Il preludietto del 4º atto è un pezzetto di musica di squisita

leggiadria. Continua il poema descrivendo la festa nuziale. C'è in esso

quello strano senso che infonde la musica d'una festa lontana. _L'a

solo_ del flauto è tutto quel che di più elegante possa produrre la

fantasia del Mascagni. Nell'esecuzione dei pezzi staccati che io

consiglio, questo pezzo interromperebbe graziosamente il tono grave

dell'intermezzo e del racconto. Nè stonerebbe, giacchè il carattere

fresco, ma pur sempre misterioso di questa musica di danza, si

ricollegherebbe bene con il carattere misterioso della leggenda

ratcliffiana.

Però, a dire che dopo questo preludietto, la _suite_ di cui è dimostrata

l'esistenza, sia proseguita nel quart'atto, sarebbe farsi troppo schiavi

d'una teoria a danno della realtà. La _suite_ si rompe, per verità, e il

cattivo melodramma spegne nel compositore qualunque spunto di sincerità.

Il quart'atto del _Ratcliff_, se se n'eccettua la ripetizione del primo

preludio a cui è adattata l'esplicazione verbale dell'antefatto a tutto

il dramma, è ammorbato dalla solita autoretorica così comune nel

Mascagni. Anche il duetto tra Guglielmo e Maria è sforzato,

inconcludente, anzi addirittura assorbito in altra e ben più bella

concezione mascagnana, di cui non è un'eco, sibbene un primo abbozzo,

come, a quel che ho sentito dire, è avvenuto di altri pezzi dell'opera;

il duetto, cioè, tra Turiddu e Santuzza. Dunque, mi potrebbe obbiettare

qualche malizioso, tutta la vostra teoria sul _Ratcliff_ non diviene

forse oziosa, se la _suite_ o poema, che voi dite essere il nucleo di

quest'opera, non è neppur compiuto? Niente affatto. La critica, intorno

a questo spartito, che molti credono il capolavoro del maestro, non può

far altro che dimostrare qual sia la sua _vera_ vita, anche ad onta che

tale suo modo di vita appaia qua e là interrotto da lacune, le quali

spetterebbe al Mascagni, reso _cosciente_ del suo lavoro, di riempire —

dato e ammesso che gli artisti fossero così malleabili, da lasciarsi

consigliare dalla critica — cosa che non fanno quasi mai e che, se ci

pensi bene, è forse impossibile che riescano a fare.

IV.

Silvano, Zanetto e Poema leopardiano.

Il romanticismo del _Ratcliff_ dopo il crudo verismo della _Cavalleria_

e lo pseudoverismo del _Fritz_ e dei _Rantzau_, può assumere il valore

d'una prova luminosa della leggerezza artistica del Mascagni, prova che

non viene infirmata dal fatto che il _Ratcliff_ fu concepito avanti la

_Cavalleria_, giacchè, ritornandoci sopra, il maestro ne riaffermava il

contenuto, un contenuto ad ogni modo di significato infinitamente minore

a quello della _Cavalleria_. Ciò che forma, si può dire, la personalità

d'uno Schumann e d'uno Chopin, per non citare sempre i massimi, è

l'_unità_ e la _continuità_ di svolgimento del loro contenuto, il quale,

in costoro, sembra svilupparsi come la vita d'un organismo lentamente e

ininterrottamente crescente su sè stesso. Lo concepite un Wagner che

dopo aver creata la tetralogia scriva una _Carmen_? È assurdo e ridicolo

insieme; chè creare non è solo avere delle lucide intuizioni, ma queste

spontaneamente organare per via di assimilazioni ed eliminazioni, in un

tutto assolutamente originale. In altre parole un compositore deve avere

_coscienza_ delle proprie forze e seguire la linea unica e diritta delle

sue aspirazioni. Ora questa coscienza delle proprie forze o aspirazioni,

o com'altro vogliasi chiamare il _mondo_ d'un artista, è affatto

embrionale nel Mascagni. Come i nostri ultimi operisti — Rossini,

Donizzetti, Mercadante, Bellini, Verdi — anch'egli non sente ambizione

superiore a quella di espandere fiotti di colori su qualunque disegno

gli venga presentato. Questa minima ambizione raffaelliana — mi si

perdoni, ma io scrivo quest'aggettivo contrapponendolo mentalmente a

_michelangiolesca_ — era quella per cui si tributavano maggiori lodi,

per es., al Rossini; ma, se in un certo senso è vero che sopra innumeri

soggetti il Rossini e il Mascagni trovan sempre qualcosa da dire,

bisogna però vedere se questo qualcosa è detto _ad hoc_, o non è

piuttosto un'improvvisazione simile, in parte, a un sonetto a rime

obbligate.

Ora al punto in cui siam giunti del nostro studio, ci è lecito

stabilire, contemplando la serie dei soggetti, già noti a noi, che hanno

fornito al Mascagni l'occasione di _cantare_ il più possibile, sotto un

nuovo aspetto il limite dell'ingegno mascagnano. Noi non possiamo in

fondo in fondo creder molto al romanticismo mascagnano per le stesse

ragioni, anzi accresciute, per le quali abbiamo dubitato del verismo

mascagnano. A una sola condizione noi vi potremmo credere, se

l'abbandono del verismo per il suo mortale nemico il romanticismo, fosse

stato causato da un pieno riconoscimento delle manchevolezze del verismo

rispetto ai bisogni spirituali del Mascagni. Ma, in realtà, questa crisi

potente e violenta nel maestro non è affatto avvenuta. Come già

dimostrai l'indifferenza e forse l'incoscienza assoluta dello spirito

del maestro verso il valore veristico della _Cavalleria_, così non ci

vorrebbe molto a dimostrare una non meno incosciente indifferenza

dell'interpretazione romantica della vita contenuta nella leggenda

ratcliffiana. _Siamo nel paese dove si canta senza sapere il perchè_,

diceva, credo, uno straniero a tempo della feconda polemica tra

Gluckisti e Piccinnisti. E anche oggi Mascagni in linea retta

italianamente discendente del Piccinni, non fa nulla di più che cantare

_senza sapere il perchè_.

Continuiamo la nostra analisi.

La 1ª rappresentazione del _Silvano_ segue appena d'un mese quella del

_Ratcliff_ e questa nova opera di proporzioni più piccole dovrebb'essere

un _dramma marinaresco_. Ma in realtà il mare in quest'opera, che è la

più brutta delle opere del Mascagni, non è che un ridicolo mare di

cartapesta, quale in certi teatri da burattini vien rappresentato con

strisce di cartone dipinte e rumorosamente agitate con delle corde. Nè

il dramma a cui serve di sfondo questo ridicolo oceano _impagliato_, ha

il benchè minimo pregio drammatico. Si tratta d'un sanguinolento

_fattaccio_ recitato da fantocci senza nessuna intimità e ragion

d'essere. La musica poi è un tale accozzo di frasucce o volgari o

addirittura insignificanti, da non meritare quasi il conto d'esser

analizzata. Il mare che pur è stato il benigno custode dell'adolescenza

del maestro e a cui pur questi deve tanta salute di sangue e

d'ispirazione, non gli ha dettato nessuna immagine viva. Come nel

libretto il mare è un incolore luogo comune, così nella fusione del

libretto e della musica esso rimane una vecchissima immagine ritmica e

sonora, quale avrebbe potuto avere, sebben più fine, uno dei nostri

buoni vecchi operisti sordi e ciechi a qualunque voce ed aspetto della

natura. Neppure nel coro marinaresco del 2º atto, dove il maestro

avrebbe potuto almeno darci qualche accento impregnato di sale come le

tamerici salse della spiaggia dell'Antignano, egli sa ritenersi dal

cadere in una fraseologia da borghese canzonetta napoletana. «Cantate la

più bella marinaresca» esclama il coro; ma, ahimè, le note sembrano

intendere proprio il contrario.

Ma quello che dà più malessere in quest'opera insignificante, ne è la

vecchiezza delle modulazioni, l'insipidezza dell'armonia. C'è la falsa

eloquenza dell'agile improvvisator di preludi pianistici per mettere in

tono un coretto d'educande. Si osservino poi i recitativi. Essi non sono

come nella _Cavalleria_ e nel _Fritz_ quasi la _forma_ musicale che

sorgendo ed espandendosi investe e _beve_ le parole, assimilandosele.

Essi son fatti come musicando pezzetto per pezzetto, parola per parola

il libretto, onde resultano sconclusionati ed incerti. Gli spunti

melodici poi riescono odiosi per la ricerca quasi a tentoni della frase

che non vuol venire. L'autoretorica vi trionfa: son come frammenti di

intuizioni precedenti legati alla meglio. Se mai il _Silvano_ può avere

un valore, sarà quello di aver dimostrato al Mascagni tutto il suo

dovere di rinnovarsi. Ormai le belle formule melodiche della

_Cavalleria_, gli _universali fantastici_ del suo stile giovanile, non

gli dicono più nulla, sono strizzati fino ad aver versato tutto il loro

succo. Bisogna ch'egli cessi di strascicare dietro a sè i cadaveri d'una

fraseologia che un giorno fu viva; bisogna che immergendosi in un

silenzio fecondo, ritrovi nel suo segreto la sua limpida vena, che non

s'è seccata, ma solo, non coltivata gelosamente, s'è perduta nel suolo.

Al soggetto sconciamente realistico del _Silvano_, segue con un nuovo

sbalzo, un soggetto di squisita poesia: _Zanetto_ o «_Le passant_» di F.

Coppée. La dolce e intima scena che ne forma il contenuto a dir vero non

era molto consona alla natura esteriore del Mascagni. Occorreva prima di

tutto un librettista che non sbertucciasse il delizioso episodio con

versi che non significano nulla — _Cuore_, c'è il _dolore_, tra il

_profumo_ e lo _splendore_ —, e in secondo luogo occorreva un musicista

di arte molto più evoluta e sinuosa di quello che non sia l'ingenuo e

rozzo linguaggio mascagnano. Certo, se confrontiamo lo _Zanetto_ al

_Silvano_, ci accorgiamo subito che il fascino sentimentale del soggetto

ha suscitato qualche fantasma vero nella inerte immaginazione del

maestro. Il preludio, sebbene così poco intonato alla signorilità

umoristica che dovrebbe avere un madrigale sussurrato in lontananza —

siamo nel Rinascimento, a Firenze —; la canzone di Zanetto sebbene così

poco elegantemente trovadorica; l'appassionata e bell'aria «non andar da

Silvia», sebbene anch'essa troppo plebea per sgorgare dall'anima d'una

grande cortigiana fiorentina; sono brani di musica che invano si

cercherebbe nel _Silvano_. Ma nel complesso l'opera è viziosa; il

recitativo ne è povero, convenzionale, spesso pesante. Si aggiunga, a

momenti, un _cantabile_ indegno della penna d'uno scrittorucolo di

romanze a base di sentimentalità da _Scena illustrata_. So che lo

_Zanetto_ ha esercitato un certo fascino sugli studenti intellettuali

del tempo. Ma credo che essi, se non eran dei babbei, fossero più

vellicati nella loro sentimentalità dall'_idea_ del soggetto, che

dall'_attuazione_ mascagnana di quest'idea. La verità è che quest'idea

non fu saputa incarnare. Convengo però che tra i libretti mascagnani lo

_Zanetto_ è l'unico che, accanto alla _Cavalleria_ e a parte del

_Ratcliff_, può significare qualcosa di poetico.

Mi resterebbe, avanti di passare all'_Iris_, di parlare del _Poema

leopardiano_. Ma io chiedo venia ai lettori se per rispetto alla

innocente gioventù della fresca melodia mascagnana, e per rispetto alla

dignità della mia critica, io getto un velo pietoso su questo _fallo di

gioventù_ del Mascagni. Ho già troppo robustamente lineato il profilo di

quest'arte, perchè ne debba ancora dimostrare l'indifferenza

adolescentesca davanti alle altezze più pure e più formidabili dello

spirito umano. Mascagni e Leopardi sono due spiriti che, avvicinati,

fanno provare la vertigine; appartengono quasi a due mondi diversi.

Credo che sarebbe un giochetto puerile dimostrare una cosa a cui tutti

credono: che Mascagni non può capire nè quindi cantare Giacomo Leopardi.

È possibile che Riccardo Strauss decadente fin nella midolla delle ossa,

senta tutto il decadentismo raffinato ed astuto che già s'annida nel

nietzschiano «Also sprach Zarathustra». Ma è impossibile che un

fanciullo, un monello livornese possa comprendere il _pensiero_ di

Leopardi. Tutt'al più farà, come ha fatto Mascagni, un compito diligente

sul tipo di quelli dal tema: ditemi che sentimenti vi suggerisce la

tomba di Torquato Tasso, o qualche altra tomba o destino umano di cui si

sia impadronita senza remissione la retorica scolastica.

V.

L'Iris.

Riccardo Wagner a proposito dell'opera italianizzante del Meyerbeer ci

lasciò una deliziosa satira di tal sorta di melodramma commerciale, nel

quale gli spettacoli naturali, i costumi esotici dei cori e dei

personaggi, non stanno al dramma, come accidentalità necessarie; sibbene

il dramma, l'azione intima dei personaggi, sta come canevaccio

indifferentemente prescelto a motivare quelle esteriorità che diventano

di massima importanza. Perchè Meyerbeer a un certo punto del _Profeta_

fa sorgere il sole? non perchè ciò sia necessario al dramma, ma perchè

fa più effetto. Perchè il Metastasio a volte metteva in Cina un'azione

melodrammatica assolutamente anticinese? Perchè vestiti alla cinese era

sicuro che i personaggi avrebbero fatto il doppio dell'effetto. Accade

lo stesso per l'_Iris_? Ahimè! io non saprei negarlo; chè anche in

questo io scorgo la filiazione diretta degli spartiti mascagnani dal

passato più o meno prossimo del melodramma italiano e italianizzante.

Vestire da _mousmè_ le donne del coro e la protagonista; mettere per

sfondo un paesaggio esotico di discutibile autenticità; chiamare

_Yoshiwara_ la vecchia europea _maison de plaisir_; insomma

giapponesizzare tutto, dai capelli ai piedi dei personaggi e dalla cime

dei monti alle bassure d'una fogna formicolante di cenciaiuoli che la

scrutano con delle lampadine di... carta del Giappone; è certo una

ricetta sicura per titillare la fantasia e gli occhi del pubblico, non

che la vena del maestro. Infatti al Mascagni nessuna opera è venuta

meglio orchestrata di questa, se per orchestrazione s'intenda l'agile

saettìo impreveduto della bizzarria. Per ogni scena di quest'_Iris_

tremola come un multivolo _troll_ di astuta follìa. I colori orchestrali

s'impastano con delicati e quasi direi fulminei contrasti; e ora

scivolano glaciali e striati come pelle di serpi, e ora ondeggiano come

nebbie leggermente iridate. Ogni tanto un'argentinità squillante e

melodiosa scande il ritmo — ad altra parte l'esame dell'istrumentazione

mascagnana, la quale possiam dire fin d'ora arricchita di tutti i

_modernismi_ più audaci della tecnica strumentale d'oltralpe —; a volte

piene sonorità orchestrali e corali prorompono e allargano i loro flutti

pesanti, ma equilibrati. L'immaginazione del Mascagni è stata insomma

meravigliosamente eccitata anzi sopreccitata dalla poesia nipponica, che

l'Illica ha versato con mani prodighe, se non sapienti, nel suo

libretto.

Ma un libretto in stile floreale — giapponese — d'annunziano, e uno

sfoggio sia pur delizioso d'una ricchissima gamma orchestrale, non

bastano a fare un'opera da mettere accanto alla _Cavalleria rusticana_.

Tutt'al più testimonieranno d'un vero innamoramento del compositore per

il soggetto che ha preso a trattare, ma non varranno a elevare l'_Iris_

all'altezza di opera certificante una presa di possesso più audace e

profonda della personalità dell'autore della _Cavalleria_. La ragion

vera per cui l'_Iris_ se non intera e perfetta come la _Cavalleria_, è

pur sempre l'unica opera degna d'esser detta sorella di quella, è che

per l'_Iris_ noi potremmo ripeter la stessa esclamazione d'Osaka sulla

giovinetta dormente: «non è mousmè leziosa di città — ordigno fatto per

la voluttà — qui c'è l'anima!» Sì, ad onta del nipponismo teatrale, ad

onta dei molti difetti, dei quali maggior di tutti lo pseudo-simbolismo,

in quest'opera c'è l'_anima_. L'ingenuità della innocentissima

giovinetta sul cui corpo piccolo e perfetto passano vani i lubrìci

tentacoli del piacere infecondo, si è fusa con la divina ingenuità della

melodia mascagnana. Il 2º atto, che è il migliore di tutta l'opera, va

posto accanto alla _Cavalleria_. Non credo affatto che il maestro sia

stato pienamente cosciente della bellissima cosa che componeva,

altrimenti avrebbe rigettato come spurio il simbolismo nipponico —

solare che guasta e isterilisce la significazione umana di questo

second'atto. Ma come per la _Cavalleria_ una «fortunata concordanza di

fattori storici ed estetici» condussero il Mascagni a creare un

capolavoro quasi senza ch'egli se ne accorgesse, e cioè senza obbedire a

quelle profonde aspirazioni che formano la vita intima ed austera dei

grandi genî, così in questo second'atto la purezza dell'adolescenza

d'Iris e della spensierata adolescenza della fantasia mascagnana si sono

incontrate per caso e ne è risultato un capolavoro, così, per caso, come

due adolescenti s'incontrano e si baciano senza sapere perchè.

Capolavoro naturalmente, che come già ebbi a concludere per la

_Cavalleria_, per questa mancanza d'una severa coscienza artistica, si

rivela a uno sguardo più profondo e vasto come — _un semicapolavoro_.

Ho detto che il simbolismo è tra i peggiori difetti dell'opera. In

realtà il simbolismo in arte, _non esiste_. Esso non è che una specie di

astrazione che noi fabbrichiamo per impossessarci alla meglio d'un fatto

che spesso si ripete o sembra ripetersi alla nostra analisi

_intellettualistica_, nella grande arte: l'incarnazione artistica, cioè,

d'un pensiero, di per sè stesso — e cioè se estratto dall'opera d'arte e

ricreato logicamente — ripetibile in modi espressivi innumerevoli.

Simbolica si può intellettualisticamente chiamare l'arte del 2º Faust o

della tetralogia wagneriana. Ma se noi paragoniamo il simbolismo

dell'_Iris_ al simbolismo delle sunnominate opere (prego i lettori di

non riderne troppo) ci accorgiamo presto che l'Illica e per conseguenza

il Mascagni ha adoprato tale concetto intellettualistico come concreto,

ed ha applicato il simbolismo al suo dramma volontariamente,

esternamente, più per seguire volente una moda, che per obbedire, al di

qua da qualunque regola e metodo, a un bisogno del proprio spirito.

Perchè infatti, in fondo in fondo, sotto al velame dei versi e degli

accordi strani, qual profondo pensiero troviamo espresso dal simbolo?

Che il sole è il maestro delle opere e delle passioni umane, e che se

l'egoismo degli uomini spinse alla rovina materiale (non mi pare morale,

il che sarebbe stato ben peggio) la piccioletta Iris, la Natura (con l'N

grande) corrompendone il cadavere sotto l'azione vivificante del sole

genera da tale corruzione una nuova vita, cioè fiori e fiori e fiori.

Dio mio! valeva proprio la pena di scomodare l'olimpico simbolismo per

dimostrare che anche il corpo d'Iris diviene dopo tante vicissitudini

dolorose del concime chimico? Giacchè, come ognun vede, nel simbolismo

dell'_Iris_ è lo stesso male di tanto simbolismo d'annunziano (potrei

dir moderno, e anche maeterlinckiano, se non mi premesse dimostrarne

l'esistenza italiana); far cascare dall'alto una verità vecchia, e cioè,

una verità superata, come quelle del positivismo, che s'annidano e

echeggiano in tanta arte moderna, nuova come sentimento, vecchia come

credenza.

Così anche il simbolismo dell'_Iris_ va messo accanto al suo nipponismo

letterario. Esso non ha un valore molto diverso dalle vesti cinesi dei

personaggi melodrammatici metastasiani. Ho detto che è un simbolismo _di

moda_. E sotto quest'aspetto noi potremmo notare che il Mascagni segue

la scuola italiana e l'orma del Verdi, che emerse in ciò, nel seguire —

come molti critici hanno detto quasi una lode enorme — il volubile e

mutevole gusto del pubblico; sebbene ciò, per giustizia, sia vero e non

sia vero.

Ma come non credemmo al verismo e al romanticismo, così neppur crediamo

al simbolismo mascagnano. Infatti la composizione, di poco distante

dell'_Iris_, delle _Maschere_ e dell'_Amica_, ci conferma pienamente

nella nostra opinione. Nè starò a ripetere quel che dissi per la

_Cavalleria_: che, cioè, anche questo simbolismo è uno dei tanti tardivi

contraccolpi, che i movimenti della grande vita artistica europea

generano nei sostrati ciechi della vita cinese del mondo musicale. Si

potrebbe osservare anche qui che al momento in cui l'ingegno del

Mascagni, pronubo l'Illica, si sposava al vuoto simbolismo promulgato in

Italia dal D'Annunzio, già nella stessa Italia era nata l'alba del

giorno, che da quel simbolismo insincero, oltre che errato

esteticamente, ci doveva redimere. Chè già dei giovani e forti critici

attingevano dal pensiero di un nuovo filosofo di pura tradizione

italiano-alemanna, la piena coscienza dell'errore simbolistico e del

falso pensiero che tale errore sceglieva per tramite di manifestazione.

Ma figuriamoci se questo stato di cose lo poteva neppur sospettare — un

musicista!

* * * * *

L'_Iris_, dunque, si apre simbolisticamente con un fragoroso _inno al

Sole_. Esso è ispirato e retorico al tempo stesso. Retorico già ho detto

perchè; ispirato, perchè nonostante la odiosa teatralità wagneriana del

_tema dell'aurora_ e del finale mefistofeliano, il motivo dei primi

albori, e quindi il corale del sole è pieno di movimento e di fuoco.

Mascagni, giunto alla virilità, ha ritrovato l'empito sano della sua

bella melodia, di quella melodia chiara, docile, calda come il sole. E

infatti qualcosa del sole, e non del freddo sole simbolico, ma del

nostro bel sole tirreno che imbionda le nostre larghe città ondeggianti

di bandiere sulle spiagge, nel mare, nelle pianure verdi, nelle pieghe

delle montagne boschive, è in questo ampio canto melodioso e ben

ritmato.

Cessati gli ultimi fragori orchestrali una timida melodia c'introduce

nel minuscolo giardinetto d'Iris. È una serena mattina... giapponese? —

no, italiana. I fiori devono avere un profumo così sano da mettere

appetito. Lasciamo che Iris giovinetta folleggi con la sua bambola;

facendo ciò, ella è leziosa come il nipponismo illichiano. Ecco Osaka e

Kioto che fanno un delizioso _duettino_. Osaka canta le lodi della

propria voce in versi _boursouflés_ e con una adorabile melodia

scapigliata. Ma la sorpresa più affascinante è l'entrata delle mousmè —

lavandaie. Oh! l'incantevole freschezza di questo coretto, a cui

s'unisce la gaia voce mattutina di Iris che annaffia i suoi fiori e la

monotona voce del cieco che prega! Veramente questa musica semplice,

senza le smanie impressionistico — descrittive dello Strauss e del

Debussy, è tutta, per virtù di miracolo, sapida di geranio e di cedrina

bagnati, di borracina mèzza; una gioia agreste si spande per le sue

modulazioni leggere, ed essa è fresca e scorrevole come le innumerevoli

stille d'acqua che spillano dall'annaffiatoio d'Iris. L'errore della

musica descrittiva in generale sta in ciò che in essa si tenta di

cogliere _volontariamente_ e quindi _arbitrariamente_ alcune

_impressioni_, la cui vera vita musicale non potrebbe essere altra che

una _sintesi spontanea_ di esse e, cioè, una _vera_ trasformazione

spirituale della sensazione materiale. Peccato che sulla fine del pezzo

il tumido simbolismo dell'_inno al sole_ rispunti guastando con la sua

volgare convenzionalità tanta freschezza e semplicità!

Un suono curioso annuncia su di un ritmo saltellante la venuta del

teatrino. Questa nuova scena, a dire il vero sempre sprizzante di

trovate fantasiose, non è bella come la precedente. Vi sono anzi episodi

triviali, come quello del dialogo del padre e della figlia da commedia e

dell'ascensione al nirvana di costei: si trova in ispecie nell'episodio

del nirvana un wagnerismo di seconda mano che non significa nulla. È al

contrario bellissima la romanza di Ior. Il Mascagni della popolare

_Siciliana_ della _Cavalleria_ in essa risuscita con nostra grande

gioia. La danza delle _guechas_ è forse musica troppo da operetta, tanto

più che quel ritmo di valse è assai poco... giapponese. La scena finale

dell'atto riesce simpatica per certe movenze melodiche schiette e

persuasive, ma nel complesso è sforzata e pesante. Il Mascagni non sente

profondamente, come avemmo già a notare, altri affetti che l'amore, e

d'altronde le smanie del cieco per l'abbandono della figlia non hanno

neppur nel libretto una chiara e intima motivazione, onde, al postutto,

cieco e merciaioli pietosi convincono al riso più che alle lacrime. Se

al posto del padre si fosse trovato un rivale, un fidanzato di Iris, noi

forse avremmo potuto contare una bellezza di più nel teatro mascagnano.

Amore, amore! il Mascagni non chiede di più per divenire eloquente e

vero artista.

Pietro Mascagni, con nota delle opere e ritratto · 第 4 / 7 段