L’ADOLESCENZA.

Quei tre o quattr’anni che passano tra l’infanzia e la giovinezza, son

pieni di sconforti e di malinconie come quando si comincia a sentir che

s’invecchia. L’anima, smaniosa d’affollarsi alla vita, se la vede chiusa

da ogni parte, e si dibatte in una prigionia affannosa. Come il germe, a

primavera, tenta la scorza che lo ravvolge, e s’agita impaziente, così

in quegli anni, l’uomo si sente chiuso nel ragazzo, e ne freme. Ha

bisogno d’aria e di luce, e vorrebbe levarsi a volo, urta le ali nelle

pareti domestiche, e le ripiega rintuzzate e dolorose. Vede sotto di sè

un piccolo mondo di bambini, dove si gioca, si ride, si canta, si

folleggia, e non vi può più discendere; vede di sopra un altro mondo più

vasto, dove si pensa, si lavora, si combatte, si ama, e non vi può

ancora salire. Travede già, come dietro un velo, la donna, bella, cara e

misteriosa, argomento segreto di desiderio e di sogno; e la donna si

china a baciare i bambini, si volta a guardare gli uomini, e a lui passa

accanto, e nol vede. Egli vorrebbe attirare quello sguardo, parerle

bello, piacerle; e non è che un bambino allungato, con una grossa testa

su due spallucce misere, e un busto cascante su due stecchi di gambe da

cui saltan fuori due ginocchioni angolosi. Sente i primi stimoli della

vanità, vorrebbe esser ben vestito, elegante; e gli fanno portare i

panni smessi di suo fratello maggiore, e gli taglian le cravatte nei

vestiti vecchi di sua sorella, e non si fidano ancora di lasciargli in

mano l’orologio. Vorrebbe esser preso per un ometto e contar per

qualcosa; se apre la bocca in mezzo alla gente, o dice una freddura, che

cade inosservata, o dice uno sproposito, e gli dan sulla voce. Vorrebbe

essere garbato e piacevole; e se capita in un salotto non sa come

rigirarsi, urta in una seggiola, mette i piedi sullo strascico di una

signora, e pesta un callo al padrone di casa. Vorrebbe esprimere quel

che gli bolle dentro, aprire il suo cuore, sfogarsi; e scrive dei versi

che fanno ridere il maestro, e il babbo glieli strappa di mano, e gli

mette sotto il naso un trattato d’aritmetica. Vorrebbe agitarsi,

svagarsi, girare, veder cose nuove; e deve tornare a casa alle otto a

scartabellare il dizionario latino, in un cantuccio della sua stanza,

solo, mentre sente il fruscio dei vestiti delle sue sorelle, che si

preparano pel teatro o pel ballo. Sconfortato, umiliato, ora s’insinua

in mezzo alla gente per implorare uno sguardo, un sorriso; ora si chiude

in sè stesso, indispettito e selvatico, e come stanco degli uomini e

della vita. E allora seguono le lunghe ore di solitudine passate alla

finestra, di notte; o in campagna, a guardare tra i fili dell’erba; e la

sua fantasia vivida e irrequieta si slancia avidamente nell’avvenire, in

un avvenire sconfinato ed arcano, pieno di grandi disegni e di grandi

speranze. Allora egli si finge una vita a modo suo; casi mirabili e

strani, lotte, pericoli, trionfi, viaggi, aurore di cieli ignoti, e

vasti giardini taciti, popolati di fantasime care; e lì ricordi

indistinti di profili verginali, cento volte raccolti e ricomposti e

vagheggiati con trepido amore, e convegni solitari, e parole ardenti, e

dolcezze che soverchiano le forze dell’anima. Ma poi quella splendida

visione lo rattrista o lo stanca, ed egli riabbraccia con impeto la

vita; si getta di nuovo in mezzo allo strepito dei sollazzi infantili;

se ne sdà, non pago, e si volge appassionato agli studi; irrequieto, li

abbandona, e cerca il riposo dello spirito nelle fatiche smodate del

corpo; il suo mondo fantastico gli si mesce nella mente al reale, e lo

assalgono nelle tenebre subite paure, da molto tempo perdute; terrori

religiosi impensatamente ridesti; poi freddezze feroci che gli armano la

mano contro gli animali innocenti, e ardimenti insensati che lo spingono

sull’orlo dei tetti e sulla cima degli alberi; poi malinconie profonde

che gli fanno cercar le braccia della madre, e piangere sul suo seno

lacrime calde e pacificatrici.

L’eccessiva timidezza di molti ragazzi di quell’età proviene appunto da

che essi hanno dentro tutto quel tumulto di pensieri e d’affetti, e

voglion tenerlo celato, e treman sempre che altri lo scopra, e li stimi

più ragazzi di quel che sono; essi medesimi credono che quello sia un

resto di fanciullaggine, e se ne vergognano; mentre è invece la prima

scintilla della giovinezza che li feconda e li trasforma.

Ricordi del 1870-71 · 第 32 / 47 题