UN ESEMPIO.

Prima del levar del sole, il vecchio dottore dell’80º reggimento era già

fuori di città, e andava per una viottola solitaria verso la villa d’una

signora amica sua.

Arrivato a un punto dov’era un vasto campo arido, che pareva una piazza

d’armi, si fermò, e stette guardando qua e là colla fronte corrugata,

come se la vista di quel luogo gli richiamasse alla mente qualcosa di

triste.

La villa era posta sopra un poggetto poco distante da quel campo; e tra

il campo e il poggio si stendeva un tratto di terreno senza alberi e

senza siepi. Il tempo era torbido: non si sentiva un rumore e non si

vedeva nessuno.

Entrato nella villa, il dottore, con sua grande meraviglia, trovò la

signora già alzata. Essa gli venne incontro col viso turbato, dicendo:

“Vi ringrazio, dottore, so perchè venite, me l’han detto ieri. Che notte

ho passata, se sapeste, con quel pensiero fisso! Sentite, se avessi

potuto prevedere una cosa simile, di certo non sarei venuta a star qui;

ma è la prima e l’ultima che mi capita; lascerò la casa, e intanto, per

questa mattina, prendo con me i miei due ragazzi e scappo da una mia

amica....... Permettete.”

S’alzò in fretta, e affacciatasi all’uscio di una camera attigua domandò

a una donna di servizio se i figliuoli erano lesti. “Si spiccino”

soggiunse, e tornò a sedere accanto al dottore.

“Ah! dottore,” riprese a dire sospirando, “ma che proprio non ci fosse

un altro luogo in tutti i dintorni della città da dover venire per

l’appunto davanti la mia casa?...”

“È la piazza d’armi,” rispose il dottore distratto.

“Dio mio! e se per disgrazia non fossi stata avvisata? Tremo a pensarci,

vedete. Via, via, lontano di qui, a cinque, a dieci miglia se occorre,

purchè io non veda nulla e non senta nulla. Voi mi terrete compagnia, è

vero?”

Il dottore non rispose; stette qualche istante pensieroso e poi, con

aria severa e con accento benevolo, disse: “Signora, voi avete due

figliuoli: tutti e due son destinati alla carriera militare; uno ha

quattordici anni, l’altro ne ha sedici; sono nell’età in cui, molte

volte, un avvenimento, uno spettacolo, un’emozione che a noi può parere

senza effetto o d’un effetto cattivo, dà un nobile e forte stampo al

carattere, che dura per tutta la vita; noi siamo tutti fatti di

impressioni avute da ragazzi; se volete avere due figliuoli soldati,

seguite il mio consiglio, signora: restate.”

La signora, all’udir quel _restate_, tremò; poi cominciò a riflettere.

Entrarono i due ragazzi, alti, per l’età loro, e robusti, di fisonomia

aperta e simpatica; somigliantissimi alla madre. Uno avea la divisa d’un

collegio militare. Stavan tutt’e due serii, col capo basso e le

sopracciglia aggrottate, come se facessero il broncio. Salutato il

dottore, si ritrassero in un canto della stanza senza parlare, in atto

di protesta.

“Che c’è?” domandò la madre.

“Noi non si vuole andar via,” rispose il più piccolo con quella voce tra

il pianto e la stizza che fanno i ragazzi scontenti.

La madre guardò il dottore, volse uno sguardo inquieto alla finestra, e

poi domandò con un sospiro,” voce bassa: “Tra un’ora, è vero?”

“Tra un’ora,” rispose il medico.

“E..... son due?” disse anche più piano la signora.

“Due.”

“E per cosa?”

“Vigliaccheria.”

“Oh sentite!” esclamò essa vivamente dopo un istante di riflessione;

“potete dir quel che volete, ma è orribile!”

“Oh sentite voi!” rispose anche più vivamente il dottore: “io vi posso

assicurare che quello che c’è di più orribile in questa tragedia non è

quello che voi vedrete, è quello che ho veduto io!”

Dopo un istante ripigliò:

“Voi, signora, conoscete la mia vita; ho i miei anni e ho avuto le mie

disgrazie; ho perso madre, padre, fratelli, da giovane; ho dovuto mandar

giù dei bocconi amari anco nel corso della mia vita di medico militare;

m’è toccato di quei momenti che, a non credere in qualche cosa dopo la

morte, c’è da fare uno sproposito. Poi il dolore d’esser preso

prigioniero, di leggere sul viso dei nemici che il nostro esercito era

stato battuto, e le altre disgrazie che dopo cascarono addosso al paese;

furon tutte trafitture di cuore, come vi potete immaginare, terribili.

Eppure, vedete, mi paion tutte cose da nulla in confronto di ciò che ho

provato alla vista di quello spettacolo deplorabile, di cui i due

sciagurati di stamani non furono che un piccolo episodio: il 3º

battaglione del mio reggimento che si sbandava alle prime fucilate, come

un branco di briganti! Son passati parecchi mesi, ho avuto d’allora in

poi delle emozioni vive, anche durante la mia prigionia; poi il piacere

d’esser liberato, di tornare in patria, di rivedere il mio reggimento, i

miei amici; eppure l’impressione avuta quel giorno mi è rimasta viva

nell’anima come se fosse d’ieri, quello spettacolo l’ho sempre davanti

agli occhi, sento quelle voci, vedo quella gente, ci penso, la sogno, e

c’è dei momenti che mi si schianta il cuore e che nasconderei il viso

dalla vergogna.”

“Oh... poi!” disse la signora.

“Sì! sì!” l’interruppe il dottore, “e così fosse più generale questo

sentimento, cara mia! Quando la vergogna di molti, appunto perchè è di

molti, non è più sentita da nessuno, pessimo segno. Per me una delle

prime qualità d’un esercito, a voi parrà strano, ma io lo credo sul

serio, è il pudore. Quando s’è stati vinti, bisogna sentirsi bruciar la

fronte e soffrire; chi cerca scuse e conforti, è già mezzo battuto per

un’altra volta.”

“Capisco; ma come mai quel battaglione s’è portato male e gli altri no?

Io credevo che fossero tutti gli stessi i soldati.”

“Che volete?” rispose il dottore, pigliando una mano del ragazzo più

piccolo, che tenne poi lungamente fra le sue; “bisogna dire che quello

fosse un battaglione segnato da Dio. Già io n’avevo avuto un cattivo

presentimento fino dal principio della battaglia. Quando seppi che

appunto quel battaglione lì era stato scelto, fra tanti altri, a

esplorare una collina sulla sinistra del nemico, che vuol dire

avventurarsi a un combattimento improvviso, contro forze sconosciute,

senza sostegno, e forse a molta distanza dal resto del reggimento, non

so perchè, tremai. Lo vidi passando, quel battaglione, mentre aspettava

l’ordine di andare innanzi, fermo in un campo, mezzo nascosto fra gli

alberi. Guardai bene in faccia quei soldati... non mi piacquero. In

lontananza si sentiva un fuoco di fucili fitto; di tratto in tratto

qualche palla fischiava più da vicino, e ad ogni fischio quei soldati si

guardavano e ridevano; ma.... dopo essersi molto guardati. C’eran dei

visi bianchi come un panno lavato che volevano ridere e non mostravano

che i denti. Canterellavano, scherzavano, tutte cose forzate. — Va male

— dissi tra me, e tirai di lungo. Ripassai di là poco dopo: il

battaglione se n’era andato, ma avea lasciato delle brutte traccie: vidi

tre o quattro fucili e tre o quattro zaini sparsi fra l’erba; qualche

soldato, profittando del granturco alto, se l’era battuta. Guardai un

po’ intorno, non vidi nessuno, seguitai la mia strada. Pratico dei

luoghi, presi a traverso i campi, salii sopra un’altura, scesi fino a

mezza la china opposta e mi trovai di fronte a una collina, sulla quale

cominciavano a salire, adagio adagio, i cacciatori del battaglione. La

valle era strettissima, in modo ch’io vedevo distintamente ogni cosa dal

lato opposto. La china era tutta coperta di granturco, sulla cima c’era

un bosco. Pareva che nel bosco non ci fosse nessuno. Dietro i cacciatori

saliva il battaglione, già mezzo scompigliato; a poco a poco furon tutti

lassù e sparirono fra gli alberi. La collina e la valle rimasero deserte

e silenziose; non si sentiva che l’eco del cannone lontano. Però, a

guardar bene, mi pareva che qua e là tra il granturco si movesse

qualcosa; tratto tratto travedo un luccichìo, come di canne di fucili;

osservato meglio, sospettai che fossero soldati rimasti indietro, che

scappavano. Nel punto ch’io mi movevo per andare a vedere, sentii dalla

parte del bosco prima il rumore di poche fucilate, poi un rumore più

fitto, poi uno strepito vivissimo di colpi. — Ci siamo! dissi; si sono

incontrati. — Ma di lì a poco mi parve che il rumore, invece

d’allontanarsi, come speravo, s’avvicinasse: tesi l’orecchio, si

avvicinava davvero; alzai gli occhi, e vidi comparire in cima alla

collina alcuni soldati, che correvano, e poi altri e altri ancora, il

battaglione intero, affollato e disordinato, senza il maggiore. Il

sangue mi diede un tuffo così forte che credetti di mancare; poi mi

prese un freddo che m’agghiacciò, e guardai instupidito. Il battaglione

scendeva la china di corsa, urlando e sparpagliandosi, buttando via

zaini e berretti, che pareva gli si fosse scatenato alle spalle

l’inferno. Qualcuno si fermava di tanto in tanto e si voltava indietro a

sparare; i più venivan giù a precipizio col capo basso e le braccia

aperte, inciampando, cadendo, rialzandosi per precipitarsi di nuovo,

come forsennati; altri, feriti, barcollavano qua e là, o si rotolavano

per le terre, gettando acute grida. Molti ufficiali e sergenti, ed anco

soldati semplici, a quando a quando si fermavano, cercavano di

trattenere gli altri, e gridavano: — Fermi! Non è nulla! Fronte al

nemico! Fuoco! Non sono che un battaglione come noi! — Inutile; la fuga

era irresistibile da tutte le parti. Quelli che avrebbero voluto

resistere si picchiavano la fronte, si mordevano le mani, minacciavano,

si scambiavano, come si poteva in quella confusione, ordini, consigli,

cenni; finchè riuscirono a riunirsi in un drappello di cinquanta o

sessanta. Allora presero la china di traverso, e correndo

disperatamente, arrivarono tutti insieme dinanzi a un ponte che

cavalcava il rio nella valle, prima che ci arrivasse il grosso dei

fuggiaschi. Là si schierarono a traverso la strada, soldati e ufficiali

alla rinfusa, stretti, in atteggiamento di difesa, risoluti a impedire

il passaggio. Dopo pochi momenti arrivò la turba dei soldati, pallidi,

senza fiato, col viso travolto, la più parte a capo scoperto, senz’armi.

Arrivarono e si videro dinanzi quella schiera, tutta irta di sciabole,

baionette, pistole; titubarono un istante, poi, mossi dal terrore che

gl’incalzava alle spalle, gridarono tutti insieme: — Largo! — Fronte al

nemico! — rispose dall’altra parte una voce risoluta. Piovvero in quel

punto, dall’alto della collina, le prime palle nemiche; allora quello

sciame di miserabili di scagliò sul piccolo gruppo dei valorosi;

partirono alcuni colpi dalle due parti, caddero dei feriti; ne seguì un

parapiglia senza nome. Gli ufficiali e i soldati fermi, afferravano gli

altri per le braccia e pel collo, li scrollavano, li voltavano indietro

a forza; quelli si divincolavano; si buttavano in terra, scivolavano a

destra, a sinistra, fra le siepi, pei solchi, col ventre a terra. Era

una lotta a urtoni, a pugni, a piattonate. Da un lato si sentiva gridare

con voce rabbiosa: — Largo! — Dall’altro un grido terribile: —

Vigliacchi! — Qualche voce supplicava: — Salvate l’onore! Coraggio,

figliuoli! Siamo ancora in tempo! — Fu tutto invano; i fuggiaschi, colla

forza del numero e l’impeto della paura, ruppero quella barriera di

petti intrepidi e si precipitarono al di là del ponte, lasciando solo il

piccolo drappello a far fronte al nemico che già era a mezzo della

china. Rifiniti dalla corsa, si ricoverarono in una casa poco lontana,

dove c’erano già dei feriti; io sopraggiunsi in quel punto. Arrivarono

poi i pochi ufficiali e soldati che aveano fatto un’ultima resistenza e

lasciati sul terreno parecchi morti; appena arrivati tentarono disporre

gli altri a difesa; vano tentativo anche questo: quella gente non aveva

più goccia di sangue nelle vene, nè sentimento di vergogna, nè aspetto

umano. Si sparpagliarono per le scale, s’arrampicarono sui tetti, si

rifugiarono nelle cantine, serrando a furia porte e finestre; ci riuscì

a stento a far trasportare in una stanza tre quattro dei feriti più

gravi, uno col viso fatto in due dalla sciabola d’un ufficiale, gli

altri feriti di palla nella schiena. Stavo prestando loro le prime cure,

quando a un tratto scoppiò un fracasso più forte, uno sbatter più

furioso di porte e correr di qua e di là, urlando a squarciagola. Era

una compagnia di nemici, sbucata non si sa di dove, che s’avvicinava di

corsa alla fattoria. Si sarebbe potuto resistere; non si sentirono che

poche fucilate, i più precipitarono nel cortile per arrendersi.

Entrarono infuriando i nemici, i nostri soldati buttarono i fucili in

terra, gridando: — Prigionieri! Pace! — Quelli, non potendo credere a

tanta codardia, sospettando un inganno, gli si scagliarono addosso lo

stesso, e cominciarono a picchiarli coi calci dei fucili. Alcuni di quei

vigliacchi si buttarono in ginocchio; uno, che fu poi riconosciuto,

implorò la pietà d’un ufficiale nemico, dicendogli: — Io sono per voi! —

E allora giù quel berretto! — gli rispose l’ufficiale, dandogli un

ceffone che gli buttò il berretto in terra. Altri si presentarono ad

altri ufficiali dicendo: — Noi non ci siamo battuti. — Qualche

bell’esempio si vide: due ufficiali si fecero uccidere, uno ferire

mortalmente, alcuni soldati opposero una resistenza accanita

nell’interno della casa. Finalmente si arresero tutti, e quando i

prigionieri ed io fra questi sfilammo dinanzi alla compagnia nemica, il

capitano, avvicinatosi ad uno dei nostri ufficiali, gli disse in cattivo

italiano, con un accento di compassione che mi suonerà nell’orecchio

finchè io viva: — Signor ufficiale, lasciatevelo dire, voi vi siete

battuto bene, e tra i vostri soldati ce n’è dei bravi, ma ci sono anche

dei gran poltroni! — L’ufficiale diventò pallido, tremò per tutta la

persona come preso dalla febbre e poi, voltandosi verso un gruppo dei

soldati che s’erano portati peggio, urlò con una voce lunga e selvaggia

che ci fece compassione ed orrore: — Ah!... infami!”

La signora si coperse il viso colle mani.

“S’eran portati da vigliacchi, furono trattati da vigliacchi. I nemici

li misero due a due, con una fila di cavalleggieri per parte, e avanti,

a traverso i campi, a passo dei cavalli, e chi si lamentava, sciabolate

sulla schiena, il cavallo addosso, e improperii. Il drappello entrò sul

far della notte nella città di ***, in che stato, se lo figuri. Ebbene,

nelle vie di quella povera città, che era pur nostra, in mezzo a quei

poveri cittadini che già sapevano come fosse finita la battaglia, e

venivano incontro ai prigionieri col cuore straziato e gli occhi rossi

di pianto; in quelle vie, questi miserabili commisero l’ultima, la più

vergognosa e la più laida delle loro viltà. Ridotti com’erano, in mano

dei vincitori, spossati, laceri, col viso livido dalle percosse, col

marchio dell’infamia sopra la fronte, questi svergognati... cantarono!”

La madre e i ragazzi fecero un segno d’orrore.

“Cantarono!” proseguì il dottore; “forse per la gioia d’essersi liberati

dai pericoli avvenire della guerra, forse per far vedere che a loro

importava poco d’essere stati battuti, fors’anche per amicarsi i nemici.

I nemici sorridevano di disprezzo, i cittadini si voltavano indietro

indignati, gli ufficiali prigionieri si coprivano il viso. Un d’essi,

non potendo più reggere, si presentò al comandante la scorta e lo pregò,

in nome della fratellanza di tutti gli eserciti, che li facesse tacere

lui. Tutto, — gli disse, — noi siamo disposti a sopportare, fuorchè

questo strazio; se non volete liberarcene voi, dateci almeno le nostre

sciabole, che si possa sfracellar la testa a qualcuno. — Il comandante

ordinò ai suoi soldati che imponessero silenzio; venne giù una tempesta

di piattonate, e i prigionieri tacquero. Quella sera fummo divisi, ed io

non li vidi più. Ma a me, agli ufficiali, ai pochi soldati che si

batterono, rimasero nella mente le fisonomie e i nomi dei più

vigliacchi; ci accordammo per riferire ogni cosa appena tornati al

reggimento, e far dare un esempio solenne; si tenne la parola; dieci

furono già fucilati; ne restano altri due, che vedrete; noi abbiamo

fatto il nostro dovere, non ho avuto mai la coscienza più tranquilla.”

La signora appoggiò la testa sopra una mano e mormorò quasi

macchinalmente, cogli occhi fissi: “Ma è la morte... dottore!”

“Sempre così!” esclamò questi balzando in piedi con impeto e cominciando

a passeggiare per la stanza; “siamo sempre gli stessi! Finchè si tratta

di dire: — combattere per la patria, avanti, coraggio morire, — sta

bene; ma quando poi si tratta di restare al proprio posto per morire

davvero, allora pare che non ci abbia da essere obbligato se non chi ha

il coraggio naturale di starci; per gli altri è un affare di

temperamento; chi non può, pazienza, non siamo tutti eroi. Così, fin che

si tratta di scagliarsi contro i vigliacchi in prosa e in poesia,

gridando all’infamia, alle anime abbiette, alla patria disonorata, con

tutte l’altre parole, tutti ci stanno; quando poi ve ne conducono

dinanzi uno, allora patria, valore, onore, bandiera son tutte bolle di

sapone che si sciolgono, e non resta che il sentimento dell’umanità.

Signora! voi non vedete che un uomo che deve morire, solo, là in mezzo a

un campo, con una croce in mano e gli occhi rivolti al cielo; e

vivaddio! ho viscere d’uomo io pure, e quello spettacolo fa male anche a

me. Ma non è a codesto moribondo che voi dovete fermarvi col pensiero;

voi dovete vedere codest’uomo stesso nascosto in un fosso o dietro una

siepe, col viso a terra, tremante, mentre cento passi più innanzi vi

sono i suoi compagni che offrono il petto alle palle, e invece di

slanciarsi innanzi e di vincere, debbono star fermi e morire, perchè i

vili hanno diradato le file. Dovete immaginarvi codest’uomo quando dice:

— I miei compagni saranno uccisi, non importa; la mia bandiera sarà

vituperata, non importa; io sono un vigliacco, non importa; mi

sputeranno in viso, non importa; ma vivo! — dovete immaginarvelo così,

per sentire che codest’uomo deve sparire dal mondo, che lo fareste

sparir voi colle vostre mani, che la sua vita è un insulto ai morti. Per

carità, signora! Questa pietà è fatale! Dietro a ogni vigliacco rimasto

in piedi, c’è un mucchio di valorosi sacrificati. Credetelo; bisogna

essere inesorabili; dobbiamo far capire a questa gente senz’anima e

senza cuore, che sopra un campo di battaglia c’è qualcosa di più

prezioso a conservare che queste quattr’ossa che ci fanno commettere

tante bassezze; bisogna farle capire che quando la patria ha bisogno di

sangue, dobbiamo darglielo, e che chi non lo vuol versar sul campo, in

mezzo agli altri, lo dovrà versare solo, in una piazza d’armi,

inevitabilmente; bisogna tagliare la parte fradicia, signora! Siamo

ancora in tempo; guai se ci trema la mano; a una nuova occasione saremmo

schiacciati e svergognati per sempre! Dio non voglia....”

Qui s’interruppe, stette un po’ silenzioso, guardò l’orologio e

soggiunse a bassa voce, con grandissima calma: “Ditemi piuttosto,

signora, che questo non è il momento di proferire parole d’ira e di

disprezzo; è meglio tacere e pensare.”

La signora si sentì correre un brivido per l’ossa.

Ricordi del 1870-71 · 第 33 / 47 题