È perciò che il 2º atto gli è riuscito migliore degli altri. Non siamo

qui, è vero, davanti a una tragedia d'amor plebeo, come per la

_Cavalleria_; ma l'intimità dei due drammi è la stessa: la carne, il

piacere sensuale. Se non che l'amore sensuale non è qui frenetico e

feroce come nella _Cavalleria_. Esso s'è raffinato e, pur rimanendo

sano, è divenuto quasi direi meno bestiale. A questa sensualità

consueta, quali che sieno le sue modificazioni, in Mascagni, sembrerebbe

contrastare l'innocenza di Iris; ma, immersa nell'aria di voluttà

carnale che spira la sera dell'Yoshiwara, anche quest'innocenza diventa

una specie di ingenuo eccitante alla sensualità. Buon per noi che sia il

Mascagni a cantarci questo contrasto tra gli allettamenti egoistici d'un

_viveur_ annoiato e la pura ignoranza d'un'adolescente; chè se fosse

stato invece uno Strauss, chi sa a quali ributtanti pervertimenti sadici

ci toccava assistere.

Ma la musica mascagnana di tutto difetterà fuorchè di salute. La melodia

che mugolano le guechas nella penombra calda che circonda Iris dormente,

è incantevole per il buon aroma meridionale sano ed asciutto che

contiene. È una nenia blanda, che fa sognare a non so quali ombre di

giardini sonnolenti nelle canicole mediterranee. Come pure niente di

sadico ha la melodia che sottolinea lo sguardo di voluttuoso desiderio

con cui il leggero amore di Osaka fascia il sonno giovanile di Iris

sotto il velo versicolore. E quali belle melodie espansive non sgorgano

dalle labbra di Osaka ridivenuto, per un momento, veramente giovane

dinanzi a tanta grazia d'adolescenza! Ma ben altro occhio e ben altro

cuore ci vorrebbe per capire Iris; non un Osaka, il quale sospetta sì

che in Iris ci sia un'anima, ma non arriva a misurare quanto bella e

ingenua sia quest'anima, troppo avendolo da essa distanziato la continua

infecondità del piacere. O forse piuttosto per capire la divina bontà di

Iris ci vorrebbe la candida penetrazione d'un buon adolescente plebeo,

che venisse a parlar con lei di soppiatto, dietro il giardinetto

minuscolo, quando fosse giunto il tempo dell'amore e per l'uno e per

l'altra. Ma per Iris il tempo d'amare non è giunto ancora. Sforzarla

all'amore è una viltà di quelle, a cui la natura pone più che può le sue

sacre barriere insormontabili. Iris così non capisce ciò che Osaka

vuole, e risponde al giovane seduttore infantilmente, chiamandolo

«figlio del Sole»; infantilmente si spaventa nella sua religiosità al

nome che Osaka impudente si dà come un magnifico titolo: il piacere.

Neppure capisce ciò che Osaka vuol da lei quando questi la bacia con

lento allettamento. Anzi — e forse un presentimento confuso ha commosso

le sue viscere di bambina — prova terrore del bacio e scoppia in pianto.

E qui tutta l'aridità di Osaka e il suo leggero egoistico amore si

palesano. Egli non vuol ritrosie neppure da parte di una giovinetta

bella come Iris, e accetta infuriato il turpe proposito del tristo

mezzano Kyoto di esporre la fanciulla al pubblico come una cortigiana.

La musica di tutte queste scene sembra a me molto bella. Se se ne

tolgano certe leziosaggini massenettiane nella parte di Iris, è tutto un

seguito di frasi ispirate limpide trascinanti, ben corrispondenti al

flusso della situazione. Perfetta è poi, dopo il grido di Osaka: «_sono

il piacere_» (di cui va ammirata la tortuosa successione delle due

tredicesime maggiore e minore), l'ondulazione, come di un respiro

ansante per paura, che forma il ritmo dell'_aria della piovra_. Forse

questa improvvisa coscienza di Iris, sia pur suscitata dal ricordo d'un

insegnamento religioso e superstizioso, del piacere, è un poco

esagerata. Ma musicalmente poche volte il Mascagni era giunto a tanto

tragica profondità.

Bellissima è poi tutta la fine dell'atto. I recitativi eleganti di

Kyoto, impregnati d'un comico umorismo; le sue lubriche preparazioni; la

dolce purità di Iris che canta con in braccio il fantoccio di Ior, la

stessa romanza di Ior nell'atto primo; i rumori strani della città

oziante nel crepuscolo; l'urlo d'ammirazione prorompente nella gente

«dotta e ghiotta d'ogni cosa vaga e rara» alla vista del divin corpo

seminudo di Iris, il fior di giaggiolo montanino che accende le

cupidigie degli stanchi cittadini spargendo sopra di essi un fascino di

acerbità casta; Osaka che alla vista dello spettacolo turpe non prova

rimorso morale, bensì un volgare rimorso carnale; e finalmente l'arrivo

del cieco, che invece di essere la risoluzione della terribile ansia di

Iris, ne corona l'orrore con la maledizione infamante; e la piccola

Iris, che ignara di tutto ciò che ha veduto come in un sogno pieno

d'incubi e di dolcezze misteriose, non resiste alla maledizione paterna

e s'uccide precipitandosi in un grande abisso «ove in fogna si sfoga la

gran città», forse improvvisamente balenando alla sua breve coscienza

l'infamia in cui è stata trascinata — è tutta una serie di

rappresentazioni vive, rapide, colorite, in cui il Mascagni raggiunge di

nuovo, come nella _Cavalleria_, la sua potenzialità di ingegno

drammatico per eccellenza. E un fortissimo orchestrale, procedimento

classico ormai dell'arte operistica Mascagnana, distende e quindi

scioglie l'ansia delle scene dolorose a cui abbiamo assistito.

Ma, ahimè!, il dramma umano si disfà nell'onda torpida ed ambigua del

simbolismo. Il 3º atto non è più poesia; è giuoco, giuoco vuoto

dell'immaginazione sopra lo sterile sfoggio dei simboli vacui. Certo, se

togliamo il preludio, spenta melodia inutilmente sorretta dalle risorse

d'una strumentazione suggestiva nella sua acida stranezza, la scena dei

cenciaioli e dell'_a solo_ di Iris ha leggiadrie di forma e delicatezze

di malinconie. Specialmente mi pare notevole per il suo schietto

umorismo, contrastante, a dire il vero, con il solito carattere di

fradicia poesia che hanno i simboli dell'Illica, la scena dei cenciaioli

intercalata da quella deliziosa canzone alla luna, ove il Mascagni fa

suoi e purifica certi raffinati procedimenti tonali dell'armonia dei

decadenti moderni. E l'opera si chiude, mefistofelianamente, con la

ripetizione dell'_Inno al sole_.

* * * * *

Non dunque la compiutezza della _Cavalleria_, sebbene, rispetto alle

altre opere del Mascagni, l'_Iris_, anche nelle parti errate, sia da

porsi accanto alla _Cavalleria_ più del _Ratcliff_ e dell'_Amico Fritz_;

nè uno di quei raggiungimenti e possessi _coscienti_ del proprio

contenuto che facciano creare a un artista il capolavoro. Dalla

_Cavalleria_ all'_Iris_ non è processo di crisi. La leggerezza degli

intendimenti artistici ha semplicemente portato il Mascagni a ridarci

con l'_Iris_ un'opera più ispirata delle altre, ma non il capolavoro. Se

non che mi si permetta che, giunto qui, io dica qual sia il valore che

può avere per un ingegno della forza di quello mascagnano, il così detto

_capolavoro_, l'espressione piena di se stesso. In realtà, relativamente

alla potenzialità dell'arte del Mascagni, il capolavoro da lui non può

nascere. Il musicista, nel senso che il Mascagni attua l'opera, come del

resto l'attuarono i suoi fratelli maggiori e minori della tradizione

italiana, non è da più, in fondo, di un affreschista-operaio. Ch'egli

abbia una personalità, nessuno anche all'affreschista vorrebbe negarlo,

chè se mancasse di ciò come potrebbe avvenire che gli uomini lo

chiamassero a preferenza di altri a istoriare vagamente i templi del

loro gaudio e della loro obliosa gioia? La questione è che quella

_personalità_ non è autonoma, libera, piena di un mondo austero e

necessario, che il compositore debba dire ai suoi simili; sibbene, ciò

che distingue quella personalità da un'altra qualsiasi, non è poi molto

diverso da ciò che distingue un paesaggio da un altro; un paesaggio

bello e brutalmente incosciente, cui alcuni uomini per ragioni di

esperienze particolari amano e altri per altre esperienze dispregiano.

Ond'è che il capolavoro di Mascagni se potrà superare in piacevolezza e

freschezza la _Cavalleria_ e l'_Iris_, non ne potrà mai superare il

carattere di casualità e quindi d'inutilità che ho già dimostrato in

esse. «Siamo nel paese dove si canta senza sapere il perchè». E dove,

aggiungerei io, ogni compositore colora tale tradizionalità di melodia,

di colori personali diversi sì, ma dove nessuno dei compositori supera

la tradizionalità cieca creando una forma nuova e piena di significati

veramente storici. In fondo in fondo, sotto la profluvie delle melodie

troviamo il vecchio motivo di tanta arte: _divertire_ o _adornare_, non

esprimere una conoscenza conquistata col sangue. O se mai questa

conoscenza vi sia, e di necessità vi dev'essere, sia pure con un valore

trascurabile, giacchè _personalità_ in arte è _autoconoscenza_; tale

conoscenza personale non è rivolta ad altro — che a divertire la gente.

VI.

Le Maschere e l'Amica.

_Le Maschere_ dovevano essere nell'intenzione del librettista e del

musicista una esumazione dei personaggi dell'antica commedia d'arte.

Esumazione piena di significati poetici e musicali. Da parte del

librettista era come una proposta di abbandonare «i nuovi e strani eroi»

per tornare alla semplice e buona ingenuità della maschera

settecentesca. Da parte del musicista era, oltre al far suo il proposito

del librettista, abbandonarsi a tutta la sua spontanea italianità

tornando alle forme classiche dell'opera buffa.

Il proponimento poteva anche esser bello; sebbene sia saggio notare che

tutti questi _ritorni all'antico_ sono pericolosissimi: giacchè, pur

tralasciando il fatto che è molto dubbio un accordo intero tra il

desiderio d'un artista (che, al modo che l'intende il Mascagni, è, in

fondo in fondo, un servo del pubblico) di tornare al passato e l'anima

del pubblico estranea ormai a questo passato; occorre per infondere una

vita novella nei cadaveri che l'arte nel suo cammino infrenabile lascia

dietro di sè, una ragione profonda nell'artista stesso che si accinge a

tale resurrezione. Occorre che l'artista si trovi in un'opposizione

violenta con i sentimenti e le convinzioni dell'ambiente che lo

circonda; occorre che l'artista si senta più contemporaneo dei morti che

dei vivi; occorre insomma che egli sia dotato di un senso storico

squisito. Con questo non voglio dire che da fraintendimenti storici non

sien nate opere insigni, ma bisogna vedere di quanto le condizioni

dell'ambiente favorivano l'errore di ricostruzione.

Ora, oggi non siam più nel 400 in cui si potessero vestire nei quadri

personaggi orientali con abiti occidentali. Oggi che un musicista come

Wagner ci ha mostrato quanto bene anche con la musica potesse esser

rievocato, con squisita precisione di senso storico, un tempo estraneo e

lontano al Wagner e ai suoi contemporanei — in realtà, s'incolpa i

musicisti moderni di wagnerismo; ma quanti hanno osato seguire le orme

wagneriane nella sua mirabile coscienziosità di erudito! In altre

parole: in un tempo, qual'è il nostro, in cui ogni uomo veramente colto

è cittadino non solo di tutto il mondo, ma di tutta la storia a memoria

d'uomo conosciuta; per una rievocazione settecentesca, quali dovrebbero

esser _le Maschere_ si esige ben altra preparazione lenta e paziente che

quella che ha servito alla composizione delle _Maschere_[8]. Infatti,

possiamo affermare che tanto il librettista quanto il compositore hanno

avuto un'idea che, come tutte le idee di questo mondo, potrebbe essere

stata buona; ma l'hanno attuata servendosi di reminiscenze raffazzonate

alla meglio qua e là, così come venivano alla memoria. Si tratta insomma

d'una resurrezione delle gaie e graziose maschere italiane fatta a

orecchio, dilettantescamente: anzi in alcuni punti suggerisce l'immagine

che i dilettanti, i quali composero quest'opera buffa voluminosissima,

non fossero altri che degli studenti o dei collegiali che, rubacchiando

qua e là versi e motivi, avessero formato un buffonesco pasticcio per

qualche rappresentazione di beneficenza nel teatrino del collegio o in

qualche teatro ceduto gentilmente per l'occasione.

[8] Per preparazione lenta e paziente non intendo soltanto la

fredda ricerca di biblioteca; intendo, e più, quella larghezza di

conoscenze, quella disposizione psicologica a comprendere il

passato che ha fatto creare a Ettore Berlioz quel suo meraviglioso

_Benvenuto Cellini_, la cui bellezza, sono convinto, sarebbe

rapidamente gustata in Italia, di cui sì giusto riflesso si

espande in quella bellissima opera obliata, o meglio, mai

conosciuta.

La questione è che Pietro Mascagni ha, come ormai deve apparir chiaro da

quanto è scritto fin qui, un'italianità affatto spontanea. Egli non ci

può dare un'opera di reazione _ai nuovi e strani eroi_ immigrati

dall'estero nell'arte italiana, in quanto che anche di fronte a questi

nuovi e strani eroi — _Iris, Amica, Ratcliff_ etc. — egli è rimasto

indifferente, anzi assolutamente italiano; sicchè essi, i nuovi e strani

eroi, metamorfosati dalla sua musica, acquistarono in grazia del

Mascagni stesso pieno, sebben discutibile, diritto di cittadinanza

italiana. Per correggere un difetto bisogna, anzitutto, averne intera e

lucida coscienza. E il Mascagni ha tanta poca coscienza della

_initalianità_ di certi suoi personaggi, che, ripeto, aveva fatto come

Verdi, aveva chiamato quasi tutti i suoi eroi dall'estero, se non

addirittura dall'Estremo Oriente.

A Giosuè Carducci, per ridestare la morta poesia italiana non malata a

dir vero di troppo amore per la grande poesia d'oltr'alpe, ma se mai

distrutta da una specie di vizio solitario per furor di se stessa, era

bisognata un'intera vita di dignitoso dolore, onde finalmente

riacquistar piena coscienza e dell'errore dell'ambiente letterario in

cui egli viveva, e dei mezzi necessari alla sua nuova grand'arte

italica. Dai _Juvenilia_ alle ultime odi è tutta una serie ascensionale

di tentativi più o meno felici che l'Omero dell'Italia risorta dovette

fare per svincolarsi dalla retorica e salire alla gran luce paterna di

Virgilio e di Dante. Finchè nelle _Odi barbare_, nel cui titolo appare

il solito dignitoso dubbio di non esser riuscito a riconquistare la pura

italianità per tanti anni cercata, ecco che Giosuè Carducci,

trasfigurato come un profeta, può intonare sicuro il nuovo Carme

secolare, l'ode _Nell'annuale della fondazione di Roma_.

Ora qual'ansia di ritornare alle più schiette sorgive italiane,

all'italianità non melodrammatica, vana e retorica, come la letteratura

da cui il Carducci seppe liberarsi integrandola nel suo immenso mondo

poetico-storico, ma sacra come la pace bronzea dei grandi miti romani,

nobilita l'opera del Mascagni? Egli nè ebbe fin dall'inizio del suo

cammino, nè ritrovò cammin facendo, l'ideale d'un arte austeramente

italiana, per cui dovesse combattere le forme ibride, ed aspirasse al

ritorno d'una grandezza italica nella musica forse mai come nella poesia

e nelle arti plastiche esistita, ma soltanto per un momento desiderata e

cercata. Eppure la italianità del Mascagni io stesso mi sono adoprato a

dimostrare, nonchè a cercare di rendere più tersa e più ammirevole. Ma

nel risolvimento di questa apparente contradizione io trovo una conferma

della natura popolaresca del Mascagni. Italiano è egli, anzi italiano

più d'ogni altro compositore nostrano in questo momento. Ma la sua è

italianità irriflessa, incosciente, e quindi incapace per la sua

incoscienza stessa di trarre dall'ambiente l'urto necessario onde

trovare sicuramente le grandi vie che riconducono alle culle della

nostra razza e al genio che ad esse presiede.

Così al Mascagni era impossibile ridestare quella coscienza profonda

dell'italianità che intraluce nelle formidabili creazioni di Dante, di

Virgilio, di Carducci. Così _le Maschere_, opera inutilissima, sarebbe

indegna ancora d'un'analisi, non potendo la critica abbassarsi alla

considerazione d'un'opera in cui si sfiorano irriverentemente i problemi

più sacri dell'arte italiana, e quindi della vita della nostra nazione,

se quest'irriverenza stessa in fondo in fondo non fosse affatto

irritante, ma ingenua e adorabile come certe inconsideratezze degli

animi molto giovani, e se in quest'operetta da collegiale non ci fossero

alcuni gioielli d'una purezza assolutamente italiana. Ho già detto, e

non è male ripetere, che è pur troppo caratteristico del melodramma

italiano ottocentesco il non curare affatto l'insieme dell'opera, ma le

singole parti, anzi _soltanto_ alcune delle singole parti, e ho già

detto come nelle opere più sbagliate e incoerenti del Verdi del Bellini

del Donizzetti del Rossini del Mercadante la critica deve fare una

scelta rigorosa ma non implacabile dei pezzi che, estranei all'insieme,

continuano, quasi con un egoismo indifferente, la tradizione del

linguaggio musicale italiano. Questa scelta va pur fatta nelle

_Maschere_, e noi siamo qui per salvare onestamente dalla condanna dello

spartito la sinfonia il duetto d'amore e le due danze del 2º atto, ben

esigua quantità date le proporzioni gigantesche della partitura, ma di

tal qualità, che sarebbe ingiustizia estetica trascurare.

Chè, a dir vero, se il Mascagni avesse continuata l'opera con lo stesso

tono con cui l'aveva incominciata nella sinfonia, _le Maschere_

sarebbero riuscite una cosa assai bella. Questa sinfonia infatti vuol

riprendere e riprende lo stile delle sinfonie rossiniane o mozartiane, o

come più piaccia denominarle. Cosa in fondo non difficile a un musicista

che molto ami la nostra musica antica. Però quello che dà una grazia

simpatica a questa leggiadra sinfonia, è che i temi i contrappunti che

servono a colmare il vecchio schema della sinfonia da opera buffa, son

tutti profondamente mascagnani.

Così è delizioso il modo con cui alla pomposità del cominciamento

rossiniano succedono gli episodi melodici e contrappuntistici di

contenuto affatto moderno. Bella particolarmente riesce nell'episodio a

ottavi ribattuti — _more rossiniano_ — l'armonia acidulamente moderna

con cui il disegno s'inalza e s'abbassa. E dolcissimo è il cantabile che

intercala per tre volte, una delle quali melanconicamente in minore, gli

scherzosi movimenti a crome. Che però questa sinfonia fosse purtroppo

più fatta per un gioco piacevole e ben riuscito, che per una profonda

intenzione di ripristinare le forme classiche secondo un raffinato

metodo il quale avrebbe dovuto del pari essere applicato a tutta

l'opera, lo dimostra il fatto che il maestro non ha saputo andar più

oltre della sinfonia, il resto dell'opera non essendo moderato dalla

grazia dei modelli che hanno ispirato la sinfonia.

Sono pure intonatissime le due danze: la _pavana_ e la _furlana_. La

prima è un lento movimento di gavotta a cui a suo tempo si sposano

settecentescamente due sentimentali strofe del tenore. La grazia del

ritmo, la delicatezza della melodia, la semplicità dei mezzi, fanno di

questa danza un altro gioiello che il Mascagni ha donato alla nostra

musica. Quest'arte della danza non barocca, non pervertita da intenzioni

letterario-decadenti, ma schietta e fresca, è un segreto della musica

italiana e francese e andrebbe conservato con gelosia. Il Mascagni ha

per la danza semplice, amabile, senza sottintesi sadici o artifizi

volgari, una vera disposizione. Si ricordi il leggiadrissimo preludio

del 4º atto del _Ratcliff_ descrivente la danza nuziale: si ricordi la

danza delle guechas sebbene infinitamente inferiori alla danza nuziale

del _Ratcliff_; e si ricordi più di tutto la meravigliosa monferrina

dell'_Amica_, in cui sembra aleggiare lo spirito ingenuo ed elegante di

Mozart.

La _furlana_ è un gaio movimento di tarantella più comune e meno eletta

nel suo svolgimento, ma pur sempre preziosa per l'italianissimo brio che

la ritma.

Mi resta a parlare del duetto, sebbene di questa opera interamente

fallita bisognerebbe notare ancora il dolcissimo _cantabile_ di Rosaura

e Florindo nel pezzo concertato che chiude il 1º atto.

Ma questo cantabile è una vera gemma sciupata dal contorno volgare e

insipiente che la avviluppa quasi indistricabilmente.

Nè la prima parte del duetto in questione è molto al disopra di questo

pezzo concertato, e non ne avrei certo parlato se la melodia che ne

forma la 2ª parte: — Colma di fiori incanti — è il mondo, eterna patria

— e il prato ancora talamo — è di liberi amanti — non fosse un brano di

musica dove il Mascagni raggiunge forse la più pura espressione del suo

sentimento predominante se non addirittura l'unico: l'amore. Ho già

detto che in Mascagni c'è quasi una estrema fioritura dell'erotismo

sensuale e melanconico del 700. Questo rifiorimento, che per essere

spontaneo, non ha a che vedere con la resurrezione riflessa della

maschera italiana — resurrezione, come già osservammo, negata alla

troppa ingenuità mascagnana — trova in questa melodia una espressione

insuperabile. Una certa dignità di linea di ritmo di armonizzazione, una

specie di puerilità leziosa che ci rende adorabili Florindo e Rosaura, i

canori amanti rosei e paffuti che si sbaciucchiano come due colombi,

avvicinano questa del Mascagni alle più dolci arie del 600 e dell'800.

Forse al Mascagni non sarà concesso più di _cantare_ con tanta

voluttuosa castigatezza di modulazioni di melismi e di ritmo.

Con la castigatezza di questo duetto e con la semplicità scherzevole

delle danze e della sinfonia contrastano violentemente le pesanti

polifonie orchestrali e gli esagerati strillanti recitativi

dell'_Amica_. Quest'opera era stata attesa rispetto all'_Iris_, come il

_Ratcliff_ rispetto alla _Cavalleria_ e, cioè, come qualcosa di

definitivo, di affermativo, nell'opera del Mascagni, che tutti, anche i

critici più facili e proclivi alle lodi senza senso comune, sentivano

mancare, quasi direi, d'equilibrio estetico. Ma infinitamente inferiore

al _Ratcliff_, l'_Amica_ non aggiunge nulla alle cose già dette dal

Mascagni, se non se ne eccettui lo sforzo di dirle più forte e più

pomposamente. Giacchè l'autoretorica dell'_Amica_ differisce

dall'autoretorica del _Silvano_, per esser questa quasi direi

un'autoretorica accettata ingenuamente, quella una autoretorica, mi si

perdoni il bisticcio, doppia e cioè voluta nascondere con lo sfoggio

della bravura tecnica. Gli spunti melodici dell'_Amica_ sono infatti,

come quelli del _Silvano_, tutto quel che di trito di vecchio di stanco

poteva produrre la fantasia del Mascagni in un momento di aridità. Ma a

questa specie di retorica iniziale s'aggiunge una seconda retorica nello

svolgimento di essi spunti.

Si prenda, ad esempio, nel 2º atto tutto lo squarcio finale dell'opera —

l'_a solo_ d'Amica e la sua morte. L'orchestra rugge una frase di nessun

valore. Onde di suoni si modellano su linee d'architettura sonora di

nessuna novità. Ma quale sfoggio di colori pesanti, wagneriani! Un

cromatismo insopportabile, un'esasperazione continua dei sentimenti, in

fondo anch'essi di nessun valore drammatico, dei personaggi, rendono il

continuo ammassarsi delle parti strumentali ridicolo più che brutto. E

il ridicolo raggiunge il colmo, quando Amica, che come tutte le ragazze,

sian pure alpigiane, non peserà più, se ben portante, di 90 chili,

precipita giù dalla roccia nel torrente con tal fragore di

_schlaginstrumente_, da far credere che ruzzoli giù per la montagna non

una giovinetta ma un battaglione intero d'artiglieria e, se più sembri

opportuno essendo la scena sulle Alpi, l'armata ricca di cariaggi e

d'elefanti, d'Annibal dirò.

Nell'_Amica_ noi non riconosciamo più Mascagni. La sua cara e fresca

sentimentalità s'è convertita in quella forma di teatral volgarità di

sentimento che, come osservai nella prima parte di questo lavoro, forma

la delizia della vita intellettuale della plebe e dei piccoli borghesi.

Diciamo francamente che nessuna cosa al mondo, sotto questo aspetto,

meritava l'onore di essere spedita all'esposizione del cattivo gusto

come l'aria: _più presso al ciel — più lontan dalla terra_, aria che fa

fremere di ribellione alle mamme e ai babbi i buoni fidanzati al cui

sospirato matrimonio l'accorgimento pratico dei parenti oppone la

magrezza dello stipendio guadagnato alle vie ferrate.

RIPROVE E CONCLUSIONI.

L'ORCHESTRATORE.

Pietro Mascagni, con nota delle opere e ritratto · 第 5 / 7 段