbedire, ma non ci fu verso; gli bisognava andarsene, lasciare il
padrone solo, all’oscuro, nella pessima compagnia di quattro tizzoni,
capaci di mettergli in capo Dio sa che.... Sospirò forte, disse sotto
voce che padrone e tiranno sono sinonimi, fece un passo verso l’uscio,
ne fece un altro, altri due, e se ne andò portando via il lume.
Corrado, rimasto solo, rovesciò il corpo sulla poltroncina, curvò il
capo sul petto e fissò gli occhi nel focolare.
Fra le strette di quattro tizzoni, una gran fiamma irrequieta si
dibatteva, lamentandosi, senza potersi sprigionare; si faceva piccina
per accarezzare le braccia nere che la trattenevano; poi irrompeva
con uno splendore di rivolta, e di nuovo si contorceva, si ripiegava
gemendo, tacendo, sprizzando scintille — piccoli fulmini di collera
— invano; i quattro tizzoni, che parevano sbadati, all’improvviso
aprivano un occhio, due, tre, dieci occhi, piegavano un istante per
ripigliare una positura più salda.
Corrado seguiva le vicende della lotta, chiudendo tutto sè stesso in
quel picciolo vano, incapace di staccarsene un istante per vagare nel
buio che non ha confini, trasognato, senza pensiero, senza desiderio,
senza ansia, come uno spettatore indifferente, come un ebbro di noia,
il quale barcolli solo perchè dimentico dell’equilibrio.
Forse alcuna cosa dentro di lui lottava, come la fiamma, contro braccia
invincibili; forse quel focolare gliene raffigurava un altro in cui
ardeva una parte di sè stesso... forse — non ne aveva coscienza.
A certi guizzi della fiamma, correva per la volta bigia un tremolio
d’ombre; bagliori di luce si avventavano nel buio dell’ampia camera, e
sulle pareti, ora qua, ora là, s’affacciava un amorino.
Corrado non aveva occhi per la scena fantastica; continuava a stare
immobile, col mento appoggiato sul petto e l’occhio fisso nella fiamma.
A poco a poco, una sensazione quasi impercettibile lo tolse a quella
specie di dimenticanza di sè medesimo; e allora nell’infinito vuoto,
nel buio infinito della sua mente, si fece strada qualche cosa che
assomigliava ad un pensiero. Una voce domandò dentro di lui:
«Che è questo?
E un’altra dentro di lui rispose:
«È un profumo di viole, è un profumo venuto da lontano.
Corrado si sollevò sulla poltroncina, allungò una mano e trovò tentoni
sulla caminiera il mazzolino di viole, lo guardò un istante alla
luce della fiamma, poi spenzolò il braccio a terra, così che le viole
parvero aggiunte ai fiorami del tappeto.
E la stessa voce di prima si arrischiò a domandare: «E chi mai ha
pensato a te? quale delle tante, che ti hanno portato via un brandello
del cuore e due mesi della vita, si ricorda ancora del tuo Santo?
L’Angelica no certo, la Candida nemmeno, e nemmeno la Bice.... Le altre
sono troppo remote.... Ah! forse Nina, la fantastica Nina; essa sola
può andar soggetta a tenerezze postume.... oppure.... ma già l’Angelica
no certo, la Candida nemmeno, e nemmeno la Bice....
Un brontolio prolungato della fiamma fece ammutolire quella ciarliera,
poi un’altra voce spropositò timidamente: «povera Fanny!» — Che cosa ci
entra ora Fanny? sta zitta.... non può esser stata che la Nina. Te la
rammenti, la Nina? Era bella la Nina!... Ti ricordi di quel giorno?...
di quell’altro?... e quella volta.... e quell’altra?... Povera Nina!...
La Candida, che te la fece dimenticare, non valeva quanto lei, ma era
un’_altra_. Ah! le _altre_, Corrado, _le altre_!... Un mazzolino di
viole.... quest’anno sono i soli fiori che tu abbia ricevuto! Hai delle
amiche, quest’anno, che ridono dei fiori come i tuoi amici. Fanny sola
ama i fiori.... Se te ne fossi innamorato un mese più tardi, ella te
l’avrebbe mandato il suo mazzolino. L’hai amata troppo presto! Il tuo
Santo non ha potuto anticipare.... e ci hai perduto un mazzolino....
Ma insomma, a chi può essere venuta l’idea delle viole? alla Candida no
certo, all’Angelica nemmeno e nemmeno alla Bice.»
Corrado, che udiva quel chiacchierio senza ascoltarlo, levò lentamente
il braccio e tenne un istante il mazzolino dinanzi al focolare; le
viole si staccavano nere nere dal fondo di fiamma. Ma d’improvviso
rotolò un tizzo e balenò una luce più viva; fu per tutta la stanza una
lunga processione di ombre; a quel bagliore, Corrado vide fra le dita
un luccichio a cui non aveva posto mente; strappò ad una ad una le
viole del mazzolino, e dai gambi recisi sciolse, come istupidito, una
lunga ciocca di capelli biondi.
Un lampo, balenandogli negli occhi, gli accese il volto spento; volle
guardar meglio, ma proprio in quella un altro ceppo rotolò dagli
alari, e la fiamma, non più trattenuta che da due braccia impotenti, si
sprigionò con un guizzo e fuggì via.
L’istinto fu più ratto del pensiero.
Corrado aveva appena tirato il cordone del campanello, che già era
pentito; e ad Antonio, il quale entrò recando un lume:
— Non sei andato a letto? chiese impacciato.
— Ci andavo ora — balbettò il vecchio, e non sapendo che altro dire,
guardava tutt’intorno.
— Ieri hanno portato un mazzolino....
— Sissignore, un mazzolino di viole.... dove è andato?... l’avevo messo
sulla caminiera, e....
Ammutolì, vedendo a terra le viole strappate dai gambi.
— E chi l’ha portato quel mazzolino?
— Non so, fu consegnato al portinaio.
— Da chi?
— Da chi? è vero, bisognava chiedere da chi; chiederò stamane.
— Non chiederai nulla.
— Non chiederò nulla.
— E andrai a dormire subito, povero Antonio, non voglio che tu mi venga
ammalato.
— Anche lei....
— Io no, non ho sonno.
— E che significa il non aver sonno alla sua età? Lei ha qualche cosa.
— Sì, ho qualche cosa... qualche cosa che non ho mai avuto... ma non
ho sonno, e tu non puoi tenere gli occhi aperti; va a letto, povero
Antonio!
Il povero Antonio radunò, come era solito fare, tutte le sue forze per
provarsi ancora a disobbedire, riattizzò il fuoco nel caminetto, mandò
in giro per la stanza certe occhiate ribelli e se ne andò ripetendo fra
i denti «che non c’è rimedio, che deve essere così, che è sempre stato
e sarà sempre così... cioè che tiranno e padrone sono sinonimi.»
Corrado, rimasto solo, raccolse ad una ad una le viole recise, e stette
a guardarle alla luce della fiamma, finchè l’alba si affacciò alle
vetrate.