Febbraio, 1870.
In queste sere s’è visto passare per la città molti coscritti. Passavano
per lo più a notte fatta, quando le vie sono illuminate, e comincia il
viavai delle carrozze, e quel vario agitarsi di gente allegra che è
solito nei giorni di carnovale. Passavano in fretta, due a due, vestiti
dei loro panni da paesani, ravvolti nelle coperte da campo, condotti da
pochi soldati, voltandosi di qua e di là a guardare le porte dei teatri,
le botteghe tappezzate di maschere e i banchi dei venditori di fiori,
coperti di ghirlande e di mazzi. Della gente, altri dava loro
un’occhiata di sfuggita, altri si fermava agli angoli delle vie per
vederli sfilare, e qualche cocchiere bestemmiava ch’era costretto a
fermare il legno; i fattorini dei caffè, col naso contro le vetrine,
accompagnavano collo sguardo il drappello frettoloso fin che spariva.
Una sera fra le altre, trovandomi con un amico mentre passava uno di
questi drappelli, gli dissi:
“Osserva in questo momento le faccie della gente che guarda, e dimmi se
ne vedi una che abbia una espressione decente. Costui che c’è vicino
ride d’una certa foggia di calzoni che aveva un coscritto che gli passò
dinanzi. Quest’altro ha mormorato a fior di labbra: — Gli hanno un
freddo da cani! — e se n’è andato cacciando il mento sotto il mantello,
più contento di sentirsi al caldo dopo aver visto qualcuno che batte i
denti. Quell’altro là guarda i coscritti colla stessa aria di curiosità
con cui si guardano i condannati condotti al palco. Questo giovanotto
che ti sta accanto ha esclamato: — Oh che vita! — Quello lì che hai
davanti ha brontolato: — Oh poveri disgraziati! — E tutti gli altri,
guardali bene, chi più chi meno hanno la testa chinata da un lato, e il
viso atteggiato a quella egoistica pietà che si compiace nel confronto
dei dolori altrui colla quiete e col benessere proprio; quella pietà
bugiarda e poltrona, che pronuncia la parola trista colla voce allegra,
e deplora senza amare; pietà che oscilla fra la compassione e lo
scherno, senza la sincerità dell’uno e la sfacciataggine dell’altro;
pietà più oltraggiosa del disprezzo. Perchè ciò?”
“Perchè tutta questa gente non capisce il soldato,” mi rispose l’amico;
“perchè vedendo passare codesto drappello di coscritti, la maggior parte
non considerano altro che la privazione del teatro, della passeggiata e
della bettola, e non vanno colla mente più in là della caserma dove ci
si diverte poco e si dorme a disagio. Nessuno di costoro, io credo,
scorge nel fatto stesso di questa privazione, nel contrasto di questi
giovani che cominciano ora una vita di abnegazione e di stento, con
tutta l’altra gente che ne comincia una di allegrezza e di festa,
nessuno vi scorge l’idea grande e generosa che v’è significata e posta
in atto, e che deve impedire la pietà suscitando l’ammirazione. Quando
nel soldato non si vede più che una persona gravata di molte fatiche e
priva di molti divertimenti, quando non lo si capisce più che come
individuo, vuol dire che non lo si capisce più affatto.”
Gli domandai se credeva che fossero molti quelli che non lo capivano
più.
“La maggior parte,” egli mi rispose. “Nel nostro paese, siamo oramai
pervenuti a quei giorni pronosticati dal Bossuet, in cui gli uomini non
hanno più la mente e il cuore ad altra cosa, che agli affari e ai
piaceri. Fuori di lì pare che non s’intenda e non si senta più nulla. La
morale, il dovere, l’abnegazione, il sagrificio, i principii più sacri
del pari che i sentimenti più nobili, sembra che pel generale degli
uomini si siano mutati come nei fantasmi d’un sogno, che brillano a
brevi istanti nel pensiero, e dileguano. E non è punto da meravigliare
quando si pensi che suol accadere dei popoli lo stesso che degli uomini,
e specialmente dei giovani. Come un giovane, dopo essersi sciolto (per
forza di qualche doloroso disinganno) da una passione violenta contratta
con molta speranza di felicità e di fortuna, ricade in un abbandono
spossato e tristo, e rinnega tutti gli affetti gentili che quella
passione gli aveva suscitati nel cuore, e deride tutti gli alti
propositi che gli aveva fatto fermare, e si butta allo scettico, e
divien freddo e duro; così il nostro paese dopo quella grande espansione
d’entusiasmo, di virtù e di fede che ha fatto quattro anni or sono con
esito tanto diverso dalla sua aspettazione, ora è caduto nell’apatia,
stanco, incredulo e svogliato. In mezzo a questo desolante spettacolo di
fracidi vizi e di virtù frolle, come dice il Giusti, l’esercito è quanto
gli rimane di meglio; ma la maggior parte, ripeto, non lo comprende più.
E perchè per comprenderlo bisogna aver cuore, e quando non s’ha cuore la
mente sola non basta ad afferrare il senso di certe cose; perchè quando
dal cuore sono fuggiti certi sentimenti e certe virtù, non si può più
capire un’istituzione che appunto da quelle virtù e da quei sentimenti
trae la sua vita e la sua forza; perchè quando non s’ha più spirito di
abnegazione e di sacrificio non si vede più che cosa importi a uno Stato
il possedere una grande scuola in cui quello spirito si fortifichi e
s’inspiri. Quindi, si considera l’esercito come un’altra qualunque
istituzione, di cui, quando non si toccano i frutti dì per dì, si dice
ch’è inutile. Non vi si vede dentro il grande lavoro morale che vi si
fa, i caratteri molli che vi si ritemperano, i buoni principii che vi si
rassodano, le aspirazioni generose che vi si attingono; tutto questo non
dà nell’occhio, non si tocca, non si sente; chi è che va a frugar
nell’anima dei quarantamila uomini che ogni anno tornano a casa? Si
vedono passar per le strade, uscir di quartiere, girare in piazza
d’armi, fare la sentinella, combattere le battaglie finte, finire il
servizio, e tornarsene, e tutto è lì; l’esercito non è altro e non
significa altro. Qual meraviglia che il coscritto desti un sentimento di
pietà in chi vede l’esercito sotto quest’aspetto? È un uomo che va a
sgobbare e a soffrire.”
Questo disse il mio amico. Però badate, o lettori: coloro per cui le
parole di sacrifizio e di abnegazione non sono che parole, coloro, che a
parlargli il linguaggio del cuore sorridono, coloro che tengono la
vostra vita per una vita di forzati, in cui non si faccia nulla per
impulso spontaneo di virtù e tutto per timor della pena, badate, costoro
quando mostrano di pigliare a petto la vostra causa, mentono. Chi vi
compiange invece di ammirarvi e di farvi coraggio, è quegli stesso che
compiange l’operaio che suda per procacciare il pane ai suoi figliuoli,
perchè in lui come in voi non capisce il sacrifizio, e come non lo
capisce, così lo suppone un dolore senza conforti, da cui l’anima
naturalmente repugni, come dal più duro supplizio. E come lo suppone
senza conforti, così non sa rendersi ragione del come e del perchè
possano esistere nel cuor vostro de’ sentimenti che ve lo facciano parer
leggiero, che ve lo facciano compiere lietamente, e considerarlo come un
dovere, e ricordarlo, dopo fatto, come una gloria. Costoro sono quegli
stessi che si domandano perchè il soldato Perrier si sia fatto uccidere
per salvare la vita al sottotenente Cocatrix; perchè il sottotenente
Gabba abbia amato meglio di pigliarsi una palla nel fianco che
rispondere al nemico: — Mi arrendo; — perchè Alfredo Cappellini abbia
voluto morire quando poteva mettersi in salvo senza venir meno al suo
onore. Con che scopo? domandano. Con che scopo!
Ma abbiatelo per fermo: quando non s’ha punta virtù di sacrifizio,
quando non s’ha cuore da amare questa virtù per sè stessa, senza scopo e
senza perchè; quando si disconoscono questi grandi sentimenti che sono
quanto v’è di più eletto e di più rispettabile nell’uomo, allora non c’è
più nè magnanimità, nè coraggio, nè forza, e neanche onestà vera e soda.
L’uomo non è più onesto se non quanto e finchè gli conviene. Non
riconoscendo più altro movente e altra norma alle azioni proprie che
l’utile e l’interesse diretto del suo benessere, quando questo cessa
come consigliere di onestà, l’istinto brutale sottentra e l’ordine
morale è sconvolto.
Ma voi non siete di costoro; voi siete giovani, voi avete lasciato or
ora le vostre famiglie e serbate l’anima piena di fede e di affetto, e
intraprendete lietamente questa nuova vita faticosa ed austera a cui
foste chiamati.
Per ciò a voi si può parlare un linguaggio che altri non capirebbe o
volgerebbe in riso; a voi si possono porgere i consigli che il cuore
detta e che si rivolgono al cuore; voi non torcete il labbro, per Dio,
quando si fa appello ai sentimenti più generosi dell’anima umana.
Anzitutto non bisogna nascondervi la verità. Noi non siamo di coloro che
mettono in luce un solo aspetto della vita militare, il migliore. Noi
diciamo apertamente ch’essa è dura e penosa. Per aver diritto di porgere
dei conforti, convien mostrare di conoscere le ragioni per cui si
stimano necessarii. E queste ragioni son molte. Il soldato vive lontano
da casa, sacrifica la libertà, ed è sottomesso a una legge
inesorabilmente severa. Un accesso di collera, un offuscarsi momentaneo
della ragione può esser causa dell’infelicità dell’intera sua vita, lo
può perdere per sempre. Bisogna ch’egli rompa bruscamente tutte le
abitudini del passato; bisogna che rinunci a molti di que’ piccoli
comodi e di quei modesti piaceri d’elezione che ogni altra condizione
sociale, per quanto umile, permette. In molte occasioni, bisogna ch’ei
ponga a repentaglio la salute e la vita nello stesso modo che altri
arrischierebbe al giuoco uno scudo, senza esitazione e senza rammarico.
Bisogna che molte volte egli sopporti fatiche tremende, che trascinano
l’anima alla disperazione; fatiche a cui egli stesso si meraviglia poi
d’aver potuto resistere, come quelle che reputava fermamente superiori
alle forze mortali. La fame, la sete che mette il fuoco nelle viscere,
deforma il sembiante umano e ottenebra l’intelletto; lo sfinimento che
prostra l’uomo a terra come privo di vita; il sole che infiamma il
cervello; la caldura che mozza il respiro; la trista solitudine del
casotto nelle notti d’inverno, in mezzo al gelo e alla neve; le
infermità non credute, che non esentano dalla fatica, e la convertono in
un tormento e in un pericolo; le lunghe ore d’immobilità e di silenzio
nelle rassegne; la compagnia obbligata di persone invise o sprezzate o
ripugnanti; i sonni brevi e interrotti da subite chiamate e dalla
necessità improvvisa di fatiche nuove; il cibo qualche volta malsano o
scarso o tardo; le mille esigenze della condotta fuori del servizio; le
cure minute e tediose della divisa e delle armi; l’isolamento da ogni
classe di cittadini in città sconosciute; in qualche luogo e in qualche
caso la diffidenza della popolazione, o l’antipatia, o l’ira aperta e
l’odio; e mille altre cose.
Ma che perciò? Perchè la vita del soldato trae con sè questi mali,
dovremmo noi fare come certi suoi mascherati amici, che dopo averglieli
enumerati dal primo all’ultimo, ricominciano dall’ultimo per ritornare
al primo? Che amicizia è questa, di aprir la piaga pel solo gusto di
vederci dentro, senza spargervi il balsamo risanatore?
Noi diciamo invece al coscritto: — Questi sono i mali che tu avrai da
patire, e sono molti e non lievi; ma non disanimarti: intraprendi la tua
strada coll’animo armato di coraggio e di costanza, non lasciarti
accasciare sui primi passi. Non c’è vita, per quanto dura, che non abbia
le sue consolazioni. Di queste te ne verrà una parte dalla natura stessa
della vita che tu farai; vita nuova e varia e piena di accidenti
impreveduti e strani; vita in cui ai giorni lenti e tristi s’avvicendano
molto spesso i giorni allegri e rapidi. Muterai sovente soggiorno e
conoscerai molta parte del tuo paese che ora t’è ignoto poco meno che un
paese straniero; e vedrai terre e città per te nuove d’aspetto e di
costumi, e ti si aprirà la mente a nuove idee, e acquisterai in pochi
mesi l’esperienza di varii anni, e molte di quelle cognizioni che nessun
tempo ti avrebbe fatto acquistare se tu fossi rimasto a casa tua. Altre
consolazioni tu potrai ricavare dalla tua coscienza, purchè tu gliele
sappia domandare. Non sorridere; non c’è soldato, per quanto ei
comprenda male i suoi doveri, per quanto ei si tenga poco della sua
divisa e senta leggermente la dignità del suo carattere, non c’è
soldato, anche fra i più svogliati e i più scontenti, il quale in fondo
al cuore non celi pure un po’ d’alterezza, un orgoglio indistinto, una
tal quale compiacenza d’essere soldato; o se non la sente fin ch’è
soldato, la sentirà poi, la sentirà di sicuro. Non sono rari i soldati
che maledicono una volta all’ora l’uniforme che vestono e la vita che
menano; ma sono certamente rarissimi quelli che, tornati a casa, non si
tengono onorati d’aver vestito quell’uniforme e di aver menata quella
vita. Non c’è vecchio soldato il quale non comprenda e non senta che
quei cinque anni di vita militare gli hanno lasciato in fondo al cuore
qualche cosa di buono e di stimabile; qualche cosa che gli conferisce
una superiorità incontestata sugli altri; un diritto particolare alla
pubblica considerazione. E tu procura di nutrire e di mantenere in te
questo sentimento fin da quando ti trovi al servizio. Perchè di una
qualità di cui sarai certamente lieto ed altero molto tempo dopo che
l’avrai rilasciata, non dovresti essere altero e lieto mentre l’hai? Non
è giusto nè utile. Tientene dunque di essere soldato. Se non avrai
questo sentimento, le fatiche e le privazioni ti parranno doppiamente
penose, perchè ti mancherà l’alimento principale che dà la forza per
sostenerle: la soddisfazione di compiere un dovere che onora.
Un altro conforto lo troverai nei tuoi amici. La vita molle, snerva e
intisichisce il sentimento dell’amicizia; la vita rigida, lo rafforza e
lo dilata. La parola _camerata_, che propriamente significa amico di
caserma, vuol dire assai cose di più che la parola amico, perchè accenna
alla natura speciale dell’affetto che fa nascere tra soldato e soldato
la comunanza della vita militare. Camerata vuol dire un compagno che ti
vuol bene, perchè avete mangiato molto tempo insieme la minestra della
stessa marmitta; perchè in marcia avete molte volte dormito l’uno
accanto all’altro sui mucchi di pietre della strada; perchè molte volte
vi siete portato il rancio l’uno all’altro quand’eravate di guardia, e
molte volte vi deste il cambio di sentinella, e vi aiutaste a stringervi
il cinturino, e v’imprestaste la giberna per andare alla parata della
guardia, e la pipa per passare il meno noiosamente possibile le ore di
uscita nei giorni ch’eravate consegnati. Per tutte queste ragioni il
camerata è più che un compagno e un amico, è un fratello; anzi, più che
un fratello, perchè la comunanza dei pericoli della guerra infonde in
questo affetto fraterno un non so che di forte, di solenne e di sacro,
che tra fratelli, nella vita ordinaria, manca. E tu vedrai, coscritto,
che i tuoi più cari ricordi d’amicizia saranno sempre quelli della
caserma; che il viso di cui ricorderai più lungamente la fisonomia sarà
quello del tuo vicino di letto; che i motti, gli scherzi, i consigli,
gli atti garbati, i servizii amichevoli, le testimonianze e le prove di
affetto e di fedeltà che porterai per maggior tempo nel cuore saranno
quelli dei tuoi compagni di squadra; che fra i servigi di cui
conserverai più viva e durevole la gratitudine sarà quello d’un sorso
d’acqua datoti da un camerata in un’ardente giornata di luglio dopo
molti chilometri di cammino, una visita ch’egli t’abbia fatto
all’ospedale quand’eri malato, o una lira ch’egli ti abbia prestata in
una tua occasione di bisogno. Credi, coscritto, a quest’affetto, che è
quanto di più bello e di più nobile ha la vita del soldato. È un affetto
che non si dimostra colle carezze e colle tenere parole; è un affetto
chiuso e ruvido; ma profondo, ma schietto, ma tale che tu ci puoi
confidare sempre e con sicurezza intera. Hai tu mai veduto due soldati
della stessa compagnia che s’incontrano e si riconoscono dopo molti anni
che hanno finito il servizio, quando son tutti e due padri di famiglia,
mutati di viso, di panni e di costumi? Se tu gli hai veduti, e se il
loro grido di sorpresa, la loro gioia, il subito illuminarsi del loro
volto e l’impeto affettuoso con cui si sono gettati l’uno nelle braccia
dell’altro non t’ha fatto dire: — Io li invidio — allora tu hai il petto
vuoto come un tamburo. Ma no, tu avrai goduto della loro gioia, e
sinceramente ammirato l’intima corrispondenza dei loro cuori, e detto a
te stesso: — Quando sarò soldato, sarà codesto uno dei miei più cari
conforti.
Un altro dei tuoi conforti, sarà la memoria affettuosa della tua
famiglia. L’amore della patria e della bandiera non è veramente schietto
e gagliardo se non quando germoglia dall’affetto della famiglia, che di
tutti gli affetti è l’origine e l’alimento. L’amor di patria non è che
l’amore della propria famiglia esteso dalle mura della nostra casa
paterna fino ai confini dello Stato di cui siamo cittadini. Lo spirito
di abnegazione che ci dà forza per faticare e soffrire, e coraggio per
combattere e affrontare la morte in difesa del paese, non è che quello
stesso spirito che ci induce a lavorare e a sudare più che non faremmo
per noi, quando nostro padre è vecchio e inetto al lavoro; non è che lo
spirito che ci fa vegliare le notti al capezzale di nostra madre colpita
dal contagio, quando gli amici e i parenti paurosi l’hanno abbandonata;
è lo stesso spirito fatto più potente e più ardito. L’amor di patria non
è che l’amore d’una vasta parentela ignota; quando questo manca, nessun
altro affetto attecchisce e mette radici profonde.
Custoditelo dunque, quest’affetto; mantenetelo vivo ed intero come lo
sentiste nell’istante in cui vi siete separati dalla vostra famiglia;
preservatelo religiosamente dalle offese del tempo, del mal esempio e
dei cattivi costumi; preservate quest’affetto, il quale alla sua volta
preserverà voi da molte bassezze, da molte colpe e da molti rimorsi. Non
è possibile che un figliuolo sinceramente affettuoso e devoto si macchii
mai di una codardia. Il pensare che un tal atto imprime il marchio del
disonore sulla fronte di chi gli ha dato la vita, e contrista gli ultimi
suoi giorni, basta per sè solo a rattenerlo sulla via del dovere e della
virtù in qual più difficile cimento egli si venga a trovare. Il soldato
che contamina il suo nome e tradisce la sua bandiera apre nel cuore dei
suoi la più terribile ferita che vi possa aprir mano umana. Al
contrario, nessun orgoglio è ad un tempo più caro e più legittimo in una
famiglia, che quel d’aver dato all’esercito un bravo soldato. E il far
sì che la nostra famiglia vada giustamente altera di noi, e aggiunga
all’affetto naturale che ci porta il sentimento della gratitudine, è una
delle più generose e gentili prove di virtù che possa dar l’uomo sulla
terra. Onorate dunque il vostro nome onorando la divisa di cui la patria
vi veste, e date ogni giorno un pensiero affettuoso alla casa paterna;
dateglielo in mercè di tutte le trepidazioni che destano tra quelle
pareti i vostri pericoli, di tutti i voti che si fanno là per la vostra
salute, di tutto quel che si soffre, di tutto quel che si teme, di tutto
quel che s’invoca per voi.
Questi sono i doveri che avete verso voi stessi. Ascoltate ora quelli
che avete verso i vostri superiori e verso la disciplina.
Non date fede a coloro che, lamentando le gravezze della vita militare,
distinguono malignamente voi dai vostri capi, per insinuarvi che coteste
gravezze ricadono solamente sui soldati, e che man mano che si salgono i
gradini della gerarchia, s’alleggerisce quel pesante fardello di doveri
e di sacrifizi che voi portate tutto intero. Non date fede a costoro.
Persuadendovi che i carichi e i compensi sono ingiustamente ripartiti,
essi mirano a scoraggirvi, perchè dallo scoraggiamento nasca il mal
volere, e da questo l’indisciplina. Essi vi dicono una menzogna.
Ascendendo di grado in grado, i carichi mutano di natura, non scemano;
il peso passa dalle spalle sul capo; ma resta, e si rende forse più
grave. I vostri capi, quanto più stanno in alto, tanto faticano meno
della persona; ma tanto più hanno faticato per l’addietro. Voi siete
giovani, essi sono molto innanzi cogli anni. Voi siete legati a codesta
vita di sacrifizio per cinque anni; essi fino alla vecchiaia; molti fino
alla morte. Voi menate codesta dura vita nel fiore della vostra
giovinezza, in cui la salute rigogliosa, il sentimento d’un avvenire
lungo e indeterminato, e le illusioni proprie della vostra età vi danno
animo e vigore a sopportare lietamente le fatiche e le privazioni; in
voi, ad ogni levar di sole, si ritempra di nuova forza il coraggio e di
nuova letizia la speranza. Ma essi, i vostri capi, menano la vita
militare in un’età avanzata, in cui l’entusiasmo giovanile, che ogni
cosa avviva e abbellisce, essendo svanito in tutto od in parte, le
privazioni e le fatiche, benchè per sè stesse men gravi delle vostre,
riescono nullameno ad un effetto eguale, se non maggiore. Le umiliazioni
che toccano a voi, i castighi che a voi s’infliggono hanno l’aspetto di
essere più penosi e severi, e materialmente lo sono; ma riescono in
fondo meno amari di quelli de’ vostri superiori, in cui l’età e il grado
stesso raffinano la suscettibilità dell’amor proprio e rendono più duro
l’orgoglio. Voi siete sotto gli occhi dei vostri superiori; essi sono
sotto gli occhi di altri superiori, sotto i vostri e sotto quei del
paese. La vostra responsabilità è ristretta nella cerchia del vostro
buon volere, e l’assumete e la smettete in un con lo zaino e col
cappotto; i vostri capi l’hanno sempre, l’hanno in momenti terribili,
l’hanno tale che alle volte ella schiaccia le anime più grandi e spezza
le fibre più vigorose. Voi colpisce qualche volta il castigo immeritato
di un superiore violento; essi subiscono non di rado la sentenza
ingiusta e la collera cieca d’un popolo e d’un’età, vittime espiatorie
degli errori di molti. No, non è ingiusta la ripartizione dei carichi;
credetelo, molti dei vostri capi v’invidiano spesso gli esercizi di
punizione e la cella; molti vorrebbero talvolta mutare nella faticosa
agitazione della vostra umile vita quella loro quiete stanca e pensosa,
a cui dan nome di riposo gl’inesperti, e d’ozio i maligni.
Portate adunque rispetto ai vostri superiori, quanto più sono locati in
alto; e non solo quel rispetto militare che la disciplina v’impone,
allegandone la necessità e prefiggendone le forme; ma quell’altro
rispetto intimo, cordiale, devoto, che ogni cittadino deve a chi regge
un alto ufficio nel suo paese, ed ha per lo più, con molti e difficili
doveri, pochi e malsicuri compensi. Rispettate i vostri capi anche come
cittadini. Ricordatevi che molti di essi sono diventati vecchi nelle
file dell’esercito; che molti hanno portato lo zaino e mangiato nella
gamella, come voi, per assai più anni che voi non vi mangerete; che
molti erano già soldati provetti e alteri di cicatrici antiche quando
voi eravate poco più che fanciulli; che molti hanno combattuto per la
libertà italiana o sono andati a cercare una guerra giusta e una
bandiera libera in terra straniera, assai prima che voi foste nati. Ma
non basta che li rispettiate: essi amano voi, amateli. Sono stolidi o
tristi coloro che suppongono che i vostri capi non abbiano per voi altro
sentimento che quello d’una indifferenza fredda o d’un’uggia stizzosa
che cerca e desidera il fallo per vendicarsi col castigo delle cure e
delle noie che loro toccano per cagion vostra. E perchè non vi
dovrebbero voler bene? Perchè un colonnello coi capelli grigi (a meno
che non fosse di natura eccezionalmente cattiva) non dovrebbe tenere in
conto di suoi figliuoli voi, giovani di vent’anni, che in confronto suo
siete tanti ragazzi, voi che gli ricordate i giorni più belli della sua
giovinezza, le più care emozioni della sua vita soldatesca, quei giorni
spensierati ed allegri ch’egli rimpiange pur sempre, e che vorrebbe
forse rivivere anche a prezzo delle sue spalline e dei suoi quattro
galloni? Ma non capite che voialtri comprendete tutto in voi stessi, e
significate tutto per lui: il suo passato, la sua famiglia, il suo
orgoglio, la sua vita? Gli è perchè non vi viene a stringere la mano uno
per uno che voi supponete ch’egli non vi voglia bene? Voi sapete pure
che non lo può fare perchè i più di voi abuserebbero di quella
famigliarità, ed è giusta la sentenza che dice: — Da’ la mano al soldato
ed egli si piglierà il braccio. — Ma andate un po’ da un colonnello a
parlargli male dei suoi soldati! Guardateli un po’ bene negli occhi
questi comandanti di corpo quando si congedano dai loro reggimenti!
Andateli un po’ a cercare quando sono in ritiro e camminano col bastone,
e parlate loro della quinta compagnia, della settima, della nona, di
quella certa testa vuota di caporale foriere, di quella buona pelle di
soldato, di quel tal altro rompicollo di tamburo, e vedrete come si
ricordano di tutto e di tutti, anche molti anni dopo; come si
riconducono coll’immaginazione a quei tempi, come s’esaltano, come
s’inteneriscono!
Questo pei vecchi, che hanno per voi un affetto paterno. Ma avete pure
tanti ufficiali giovani, sul fior degli anni come voi, che vi conoscono
uno per uno, che vi stanno sempre vicini, che passano, si può dire, la
giornata con voi, che sanno i vostri bisogni, che vi prodigano le loro
cure, che sono come vostri amici e vostri fratelli maggiori. Abbiate
fiducia in loro, ricorrete a loro quando vi occorre un parere o un
consiglio, fate veder loro che essi v’ispirano più assai affetto che
timore; siate aperti e franchi, e cacciate dall’animo quella diffidenza
ombrosa e cocciuta che vi fa vedere in ogni superiore un soprastante
malevolo, o un persecutore, un nemico. Nemico! e perchè? Nessuna cosa
l’ufficiale ambisce più vivamente che l’affetto e la fiducia dei suoi
soldati, e nulla più gli dispiace e l’offende che il veder qualcuno fra
loro che lo guarda in cagnesco senza una ragione fondata; ma solamente
perchè vede in lui personificato il rigore e il castigo. Che gusto
volete che ci trovi l’ufficiale a farsi malvolere da coloro in mezzo a
cui ha da passare metà della sua vita? Perchè il suo primo e più vivo
desiderio non dovrebbe esser quello di non aver mai da punire, mai da
rimproverare, mai da inquietarsi?
Ma il voler bene col cuore non basta; bisogna provarlo coi fatti:
ubbidire, e ubbidire colla spontaneità e colla sollecitudine che
previene il rimprovero senza lasciar travedere il timor del castigo; e
non solo fare il proprio dovere, ma mostrare di capirlo, e non solo
mostrar di capirlo, ma far vedere che lo si ha per giusto e per
necessario. E sopra tutto non abbandonarsi mai a quell’andazzo di trovar
tutto male, di censurar tutto, di far un gran che di tutti i piccoli
inconvenienti, quasi inevitabili, del servizio, e mormorar contro i
superiori, e dire che ogni cosa va per la peggio, e che coloro che
comandano non sanno mai quel che si raccapezzino. Questo spirito di
censura avventata e leggiera è la peste della disciplina; guardatevene,
o sarete eternamente scontenti voi e farete eternamente scontenti gli
altri. Ricordatevi che quando cent’occhi stanno aperti su quello che fa
un solo è molto facile trovarvi di che ridire; che il vedere il male è
cosa assai diversa dal saper fare il bene; che è una illusione comune
dei molti che stanno in basso quella di credere che, messi loro alla
prova riuscirebbero indubitatamente a far meglio dei pochi che stanno in
alto; che tutti coloro che comandano oggi, ubbidivano ieri, e che forse
ieri criticavano tutti e tutto come oggi facciamo noi, e che non per
questo sono riusciti a rinnovare il mondo quando è venuto il loro
momento; che le cose guardate di sotto in su hanno tutt’altro aspetto
che quando si guardano di su in giù; e tutti gli altri dettami della più
volgare esperienza e del più comune buon senso.
Ma tutto questo non basta ancora. Bisogna preparar l’animo a tollerare
molte piccole ingiustizie, molti piccoli torti, molti piccoli
dispiaceri, per cui non c’è rimedio, e i reclami non servono, e le
proteste fanno peggio; cose che sono seguite e seguono sempre dove c’è
molta gente che fa vita comune, e c’è grande varietà di temperamenti e
d’umori; in tutti i collegi, in tutti gli istituti, in tutte le classi
di cittadini, dappertutto, insomma, dove c’è superiori e inferiori, dove
molti comandano e molti ubbidiscono, e per conseguenza c’è chi comanda
male e chi non obbedisce bene. E tutti codesti inconvenienti inevitabili
non attribuirli ciecamente alla disciplina militare, la quale in fin dei
conti non si distingue dalle altre se non in questo: che va soggetta a
norme più precise, e dipende meno dal capriccio delle persone, il che ne
compensa fino a un certo punto la maggior severità; ma ritenerli,
codesti inconvenienti, come vizi inevitabili di tutte le discipline.
Poichè giova convincersi profondamente di ciò: che disciplina ve n’ha da
per tutto; che in tutte le amministrazioni v’è un certo numero
d’individui che fanno delle lavate di testa e un certo numero che se le
pigliano; individui che impongono delle multe e individui che le pagano;
individui che infliggono a torto dei castighi e individui che li
subiscono con santa rassegnazione; individui che dicono: — Lei è un
asino, — e individui che rispondono: — Sì signore; e che quello che si
fa e si sopporta in un reggimento per non andare in prigione e per non
stare a pane ed acqua, si fa e si sopporta da migliaia e migliaia di
impiegati governativi e non governativi per non essere cacciati
dall’impiego e per non restare colla famiglia in mezzo a una strada; il
che porta al pane ed acqua lo stesso. Dei bocconi amari se ne
trangugiano da per tutto, miei cari coscritti, anche nei gabinetti dei
ministri e nelle corti dei re, d’onde qualcuno è uscito col cuore
spezzato e coi capelli grigi innanzi tempo.
Ma neanche tutto questo non basta ancora. Non basta rispettare e amare i
superiori, e assoggettarsi docilmente alla disciplina, e adempiere i
doveri che ci sono imposti dalle necessità del servizio. Pel soldato è
anche un dovere quello di procurare un vantaggio a sè stesso imparando a
leggere e a scrivere.
E a convincervi che quello d’istruirsi è un dovere, e ad ispirarvi il
buon volere di compierlo, vi basti questo semplice ragionamento. La
maggior parte dei guai d’Italia deriva dell’ignoranza, poichè
l’ignoranza è per sè stessa il massimo dei mali. E sapete perchè? Il
perchè è questo: che la maggior parte dei padri di famiglia che non
sanno leggere nè scrivere, d’ordinario non si curano di mandare a scuola
i figliuoli perchè non ne vedono l’utilità; e i figliuoli crescono
ignoranti come loro. Privi della coltura che deriva dallo studio (e qui
per istudio s’intende il leggere dei libri buoni), questi fanciulli non
ricevono in vita loro altra educazione che quella del padre. Che cosa ne
segue? Ne segue che se il padre e la madre sono gente onesta e di buoni
costumi e affezionata alla famiglia e sollecita del bene dei figliuoli,
questi vengon su per bene e diventano galantuomini; galantuomini
ignoranti, è vero; ma non importa; l’esser galantuomo è già una gran
cosa, e può bastare. Ma se il padre e la madre sono cattivi soggetti,
disamorati, trascurati, ed esempio di scandalo ai loro figliuoli,
questi, nove su dieci, riescono bricconi come i genitori, e forse
peggio, perchè manca in loro l’educazione dell’intelligenza e del cuore
che danno i buoni libri; retta e saggia educazione che distruggerebbe o
mitigherebbe gli effetti di quell’altra cattiva che hanno ricevuto in
casa. Da ciò deriva che nelle classi ignoranti la malvagità dell’animo e
la sregolatezza dei costumi si propagano e si conservano di padre in
figlio e di famiglia in famiglia assai più che negli altri ordini della
società, dove i ragazzi trovano nel maestro un secondo padre, che spesse
volte cancella in loro la mala impronta avuta dal padre vero, tanto da
farli riuscire assai migliori, e talora affatto diversi da quel ch’era
parso che sarebbero riusciti da principio. Non ne abbiamo noi una prova
in questo, che vi son delle famiglie le quali nel giro di quattro o
cinque generazioni hanno fornito dieci o dodici soggetti alle prigioni e
alle galere, per misfatti essenzialmente diversi? Non abbiamo noi de’
villaggi, delle borgate intere in cui la popolazione è notoriamente
trista e facinorosa sopra tutte le altre? Gli è perchè fra codesta gente
la malvagità si tramanda coll’esempio d’età in età, d’individuo in
individuo, senza incontrar mai un impedimento od un freno
nell’istruzione che illumina l’intelletto, fortifica la coscienza e
ingentilisce i costumi. Imparate dunque a leggere e a scrivere non
solamente per uso vostro, ma pel bene dei vostri figliuoli futuri;
procurate di tornare a casa con questo vantaggio positivo ricavato dal
servizio militare; imparate a scrivere per tenervi in corrispondenza
colle vostre famiglie; imparate a leggere per facilitarvi la conoscenza
dei vostri doveri di soldato colla lettura dei regolamenti e delle
istruzioni, e per procurarvi un passatempo utile e gradito nelle ore di
riposo. Il servizio incaglia e ritarda d’assai codesto insegnamento, lo
so; le fatiche d’ogni giorno vi concedono poco tempo e vi lasciano poca
voglia per la lettura, anche questo è vero; ma fate quel che potete:
poco sarà sempre assai meglio di nulla. Il soldato — disse uno scrittore
francese — è bello a vedersi principalmente in questi due casi: quando
si slancia contro al nemico a baionetta calata, e quando siede ai piedi
del suo letto con un sillabario tra le mani.
Ancora un consiglio. Il soldato italiano — ha detto poco tempo fa un
giornale — è dovunque amico, dovunque modesto, simpatico, costumato e
cortese come non è nessun soldato in nessun paese del mondo. Questo è
vero, ed è così generalmente riconosciuto, che lo possiamo affermare
anche noi senza adulazione; e lo affermiamo con un sentimento vivissimo
d’alterezza, perchè crediamo che non si possa fare ad un esercito un
elogio più onorevole. Or bene: serbate intatta questa nobile fama, voi
giovani coscritti; crescetela, rassodatela. Abbiate sempre per fermo che
un esercito, quanto è più rispettato dai suoi concittadini, tanto è più
temuto dai suoi nemici. Tenete per sicuro che nessun reggimento è amato
e stimato se i soldati non si sono fatti individualmente benvolere e
stimare colla moderazione e colla dignità del contegno. Ricordatevi che
appunto in virtù di questo suo contegno il soldato italiano non ebbe
molte volte che da presentarsi in mezzo alla popolazione per sedare un
disordine o per quetare un tumulto. Persuadetevi che la popolarità che
ciascun soldato acquista colle buone maniere in mezzo ai cittadini,
risparmia, in molti casi, alle compagnie e ai reggimenti interi la
triste necessità di usare le armi e di spargere del sangue. Il soldato,
come deve coll’esempio inculcare al cittadino l’amore dell’ordine e
l’osservanza della legge, deve così, rispettando ed amando il popolo di
cui è figlio e difensore, inspirargli quel rispetto e quell’affetto che
il popolo deve a lui per ragion di gratitudine e di natura.
Ecco i vostri doveri.
Ora vedete di diventar presto soldati.
Le condizioni dell’esercito impongono che s’affretti straordinariamente
la vostra istruzione. Supplite alla strettezza del tempo colla buona
volontà. L’educazione dei coscritti suol richiedere un tempo lungo,
giacchè, pel solito, storditi e sopraffatti dalla nuova maniera di vita
in cui sono gittati, essi non possono, nei primi giorni, prestare alle
istruzioni quell’attenzione riposata e raccolta che vi prestano poi.
Procurate di vincere questa difficoltà accomodandovi quanto prima è
possibile alle nuove abitudini e alle nuove occupazioni che vi sono
imposte; non vi limitate a quell’esecuzione automatica dei comandi che
ne rende necessaria la ripetizione all’infinito; pensate, osservate,
ricordate; sollecitate gl’istruttori colla rapidità dei progressi;
quando si vuol imparar presto una cosa, l’è già per buona parte
imparata; lo zelo alleggerisce tutti i doveri e tronca a mezzo tutte le
difficoltà. Chi trascura le prime istruzioni, resterà eternamente un
mezzo coscritto; ciò che non s’apprende a far bene subito si continua a
far male sempre, o s’apprende a far meglio in seguito a prezzo di
rimproveri e di punizioni. Studiate coscienziosamente i vostri doveri;
presto sarete chiamati a compierli; la scarsità della forza generale
dell’esercito richiede un servizio più attivo e più oculato in ciascun
individuo; mettetevi in caso di corrispondere all’assegnamento che si fa
su di voi. Badate sopra tutto al servizio di guardia; qualche volta sul
capo d’un soldato pesa una grande responsabilità; pensateci; proponetevi
di non macchiare mai il numero diciotto; conservatelo bianco come il
bianco della vostra bandiera.
E codesta bandiera amatela, veneratela; le recenti sfortune non l’hanno
oscurata che d’un velo di lutto pei caduti in battaglia; ma non v’hanno
impresso una macchia, no, non ve l’hanno impressa, per quanto abbiamo di
più sacro nel cuore, per l’onore del sangue italiano. La nostra bandiera
è splendida e incontaminata come nei più bei giorni della nostra
rivoluzione immortale. La vittoria non ha stretto patti con nessun
esercito al mondo; tutte le bandiere sono bagnate di lacrime; la mala
fortuna ha strappata una foglia a tutti gli allori; a ogni popolo è
toccato un giorno fatale che gli ripercosse il grido dei trionfi antichi
in un grido di dolore; mille eserciti sgominati si risollevarono dalla
sventura più formidabili e più fieri.
Sì, amatela e veneratela codesta bandiera; essa pure ha avuto i suoi bei
giorni di gloria; essa pure sventolò molte volte, al cader del sole,
sulla sommità di un’altura lungamente contesa; molte volte essa pure,
ritta fra i rottami d’un bastione smantellato, fu salutata vittoriosa
dal morente della trincea; molte volte essa pure ha sentito echeggiare
in mezzo ai suoi figli le grida d’una gioia superba. Altre bandiere
furon più temute; nessuna al certo fu più lungamente invocata nè
benedetta con più caldo e più costante amore.
V’ho detto la verità, coscritti, credetelo. Se il mio non vi pare
l’accento della convinzione e dell’affetto, non lo attribuite a una
sincerità dubbia o a un cuor tepido; attribuitelo alla mia penna inetta
e restìa, e alla natura stessa di questo povero linguaggio umano a cui
sfuggono sempre i moti più riposti e più delicati dell’anima.