Agosto, 1871.
Rileggendo le pagine che seguono, un anno dopo d’averle scritte, provai
un senso d’amarezza e sorrisi quasi di pietà. Ma poichè non volevo
buttare in un canto uno scritto che mi ricorda una delle più profonde
commozioni della vita, e d’altra parte temevo che a rileggerlo tal quale
altri ci avrebbe sorriso su, come io stesso, e per la stessa cagione;
così avevo già preso la penna per mitigare la vivezza di certe
espressioni, smorzare l’ardore di certi sentimenti, mutare e togliere
qua e là immagini e giudizi a cui gli avvenimenti han tolto colore e
valore. Ma subito mi vergognai del mio proposito, perchè m’accorsi che
derivava da un sentimento poco degno: io volevo velare, nascondere in
parte l’affetto che m’avevano ispirato quelle pagine, solo perchè le
previsioni, le speranze, i voti significati in esse, erano falliti; io
cedevo a un moto di falso amor proprio. E dissi: — no; quali mi uscirono
dal cuore queste parole, tali rimangano, poichè dell’affetto che
esprimono non ho nè a dolermi nè a vergognare. — Pensai dunque di
ripubblicare le pagine seguenti senza alterarle in nulla da quello che
erano uscendo alla luce la prima volta; pensai di lasciar loro
quell’impronta di passione, smodata forse, ma generosa e libera, che le
fece riuscir accette e credere sentite ai pochi che le lessero. D’altra
parte, in quel ribollimento generale degli animi, non era facile, in
ispecie a un giovane, di serbare la giusta misura; onde sarò scusato.
Mi prese poi un dubbio: che potesse venir giorno in cui queste pagine
discordassero dolorosamente da un sentimento vivo, giusto e comune
degl’Italiani, e mio. E di nuovo deliberai di correggere; ma mi
vergognai di me stesso anche questa volta, pensando che l’aver espresso
un sentimento di gratitudine e desiderato propizia la fortuna a un amico
che ci abbia fatto un benefizio, è e rimane un atto nobilissimo sempre,
anche quando codest’amico si volga contro di voi; e che, quanto più la
sua nemicizia è ingiusta, tanto più il ricordo d’aver compiuto
quell’atto ci è grato, perchè possiamo dire al nostro nemico: Tu ci
offendi ed hai torto; noi ti abbiamo amato e onorato.
Infine, secondo il mio modo di sentire, con queste pagine ho pagato un
debito.
Chi non crede che questo debito s’abbia mai avuto, le ometta; chi crede
il contrario, non proverà, leggendole, altro rincrescimento che quello
d’aver avuto un interprete forse troppo ardente e certo non abbastanza
felice.
*
* *
Firenze, 13 agosto 1870.
La rotta d’un esercito è una delle forme più desolanti in che si possa
presentare la sventura agli occhi umani. Un governo cade, uno stato si
spezza, una società si dissolve, interessi fortissimi s’urtano,
precipitano grandi fortune, migliaia di famiglie sono gettate nella
miseria e nel lutto; ma di tutto questo nulla si vede, tuttociò che ne
circonda conserva il suo aspetto consueto, il pensiero indovina i dolori
dietro le pareti domestiche e le lacrime sparse in segreto; ma
l’immagine viva di tutto codesto sconcerto non s’ha; non s’ha uno di
quegli spettacoli, che presentando in un punto tutte le forme e tutti
gli effetti della sventura, soverchiano l’anima e amareggiano per molti
anni la vita.
Un esercito rotto presenta codesto spettacolo. Si sono spezzati cento
mila cuori, e voi vi vedete passare dinanzi cento mila visi pallidi che
vi dicono l’un dopo l’altro: — Ho il cuore spezzato. — Il dolore di
ciascuno s’accresce del dolore di tutti, e tutt’insieme è un dolore che
schiaccia. In tutte quelle anime è caduto, col cadere delle sorti, un
edifizio splendido di speranze e di sogni di vita gloriosa e lieta,
donde ciascuno traeva lena e coraggio. Le gioie del ritorno, cento volte
al giorno volte e rivolte e pregioite nel pensiero, son diventate ora un
pensiero insopportabile; mille arditi disegni, fantasticati nei giorni
della baldanza, falliti; legami d’affetto, forse, che si dovranno
spezzare; promesse che non si potranno più mantenere. In ognuno di quei
cuori v’è la tristezza presentita delle infinite occasioni, in cui,
stando in mezzo alla gente e sentendo dire di quel rovescio, si dovrà
chinare la testa, invece di levarla altiera, come quando s’era partiti.
Molte parole ed atti di onesta alterezza, che c’erano da molto tempo
famigliari, e che la gente ci consentiva nella fiducia della vittoria,
ora non saranno più consentiti. La stessa considerazione pubblica in
quante delle sue frequenti e sfuggevoli espressioni si farà sentire
scemata! Tutto in noi, insensibilmente, si muterà, fino
all’atteggiamento e allo sguardo.
Ed anco la coscienza ne punge. Cessato il pericolo, ne pare che si
avrebbe dovuto morire prima che cedere. Ritorna alla memoria il
proponimento che s’era fatto quando il pericolo era ancora lontano, che
piuttosto di piegare ci saremmo fatti uccidere; l’avevamo risoluto, lo
avevamo detto cento volte a noi stessi, eravamo sicuri che quel
proponimento lo avremmo mantenuto, ed era appunto questa risoluzione e
questa sicurezza che ci rendeva orgogliosi e ci innalzava agli occhi
nostri. Ora qualche cosa da rimproverarci l’avremo sempre; dal fondo
della nostra coscienza si eleverà sempre una voce sommessa per dirci che
potevamo far qualcosa di più, e sarà una trafittura perpetua. Ed anche
guardandoci intorno, il cuore ci si stringe. Su nessun volto dei nostri
compagni avevamo mai visto la paura, nè immaginavamo che vi potesse
apparire; ora la vedemmo. A ciascuno di noi, per l’addietro, pareva che
da lui solo la vittoria pendesse; aver la forza di fare il proprio
dovere era la cosa sola a cui ciascuno pensasse; di sè stessi si
dubitava, non d’altri; ora anche d’altri. Tutto è mutato: mille
argomenti di forza svanirono, mille argomenti di timore sorvennero. E
sono passate poche ore! Pure fra la prima e l’ultima si è fatto un vuoto
di dieci anni; ci sentiamo invecchiati; ci domandiamo se è stato un
cattivo sogno; tra i nostri occhi e tutto quel che ne circonda si stende
ancora un velo; in mezzo al silenzio mortale dei soldati che camminano
con noi, tra quell’unico e sordo rumore di passi che rende quel silenzio
più tristo, un’eco confusa del fragore della battaglia ci rumoreggia
ancora all’orecchio come voce lontana e sommessa, che ci rimbrotti e ci
accusi. Passano e s’avvicendano nella fantasia stanca, facce orrende di
nemici intravvisti dappresso tra il fumo, e visi di compagni
trasfigurati dalla morte, e chiaro e distinto il punto dove giacevano, e
tutto quello che avevano intorno: quel sasso, quella traccia di sangue,
quella pianta, quell’arma abbandonata...... Poi l’occhio ed il pensiero
cadono sul soldato che ci viene accanto, su quello che lo precede, su
quello che lo segue, più in là, intorno, vicino, lontano, su tutta la
colonna che s’avanza silenziosa e quasi furtiva, come fiume raccolto e
rapido; tutti stanchi, discinti, senza armi, a capo scoperto; a tutti
manca qualcosa, e nessuno ci bada, ed il giorno prima era un delitto. La
campagna è seminata di armi, di cappelli, di tracolle, di pennacchi; si
passa e si calpesta; è desolante; tutte quelle robe sparse sono i
rottami della disciplina, dell’ordine, della forza. Quanto tempo e
quanta fatica prima che ogni cosa sia ricomposta!
Un giorno, un’ora infortunata sperperò il frutto del lavoro di tanti
anni, di tante cure, di tanti sacrifici; l’esercito, l’orgoglio e
l’amore della patria, su cui si accumulavano tante speranze e tante
trepidazioni, è rotto e umiliato; i nostri amici e i nostri figli, che
ieri ci sfilavano dinanzi splendidi e superbi, guardateli, li hanno
vinti, non cantano più, non parlano, chinano a terra quelle care e
altiere fronti giovanili che noi baciammo quando partirono, pensano e
soffrono, e non vorrebbero più tornare fra noi; oh no! tornate; siete
sempre nostri; noi vi stringeremo al cuore collo stesso affetto di
prima; sollevate la fronte, la vittoria non è sempre dei valorosi,
coraggio, guardateci no, non vogliono, fanno cenno di no, continuano a
camminare in silenzio, piangono. Oh è duro, è desolante, è uno
spettacolo che strazia l’anima.
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* *
Per me è un tristo argomento di pensiero il maresciallo Mac-Mahon. La
Fortuna ha veramente _infami giuochi_, come dice il Prati. Io m’immagino
il ritorno del duca di Magenta a Parigi dopo la guerra del 1870, e lo
confronto in cuor mio col ritorno ch’egli vi fece undici anni or sono
dopo la guerra d’Italia. Tutto il corpo di spedizione sfilò sotto gli
occhi dell’Imperatore; tutta Parigi era affollata, per la lunghezza di
tre o quattro miglia, dalle due parti della strada dove i soldati
dovevano passare; i corpi d’armata entrarono nella città ordinati e
disposti, reggimento per reggimento, battaglione per battaglione, nello
stesso modo che in guerra; ogni maresciallo precedeva il suo corpo.
L’entusiasmo toccava il delirio; non si applaudiva, si mandavano grida
di gioia inarticolate, come i ragazzi; si piangeva. Passò il
Baraguay-d’Hilliers, col suo braccio monco, canuto e venerabile, e fu
salutato con uno scoppio di evviva fragorosi. Passò il Canrobert,
giovane, bello, colla sua lunga chioma ondeggiante, con quella sua aria
di generale della repubblica, popolare e simpatico, e fu accolto
anch’egli con vivissima espansione di entusiasmo. Passò il Niel,
passarono parecchi altri generali di divisione e di brigata illustri e
valorosi, e su questi, come sugli altri, fu versata una pioggia di fiori
e di saluti. Ma quando comparve il maresciallo Mac-Mahon, l’antico
soldato di Crimea, il valoroso espugnatore di Monte Fontana, l’ardito
vincitore di Magenta, il caro e terribile Mac-Mahon, lodato e benedetto
per tanto tempo da lontano, da tanto tempo aspettato e invocato, il più
glorioso figliuolo della Francia, come lo chiamavano, il braccio destro
dell’Imperatore, l’idolo dei soldati, il primo campione dell’esercito
d’Italia, allora da quell’immensa folla agitata proruppe un grido di
gioia sovrumana; gli si strinsero intorno al cavallo, lo fermarono, lo
afferrarono pei grandi stivali, pel fodero della sciabola, per la
tunica, e lo tennero lì fermo per guardarlo negli occhi, per gridargli
ch’era un valoroso, per dirgli che lo amavano, per fargli intendere coi
gesti ch’egli era l’orgoglio della Francia; e intanto venivan giù dalle
finestre mazzetti di fiori, ghirlande, corone d’alloro, tanto che n’era
coperto lui e il cavallo e la strada; le signore sventolavano i
fazzoletti dalle finestre; la folla, ondeggiando e spingendosi innanzi,
raddoppiava le grida e gli applausi. — Largo! gridavano i lontani,
vogliamo vederlo anche noi! tutti abbiamo diritto di vederlo! — Ma i
vicini non volevano cedere; sbalzati indietro, si attaccavano al
cavallo. — È il cavallo di Magenta! — dicevano, e lo accarezzavano, e lo
baciavano, e gli accomodavano i fiori nella criniera..... Mac-Mahon
pianse.
Ed ora? Ora lacereranno il suo nome, diranno che ha tradito la Francia,
che ha condotto i suoi soldati al macello, che è un dissennato o un
inetto, che lo si doveva prevedere, che si fece male a dargli il comando
d’un corpo d’armata, che bisognava aver capito da un pezzo che egli non
era altro che un caporale ardimentoso, ma che cervello e dottrina di
generale non l’aveva avuta mai; che altre teste vogliono essere i
capitani d’eserciti in questi tempi, e che è un’indegnità che gli si
lasci ancora la spada, e che lo si dovrebbe porre sotto consiglio di
guerra per dare una giusta soddisfazione alla Francia; e fors’anco....
fin dove possa giungere ne abbiamo avuto un esempio in Italia.
Codesti sono veramente grandi e terribili dolori che soverchiano l’anima
e spezzano i cuori di tempra più dura. E sarà poi tutto suo l’errore?
chi lo può sapere? chi lo saprà? Una svista d’un istante, una notizia
falsa, un assegnamento fallito, uno slancio sconsiderato di coraggio,
un’illusione sfuggevole, un punto, un nulla può essere stato la cagione
per cui s’attaccò la battaglia, e ne seguì il rovescio. E questo basta
per precipitare la fortuna d’un uomo; basta per strappargli dal capo
incanutito nelle armi la corona di alloro e buttargliela ai piedi; basta
per togliergli la fiducia dell’esercito, a cui consacrò il suo sangue, i
più begli anni della sua giovinezza, ogni sua più bella speranza; basta
a contristargli per sempre la vita, che egli sperava di chiudere in una
quiete serena, bella di mille splendidi ricordi, cinto d’affetti,
coronato di gloria.
È una sentenza che spaventa.
Noi siamo più calmi e più giusti; in noi l’ira cittadina tace, e il
dolore, a cui l’ingiustizia delle precipitate condanne si perdona, è men
vivo; sia però generosa e prudente la nostra parola. Per noi Italiani,
il nome del Mac-Mahon è nome d’amico: nome di antico fratello d’armi,
nome che ci ricorda i più bei giorni e i più cari entusiasmi della
nostra rivoluzione; nome che ispira affetto e chiede gratitudine; non lo
dimentichiamo. Si può, in Italia, portar diverso giudizio del governo
napoleonico, e nutrir quindi per esso un sentimento diverso; ma pei
generali, pei soldati, per tutti coloro che hanno combattuto per noi,
accanto a noi, sulla nostra terra, non è possibile che un sentimento
solo; e l’averlo è dovere, e l’esprimerlo è atto gentile. Per noi il
Mac-Mahon era venerabile e caro quanto il più vecchio e il più prode dei
nostri soldati; paghiamogli dunque oggi il debito di gratitudine che a
lui ci lega, paghiamoglielo rispettandolo e difendendolo dalle ire
ignobili e dalle persecuzioni crudeli. Chi ha mente e cuore per
comprendere le grandi sventure e per misurare i grandi dolori manderà da
lungi un saluto riverente e affettuoso al vinto di Wörth, dicendogli dal
più profondo dell’anima: — Maresciallo! gl’Italiani non sono ingrati;
per noi, voi siete sempre il vincitore di Magenta. Noi non
dimenticheremo mai che la corona del Re d’Italia brilla del riverbero
della vostra spada.
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