[Pozzolengo, 24 giugno 1870, sera.]
Nello spazio di trenta giorni gl’Italiani hanno celebrato l’anniversario
di due memorabili battaglie nazionali: — il 29 maggio, Curtatone e
Montanara; — il 24 giugno, San Martino e Solferino; — e le hanno
celebrate nella forma più nobile e più solenne: — onorando la memoria
dei morti.
Scrivo da Pozzolengo, come scrissi da Mantova, coll’anima ancora tutta
piena della religiosa maestà della cerimonia; ma quanto diversamente
commosso! Alla mestizia non divisibile dal cuore in un giorno di
commemorazione di morti, si univa sì, a Mantova, un sentimento di
orgoglio, pensando che i vinti Italiani erano usciti da quella battaglia
non meno gloriosi che gli Austriaci vincitori. Ma era pur tristo il
pensare che quel valore e quel sangue non eran bastati a risparmiare
all’Italia altri dieci anni di servitù, di carceri, di patiboli, di
proscrizioni; che quello stesso terreno bagnato dal sangue dei nostri
soldati era rimasto in poter dei nemici, senza un segno che serbasse la
memoria dei caduti e ne raccomandasse il compianto; che dopo quella
sventura, più d’una volta la bandiera italiana aveva ancora dovuto
coprirsi d’un velo di lutto, e l’esercito seminar vanamente di cadaveri
altri campi. Ma oggi il ricordo dei morti è uno con quello d’una grande
vittoria; da questi colli ove scrivo, l’Italia gettò al mondo il suo
grido più possente di libertà; qui ella creò una di quelle parole — San
Martino, — che rimangono nel cuore dei popoli e degli eserciti,
ispiratrici di coraggio ne’ pericoli e di conforto nelle sventure, fino
alle generazioni più tarde; qui per la prima volta il nemico sentì
veramente nella ostinazione disperata degli assalti che con quei
quaranta battaglioni saliva su pei colli contesi l’Italia, e il suo Re.
E vi si aggiunge il particolare significato dato alla cerimonia dalla
presenza sul campo di battaglia dei rappresentanti dei tre popoli che
pochi anni sono vi hanno combattuto una delle più grosse e più
sanguinose battaglie moderne. È l’unanimità delle nazioni nel culto
dell’amor di patria, nella venerazione del valore e nella pietà della
sventura; sono i popoli stessi che si stringono la mano sui sepolcri dei
loro figli, per dirsi che la guerra non ha lasciato traccia d’odii o di
rancori; che, cessata la cagione del dissidio, all’ira sottentra
l’affetto e nel nemico sorge l’amico; che gli orgogli nazionali si
fondono e scompaiono in un sentimento umanitario sovrano che stringe
popoli, monarchi ed eserciti nell’amplesso fecondo della pace, sotto la
grande bandiera della civiltà.
Questa mattina — ventiquattro giugno milleottocentosettanta — il cielo
era sereno e splendido come dodici anni or sono, quando risonava delle
grida dei primi assalti e del rimbombo delle prime cannonate.
Arrivarono alla stazione di Pozzolengo, verso le otto, i due treni della
strada ferrata ch’eran partiti la notte da Milano e da Venezia. Scesero
dal primo il principe Umberto e il principe di Carignano, dal secondo i
rappresentanti della Camera e del Senato. V’era il ministro della guerra
e il ministro d’agricoltura e commercio, i prefetti di Mantova, di
Brescia, di Verona, di Padova di Vicenza; i sindaci di quasi tutte le
città del Veneto e della Lombardia; molti generali dell’esercito e della
guardia nazionale, ufficiali di tutte le armi, pubblicisti italiani e
stranieri, e una folla d’altra gente, invitata alla festa dal Comitato
della Società di Solferino e San Martino.
La Francia era rappresentata dal cavaliere de la Haye, luogotenente
colonnello di stato maggiore dell’esercito francese, accompagnato dal
visconte di Larochefoucault e dal visconte du Ponseau. L’Austria era
rappresentata dal cavaliere Alessio de Pollak, luogotenente colonnello
di stato maggiore dell’esercito austriaco.
Gran gente era affollata intorno alla stazione. Appena i Principi
comparvero, s’udirono vivissimi applausi, con suoni di bande e colpi di
cannone. Dopo i Principi, la folla cercò subito con gran desiderio i due
ufficiali stranieri. L’ufficiale austriaco vestiva una divisa
completamente verde, con un cappello a due punte come quello dei nostri
generali, e un pennacchio come gli uffiziali dei nostri bersaglieri. È
un uomo alto, sottile, di lineamenti delicati, di aspetto simpatico, di
modi cortesi. L’ufficiale francese, una robusta e fiera figura di
soldato. Fin dai primi momenti la gente spiegò una particolare simpatia
per l’ufficiale austriaco, ed era ben naturale. Egli rappresentava
l’esercito che in quella giornata era stato battuto; fra tutti i
convenuti alla festa egli era il solo cui la vista di que’ luoghi, la
presenza di quella gente, i discorsi, la cerimonia, ogni cosa, insomma,
richiamava dei ricordi non lieti. Bisognava dunque farglieli
dimenticare, questi ricordi; rendergli quella festa cara com’era a noi;
destargli nel cuore un sentimento di compiacenza e di gratitudine tanto
vivo, a forza di dimostrazioni di simpatia e di affetto, che ogni altra
men grata commozione ne fosse sopraffatta e soffocata. Così si fece, e
in ciò la gente diè prova d’una delicatezza squisita, a cui l’ufficiale,
dal canto suo, corrispose nobilissimamente.
I due Principi si trattennero qualche minuto sotto uno splendido
padiglione vicino alla strada ferrata, poi salirono in carrozza, e
seguiti dai soci, dagl’invitati, dal popolo, si avviarono verso il colle
di San Martino, alla villa Tracagni, dov’era stata preparata la
colazione per tutti. Quel breve tratto di strada fu un continuo
spettacolo. I campi formicolavano di gente accorsa dai vicini villaggi;
le ville, le chiese, le casuccie più meschine erano ornate di arazzi, di
fiori, di quadri; e qua e là, sul piano e pei colli, tra ’l verde degli
alberi e delle siepi, biancheggiavano tende e padiglioni: tutta la
campagna era parata a festa. E ispirava sentimenti e pensieri da non
potersi esprimere, quella pompa di colori allegri, quella gente gaia,
quello strepito, quella musica, là dove pochi anni prima, in quello
stesso giorno, era corso tanto sangue! A un tratto, a una svoltata, mi
si offerse per la prima volta allo sguardo il colle di San Martino,
colla sua chiesuola e coi suoi cipressi, bello e terribile, come l’avevo
visto tante volte dipinto e sentito descrivere. Mi balzò il cuore.
Codesti luoghi famosi par che abbiano il sentimento di quello che sono.
Io guardai quel colle, come si guarda una persona, in atto riverente e
affettuoso; e mille ricordi mi si affollarono, e riprovai il tremito che
mi aveva preso la prima volta che l’intesi nominare, con quelle divine
parole: — Hanno vinto!
I Principi e tutto il seguito entrarono nella villa Tracagni dov’era
preparata la colazione. Questa villa è una delle case che furono più
accanitamente disputate fra Italiani ed Austriaci nella battaglia di San
Martino. Quasi rovinata allora, rifabbricata ed abbellita poi, offre
oggi un aspetto gradevolissimo; ma nelle pareti delle allegre stanzine,
fra le pitture e gli ornati, spunta ancora qualche palla da cannone, che
ricorda il passato, e fa un eloquente contrasto con quanto v’ha intorno
di grazioso e di ameno.
Finita la colazione, i Principi si mossero verso la chiesa di San
Martino, per il famoso viale di cipressi, in mezzo a due ali di soldati
di fanteria, di guardie nazionali e di popolo.
La chiesa di San Martino è piccola, e a vederla di fuori non si
distinguerebbe dalle altre chiesuole sparse per la campagna, se non per
la facciata, sulla quale si vedono tre bellissimi mosaici: uno che
rappresenta la Risurrezione del Redentore, ed è quel del centro;
l’altro, quello di sinistra, un angelo colla spada in mano; il terzo
pure un angelo con una corona d’alloro. L’interno della chiesa ha un
aspetto particolare, che colpisce: le pareti nude, l’altare semplice, e
sormontato da una grande croce nera che spicca sopra un’amplissima tenda
bianca. La tenda scende dalla volta al pavimento, e copre tutto il
presbiterio, in modo che, entrando, non si vede nulla che tiri in
special modo l’attenzione. Però quell’aspetto modesto e severo prepara
l’animo a ciò che si vede poi.
Entrarono i Principi e il seguito, e s’avvicinarono silenziosamente
all’altare. Anche la folla di fuori, compresa della solennità della
funzione, taceva; tutti gli animi stavano in grande aspettazione.
A un tratto, la tenda bianca disparve, e si videro in fondo alla chiesa,
d’un sol colpo d’occhio, due mila teschi umani ordinati in lunghissime
file, l’una sovra l’altra, dal pavimento alla volta, così che il muro
n’era interamente coperto; le occhiaie tutte volte verso la porta. Nello
stesso tempo tuonò il cannone, e suonò la musica.
Io non credo che si dia al mondo uno spettacolo più solenne e più
tremendo di questo. Io non so dire quello che si provò in quel momento:
— una scossa, un senso di freddo, un tumulto istantaneo nella mente e
nel cuore; orrore, meraviglia, pietà. Da ultimo una pietà affettuosa,
mista a un sentimento di gratitudine e di venerazione così profondo e
così forte, che metteva il bisogno di piegar le ginocchia e pregare.
Tutte quelle occhiaie immobili par che ci guardino; in quei nudi teschi
par che ci debba essere ancora un alito di vita; pare che qualcosa si
debba muovere su quella sacra parete. Son là, Italiani e Tedeschi,
confusi; forse il teschio dell’uccisore poco discosto da quello
dell’ucciso, gente di paesi lontani, ignoti gli uni agli altri; e chi sa
che affetti erano accumulati sovra ognuno di quei capi, e che terribili
dolori è costato ognuno! Un padre, una madre, un fratello, che sappiano
d’avere il figliuolo o il fratello là, che cosa debbon sentire e pensare
guardando que’ teschi, senza saper qual è quello che piangono! Debbono
pur fare qualche congettura! È tristo; ma ora almeno le famiglie sanno
che le ossa dei loro cari non sono più disseminate per la campagna,
sanno che c’è un luogo dove possono andar a pregare, e sentirsi più
vicini ad essi; possono dire almeno: — Dove i nostri morti sono sepolti,
andarono a inginocchiarsi tre popoli; là si pregò per essi anche da
coloro che li uccisero; molte generazioni andranno a piangerli e ad
onorarli insieme ai mille che morirono con loro.
Si celebrarono brevi esequie per l’anime dei morti, dopo di che il
vicario di Verona venne innanzi, e dai gradini dell’altare lesse un
discorso pieno di nobili sensi e di alti pensieri di religione e di
patria. Parlò dopo di lui il rettore del collegio di Desenzano,
interrotto tratto tratto dagli applausi degli uditori e dal fragore di
ripetute scariche del battaglione di fanteria e delle guardie nazionali
schierate lungo il viale dei cipressi. Lesse ultimo un discorso il
ministro della guerra. Disse dei sacrifici fatti dall’Italia per
redimersi dalla schiavitù e costituirsi in grande e forte Stato, del
generoso aiuto della Francia, della stirpe dei nostri Re, e terminò
apostrofando gli Austriaci morti in battaglia. — Nemici d’un giorno —
esclamò — valorosi nemici!... Il vostro sagrificio fu glorioso per il
vostro paese. Se la vittoria non potè esser vostra, la mano di odio e lo
spirito dei tempi nuovi erano contro di voi; ma non rimpiangete la
battaglia perduta, perchè l’odio di razze fu spento nei cuori;
rallegratevi, perchè oggi i vostri compagni stringono la mano a noi,
uniti tutti nella via comune della civiltà e della giustizia.
Il principe Umberto pose di sua mano accanto all’altare una delle due
bandiere portate in dono dalla guardia nazionale di Milano; quindi si
mosse per fare il giro del presbiterio, accompagnato da tutto il suo
seguito. Allora si potè osservare i teschi da vicino. Molti sono forati
dalle palle o rotti dalle scheggie della mitraglia. Sopra alcuni v’è la
palla fermata con un filo di ferro nel punto dove colpì; su altri
pochissimi c’è scritto il nome del morto o l’indicazione del grado.
Qualche teschio è quasi completamente sfracellato. Il principe Umberto
si fermò ad osservarne alcuni. Nessuno della comitiva parlava. Poi
scesero tutti lentamente in un piccolo sotterraneo che s’apre sotto il
presbiterio dove sono ammonticchiate le ossa degli scheletri. Compiuto
questo secondo giro, i Principi uscirono dalla chiesa, e dietro a loro
tutti gli altri. La folla proruppe in applausi, e il cannone riprese a
tuonare.
Si risalì in carrozza e si mosse alla volta di Solferino. Si passò per
la strada grande che attraversa con un lungo giro tutto il campo di
battaglia, in modo che vedemmo i luoghi dove seguirono gl’incontri più
sanguinosi: Pozzolengo, Madonna della Scoperta, il Cimitero. Anche lungo
questa strada tutte le case erano imbandierate, e frotte di contadini e
di gente venuta dai villaggi parte precedevano e parte seguivano la fila
delle carrozze. A destra e a sinistra v’era una sequela sterminata di
baracche, di tende, di osterie come s’usano nelle feste campestri; e per
tutto gente vestita a festa, bandiere, musiche, grida.
Che stupenda campagna! che colline deliziose! Io non mi potevo saziare
di guardarle. Qui — dicevamo — è passata la tale divisione, là il tal
corpo d’armata, più in là il tal reggimento di cavalleria; ai piedi di
quella collina morì un generale; sulla cima di quell’altra furono
appostate due batterie; a ogni svoltata della strada, a ogni rialzo del
terreno, ci si destava un ricordo terribile e glorioso. E sempre
domandavamo a noi stessi se s’era combattuto proprio là, e quasi non
l’avremmo voluto credere, tanto ci pareva strano che si fosse potuto
sparger sangue e morire su quei bei campi verdi, in un luogo così
allegro, in mezzo a quella serena bellezza di cielo e di terra.
S’arrivò ai piedi del colle di Solferino. Si vide la torre che s’alza
sopra la vetta, e tra i merli le tre bandiere, austriaca, francese e
italiana; il colle dei Cipressi, erto e scosceso, sulla destra: e
pensare che vi si arrampicarono gli zuavi sotto una pioggia di palle
tedesche! Ci debbono essere caduti a mucchi, poveri soldati! A sinistra
il monte della Chiesa, con la cappella mortuaria sulla cima; dinanzi,
sulla spianata, padiglioni, archi, antenne; e dal colle della torre al
villaggio di Solferino, dal villaggio alla chiesa, dalla chiesa alla
torre, un via vai di gente infinito.
Entrammo nel villaggio: pareva che ci si fosse versato tutto il popolo
d’una città. È un piccolo villaggio di aspetto meschino, colle vie
anguste e le case rozze e nere; eppure aveva un aspetto ridente. I muri
erano coperti d’epigrafi, d’immagini, di ghirlande; e qua e là, intorno
alle finestre e alle porte, si vedevano le palle da cannone, dove rade,
dove fitte, e accanto un breve spazio imbiancato, con su iscrizioni e
date; nei cortili, negli orti, per tutto ov’era una traccia dei guasti
della battaglia, l’avevan messa in vista; e la gente interrogava e i
contadini spiegavano. Da ogni parte arrivavano al villaggio carrozze,
brigate di giovani e di donne, signori a cavallo, guardie nazionali,
fanciulli.
Verso il tocco cominciò la cerimonia funebre nella chiesuola di
Solferino.
Questa chiesa era prima del cinquantanove un oratorio dedicato a San
Pietro. Mezzo rovinata dai cannoni francesi, venne poi ristaurata, e se
ne fece il Grande Ossario. È poco più ampia di quella di San Martino, ma
più alta, e con due cappelle laterali, che le danno un’apparenza più
grandiosa. La facciata è pur coperta di mosaici; e intorno a questa
chiesa, come intorno all’altre, si stanno facendo dei giardini. Sul
dinanzi, la china del colle fu appianata, e un larghissimo viale scende
fino al villaggio.
In mezzo a due ali di soldati e di popolo, i Principi e il seguito
salirono alla chiesa ed entrarono. Celebraronsi anche lì brevi esequie
pei morti francesi ed austriaci, e poi parlarono monsignor Martini,
vicario capitolare di Mantova, il senatore Torelli, e il luogotenente
colonnello dell’esercito francese, cavaliere De la Haye. Questi, in nome
dell’imperatore Napoleone presentò al Torelli le insegne di grande
ufficiale della Legion d’onore.
Il principe Umberto pose accanto all’altare la seconda bandiera della
guardia nazionale di Milano, e poi si fece tutto il giro del
presbiterio, che è anch’esso da cima in fondo coperto di teschi: seimila
e settecento scheletri furono radunati in quell’Ossario. Nel sotterraneo
v’hanno parecchie nicchie il cui sfondo è rivestito d’altri teschi, e
sul dinanzi di ciascuna s’innalza una gran croce fatta di ossa di gambe
e di braccia, abilissimamente disposte, e congiunte con sottilissimi
fili di ferro. La croce della nicchia di mezzo è interamente composta di
costole. Tutte codeste ossa sono pulite e lucide e ordinate in perfetta
simmetria; e punto ribrezzo od altro senso spiacevole ne deriva a chi
guarda, tanto vi è visibile e parlante l’impronta della pietà gentile
che le raccolse e le compose.
Si entrò poi in una stanza dove son deposti i varii oggetti ritrovati
nel disseppellire i morti: medaglioni, anelli, immagini, lettere. Fra
l’altre cose v’è un orologio, che pare appartenesse a un soldato
francese, e che tocco da una palla o fermato da qualche goccia di
sangue, segna ancora le quattro e trentacinque minuti, l’ora dell’ultimo
assalto degli Austriaci a Guidizzolo. V’è una lettera d’una madre che
manda dieci lire a suo figlio, pregandolo di aver cura della salute e di
non far parola di quel dono a suo padre, che non ne sa nulla e potrebbe
trovarci a ridire. Un’altra lettera è d’una giovinetta che ringrazia un
soldato dell’offerta ch’ei le fece della sua mano, e gli ricorda i cari
giorni passati insieme prima della partenza sua per la guerra. Una terza
lettera è d’un padre che esorta il figliuolo a compiere coraggiosamente
il suo dovere di soldato. Quasi tutti si lesse que’ fogli, e furono i
momenti di maggior commozione; non pochi piansero.
Terminata la visita dell’Ossario, si uscì, e ci si trattenne alcuni
minuti sotto un ampio padiglione, dove furon lette parecchie poesie. Poi
si salì sul colle di Solferino.
Arrivati sulla cima, la più parte si corse a vedere la torre e ci si
salì su. Il colpo d’occhio che di là si gode è veramente degno della
fama che lo dice uno dei più meravigliosi del mondo. Si vede una gran
parte della pianura lombarda, il lago di Garda, le cupole di Mantova, il
torrione di Cremona; e sotto, ai piedi del colle, il villaggio, il
cimitero, le case sparse, tutto il campo di battaglia, palmo per palmo,
come una piazza d’armi. Che cielo poi, e che aria! Da un lato della
piazza vicino alla torre, sotto un ampio portico, erano preparate le
mense per oltre duecento persone. Dinanzi al portico, si stendeva un
grande padiglione sostenuto da antenne fasciate d’alloro e di fiori. La
facciata della casa a cui il padiglione appoggiavasi, splendeva,
percossa dal sole, e lampeggiava come una parete d’acciaio; cinquemila
daghe e cinquemila baionette v’erano raccolte e disposte in trofei, con
busti e ritratti del Re e dei Principi, e arazzi e bandiere; una
profusione armonica di colori e di splendori che colpiva e rapiva.
Alle tre i Principi entrarono sotto il padiglione, la folla si accalcò
intorno allo steccato, e le bande della guardia nazionale di Milano e
del 12º reggimento di fanteria cominciarono a suonare alternativamente
le marce più popolari dei tre eserciti. Furon poi recate a migliaia di
esemplari poesie, discorsi, epigrafi, racconti di episodii della
battaglia, d’autori d’ogni provincia d’Italia; i duecento convitati si
divisero in molti gruppi e cominciò e si protrasse fino alle cinque una
conversazione animatissima.
Però mancava qualcuno in quella bella adunanza! Molti lo pensarono e lo
dissero. Chi avesse invitato a quella festa almeno un ufficiale e un
soldato per ciascuno dei vecchi reggimenti che furono alla battaglia di
San Martino! Chi avesse invitato dieci o venti delle tante famiglie che
perdettero su quei colli qualcuno dei loro cari; famiglie di povera
gente, coi ragazzi e coi vecchi, che vedessero gli onori che si
rendevano ai loro morti, e parlassero al Principe, e sedessero a tavola
in mezzo ai generali; quei poveri vecchi che han dato alla patria
qualcosa più che il proprio sangue, le proprie creature, il sostegno e
la consolazione dei loro ultimi anni! E si fosse fatto venire anche un
drappello di soldati francesi, una decina, cinque, uno, uno zuavo, che
avremmo fatto a strapparcelo; e soldati tedeschi, un croato, da potergli
stringere fraternamente la mano e fargli capire che siamo amici, che
vogliamo restar amici sempre, e quelle tante altre cose che ci sarebbero
venute sulle labbra in que’ momenti; quanto sarebbe riuscita più bella,
più commovente, più solenne la festa!
Poco prima di sedere a mensa, il prefetto di Mantova lesse l’atto
d’inaugurazione degli Ossari, che il principe Umberto firmò e dopo lui
tutti gli altri.
Alle cinque, tutti presero posto alle mense, le quali erano disposte a
raggi, colla tavola dei Principi nel mezzo, in modo che nessuno volgesse
loro le spalle. Dinanzi ai Principi v’era una decina di vassoi pieni di
palle di cannone staccate dalla torre di Solferino, frammiste a mazzi di
fiori. I Comitati s’eran seduti senz’ordine, generali, senatori,
sindaci, giornalisti, come veniva veniva, onde riescì più svariata e più
gaia la conversazione che s’appiccò subito, in ogni parte della sala, e
continuò vivissima per tutto il tempo del desinare.
Verso la fine, corse una voce per tutta la sala: — Silenzio, silenzio, —
e tutti tacquero.
Il presidente del Senato s’alzò il primo e propose un brindisi al primo
soldato dell’indipendenza italiana.
Il vice-presidente della Camera bevve al principe Umberto e al principe
di Carignano.
Il senatore Torelli all’imperatore dei Francesi.
Il ministro della guerra all’imperatore d’Austria.
Il principe Umberto alla gloria e alla prosperità dei tre eserciti.
Il luogotenente colonnello Pollak si alzò, accompagnato da un movimento
generale di attenzione, e dopo aver ringraziato in nome dell’Imperatore
e dell’esercito austriaco i Principi italiani intervenuti alla festa, il
comitato, le società, e tutti coloro che avevano espresso sentimenti di
simpatia per la sua patria, disse con voce lenta, chiara e commossa: —
_Un brindisi alla bella, alla valorosa, alla prode armata italiana._
Un grido solo, da tutte le parti della sala, accolse queste parole; un
grido uscito spontaneamente dal cuore di tutti, e con tant’impeto, con
tanta forza, che ognuno se ne sentì rimescolare il sangue, e gli
applausi si protrassero, fitti e fragorosi, per parecchi minuti,
accompagnati da nuove altissime grida. L’ufficiale austriaco sedette col
viso mutato.
Alle cinque e un quarto, il principe Umberto s’alzò, e tutti i
commensali lo seguirono sotto il padiglione dove si prese il caffè;
pochi minuti dopo si uscì per salire in carrozza. In quel punto seguì un
caso bellissimo. Mentre il Principe usciva, la banda della guardia
nazionale di Milano suonava la marcia reale. Appena egli fu fuori, la
banda cominciò a suonare la marcia imperiale austriaca. Il luogotenente
colonnello Pollak si voltò in tronco verso il capo musica e facendogli
cenno colla mano, disse vivamente: — No, no; marcia reale. — E fu così
spontaneo coll’atto e così ingenuo e fatto con tanto garbo, che tutti
proruppero in applausi: ufficiali, deputati, senatori, popolo, quanti
poterono si strinsero intorno a quel bravo colonnello, gridando,
agitando le mani, facendogli ogni sorta di dimostrazioni festevoli e
affettuose. Egli, così circondato e acclamato, non sapeva nè chi
ringraziare nè dove volgersi; andava oltre mezzo portato dalla folla,
commosso, interdetto, come trasognato.
A poco a poco tutti salirono in carrozza e si diressero, parte verso
Peschiera e Pozzolengo, parte verso Lonato.
Così terminò il giorno 24 giugno 1870; giorno quindi innanzi doppiamente
caro all’Italia, perchè le ricorda una delle più gloriose vittorie dei
suoi figli, e una delle più nobili feste celebrate in onore dei caduti
per essa.
Possano i tre popoli che si strinsero oggi la mano su questi colli, a
tutti e tre cari e solenni, aver sempre dinanzi agli occhi della mente,
e fitta nel profondo del cuore, l’immagine di quelle tre bandiere
sventolanti insieme sulla torre di Solferino; e possa quella immagine
destare nell’anima di tutti, come fece oggi nella nostra, un altissimo
desiderio di pace, di fratellanza e d’amore.