Il dire ora che l’esercito francese ha tutto cattivo: generali, stato
maggiore, armi, tattica, disciplina, non basta, perchè codeste son cose
che si possono mutare, e le muterà l’esperienza; bisogna dare un
giudizio di natura irrevocabile, che costituisca durevolmente
nell’opinione volgare l’inferiorità della Francia.
E questo giudizio v’è chi l’ha trovato e lo esprime: — «Il coraggio del
soldato francese non basta più oramai a vincere le battaglie; è una
natura di coraggio che poteva far buona prova ai tempi dei fucili a
pietra focaia, non più ora coll’armi a tiro rapido, per le quali ci vuol
calma, più che altro, ed occhio. Il coraggio francese, impetuoso e
tumultuario, nelle battaglie d’oggi non è altro che una cagione di
disordine; riduce il combattere ad una continua rincorsa, che indugia il
successo, prostra le forze, duplica le perdite, e dà poca noia al
nemico, o meglio non gli dà altro che noia. I Prussiani hanno il vero
coraggio saldo e longanime che ora ci vuole; il coraggio pensato,
avveduto, immobile, che veglia ed aspetta e si scatena a tempo
opportuno.»
Molti la pensano in buona fede così; una corsa precipitosa, un urlo e un
colpo di baionetta, ecco la vantata furia francese. Qualcuno arriva
persino a soggiungere: — Non è serio.
Oh vedete! Bisogna convenire che c’è della grande serietà in Europa,
perchè a porre il dito a occhi chiusi sulla carta geografica, nove volte
su dieci si va a toccare un popolo che è in fama d’aver un coraggio poco
su poco giù della maniera di quel dei Prussiani; e una o due volte
appena, ci avviene di trovare un popolo famoso per quella specie di
coraggio di corsa onde va lodata la Francia. Il soldato inglese è un
soldato tenace, il russo tenace, l’austriaco tenace, il prussiano
tenace, lo svizzero tenace, il danese tenace, cento altri tenaci; e di
corridori, d’incauti, di pazzi si conta appena il francese, l’americano,
e forse qualche altro di cui ci sarebbe a discutere. C’è quasi da
sospettare che quel coraggio là sia più comodo, a vedere ch’è tanto più
comune.
Ma si pigli pure l’argomento da un altro lato. Si scomponga nei suoi
elementi codesto coraggio dell’avvenire: si troverà ch’essi sono, per
esempio, la costanza, la fermezza, la fiducia profonda e salda nella
forza propria, quella virtù indomata e selvaggia che vuole, e s’ostina,
e s’infiamma nell’avversità, e si ritempra in sè stessa e risorge dalle
cadute più fiera.
Ebbene, se la costanza si rivela in trent’anni di guerre gigantesche
vinte a furia di lunghe marce forzate e a prezzo di fatiche e di stenti
inauditi e incredibili; se la fermezza c’è campo di mostrarla sulle
balze nevose e dirupate dei più alti monti della terra, e a traverso i
deserti, le lande, le paludi, a lontananze sterminate dalla patria,
circondati di nemici, senza rifugio, senza soccorso, senza pane; se la
fiducia nella forza propria ci è modo di spiegarla provocando l’Europa,
gettandosi in mezzo a cinque eserciti nemici, riannodandosi, sgominati e
dispersi, al suono d’un grande nome e all’annunzio d’un grande disegno;
se la virtù selvaggia che vuole e s’ostina c’è maniera di provarla
rinnuovando dieci volte gli assalti disperati, morendo a mille a mille
nelle marce disastrose senza alzare una protesta e senza proferire un
lamento, e raggruppandosi e serrandosi in una piccola schiera, nei
momenti supremi della sconfitta, per atterrire il nemico della sua
vittoria e mostrare al mondo come si muore; se a tutte queste cose si
può dare il nome di costanza, di fermezza, di fiducia, di virtù, più che
d’impeto cieco e di foga istantanea, si giudichi se al soldato francese
manca il coraggio dell’avvenire.
E poi, impeto! corsa! Ma, Dio mio! mentre si fa impeto e si corre, i
nemici fanno i fuochi di fila e scaricano i cannoni; la mitraglia
squarcia le colonne assalitrici e sparge il terreno di membra spezzate e
di sangue; e bisogna non badarci, bisogna serrar le file e procedere,
bisogna passar sui cadaveri e fissar gli occhi sui crani spaccati senza
lasciarsi prendere dal terrore e dalla disperazione; bisogna aver la
forza di sentire col cuor fermo le grida orrende degli amici e dei
compagni che giacciono mutilati e sformati, e guardare in viso la morte
e saper morire; e che a dar questa virtù sovrumana bastino l’immagine
della patria, i colori della bandiera e il grido del colonnello. Questa
è la furia dell’assalto francese, la furia che prese il Monte dei
Cipressi, la chiesa di San Nicola, la torre di Solferino, le alture
scoscese e formidabili di Pellegrino e di Folco; impeto! corsa! è un
impeto che copre le chine di cadaveri, è una corsa di sangue che rimanda
a casa i reggimenti decimati, e popola gli ospedali di braccia tronche e
di gambe recise.
Il soldato francese ha anch’egli la sua ostinazione, l’ostinazione bella
e spaventevole dell’ira; domandate agli Austriaci s’egli sa farsi
trafiggere sui cannoni e intorno alle bandiere.
*
* *
Era da prevedersi: la fama dei generali non basta più oramai a saziare
la malignità di chi sospirava l’umiliazione della Francia; si dubita dei
soldati. Oh! è un dubbio infame. I campi di Wörth e le alture di
Wissemburgo sono seminate di cadaveri prussiani. Le colonne del principe
reale e del principe Federico s’avanzano per una campagna allagata di
sangue. I dispacci che annunziano la vittoria a Berlino hanno tutti una
parola di dolore sulla tremenda grandezza dell’eccidio ch’esse costarono
ad ambe le parti. E non si potrebbe, senza infinita viltà, dubitare del
valore francese da noi, che li vedemmo morire al nostro fianco a
migliaia, col nome d’Italia sulle labbra, noi che ieri soltanto
impallidimmo di meraviglia e di terrore dinanzi a un monte di teschi
francesi sull’altura della chiesa di Solferino.
Non volete che lo si ricordi? Vi pesa la gratitudine?
Noi dobbiamo amare e venerare l’esercito francese fuori d’ogni ragione
politica, d’ogni interesse nazionale, d’ogni legame di gratitudine.
L’esercito francese ha una gloria sua e una vita sua, che passò
incontaminata e splendida a traverso i regni, le rivoluzioni e le
repubbliche, in nome di cui combattè da ottant’anni. Il soldato francese
fu prima di tutto e sopra tutto il soldato della rivoluzione e della
libertà. Mutata la bandiera, non gli si è mutato il sangue; e il suo
coraggio s’accende ancora alla fiamma antica. Sotto il bigio cappotto
batte tuttavia il cuore che batteva sotto la giacchetta del giovinetto
dalle lunghe chiome, che volava ai confini della Francia scalzo, lacero
e superbo. Nel nuovo soldato arde ancora lo spirito che reggeva la lena
di quel giovanetto quando trascinava i cannoni su pei dirupi delle Alpi.
Le file dei nuovi soldati tien salda ancora quella forza che stringeva i
quadrati insuperabili sulle sabbie d’Egitto. Nel petto del nuovo
coscritto è viva ancora quella virtù tenace e magnanima che l’animava,
estenuato e scarno, nella solitudine dei deserti di neve, in quella
follia sublime della campagna di Russia. Noi amiamo codeste memorie, che
l’esercito francese ci rappresenta, per il fecondo tumulto di affetti e
di pensieri che ci suscitarono nell’anima; le amiamo come tutto quello
che è grande e solenne per isventura e per gloria; amiamo codesto
soldato perchè fu valoroso, indomabile, sventurato, devoto; lo amiamo in
sè, per sè, fuori del suo popolo e del suo sovrano; amiamo quel grande
berretto velloso, quell’antica tunica a coda, quelle grandi ghette,
quelle due tracolle incrociate delle guardie imperiali, quei colori,
quei segni, quei ricordi, quelle bandiere coi nomi di Friedland e
d’Austerlitz, l’aura venerabile che muove da quelle file; amiamo
quest’esercito, in fine perchè anche noi, come quel giovanetto dei
Miserabili, leggendo a sera tarda le pagine immortali della sua grande
epopea, abbiamo sentito nella solitudine della nostra cameretta il passo
misurato e pesante dei battaglioni della guardia, il grido lontano dei
reggimenti, l’eco dei cento cannoni radunati e schierati sotto l’occhio
fulmineo del grande capitano, e a poco a poco il cuore ci si gonfiò,
l’occhio ci si empì di lacrime, il sangue ci arse, e spalancate con
furia convulsa le finestre abbiam lanciato un grido d’entusiasmo nel
silenzio della notte: — Viva l’Imperatore!
*
* *
— Da che parte tieni tu?
— Dalla Prussia.
— Perchè?
— Perchè mi urta i nervi la _blague_ dei Francesi.
Sì, ritorniamo su quest’argomento; così è: tutto si perdona, anche a un
nemico, fuorchè il menomo segno ch’egli ci dia di credersi qualcosa da
più di noi. Ne siamo magari convinti, ce lo diciamo cento volte al
giorno a noi stessi, daremmo gli occhi della fronte per poterci credere
in diritto di alzar la testa e di camminare impettiti come lui; forse,
in luogo suo, faremmo peggio, e lo diciamo noi stessi; ma non tolleriamo
ch’egli mostri d’accorgersene e ci faccia capire che lo sa. In fondo, è
un sentimento comune, ma meschino; basso poi e spregevole, quando si
faccia cagione e alimento unico di avversione e d’inimicizia, reprimendo
in noi tutti quei moti e combattendo tutte quelle tendenze che ci
porterebbero più ragionevolmente alla simpatia e all’affetto.
E poi, si noti, i Francesi hanno della _blague_ non perchè sono uomini
come tutti gli altri che fecero qualcosa da cui sia lecito trarre in
qualche modo codesto diritto; ma perchè sono Francesi. Che la _blague_
sia fondata o no su qualche cosa di vero e di sodo non si cerca; quel
che preme si è che la modestia sia rispettata; noi siamo i paladini
della modestia. Ma badiamo di non ingannarci. Badino i più furenti a non
iscambiare il legittimo e fiero orgoglio nazionale a cui la _blague_
d’ogni straniero riesce molesta ingiuriosa, col dispettìno e la
stizzuccia che desta nelle anime piccole una superiorità incontrastata.
Sentimenti molto diversi che vestono non di rado una forma.
La _blague_ è il belletto della forza e della gloria, sempre e per
tutto.
Io vorrei mettere l’Italia in luogo della Francia e che ogni Francese
pigliasse un Italiano e gli dicesse, come a loro si dice, se non colle
parole, col fatto: «Tu sei un uomo di spirito: io faccio tesoro di tutti
i tuoi _bons mots_, e quando voglio dire un’arguzia la rubo a te o calco
la mia sul disegno della tua. Le più belle commedie sono le tue, i più
bei romanzi sono i tuoi, le vetrine dei miei librai sono tutte piene dei
tuoi libri; io sono vestito da capo a piedi dei panni che mi fai tu, e
mia moglie e mia figlia si vestono come piace a te; tu se’ il
legislatore del buon gusto, della moda, d’ogni cosa; quando la tua città
capitale starnuta, come dice Vittor Hugo, la mia le fa eco; quando dà in
una risata, la mia, per entrarle in grazia, fa le viste di crepar dalle
risa; i miei ministri fanno tutto quel che ti frulla pel capo; i tuoi
soldati sono i primi soldati del mondo; tutte le tue cose sono belle e
grandi: noi ti rubiamo tutto: lo stile, le insegne delle botteghe, i
giornali, l’accento, la lingua, i balli, i proverbi, i giuochi e le
_lorettes_.»
Vorrei vedere la faccia di un Italiano a cui si tenesse questo discorso.
Ma noi Italiani, prima del 1866, non credevamo forse l’Italia il
prototipo della civiltà, l’avanguardia d’un’età nuova, il faro del mondo
civilito ed incivilito? Non si usciva forse dai ginnasi e dai licei col
profondo convincimento che in fatto di lettere, di scienza, d’arti, di
armi, di coraggio, di ogni cosa ci lasciassimo addietro l’Europa? Ognuno
di noi non era sinceramente persuaso e sicuro che ogni singolo Italiano
dovesse infilzare con ogni colpo di baionetta una mezza dozzina di
Croati? Gli Austriaci? Li abbiamo sconfitti a Goito. I Francesi? Li
abbiamo battuti a Roma. I Russi? Li abbiamo vinti in Crimea. Gli
Svizzeri? Li abbiamo sgominati a Castelfidardo. Il mondo intero?
L’abbiamo dominato da Roma; Cesare e Bruto sono i nostri padri; in noi
scorre il sangue dei vincitori del mondo; il nostro _keppì_ è l’elmo di
Scipio, e chi sa che un giorno non si ritorni a dettar legge da un capo
all’altro del mondo!
E adesso non abbiamo ancora una folla di professorucoli di letteratura
italiana che non sanno fare un discorso per distribuzione di premi senza
levar l’Italia ai sette cieli e dir corna della Francia e del mondo?
*
* *
Il soldato francese sente e comprende le cause nobili e giuste. Chi non
ricorda il linguaggio ardito, affettuoso e gentile che ci parlavano nel
cinquantanove, tutti, dal vecchio sergente della guardia all’imberbe
coscritto del reggimento di fanteria? L’Italia! la libertà! Oh non c’era
mica bisogno di spiegarglielo il perchè li avevano mandati a combattere
con noi, non c’era nemmeno bisogno ch’essi ci dicessero che lo sapevano:
bastava guardarli negli occhi. Venivano come ad un convegno di antichi
amici, e ci ringraziavano d’averli chiamati. Entrando in Torino sotto
una pioggia di fiori, fra due ali di popolo che stendeva le braccia per
strapparli dalle file e serrarseli nel petto, in mezzo a due schiere di
carrozze piene di signori che li chiamavano colle grida e coi cenni per
portarseli a casa a desinare: — _On ne commence pas bien_, dicevano con
accento tra tenero ed allegro, _on nous fait pleurer_. — Appena usciti
dalle loro caserme, domandavano ai popolani dove fossero le nostre: — I
bersaglieri! Vogliamo vedere i bersaglieri! — E corsero incontro ai
nostri soldati che già volavano verso di loro, e si abbracciarono. Essi
sapevano poche parole d’italiano, ma si facevano intendere. _Italie,
Italie_ era il loro intercalare, il riempitivo dei loro discorsi, la
loro parola d’ordine, e la dicevano colla voce commossa posandosi una
mano sul petto, come si pronuncia il nome di una madre cara e
sventurata. La sera essi passeggiavano a braccetto cogli operai, vecchi,
donne e figliuoli insieme. Gli zuavi portavano i bambini; le manine
bianche _de ces petits Piémontais_ si appoggiavano sulle spalle
atletiche di quei superbi soldati; e quando gli uni e gli altri si
accomiatavano, vedevansi quelle tenere braccia infantili strette intorno
a quei colli robusti e bruni, come ghirlande di fiori intorno a colonne
di granito.
Noi gli abbiamo visti partire, gli abbiamo accompagnati alla stazione,
abbiamo sentito battere il loro cuore sul nostro prima che andassero a
presentarlo alle palle tedesche, abbiamo udito il loro ultimo grido
affettuoso di «Viva l’Italia,» prima che andassero a gridare al nemico
quello formidabile di «Viva la Francia;» e quando la loro voce non
giungeva più fino a noi, vedevamo ancora agitarsi fuori delle finestre
del convoglio le loro calotte rosse, le loro azzurre sciarpe, quei
poveri fazzoletti turchini, che tanti di loro adoperarono poi invano per
arrestare il sangue impetuoso nelle orrende ferite della mitraglia.
Belli, prodi e generosi soldati!
*
* *
.... E oggi, come allora, noi v’auguriamo la vittoria. La lotta sarà
terribile. Vi sorrida o no la fortuna, essa costerà molto sangue e molte
lacrime alla Francia; di molte madri strazierà il cuore e accorcierà la
vita; il lutto sarà lungo ed amaro, e la traccia delle sventure e dei
dolori incancellabile. Ma, nè questo pensiero scemerà l’animo vostro, nè
la immane forza nemica. Voi non difendete nè la dinastia, nè l’impero:
difendete la Francia, la vostra bella ed amata Francia, le sue memorie,
il suo genio, il suo nome, il suo onore, e in nome di questi affetti voi
sapete morire.
Or bene; quando vi slancerete per l’ultima volta, decimati e scomposti,
contro il nemico, passando sui cannoni e sui carri atterrati, per una
via coperta di cadaveri e di sangue; già abbandonati da molti dei vostri
generali, morti o mal vivi, al riflesso dei villaggi incendiati, in
mezzo agli ultimi e più miserabili orrori della battaglia; se in quel
momento supremo non bastasse più a spingervi innanzi il nome della
patria, il canto della _Marsigliese_, la vostra lacera bandiera, i
grandiosi fantasimi delle Piramidi, delle Alpi, della Vistola, di
Marengo, della Beresina; se in quel momento, sentendovi mancare la lena,
bastasse a farvi fare l’ultimo sforzo un lieve impulso di più, e se
questo impulso ve lo sentiste nell’anima pensando che v’è un popolo che
in quel punto vi manda un saluto d’affetto e di gratitudine dal più
profondo dell’anima, e vi grida: — vincete! — e palpita per voi come se
pugnassero al vostro fianco i suoi figli, ebbene, Francesi, la vostra
terra è grande e generosa, voi avete sparso molto sangue per noi, voi
siete nostri fratelli, voi avrete quel saluto e quel grido.
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* *