Così, tutto sommato e tenendo conto del valore di musicista popolare che

ha il Mascagni, il vero senso che la _Cavalleria_ ha nella storia

generale dell'arte e quindi dello spirito umano, non è che quello

d'indicare un rinnovamento popolare della linfa musicale

nell'antichissimo tronco dell'arte italiana. E anche questo suo valore

popolare non è da disprezzarsi. Giacchè si ricordi bene che il popolo è

pur sempre il serbatoio delle forze vive d'una nazione, e che coloro i

quali sembrano aver superato lo stato confuso e retorico della vita

spirituale del popolo, in fondo in fondo non hanno fatto altro che dare

una forma _umana_ a ciò che dall'anima popolare veniva su come confuso

gurgite di sentimenti. Ond'è che un vero grande musicista futuro non

potrà dimenticarsi dell'opera di Pietro Mascagni, come non potrà

dimenticarsi, pur riallacciandosi alla grande tradizione del 500-600, di

quelle di Verdi di Bellini e degli altri nostri compositori popolari.

Riprendo qui una tesi che accennai nella prima parte di questo studio.

Il linguaggio musicale italiano è continuato da quei sebben piccoli

musicisti che, sotto altro aspetto, giustamente noi reputiamo come

imbastarditori della grande arte italiana. Ma chi vorrà cantare

italianamente dovrà avere le vecchie arie popolari in cuore. Che certo

queste meno differiscono dalle antichissime nenie dei pastori preromani,

di quello che da esse non differiscano, e comicamente, le musiche

inutili degli intedescati e dei futuri d'Indysti e Debussysti.

II.

L'Amico Fritz e i Rantzau.

Che il buon Mascagni non fosse un verista pienamente iniziato nei dogmi

della scuola naturalistica, ce lo dimostrano le due opere, che subito

seguirono la _Cavalleria_. La prima di esse, l'_Amico Fritz_, sebben

musicalmente possa rappresentare come la continuazione del giovanile

furore melodico della _Cavalleria_, non ne rappresenta certo una

continuazione dei presunti ideali veristici. Non starò a ripetere che

quel verismo era dato alla _Cavalleria_ dal caso puro e semplice; chè

infatti il soggetto del _Fritz_ ne è una conferma lampante, nulla

essendo di più d'una di quelle farse un po' comiche un po' sentimentali,

quali il Donizzetti specialmente ci diede nel suo delizioso _Elisir

d'amore_ e nel suo _Don Pasquale_, etc. Certo molto di nuovo e di

diverso dal contenuto di quelle farse e delle affini c'è nel _Fritz_;

chè elementi indubitatamente nuovi sono nella vita anche popolare della

terza Italia. Un senso più immediato e appassionato della natura, una

più profonda, a modo suo, intimità psicologica dei personaggi, e quella

certa strana tristezza erotica, che se per un lato richiama alla memoria

l'erotismo melanconico del settecento, per un altro è cosa tutta moderna

e che, a ben guardare, si ricollega con quello stato ambiguo che fu

chiamato — dai letterati, oh! non dai musicisti — _neoromanticismo_. Ma

nella sostanza il drammetto del _Fritz_ è ben diverso nel suo

significato umano dalla tragedia della _Cavalleria_. Col _Fritz_ il

Mascagni è tornato, per non abbandonarli più, ai vecchi _mannequins_ del

teatro melodrammatico italiano. Questi personaggi non son mai come

quelli della _Cavalleria_. Tra Suzel e Santuzza c'è lo stesso abisso che

tra la vera poesia e la graziosa invenzione del romanzo ameno.

Musicalmente, ripeto, il _Fritz_ è una continuazione dell'esplosività

melodica della giovinezza musicale del Mascagni. Come noi vedremo a poco

a poco, la scoperta della propria forma musicale dal Mascagni raggiunta

nella _Cavalleria_, lo influenzò per il lungo periodo che va dalla

_Cavalleria_ all'_Iris_, nel quale spartito egli raggiunge la scoperta

di un mondo di nuove formule stilistiche, quasi direi di un nuovo

vocabolario personale, scoperta pur troppo resa vana, come è già

dimostrato in altra parte, dal non essere generata di pari passo con la

scoperta d'un nuovo contenuto maggiormente significativo. Pure tra il

_Fritz_ e le opere al _Fritz_ posteriori, cioè i _Rantzau_, il _Poema

leopardiano_ e il _Silvano_ (eccettuo il _Ratcliff_ e lo _Zanetto_ come

opere, in cui il maestro ha potuto risentire con calore di vita

l'espressione di quelle formule già sfruttate) corre un immenso divario:

chè, rispetto alla pienezza espressiva della _Cavalleria_, quelle tre

opere sono autoretorica nata dalla _Cavalleria_, mentre il _Fritz_ è,

come ho già detto, una continuazione della _Cavalleria_. Quindi, a parte

la sciatteria di alcune sue parti, nel _Fritz_ troviamo ancora delle

cose incantevoli per freschezza e schiettezza. Il preludietto, l'aria di

Suzel nel 1º atto, quasi tutto il 2º atto, la magnifica romanza

«all'amore» di Fritz nel terzo atto e, pure nel terzo, il duo di Fritz

con Suzel, meraviglioso per passione e forza drammatica, son tutti pezzi

degni di stare accanto alle più belle ispirazioni della _Cavalleria_. Ma

il pezzo che supera e abbuia tutta l'opera e che è tra le cose migliori

del Mascagni, sebbene inutile rispetto all'opera in cui lo troviamo, è

l'intermezzo. Consistente come quello della _Cavalleria_ in una larga

aria per violini incastonata tra accordi preludianti e accordi

concludenti orchestrali, questo intermezzo esprime, quanto difficilmente

la musica del Mascagni ha poi saputo ancora esprimerlo, la calda natura

sensuale dell'autore. A quei critici a cui non piaccia e che non sentano

in esso che un volgare raddoppio di violini, io non so fare altro che

consigliare di essere inesauribili nelle loro esperienze di vita e

d'arte, e di pensare che anche questa sensualità espansiva e sana, in

cui par sentire «gorgogliar rosse le scaturigini della vita», è cosa

troppo italiana, troppo popolare, troppo giovane, perchè si possa

spiegare... a chi non l'ha provata nè sospettata, e a chi non ha

dell'Italia che una concezione retorico-nietzschiana. Ma chi ha

conosciuto la semplicità della vita italiana lungo i litorali luminosi,

nelle campagne armoniose di venti leggeri e di squilli di merli; chi ha

penetrato il fascino carnale dei dialetti di certe sue città

meridionali, dialetti che nelle loro movenze sembrano musica di Mascagni

o di Bellini; chi dell'Italia sa tutto questo e ha intravisto

(sorridendo dell'avvicinamento mostruoso) quanta parentela corra tra la

più fresca e schietta poesia di un Gabriele D'Annunzio (_Canto novo_,

_III libro delle Laudi_) e le dolci liriche di un Salvatore di Giacomo,

e ha sospettato che le loro parole vivide di meridionalità sono

intagliate nella stessa materia psichica di questi buoni musicisti

italiani, che sembrano averci al posto dell'anima... della bella carne

giovane e robusta; converrà con me che quest'intermezzo è vero, è bello,

è italiano, e che anch'esso va messo tra quelle arie popolari, che il

sereno grande compositore futuro dell'Italia dovrà avere nel cuore

insieme con qualche altra cosa ancora degl'italiani, oggi purtroppo

dimenticata: il Pensiero. Ma già, di coloro che questo intermezzo non

comprenderebbero e irriderebbero, quanti hanno compreso le divine

ariette di Pergolese, di Marcello, di Carissimi, di Vivaldi, di

Arcangelo del Leuto etc. etc? quanti le hanno godute pienamente e non a

traverso ridicole retoriche da salotto?

_I Rantzau_, invece, sono una delle opere peggiori del Mascagni; in esse

trionfa quel modo compositivo o meglio costruttivo, che ho già chiamato

autoretorica. Certo, non siamo ancora caduti nella ributtante sciatteria

del _Silvano_, nè nello sforzo tronfio e inconcludente dell'_Amica_. Il

maestro ha in quest'opera ancora tanta dignità in sè da non abbandonarsi

a un'inerzia indifferente o a ricorrere a degli inganni ignobili di

barocca sapienza orchestrale e drammatica. Ma, sebbene questa retorica

sia innocente e quasi fanciullesca, cominciamo però a sentire

nell'ingegno del maestro il serio bisogno di un rinnovamento di stile e

di contenuto; aggiungasi il soggetto ben agro per un musicista monocorde

come il Mascagni. Chè, invece dell'amore, ha in questo dramma il

sopravvento l'odio; e il Mascagni, pur riuscendo fino ad un certo segno

a far prevalere una tenue ispirazione erotica infinitamente più debole

di quelle già avute nella _Cavalleria_ e nell'_Amico Fritz_, non ha

saputo che retoricamente creare il contrasto, l'atmosfera nemica a

questo amore, l'odio. Ed è naturale; chè se il Mascagni può cantare

l'odio erotico, l'odio della gelosia carnale, non saprà mai, perchè

troppo complesso ed estraneo alla sua natura, cantare l'odio per

cupidigia, l'odio nato fra due fratelli per colpa del danaro. Anche

nella scena tra _Alfio_ e _Santuzza_, chissà che ad otturare la ben

facile vena mascagnana non abbiano contribuito ancora la situazione e il

carattere di Alfio, che al Mascagni dev'essere apparsa se non

incomprensibile, certo indifferente, non trattandosi in Alfio d'una

rivolta al tradimento puramente erotico, sibbene della rivolta molto più

fredda e austera, la rivolta al disonore. E anche da questa via ecco che

noi torniamo al semplice centro del carattere mascagnano, a questa

specie di sensualità di primitivo e di meridionale di quest'uomo che non

capisce di tutti i sentimenti umani che quello più popolare di tutti,

l'amore. E che altro di più, in fondo in fondo, hanno sentito i maggiori

a lui Ariosto e D'Annunzio e gli spiriti affini?

III.

Il Ratcliff.

È la quarta opera del Mascagni. Apparsa tre anni dopo i _Rantzau_, era

attesa come un'affermazione più importante e più nuova dell'ingegno del

Mascagni. Ma l'opera, sebbene nella scelta del soggetto sembrasse

accennare a un rinnovamento del contenuto mascagnano, non segna che un

aspetto un po' diverso del contenuto già noto. Si aggiunga che, se

quest'opera è infinitamente più significativa dei _Rantzau_, un

fraintendimento della propria ispirazione da parte del maestro, ha fatto

sì che l'opera al teatro appaia moltissimo meno bella e importante di

quello che non sia nella realtà.

Il libretto, come ognun sa, non è che la traduzione discretamente

sciatta che Andrea Maffei fece della tragedia romantica di Enrico Heine.

Per quel che riguarda il poema heiniano, non è da dubitare che invece di

una tragedia voluta bella e riuscita ridicola, si tratta di uno scherzo

di buonissimo gusto. In un paese dove come nella Germania, il maggior

tragico, lo Schiller, per imitare Shakespeare e i tragici greci

produceva tragedie affatto indegne di stare allato ai sublimi modelli

inglesi e greci, se non altro che per il fatto stesso che avevano

bisogno di modelli per essere intese a dovere; niente di strano se

l'inflessibile critico del cattivo gusto e dell'ingenuità tedesca abbia

voluto contraffare ironicamente quel tipo d'arte con una tragedia in cui

tutto l'arsenale dei luoghi comuni del teatro tedesco — luoghi comuni

che si sono infiltrati discretamente anche nell'opera wagneriana —

venisse a bella posta adoprato con mano umoristicamente prodiga. Del

resto anche senza ricorrere all'ipotesi d'una cosciente satira dei falsi

tragici tedeschi, chiunque abbia dimestichezza con lo spirito di Heine e

con gli spiriti affini e fraterni, sa benissimo come certi loro stati

d'anima, anche senza potersi chiamare umoristici, confinano con

l'umorismo. C'era quasi in essi un'impotenza artistica — impotenza se

noi teniamo fissa la mente alle più sublimi forme dell'arte — e

un'amarezza ironica sempre pronta a zampillare, che facea lor volgere in

un ridicolo doloroso anche ciò che pur avessero intrapreso come qualcosa

di serio. Del quale stato d'anima angoscioso e pure accettato con

serenità, non era esente, a me così pare, neppur lo stesso massimo

Goethe.

Ma, com'ebbi già a dire altrove, Pietro Mascagni con la sua solita beata

ingenuità ignorante poco si è occupato d'indagare il significato

tortuoso e duplice del poema di Heine. Ha creduto così, alla buona, alle

tirate umanitarie del socialistoide Ratcliff, s'è entusiasmato

romanticamente alle apparizioni spettrali nelle foreste scozzesi alla

Walter Scott, ha animato musicalmente l'inanimato contrasto erotico del

protagonista; e ha creato, in mezzo alle brutture d'un'opera enfatica e

volgare, una specie di nucleo musicale, d'un romanticismo schietto e

simpatico, affine, sebben più grossolano, a quello di certe ballate di

Chopin, di certi poemetti vittorughiani e di alcune concezioni

wagneriane della prima maniera.

Ho detto: una specie di nucleo, e avrei dovuto dire addirittura un poema

o una suite lirico-sinfonica. Giacchè se il Mascagni ha creduto di

creare un'opera, a sua insaputa, credo, egli ha creato in mezzo alle

costruzioni inutili di quattro atti che non riescono a star bene

insieme, un centro vivo, un nucleo musicale _a sè_, che è quello che

regge in piedi l'opera dinanzi al pubblico e che impedisce allo stesso

di fischiare quest'opera, realmente, come opera, sbagliata. Ora

l'ufficio della critica non deve esser sol quello di dimostrare

l'inesistenza estetica di quella tale opera, in cui le parti belle non

formino un organismo con tutto il resto dell'opera, ma da questo si

distacchino come frammenti compiuti d'un edificio incompiuto. Vi sono

casi, e il _Ratcliff_ mascagnano è uno di questi, nei quali il

compositore ha realmente _visto_ qualcosa di vivo nel soggetto preso a

trattare, ma è stato, per dir così, insofferente della forma impostagli

dal libretto e ha composto qualcosa di formalmente diverso dalla

ineffettuata attuazione dello schema dato dal libretto, anzi ha creato

un _organismo_ del tutto indipendente da questo schema. Chiunque infatti

ascolti il _Ratcliff_ a teatro, si accorgerà con meraviglia come da

tutto il mare plumbeo dello spartito emergano e s'imprimano indelebili

nella memoria alcuni pezzi, mentre di tutto il resto dell'opera non

rimane in mente che una fluttuazione informe di recitativi e di fragori

orchestrali. La ragione di ciò sta proprio in questo: che il vero

_Ratcliff_ di Mascagni consiste soltanto di quei pochi pezzi, è _tutto_

in quei pochi pezzi. Sono essi, cioè, che ci danno l'immagine

schiettamente romantica e per nulla umoristica che di questa strana

storia s'è formato il maestro; sono essi che hanno diritto di chiamarsi

una delle più ispirate cose del Mascagni; sono essi finalmente che la

critica deve estrarre dall'inutile materia sonora in cui sono immersi e

sperduti, onde render loro la giusta fisonomia.

Non sarà male, per spiegarmi meglio, illustrare l'esempio già citato del

_Vascello Fantasma_. Chi conosce davvero quest'opera (ossia chi l'ha

ripensata criticamente) non stenterà molto a convenire con me esser

l'_ouverture_ dell'opera e la _ballata_ di Senta due pezzi bastanti _da

soli_ a esprimere _tutta_ la leggenda bellissima del maledetto

navigatore condannato in eterno a scorrere i mari del nord sul vascello

misterioso. Infatti le numerose e prolisse scene, che s'aggruppano

intorno a quel nucleo musicale, non sono che un'aggiunta inutile, una

_spiegazione_ che nulla dice di più di quel che già dissero col suo

prodigioso impeto sinfonico l'_ouverture_ e col suo fuoco sentimentale

la _ballata_. La stessa cosa sarebbe avvenuto se da una _Ballata_ di

Chopin e servendosi di essa altri avesse svolto _drammaticamente_ ciò

che in essa è già stato svolto a sufficienza _liricamente_.

Ora lo stesso divario che corre tra l'_ouverture_ e la _ballata_ di

Senta e il resto del _Vascello Fantasma_, corre pure tra i pezzi

_lirici_ del _Ratcliff_ — i quali tra poco analizzeremo — e le scene che

intorno ad essi s'aggruppano. La leggenda dei romanzeschi amori

d'Eduardo Ratcliff e della Bella Elisa, ripetuti, quasi per legge

d'atavismo, dai rispettivi figli Guglielmo e Maria, come può esser

poesia di per sè stessa, cioè all'infuori della versione umoristica

ricamatavi sopra dallo Heine, così può servire, ed ha servito, al

Mascagni, di soggetto a un poema lirico-sinfonico da porsi accanto a

quei leggendari poemi che sono l'_ouverture_ e la _ballata_ del

_Vascello Fantasma_, le ballate di Chopin, e per passare dalla musica

alla poesia, il _Mazeppa_ di Victor Hugo, la _Lénore_ di Burger etc.

etc.

Il primo di questi pezzi lirici è il lungo preludio con cui si apre

l'opera. Esso è una specie di ballata romantica ispirata all'antefatto

della tragedia d'amore di poi svolta. Immaginiamoci una sfrenata

fantasia d'amore di gelosia e di fatalità tragica, fantasia che sarà poi

determinata verbalmente sulla fine del poema: per ora non se ne intende

che il tono tragico e fantastico (adopro qui la parola _fantasia_ nella

sua accezione volgare di soprannaturale, irreale). Come tutte le ballate

romantiche, questo preludio, interrotto dalla canzone fatale: «perchè

rossa di sangue è la tua spada Eduardo?», canzone che nel poema ha il

potere misterioso e ineluttabile che aveva nella tragedia greca

l'oracolo, presenta i procedimenti ormai classici dell'arte romantica: i

ritornelli, le ripetizioni etc. etc. E certo questi procedimenti sono

venuti spontaneamente al Mascagni, che non è da credere ch'egli abbia

una profonda conoscenza del folklore romantico e del romanticismo

folkloristico.

Le scene che seguono il preludio, cioè il fidanzamento di Maria con

Douglas, la descrizione che questi fa della vita londinese, il racconto,

sempre dello stesso, del viaggio per la Scozia infestata dai masnadieri,

sono e inutili nel dramma (naturalmente nel dramma preso sul serio;

satiricamente sono allo Heine riuscite bellissime) e false musicalmente.

Anzi non è qui senza ragione la autoretorica mascagnana; chè, dato lo

sfondo leggendario del dramma, troppo grande è il salto dal carattere

eroico di questa leggenda, e la realtà semiseria d'un buon fidanzamento

che, a dir vero, d'eroico non ha che i costumi scozzesi dei personaggi.

Per trovare una continuazione della leggenda lirica, occorre saltare a

pie' pari tutti questi episodi inutili e leggere l'altra bella ballata

che descrive, alla fine dell'atto, le uccisioni dei due fidanzati di

Maria, tragico frutto della decisione irrevocabile che Guglielmo

Ratcliff ha preso, di uccidere tutti i fidanzati della sua _cara_. Le

parole heiniane sono qui più comiche che terribili. Un musicista che ne

avesse penetrato l'intenzione satirica, avrebbe certo scritto per esse

una finissima musica carica d'ironia. Ma il Mascagni, come sempre, non

ha saputo che risentire senza doppi sensi una tragica vendetta d'amore e

ha scritta una graziosa ballata in due vere e proprie parti o strofe

ritornellate e tutte piene di quei richiami ed echi suggestivi, che sono

come la _musica_ della poesia romantica. Così alla melodia scorrevole

narrativa, che descrive l'innamoramento di Ratcliff per Maria, succede,

bene intonata, la descrizione della ricerca dello sposo mancante alla

cerimonia nuziale. Ed è bello il glaciale fluttuar dell'orchestra

sottolineante la scoperta del cadavere nella foresta a' piedi del Negro

Sasso. Ed è pur bene intonato alla leggenda lo scoppio di fanfara eroica

che alla fine della prima strofa echeggia all'offerta che del teschio

del fidanzato fa Ratcliff a Maria. La seconda strofa della ballata,

saggiamente abbreviata, ripete e nel fatto e nella musica le parti

episodiche della prima. Certo non dico trattarsi qui d'una splendida

ballata come quella di Senta o come una delle sublimi ballate di Chopin.

Ma questa ballata mascagnana non sembrerà affatto brutta se se ne

penetri il tono tutto popolaresco e l'ingenua spontaneità.

È facile trovare nel 2º atto, liberandolo dalle banalità poco spiritose

dei briganti e dell'oste, banalità che ci ricordano, con minor

schiettezza d'ispirazione, le scene zingaresche del _Trovatore_

verdiano, e sfrondando la parte di Ratcliff dalle poco concrete

effusioni socialistiche, il momento musicale che, continua il poema _sui

generis_, in cui dico consistere il vero Ratcliff del Mascagni. È il

racconto che, intrecciato di fantasticherie soprannaturali, Ratcliff fa

del suo amore disperato per Maria. Questo pezzo, di gran lunga superiore

alla ballata del 1º atto, comincia dalle parole «_un lunatico eroe non

mi devi suppor_», e termina laddove ritorna in ballo la sciocca

fantasmagoria dei masnadieri scozzesi (sottintendi, bella nello Heine).

In questo lungo racconto s'incontrano bellezze tali da porre questo

brano di musica accanto alla _Cavalleria_ e all'_Amico Fritz_. Certo il

significato del testo poetico — una morbosa passione inoculata

atavisticamente nel sangue del protagonista — vien sopraffatto e quasi

tramutato dalla sana vena erotica del Mascagni. Sicchè, lentamente, la

mania dell'eroe romanzesco si converte nella solita rubiconda sensualità

popolana del Mascagni. Il bellissimo motivo sulle parole: «_quando

fanciullo ancora_» esprime, sì, qualcosa di misterioso, ma non è il cupo

mistero soprannaturale del testo. Sibbene è il dolcissimo mistero

dell'amore e del piacere carnale, che annega lo spirito e che, se gli

impedisce di discernere nitidamente lo stato sentimentale in cui si

trova, pur non lo acceca tanto da non concedergli una semivisione calda

e quasi direi, se non fosse un controsenso, materiale. Del resto sappiam

forse noi in certi nostri stati d'anima distinguere con precisione i

gradi della insensibile scala per cui l'impressione sensuale si converte

lentamente e per passaggi impreveduti, in intuizione, in percezione, in

spiritualità insomma? Di tutti gli stati sentimentali ambigui e confusi,

lo stato amoroso è il più crepuscolare. Lo spirito si contenta d'una

penombra quasi incosciente, dileguata la quale, dileguerebbe anche la

passione. È questa penombra il _mistero_ dell'amore, e questo mistero si

sente indefinibile e soave in tutto questo bellissimo racconto d'amore.

Così ancora una volta trionfa nell'arte mascagnana, si tratti d'un

soggetto veristico o romantico, l'amore, il solito amore sensuale, sano,

fresco, senza complicazioni psicologiche: e la musica di questo pezzo è

pieno di baci, di rose, di luminose visioni di giardini verdi e solivi,

di tutta quella natura serena e prettamente italiana che riempie della

sua gran pace refrigerante la _Cavalleria_ e l'_Amico Fritz_. Anche gli

scoppi d'odio e i propositi di vendetta di Guglielmo, tentando di

colorirsi delle reboanti esclamazioni romantiche, dove non suonano a

vuoto, parlano dello stesso strazio carnale, dello stesso ribrezzo della

gelosia carnale, che già ispirò la melodiosa _Cavalleria Rusticana_.

E ancor più bello e pieno di questo sensual mistero erotico è

l'intermezzo orchestrale, che ci dà, abbattuta la selva vana di retorici

monologhi che lo circonda fragorosamente, il terzo atto. Nel testo

dovrebbe significare una visione che Guglielmo ha al Negro Sasso nel

vasto orrore della selva sconvolta dalla tempesta, ferito per la prima

volta dal terzo fidanzato di Maria. In realtà è un grande sogno d'amore:

un sogno stanco e doloroso come la contemplazione d'un destino che,

immutabile, contrasti un amore profondo. Dei tre intermezzi mascagnani,

in Italia giustamente amatissimi, questo intermezzo è il più profondo.

Qualunque sia il suo significato preciso nel dramma, esso è un altro di

quei rari momenti di melodia assoluta in cui sembra concretarsi

l'essenza stessa dell'anima d'un compositore. Non siamo qui dinanzi al

canto d'amore aspro e selvaggio della zingaresca che forma l'intermezzo

del _Fritz_, nè dinanzi alla preghiera amorosamente singhiozzante

dell'intermezzo della _Cavalleria_. Questo pezzo più lirico di tutti

perchè più libero degli altri da qualunque contingenzialità del dramma,

sembra metterci in comunicazione immediata con la personalità

mascagnana. Ed è da questo intermezzo specialmente che io ho tratto le

linee principali di codesta personalità, ed è in esso precipuamente che

io ho notato il ritorno dell'anima italiana popolare alla malinconia

erotica settecentesca. Infatti se il titolo (_il sogno di Ratcliff_) ci

avverte dell'ufficio starei per dire simbolico, che nella mente del

compositore ha preso questo divin sogno d'amore, nulla ci vieta di

oltrepassare il simbolo e di cogliere in questo canto tutto

crepuscolare, soffuso di voluttà armoniosa, la più intima essenza della

personalità del compositore. Onde questa melodia semplicissima, sebbene

saviamente orchestrata, si ricollega con le più schiette manifestazioni

della nostra pittura e della nostra poesia.

Pietro Mascagni, con nota delle opere e ritratto · 第 3 / 7 段