Molti dicono: — Che i Francesi abbiano avuto la peggio da principio non
mi dispiace; io gliel’avevo augurato; era bene che quello smodato
orgoglio fosse un pochino fiaccato; ora basta così, sono soddisfatto,
vincano pure, grido anch’io: Viva la Francia. —
Si lasci correre quel che c’è di stravagante e di pericoloso in codesto
far le parti della vittoria come d’una torta sfogliata. Non è possibile
gridar veramente col cuore: Viva la Francia! adesso, dopo aver
desiderato ch’ella fosse condotta a questi estremi e corresse pericolo
di una disfatta intera e irreparabile. Ma sia pur benedetto l’augurio,
benchè tardo, e s’avveri.
Ora io domando a coloro che persistono nel primo desiderio, non per
altra ragione che di quell’orgoglio odiatissimo, se non credono proprio
che possa bastare a contentarli quello che accadde finora. La Francia
provocò e fu vinta; volle invadere e fu invasa; gridava: A Berlino, e
ora si stringe intorno alle fortificazioni di Parigi; confidava
nell’onnipotenza del suo esercito, e ora chiama alle armi tutti i
cittadini; credeva che i suoi nemici si dissipassero al suo soffio, e
già parlava il linguaggio della vittoria, e ora dice ai suoi figli:
Bisogna prepararsi a morire per salvare l’onore. E questo mutamento
seguì in pochi giorni, in poche ore, può dirsi, e duramente, amaramente,
a traverso d’una splendida illusione che le fece sentire intorno alla
fronte l’alloro e le strappò un grido di trionfo, per ricacciarla subito
nell’abbattimento e nel dolore, coronata di spine, muta ed intenta al
crescente fragore dei nemici che credeva già sgominati e lontani.
Quando un popolo ha provato di questi disinganni e di queste angoscie,
se proprio non gli si augurava altro che una lezione di modestia, se non
lo si odia di odio cieco e selvaggio, si deve dire: Basta!
Temono forse costoro che una grande vittoria a Metz risusciti l’orgoglio
mal domato dalle piccole sconfitte di Wissemburgo e di Wörth?
Ah! quando dalla parte che vince vi era il terribile dilemma: — essere o
non essere; — quando dietro a quella parte v’era la grande città, il
centro della vita d’un popolo, l’ultimo baluardo della sua libertà,
l’ultimo ricetto della sua bandiera; quando tra le file della parte che
vince, frammisti ai giovani soldati che amano la guerra e la gloria, vi
sono i cittadini coi capelli grigi, gli operai, i genitori, che amano la
vita pei figliuoli e la pace per il lavoro; quando si pensa alle
ineffabili angosce che desterà l’incertezza, alla sterminata ecatombe
che costerà la vittoria, al vuoto spaventevole che farà trista la pace,
allo strascico interminabile che codesta guerra gigantesca lascierà di
miserie, di malattie lunghe e penose, di legami d’affetto spezzati, di
sogni di felicità svaniti, di orfani, di vedove, di vecchi parenti
rimasti soli, di famiglie perpetuamente contristate dalla vista d’una
cara persona mutilata e deforme; quando si pensa a questo non si teme
che quell’orgoglio provocatore risorga, o se pur si teme, egli ci appare
così povera cosa, in confronto del flagello con che fu punito, che in
verità non ci si può fermare il pensiero.
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.... Come quei quadri svariati, ove si vedono alla rinfusa paesaggi
allegri e rupi nevose illuminate dalla luna, salotti signorili e campi
di battaglia, donne, fanciulli e fiori, e in un cantuccio un uomo che
dorme e sogna; così io veggo ora Parigi a traverso le novelle, i
romanzi, le commedie, i quadri, le poesie, i giornali, che ce ne resero
famigliari gli aspetti, i costumi, i tipi, le consuetudini più minute
della vita di strada e di casa. Mi veggo vivo dinanzi agli occhi quello
spettacolo grandioso; sento il rimescolamento suscitato in quell’aura
tepida e molle di una vita di sfarzo e di piaceri, dall’improvvisa
corrente infocata che porta dal campo di battaglia l’odore della polvere
e lo strepito delle armi. A tratti a tratti l’elegante aspetto della
splendida città imperiale si altera e si perde, o lascia apparire di
sotto il profilo risentito e fiero della repubblica antica. Veggo un
tratto di teatro tutto fitto di lumi; tendo l’orecchio se mi arrivasse
un verso gentile del Musset o un motto arguto dell’autore di _Dalila_, e
scoppiano le note terribili della _Marsigliese_. M’affaccio alla
finestra per godere il brulichìo denso ed allegro di una grande strada
di Parigi, e veggo una moltitudine compatta ed impetuosa che si
allontana levando fiere grida di guerra e di morte. Sento una voce
infantile e sonora, mi volto, mi veggo scintillare dinanzi due grandi
occhi neri, mi ricordo del ritratto di Hugo, riconosco il caro e
terribile _gamin_ delle barricate, gli vado incontro; egli mi grida: —
Armi! — e scompare. Guardo in un salottino lucente di seta e di specchi,
una bella figura alta e flessibile, coi capelli sciolti, in
atteggiamento stanco e voluttuoso; riconosco l’eroina dei romanzi, la
protagonista dei proverbi, il primo fantasma acceso nei miei sogni
giovanili dal Dumas e dal Sue; la chiamo, si volta, è mutata, è pallida,
piange; il suo amante è alla guerra. Mi sento urtato per la via, mi
volto, è l’impresario, il negoziante, il fattore, l’uomo panciuto del
Kock, che schiaccia la gente nelle diligenze e arriva sempre a casa
quando sua moglie ha finito; è lui, e me lo vedo vestito da guardia
mobile, fiero e impettito, e mi grida colla sua grossa voce nasale: —
Alla guerra! — Corro di caffè in caffè, cerco il mio tipo di giovanotto
da romanzo, bello, elegante, ricco, generoso, innamorato, benedetto di
tutti i doni di Dio, e lo incontro vestito da tiratore algerino, colla
testa rasa, con due grosse scarpe, col viso già abbrunato dai primi soli
del campo di Marte colle mani incallite dal fucile.... Parigi! bella e
cara Parigi! ha pur detto bene quel grande che a viver lontani da te si
sente sempre un po’ di vuoto nel cuore, ci pare sempre che qualche cosa
ci manchi, si prova sempre qualche cosa che rassomiglia da lontano alla
tristezza dell’esilio.
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