16 agosto.

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Se le guerre non fossero per molti altri effetti deplorevoli, questo per

sè solo basterebbe a farle ritenere una sventura: la sconfinata

presunzione che si rivela nei giudizi e nella forma del linguaggio di

tutti coloro che ne discorrono. È una cosa che non ha riscontro in

nessun’altra occasione di avvenimento pubblico che sollevi delle

discussioni; è la postergazione generale della modestia e del pudore; è

un acciecamento completo. Si direbbe che l’aura della guerra entrandoci

dentro ci tolga la facoltà di sentire rettamente di noi, e ingigantisca

nella mente di ciascuno il concetto di tutte le doti e le facoltà

naturali e acquisibili dell’anima sua. Improvvisamente, per virtù della

guerra, si desta e si sviluppa nell’anima del bottegaio, dello scolare,

del fattorino, dell’impiegato, di tutte le persone più aliene per istudi

e per istituto di vita dalle cose militari, un amor proprio strategico,

un amor proprio tattico, un amor proprio geografico, un amor proprio

politico, un amor proprio storico, diecimila non mai provati amor

propri, ombrosi, infiammabili, intolleranti, quali appena potrebbero

essere scusati dalla coscienza d’un genio trascendentale e d’una

dottrina meravigliosa.

La discussione non soffre confini; la parola è concitata e franca; il

giudizio pronto, reciso e sicuro; tutte le parole, tutte le forme

dubitative sbandite. Provatevi a dire: — Adagio, riflettiamo,

aspettiamo, potremmo non avere inteso bene, ci potrebbe mancare ancora

qualche elemento di giudizio, si potrebbe dare ancora qualche accidente

che ci costringesse a modificare il nostro parere; si tratta di

giudicare degli uomini che invecchiarono in codesti studi: quanto più si

va innanzi negli anni e nell’esperienza vedete che più si indugiano i

giudizi e se ne tempera la forma; tanto più dobbiamo indugiare e

temperar noi; in queste cose l’inesattezza è ingiustizia, la

precipitazione è colpa, la passione volgarità..... Vi ridono sul viso,

si meravigliano di voi, vi dicono che gli fate pietà, che la cosa è

evidente, che loro l’avevano preveduta, che non poteva seguire

altrimenti, che basta un poco di buon senso ad intenderlo.

— Ma dite almeno che vi pare, che credete che sia così, che potreste

ingannarvi.... — No, no, no, impossibile; l’ultimo monello di borgo San

Frediano è fermamente e sinceramente convinto che s’egli fosse stato il

Mac-Mahon avrebbe trovato modo di evitar la battaglia; che se avesse

comandato la divisione del Douay non l’avrebbe sacrificata a quel modo;

che se si trovasse lui sul campo di battaglia condurrebbe meglio il

servizio degli avamposti francesi; che il Bazaine fa una bestialità

ritirandosi; che Napoleone è una testa di legno; che la Francia è

degenerata; che la razza latina ha bisogno del lume della sua mente e

dello impulso della sua mano per rifarsi a nuovi destini....

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.... La maggior parte di coloro che parteggiano per la Prussia,

interrogateli della cagione; vi diranno che è l’antipatia per la

Francia. Ebbene; non invidiamo loro il sentimento di soddisfazione che

dai trionfi prussiani ricavarono e forse ricaveranno; non sarà mai un

sentimento che li appaghi, un sentimento di contentezza vera e nobile,

in cui il loro cuore si quieti. La soddisfazione d’un trionfo che non

deriva dall’affetto che si nutra per la parte che l’ottiene, non è più

la soddisfazione del trionfo, ma quella della sconfitta, ed ha però

sempre qualcosa di torbido e di amaro, perchè non è tutta generosa, nè

tutta legittima. È una reazione, di cui l’anima non si compiace quanto

d’un sentimento spontaneo e schietto, a suscitare il quale la vittoria

per sè sola ed in sè sola basta, e la sconfitta non entra se non come

fatto indispensabile o conseguenza necessaria. Quindi è che chi prova

quella soddisfazione, non può far sì nell’esprimerla che l’espressione

non ne tradisca l’origine e non abbia qualche volta delle forme dure.

Siccome quel piacere non gli basta, fruga nella sconfitta a cercarvi

nuovo alimento; le vuole assegnare delle cagioni che tornino a disdoro

della parte che la toccò; vuol distruggere o attenuare quelle che la

spiegherebbero nel modo meno umiliante; della superiorità del numero del

vincitore tocca di volo; del valore dei soldati vinti tace; teme che

alla parte avversa sia rimasto anche un po’ di baldanza e di fiducia, e

gliene vuol negare il diritto; deve infine esercitare ed esprimere un

sentimento non degno, nè a lui medesimo grato; un sentimento che non

esprimeremmo mai noi, quando la fortuna sorridesse alla Francia, perchè

il nostro desiderio non mira all’umiliazione d’un nemico odiato, ma alla

gloria d’un amico antico ed amato, e in questa si circoscrive e si

appaga....

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.... Per noi la Francia è un affetto di fonte antica, per molte e nuove

cagioni cresciuto, radicato, gagliardo; e però ci sarà sempre un

conforto, nè lo muterà la fortuna. Quest’affetto, dove la Francia

soggiaccia, ci costerà assai più amarezza che non ne costerebbe la sua

vittoria a chi oggi la vorrebbe veder nella polvere; ma perciò ci sarà

più caro, come tutti gli affetti che il sacrifizio accompagna e a cui la

costanza è natura. Eravamo gelosi dell’integrità della Francia come di

terra nostra, e ci abbiamo veduto entrar lo straniero. Ci sentivamo

compresi della gloria delle sue armi, e l’abbiamo vista oscurarsi.

Amavamo i suoi valorosi soldati, e li abbiamo visti disperdere.

Veneravamo i suoi vecchi generali, e li abbiamo sentiti vilipendere. Ci

toccherà forse assistere all’ecatombe di codesto immortale esercito,

forse veder Parigi stretta dai nemici ad una difesa disperata, forse

rinnovare tra le sue mura le prepotenze e gli oltraggi dell’invasione

straniera. Per noi che amiamo la Francia saranno dolori veri e profondi;

e li dovremo divorare in silenzio, tra i sorrisi di coloro che

affrettano oggi col desiderio tutte codeste sciagure.

Ma l’affetto che nutrivamo per la Francia gloriosa, possente e temuta,

per il suo esercito prediletto dalla vittoria, per il suo popolo ardente

d’entusiasmo e di fede, quell’affetto lo conserveremo vivo sempre ed

immutabile per la Francia caduta, per la Francia sventurata, ferita nel

cuore e coll’alloro di regina dei popoli inaridito sulla fronte

sanguinosa; lo conserveremo per i suoi soldati sparsi nelle città e

nelle campagne, intorno ai focolari domestici, a destare col racconto

dei dolori patiti le lacrime materne e la pietà dei congiunti; lo

conserveremo per il popolo francese scorato, oppresso, diradato dalle

prime battaglie e dalle ultime resistenze della disperazione. Allora sì

che il sentimento della gratitudine ci si farà profondo nel cuore, e

diventerà un culto. Allora ci stringeremo con più caldo entusiasmo a

quella Francia che non cade mai, alla Francia che palpita nelle pagine

dei suoi grandi scrittori e dei suoi grandi poeti, ed in loro onoreremo

il suo nome e risaluteremo la sua gloria. E basterà a confortarci la

coscienza di avere amato e onorato quel grande popolo, amatolo

vincitore, onoratolo vinto, senza ipocrisia, senza interesse, col cuore

di fratelli, sempre.

Ricordi del 1870-71 · 第 18 / 47 题