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Se le guerre non fossero per molti altri effetti deplorevoli, questo per
sè solo basterebbe a farle ritenere una sventura: la sconfinata
presunzione che si rivela nei giudizi e nella forma del linguaggio di
tutti coloro che ne discorrono. È una cosa che non ha riscontro in
nessun’altra occasione di avvenimento pubblico che sollevi delle
discussioni; è la postergazione generale della modestia e del pudore; è
un acciecamento completo. Si direbbe che l’aura della guerra entrandoci
dentro ci tolga la facoltà di sentire rettamente di noi, e ingigantisca
nella mente di ciascuno il concetto di tutte le doti e le facoltà
naturali e acquisibili dell’anima sua. Improvvisamente, per virtù della
guerra, si desta e si sviluppa nell’anima del bottegaio, dello scolare,
del fattorino, dell’impiegato, di tutte le persone più aliene per istudi
e per istituto di vita dalle cose militari, un amor proprio strategico,
un amor proprio tattico, un amor proprio geografico, un amor proprio
politico, un amor proprio storico, diecimila non mai provati amor
propri, ombrosi, infiammabili, intolleranti, quali appena potrebbero
essere scusati dalla coscienza d’un genio trascendentale e d’una
dottrina meravigliosa.
La discussione non soffre confini; la parola è concitata e franca; il
giudizio pronto, reciso e sicuro; tutte le parole, tutte le forme
dubitative sbandite. Provatevi a dire: — Adagio, riflettiamo,
aspettiamo, potremmo non avere inteso bene, ci potrebbe mancare ancora
qualche elemento di giudizio, si potrebbe dare ancora qualche accidente
che ci costringesse a modificare il nostro parere; si tratta di
giudicare degli uomini che invecchiarono in codesti studi: quanto più si
va innanzi negli anni e nell’esperienza vedete che più si indugiano i
giudizi e se ne tempera la forma; tanto più dobbiamo indugiare e
temperar noi; in queste cose l’inesattezza è ingiustizia, la
precipitazione è colpa, la passione volgarità..... Vi ridono sul viso,
si meravigliano di voi, vi dicono che gli fate pietà, che la cosa è
evidente, che loro l’avevano preveduta, che non poteva seguire
altrimenti, che basta un poco di buon senso ad intenderlo.
— Ma dite almeno che vi pare, che credete che sia così, che potreste
ingannarvi.... — No, no, no, impossibile; l’ultimo monello di borgo San
Frediano è fermamente e sinceramente convinto che s’egli fosse stato il
Mac-Mahon avrebbe trovato modo di evitar la battaglia; che se avesse
comandato la divisione del Douay non l’avrebbe sacrificata a quel modo;
che se si trovasse lui sul campo di battaglia condurrebbe meglio il
servizio degli avamposti francesi; che il Bazaine fa una bestialità
ritirandosi; che Napoleone è una testa di legno; che la Francia è
degenerata; che la razza latina ha bisogno del lume della sua mente e
dello impulso della sua mano per rifarsi a nuovi destini....
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.... La maggior parte di coloro che parteggiano per la Prussia,
interrogateli della cagione; vi diranno che è l’antipatia per la
Francia. Ebbene; non invidiamo loro il sentimento di soddisfazione che
dai trionfi prussiani ricavarono e forse ricaveranno; non sarà mai un
sentimento che li appaghi, un sentimento di contentezza vera e nobile,
in cui il loro cuore si quieti. La soddisfazione d’un trionfo che non
deriva dall’affetto che si nutra per la parte che l’ottiene, non è più
la soddisfazione del trionfo, ma quella della sconfitta, ed ha però
sempre qualcosa di torbido e di amaro, perchè non è tutta generosa, nè
tutta legittima. È una reazione, di cui l’anima non si compiace quanto
d’un sentimento spontaneo e schietto, a suscitare il quale la vittoria
per sè sola ed in sè sola basta, e la sconfitta non entra se non come
fatto indispensabile o conseguenza necessaria. Quindi è che chi prova
quella soddisfazione, non può far sì nell’esprimerla che l’espressione
non ne tradisca l’origine e non abbia qualche volta delle forme dure.
Siccome quel piacere non gli basta, fruga nella sconfitta a cercarvi
nuovo alimento; le vuole assegnare delle cagioni che tornino a disdoro
della parte che la toccò; vuol distruggere o attenuare quelle che la
spiegherebbero nel modo meno umiliante; della superiorità del numero del
vincitore tocca di volo; del valore dei soldati vinti tace; teme che
alla parte avversa sia rimasto anche un po’ di baldanza e di fiducia, e
gliene vuol negare il diritto; deve infine esercitare ed esprimere un
sentimento non degno, nè a lui medesimo grato; un sentimento che non
esprimeremmo mai noi, quando la fortuna sorridesse alla Francia, perchè
il nostro desiderio non mira all’umiliazione d’un nemico odiato, ma alla
gloria d’un amico antico ed amato, e in questa si circoscrive e si
appaga....
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.... Per noi la Francia è un affetto di fonte antica, per molte e nuove
cagioni cresciuto, radicato, gagliardo; e però ci sarà sempre un
conforto, nè lo muterà la fortuna. Quest’affetto, dove la Francia
soggiaccia, ci costerà assai più amarezza che non ne costerebbe la sua
vittoria a chi oggi la vorrebbe veder nella polvere; ma perciò ci sarà
più caro, come tutti gli affetti che il sacrifizio accompagna e a cui la
costanza è natura. Eravamo gelosi dell’integrità della Francia come di
terra nostra, e ci abbiamo veduto entrar lo straniero. Ci sentivamo
compresi della gloria delle sue armi, e l’abbiamo vista oscurarsi.
Amavamo i suoi valorosi soldati, e li abbiamo visti disperdere.
Veneravamo i suoi vecchi generali, e li abbiamo sentiti vilipendere. Ci
toccherà forse assistere all’ecatombe di codesto immortale esercito,
forse veder Parigi stretta dai nemici ad una difesa disperata, forse
rinnovare tra le sue mura le prepotenze e gli oltraggi dell’invasione
straniera. Per noi che amiamo la Francia saranno dolori veri e profondi;
e li dovremo divorare in silenzio, tra i sorrisi di coloro che
affrettano oggi col desiderio tutte codeste sciagure.
Ma l’affetto che nutrivamo per la Francia gloriosa, possente e temuta,
per il suo esercito prediletto dalla vittoria, per il suo popolo ardente
d’entusiasmo e di fede, quell’affetto lo conserveremo vivo sempre ed
immutabile per la Francia caduta, per la Francia sventurata, ferita nel
cuore e coll’alloro di regina dei popoli inaridito sulla fronte
sanguinosa; lo conserveremo per i suoi soldati sparsi nelle città e
nelle campagne, intorno ai focolari domestici, a destare col racconto
dei dolori patiti le lacrime materne e la pietà dei congiunti; lo
conserveremo per il popolo francese scorato, oppresso, diradato dalle
prime battaglie e dalle ultime resistenze della disperazione. Allora sì
che il sentimento della gratitudine ci si farà profondo nel cuore, e
diventerà un culto. Allora ci stringeremo con più caldo entusiasmo a
quella Francia che non cade mai, alla Francia che palpita nelle pagine
dei suoi grandi scrittori e dei suoi grandi poeti, ed in loro onoreremo
il suo nome e risaluteremo la sua gloria. E basterà a confortarci la
coscienza di avere amato e onorato quel grande popolo, amatolo
vincitore, onoratolo vinto, senza ipocrisia, senza interesse, col cuore
di fratelli, sempre.