Ma ecco due scene in cui il Mascagni può abbandonarsi tutto al suo

frenetico lirismo erotico. Il racconto che Santuzza fa del tradimento di

Turiddu, e il duetto tra questi e Santuzza, interrotto per un istante da

una breve entrata di Lola, un po' curiosa a dire il vero. Giacchè donne

che vadano alla messa per una piazza pubblica cantando a squarciagola

stornelli d'amore, sono, anche sul teatro melodrammatico, e con buona

pace dei librettisti, inverosimili. Infatti i librettisti italiani

sembrano un po' troppo convinti che l'arte, sia lirica, sia drammatica,

è immagine, sì del reale, ma del reale trasformazione fantastica. In

fondo in fondo, sotto la libertà dell'arte, si trova — la schiavitù

della scena. E questo mi si conceda che è alquanto ridicolo trattandosi

specialmente di un dramma... veristico. O la bella e schietta

verisimiglianza della novella del Verga! Ad ogni modo queste due scene

sono tra le parti più belle dell'opera; onde occupiamoci sopratutto del

carattere personalissimo di questa musica. Ho già detto altrove che il

Mascagni sente più di ogni altro sentimento l'amor sensuale e un po'

brutale del popolo; questi due pezzi ne sono una conferma lampante. Il

primo di essi, la romanza di Santuzza, narra il dolore della giovinetta

tradita, il ribrezzo della sua carne martoriata dalle immagini del

desiderio e della gelosia, sempre rinascenti come un incubo

infaticabile. La musica si colora mirabilmente delle immagini poetiche

espresse dalle parole, anzi sembra essere di queste immagini

narrative-verbali quella confusa frangia di nuove immagini e sentimenti

che suole circondare come un alone sfumato e inafferrabile l'immagine

centrale di una poesia. Già l'introduzione orchestrale simile alle

iniziali miniate, con cui, nei libri antichi, si preludiava

pittoricamente alla narrazione di poi scritta, ci fa entrare nella

pienezza della situazione. Il pudore e lo spasimo carnale, che

impediscono alla giovinetta di parlare; la rassegnazione al destino,

sotto la quale però cova l'odio mortale alla donna che ha sedotto

Turiddu, per invidia a lei, Santuzza, non per vero amore a Turiddu;

tutte queste fluttuazioni di passioni tra di loro intrecciate e

contrastanti, e di cui la potenza sta per prorompere nella povera

fanciulla con un'intensità tutta propria dell'anime popolari più

istintive che riflessive; sono bene espresse in quei due _versi_ di

melodia[6] dolorosa, coronati da uno scoppio passionale e conclusi

dall'abbattimento d'una cadenza rallentante. La melodia del racconto

quindi segue e sottolinea con perfetta evidenza _sentimentale_, non

_visiva_, come fa, per es., Wagner, gli episodi dell'agitata narrazione

della popolana. Di questi episodi belli in particolar modo sono e quello

in cui vien narrato il nuovo ravvicinamento di Turiddu e Lola, e quello

in cui si confessa l'atroce verità con tutta la confusione della

vergogna e la rivolta dell'amore tradito:

_priva dell'onor mio rimango!_

La melodia di queste parole sembra sgorgare lenta e desolata dal tumulto

incalzante di poc'anzi. È uno di quei rari momenti di _melodia

assoluta_, che corrisponde, nell'arte, a quello che, nella vita, è lo

sfogo del pianto. E, infatti, come nella vita una tensione troppo forte

e troppo lunga dei nostri nervi nella sofferenza, ci condurrebbe a

qualche disequilibrio irrimediabile, onde il risolvimento della crisi

nel pianto ci procura un benessere doloroso sì ma consolatore; così, in

arte, il modo stilistico che corrisponde al momento del pianto o di un

qualunque sfogo in generale, ha come un potere refrigerante e

sollevatore. Si ricordi nel _Coriolano_ di Beethoven, dopo il furioso

battito del ritmo affannoso che apre il pezzo, lo sgorgo discendente

della sublime melodia _cantabile_, e si ricordi ancora nell'ode a

Napoleone Eugenio di Giosuè Carducci, il refrigerio indimenticabile che

dà, dopo tanto cupo rombo di gloria fatale, l'evocazione della solitaria

«casa d'Aiaccio — cui verdi e grandi le quercie ombreggiano — e i poggi

coronan sereni — e davanti le risuona il mare!».

[6] Sono obbligato, in mancanza d'un linguaggio più preciso, a

chiedere in prestito i vocaboli alla metrica della poesia, del

resto non certo estranea alla metrica della musica ancora anonima.

Un episodio religioso, lo stesso con cui comincia l'opera, cioè il

motivo pasquale, termina la bellissima romanza.

Il duetto che la segue è di pari bellezza. Il dialogo, condotto sopra il

recitativo mascagnano del quale ho già rilevato l'originalità, è, a

parer mio, perfetto. Le due persone del popolo, che vi son dipinte in un

momento così tragico della loro vita, son rese all'evidenza in tutte le

pieghe vorticose delle loro ingenue passioni. A una esecuzione, per aver

un'idea della verità popolare di questo duetto, se ne osservi il

riflesso sui volti degli uditori delle platee e dei loggioni. È un

continuo cangiamento del giuoco delle fisonomie, che al fremito doloroso

d'un accordo si abbuiano, si rischiarano a una dolcezza melodica,

s'increspano con i suoni aspri di un'ironia di Santuzza. Giacchè la

potenza ingenua d'espressione di questa musica è inesauribile, e, sotto

quest'aspetto, il breve terzetto a recitativo tra Santuzza Turiddu e

Lola, è un piccolo gioiello. Le movenze vivacissime del dialogo, i

fuggevoli incisi orchestrali, la naturalezza degli _enjambements_

dell'una parte sull'altra, ci fanno quasi credere di esser in mezzo alla

via d'un sobborgo popolare, dove alcune querule comari, coi pugni sui

fianchi, si bisticcino fortemente, non risparmiando d'offendersi sia pur

con l'inflessione della voce, e riconducendo così il linguaggio a una

vera e propria musica, a quella lirica vivezza d'espressione, la quale

il nostro sfiorito linguaggio di uomini beneducati e beneammaestrati ha

da gran tempo perduto.

Lola partita, il duetto riprende con maggior furore. La vena lirica del

Mascagni si riapre, versa torrenti di melodia. Sono in particolare belle

la melodia sulle parole: _no, no, Turiddu, rimani ancora_, e quella: _la

tua Santuzza piange e t'implora_, ambedue già fatte udire nel preludio.

Le diverse sfumature del dolore di Santuzza e del rimorso orgoglioso di

Turiddu, vi sono espresse come meglio non si poteva. Caratteristici sono

i furori (è la vera parola) melodici, allorchè le voci salgono a una

altezza disperata, vibrando in un fortissimo passionale di tutta la

massa orchestrale. Questi abbandoni frenetici al fortissimo furono da me

già osservati, a proposito della preghiera, come una delle principali

caratteristiche dell'esuberante e prepotente natura musicale del

Mascagni. Naturalmente nessuna attitudine, come questa, alla retorica

può esser pericolosa e trascinare nel vuoto e nel volgare; però la

freschezza giovanile con cui il Mascagni compose la _Cavalleria_,

difende assai questo spartito dal pericolo suddetto. Il duetto, dopo

aver percorse diverse fasi tutte interessanti, s'arresta ad un tratto su

di un tremolo dei bassi, al quale si mischiano soffocate ed irose le

offese supreme dei due fidanzati. Momento indovinato, in cui il canto e

la parola, insomma l'intuizione del proprio stato di anima, cessa per

dar luogo al suono rauco e quasi bestiale dell'ira cieca. L'ira infatti,

al suo estremo furore, estingue ogni rappresentazione lucida; l'uomo non

vede più che in confuso; il turbine della passione scatenata lo

disumana, lo fa tornare natura, sentimento incosciente.

E questo è bene espresso dal Mascagni con i tremuli sordi, colla

precipitosa e starei per dire verdiana scala cromatica saliente, quasi a

condurre alle labbra di Santuzza la maledizione folle: _a te la mala

pasqua, spergiuro!_ E l'orchestra commenta, intonando a tutta forza il

motivo della gelosia di Santa.

Anche questa dei commenti orchestrali alla fine d'un pezzo è

caratteristica mascagnana. Alla fine del duo dell'_Amico Fritz_ (soprano

e tenore atto III); alla fine dell'ultima scena del I atto dell'_Iris_,

alla fine del duello tra Ratcliff e Douglas nel III atto del _Guglielmo

Ratcliff_ e in molte altre parti dell'opera mascagnana, si trovano

esempi di questi commenti orchestrali, i quali hanno avuta eccessiva

fortuna nella giovane scuola italiana e in modo speciale sono stati

ripresi con grande eleganza dal maestro Perosi.

Il duetto che segue, e cioè, il duetto tra Santuzza e Alfio, è

infinitamente inferiore al duetto precedente. C'è in esso una fiacchezza

fantastica invano celata dai tentativi numerosi d'abbandono a una

melodia che non vuole espandersi. La composizione, anche negli artisti

più leggeri e più spontanei, è pur sempre qualcosa di troppo sacro,

perchè la si possa comandare a piacere. La fretta del preparare l'opera

per il concorso, l'impazienza irriverente (e tutta italiana, pur troppo)

davanti al mistero della creazione, irriverente impazienza propria a

molti nostri altri musicisti, ad es: al Rossini; e altre simili ragioni

d'indole pratica hanno impedito al Mascagni di attendere il momento

propizio per risolvere il problema estetico di questo duetto con

l'_unica_ risoluzione che gli spettava, o per migliorarne la risoluzione

già sbagliata. Così com'è, è un pezzo ben meschino, vuoto, tirato via,

con una velleità di ritorno all'antico modo di cadenzare un pezzo con

qualche retorica cadenza o nota di bravura.

Possiamo anzi fin da ora notare, e così avremo indicati i principali

difetti dell'arte mascagnana, che il nostro autore, se ha in comune con

gli artisti molto spontanei ed ingenui alcuni pregi indiscutibili, ne ha

anche in comune i difetti correlativi. Se, per es., è nel Mascagni

pregio gettar giù musica bella (sebben piccola nel suo contenuto) a

larghi fiotti, come una fontana sempre piena, senza l'ansia creatrice e

il combattimento eroico con la materia sorda e riluttante alla bellezza

della forma, procedimenti propri a un Michelangiolo e a un Beethoven;

talvolta questa sua facilità quasi direi incosciente, tanto è ingenua,

diviene il suo peggior difetto. Che l'accogliere senza un'insaziabile

riflessione tutto ciò che nasce nella sua fantasia, lo porta spesso a

accumulare erbe marcite in luogo di fiori freschissimi. Nel resto

dell'opera del Mascagni infatti, e lo vedremo a suo luogo, vi sono non

più pezzi soli e brevi, ma interi spartiti, in cui la mancanza d'una

vagliatura rigorosa e dignitosa ha fatto sì che il maestro scambiasse

per arie espressive, semplici accozzi mnemonici ed insignificanti di

quegli echi di composizioni o proprie o altrui, che formano il supplizio

di tutti i musicisti più riflessi. Giacchè anche nella musica accade ciò

che il Bergson e altri notavano accadere nel linguaggio poetico. I

poeti, i veri poeti, creano parole sempre nuove, perchè intuiscono

sempre situazioni della realtà continuamente diverse; ma la vita comune,

la vita, come direbbe lo Shelley, _meccanica_, non avendo creatività

bastante a produrre nuove esperienze, ripete, con esperienze

stereotipate, parole vecchie, da cui è stata spremuta tutta la

freschezza del succo. I nuovi musicisti, parimente, creano formule

tonali nuove; i retori si affrettano a ripeterle, a ripeterle fino a che

il pubblico d'orecchi duri non se ne stufi e protesti fischiando. E per

retori intendo anche coloro che, pur avendo creato della musica nuova,

cioè avendo creato delle formule nuove per problemi estetici

irripetibili, tentano di applicarle a problemi estetici nuovi, divenendo

così _autoretori_. Il Mascagni è uno di questi. Egli nella creazione ha

una facilità estrema, che ricorda, sotto questo aspetto, la facilità,

quasi sorella dell'improvvisazione, di Victor Hugo. E come questi, egli

ha sopra di sè, simile a una condanna, la minaccia dell'autoretorica,

che pare quasi vendicare gli artisti incontentabili, come il Beethoven,

di questa specie d'ingiustizia della natura. Per questo aspetto è pieno

di significato la mesta invidia che Beethoven provava, vedendosi

abbandonato dal leggero e vano pubblico viennese per il gaio e

spensierato Rossini.

L'intermezzo che divide l'opera in due parti diseguali è composto d'una

specie di brevi strofi preludianti, e di una larga melodia ormai, e

giustamente, famosa. Le due strofi sono di stile religioso, ma di una

religiosità calda e sensuale che ci ricorda certe frasi della musica

religiosa del Pergolese. Vi piange infatti la stessa melodiosa

malinconia erotica del buon settecento napoletano, e queste due eleganti

strofi, per essere religiose non cessano d'avere un aggraziato movimento

di menuetto leggiadro. È curiosa anzi l'osservazione che oggi si

potrebbe fare a tanta musica moderna da Wagner in giù: la confusione di

tutti gli stili, o per meglio dire, l'uso profano di certe formule

stilistiche in altri tempi adoprate con intenzione religiosa, o,

viceversa, l'uso oggi religioso di formule in tempo lontanissimo

profane. La musica religiosa del 700 ripresa dagli autori moderni,

assume una significazione per lo più erotica. È una profanazione, nel

cattivo senso della parola? o è il tardivo atto di giustizia, per cui

vien svelato che quelle formulette erano molto più terrene che

celestiali?

La larga melodia dei violini che forma la seconda parte dell'intermezzo,

accompagnata internamente dall'organo, dimostra una volta di più la

verità di quanto ho detto nell'introduzione, che la melodia mascagnana

per essere esulata dalle gole umane nei meccanismi degli strumenti

orchestrali, è pur sempre rimasta la vecchia melodia italiana,

ultracantabile. E della vecchia melodia italiana ha tutto il fascino

sensuale questa magnifica melodia d'una calda religiosità quasi erotica.

Religiosità erotica, ho detto. Infatti qui non starò a dimostrare

diffusamente come il sentimento religioso del Mascagni non cessi d'esser

religioso per essere sensuale. Al sentimento religioso, come a tutti i

sentimenti, non possiamo dar forme determinate ed esclusive, giacchè le

sue concretizzazioni è naturale che si colorino delle infinite

differenze che distinguono tra di loro le personalità artistiche. Così

la religiosità d'un Michelangiolo è eroica, quella d'un Wagner mistica,

quella ancora di un Pergolese sensuale quanto quella del Mascagni. E

nella Bibbia lo stesso Dio del mito ebraico è come modificato dalla

diversità dei caratteri dei profeti che lo cantano.

Ma la messa è terminata. Le campane squillano di nuovo «con onde e

volate di suoni». La scena si riempie di popolo, che canta nella gran

luce del mattino inoltrato, un coro allegro e leggero. Non ripeterò la

difesa alla banalità squillante e argentina di questa scena popolare. Nè

difenderò la gaiezza sprizzante e saltellante del brindisi. Giacchè chi

non sente la bellezza di questa scena e di questo brindisi, non ha mai

bevuto e ammirato sotto le pergole appena verzicanti dai tralci che

rimettono, in certe graziose trattorie di campagna, il luccicore rosso

del vino coronato di spuma rosea, al sole di primavera. In fondo in

fondo i critici dovrebbero avere una possibilità quasi infinita di

esperienze, che dovrebbero risorgere alla voce suggeritrice e

rievocatrice dell'arte. Ma questa possibilità è troppo rara, perchè noi

ci rassegnamo a sentire malmenare della musica anche bella, da critici

troppo limitati e accecati da pregiudizi micidiali.

Alla interruzione dell'intermezzo e della bella scena popolare, succede

più tragica e più feroce l'ultima ripresa del dramma. E il finale è

perfetto in tutte le sue parti. Dalla sfida di Alfio al discorso

sconclusionato di Turiddu, che sente in sè sorgere prepotente il rimorso

per il male che ha fatto a Santuzza; dall'addio di Turiddu alla madre,

d'una dolcezza che strazia, al murmure lontano del popolo che annuncia

tumultuosamente l'uccisione di Turiddu; è un seguito di episodi che

fanno uguagliare a questo finale la bellezza della romanza e del duetto

di Santa e di Turiddu. Ma di tutti questi episodi, l'addio di Turiddu

alla madre è forse tale da superare la bellezza non solo del resto del

finale, ma ancora di tutta l'opera. Dopo la sfida di Alfio, la scena è

rimasta vuota. Alla gaiezza e al clamore è successo un silenzio

impicciato e quasi doloroso, quel senso di tristezza che generano le

scenate popolari in mezzo a una bella festa. Tutti sono partiti

lasciando Turiddu solo nella gran piazza piena di sole. È un momento

d'ineffabile malinconia. Turiddu non sa come baciare, forse per l'ultima

volta, la madre. E un breve intermezzo di violini tremolanti nel grande

silenzio, s'espande rinforzando scendendo salendo diminuendo, come fa il

vento, e come fanno i sentimenti umani fluttuando per i lor ciechi e

irremeabili labirinti. Finchè Turiddu trova la scusa: ha bevuto troppo,

ha bisogno di un poco d'aria libera; e fingendosi ubbriaco chiede alla

madre la benedizione «come quel giorno che partì soldato». Questa frase

è un nulla: eppure è un'evocazione sublime. Bisogna infatti sapere che

cosa significhi per gli abitanti dei paesetti sperduti e lontani dai

grandi centri la leva militare, quella ineluttabile chiamata che strappa

alle madri e ai padri i figli per portarli, là, nelle contrade ignorate

o sognate come piene di terribili pericoli, donde spesso non tornano

più; bisogna intendere tutta la delicatezza di quell'immagine

infinitamente triste. E nella musica c'è tanta semplicità, tanta

giustezza di malinconia affettuosa, che volentieri noi porremmo questa

scena tra le più grandi d'ogni teatro. Ma alla pietà filiale s'accoppia

in Turiddu la compassione per Santuzza: ed egli prorompe allora in una

spasimante frase: «Voi dovrete fare da madre a Santa!» La povera madre

s'angustia; domanda il perchè di tali strane parole e del più strano

tono. E tuttavia la musica non ha un momento di debolezza: è sempre

d'una _verità_ purissima, cristallina. Nessun ricordo di _maniera_

intralcia nello spirito del musicista lo svolgersi della visione del

dramma, sentito fino a farlo balzare ai nostri occhi e al nostro cuore

come un momento di vera vita vissuta. Questa musica è perfetta

creazione, e le parole e la situazione per esser rivissute intere nello

spirito del Mascagni, sembrano esser create contemporaneamente colla

musica. Anzi io posso sostituire all'empirico _forse_, una sicurezza

assoluta. Giacchè in iscene come queste, anche i compositori che non

creano nel tempo storico il libretto da loro stessi, ma lo chiedono ad

altri, sono simili a coloro che, come Wagner, furono autori del libretto

della musica. Infatti tanto gli uni che gli altri, creando l'opera

musicale, dovettero rifondere in una nuova intuizione _totale_, l'antica

intuizione poetica. Onde, che questa appartenesse ad un altro o a

quell'altro particolar sè stesso, che è il _sè_ del passato, ciò non

conta, se tutte e due le intuizioni, e la propria e l'altrui, debbono

essere rintuite e come rifuse in una sola dal compositore.

Riepilogando, la _Cavalleria Rusticana_ è opera non di grande portata,

ma schietta e piena di vita e di difetti simpatici da un capo all'altro.

È un'opera giovane ed entusiastica; è un'opera plebea, certo inadeguata

a rappresentare nella storia un vero e proprio momento spirituale

dell'Italia. Piuttosto essa si riallaccia bene con quell'ordine di opere

italiane e straniere, create, com'ebbe a dire uno degli interpreti più

profondi dello spirito moderno, da coloro che, preclusi ai grandi

orizzonti del pensiero dall'opaca muraglia del positivismo e del

naturalismo, peccarono contro il pensiero. Se non che la posizione del

Mascagni nel verismo e nel naturalismo è assai più complessa di quella

di uno Zola e di Verga e merita di essere commentata ed esplicata, tanto

più che da tale analisi potremo togliere i criteri onde dare un

definitivo giudizio su quest'opera; un giudizio, cioè, che non

annullando come, ripeto, troppi critici fanno, le sue indiscutibili

bellezze, limiti la sfera in cui queste bellezze nacquero e vivono.

La _Cavalleria_ si ricollega indubbiamente col grande movimento europeo

del verismo. Senza entrare nella questione, per me ovvia, della

possibilità del verismo nella musica, noterò subito come la _Cavalleria_

sia opera del verismo più per virtù del libretto, che per bisogno della

natura del musicista. È in questo che consiste la speciale posizione del

Mascagni rispetto al verismo. La musica è stata finora, riguardo ai

grandi movimenti della coltura europea e alle grandi correnti dell'arte,

come un'arte _di rifiuto_. Le aspirazioni d'una nuova scuola allora solo

penetrano nel mondo cinese dei musicisti, che abbiano compiuta la loro

totale evoluzione e che questa evoluzione abbia già generato la sua

rispettiva controrivoluzione. L'Italia aveva avuto già la violenta e

feconda reazione letteraria al verismo zoliano e verghiano nello

pseudo-idealismo d'annunziano, pseudo in quanto attuato più come

intenzione che come cosciente rivolta al positivismo; quando la reazione

dei musicisti al melodramma victorughiano-verdiano si modellava

tardivamente sopra la reazione che all'arte victorughiano-romantica già

compivano in Francia i naturalisti, generando un'arte che doveva empire

di nuovo sangue, benchè a preferenza plebeo, le vene flaccide della Musa

Europea. La _Cavalleria_ resulta dunque, rispetto agli ideali che

l'hanno o sembra l'abbiano ispirata, un'opera in ritardo, e perciò,

anche sotto quest'aspetto, inferiore alla storia, allo spirito che si

svolge con continuo processo di autocreazione nel tempo; essa è

un'estrema produzione del verismo, come il _Mefistofele_ è una postrema

produzione del romanticismo; sebbene nella _Cavalleria_ noi potremmo

trovare un verismo infinitamente meno rigoroso di quello dei

naturalisti, che non ammettevano l'opera d'arte che come un documento

scientifico-fotografico della vita umana. E non per il fatto che il

Mascagni si sia reso piena coscienza dell'errore estetico del verismo;

sibbene perchè il verismo mascagnano è un verismo da musicisti, un

verismo (non voglio fare un _calembour_) a orecchio, da permettere

perfino delle infiltrazioni wagneriane. Ora questa mia nota sul verismo

della _Cavalleria_, non sarebbe che oziosa e meramente meccanica, se

proprio questo carattere veristico non facesse assumere a quest'opera il

valore, rispetto alla circoscritta operistica italiana, d'un sintomo di

rinnovamento innegabilmente necessario, e, rispetto alla grande arte

motivata dalle più alte necessità della storia umana, non le facesse

assumere, contemporaneamente, il valore d'un'opera inutile perchè in

ritardo[7]. Ciò che ho detto sulla manchevole coltura del Mascagni, ha

qui una nuova riprova. Sembra quasi che l'arte degli artisti come questo

nostro, si contenga verso la grande arte degli artisti come Goethe e

Beethoven, e Berlioz e Wagner, al modo stesso che l'immobile fondo del

mare verso gli alti strati delle acque percorse da correnti e agitate da

tempeste. Il movimento delle onde giunge, se vi giunge, in basso, quando

già su in alto un nuovo movimento s'è manifestato. L'ambiente musicale

assolutamente sterile di nuove idee, nate dal contatto diretto della

vita libera e aereata dai vasti venti della coltura, si pasce quasi

delle briciole che lascia cadere il sereno banchetto dei grandi spiriti.

Da questa specie di vecchiaia precoce, di morte quasi direi necessaria e

congenita alla nascita dell'opera, viene spiegato il senso di vuoto che

cova sotto la _Cavalleria_. Certo la freschezza dello spirito del

Mascagni c'incanta, e se noi giungiamo ad astrarre l'opera dal momento

storico in cui siamo immersi, e ad assorbirci tutti nell'angusto cerchio

della vita dello spirito italiano, quasi ci sentiamo spinti a proclamare

la _Cavalleria_ un capolavoro. Ma anche ammettendo, come io so di buon

grado, la fresca spontaneità di quest'opera contrastante con le

bolse produzioni del falsissimo teatro melodrammatico italiano —

un teatro che ci ha dato talora per buone delle putrefazioni

romantico-sentimentalistiche della forza d'una _Gioconda_ del Ponchielli

— il nostro spirito, se aperto a tutti i venti che agitano la storia

contemporanea e alle voci dei suoi problemi spirituali, trova presto in

quella freschezza la barriera della puerilità e dell'incoscienza, e in

quella spontaneità — il limite cieco della futilità. Non siamo dinanzi a

una di quelle opere che c'inquietano e ci fecondano, se non altro di

contraddizioni, come qualche libro di Zola un tempo, e come il _Pelléas_

di Debussy, oggi. Non sentiamo nella _Cavalleria_ un bisogno

ineluttabilmente nuovo, che prenda coscienza piena di sè e, come tale,

abbia il diritto di esser chiamato una nuova conoscenza artistica, una

vera nuova opera d'arte. La _Cavalleria_, se, ripeto, siamo pienamente

coscienti del nostro spirito, ci fa l'effetto che fanno tutti i ritardi

e le rifioriture fuori stagione nella storia. Stucca presto, anzi genera

presto, invece di uno stato estetico nuovo, un sorriso oblioso. Oblioso,

perchè ci _dimentichiamo_ che è stata scritta, tosto che il grande sole

della vera coltura adeguata alla pienezza cosciente dello spirito, ci

ravvolge scaldandoci e illuminandoci del suo immenso splendore

meridiano.

[7] Lo stesso si potrebbe dire, mutatis mutandis, del

_Mefistofele_ di Arrigo Boito.

Pietro Mascagni, con nota delle opere e ritratto · 第 2 / 7 段