L’INAUGURAZIONE DEGLI OSSARI DI SAN MARTINO E SOLFERINO.

[Pozzolengo, 24 giugno 1870, sera.]

Nello spazio di trenta giorni gl’Italiani hanno celebrato l’anniversario

di due memorabili battaglie nazionali: — il 29 maggio, Curtatone e

Montanara; — il 24 giugno, San Martino e Solferino; — e le hanno

celebrate nella forma più nobile e più solenne: — onorando la memoria

dei morti.

Scrivo da Pozzolengo, come scrissi da Mantova, coll’anima ancora tutta

piena della religiosa maestà della cerimonia; ma quanto diversamente

commosso! Alla mestizia non divisibile dal cuore in un giorno di

commemorazione di morti, si univa sì, a Mantova, un sentimento di

orgoglio, pensando che i vinti Italiani erano usciti da quella battaglia

non meno gloriosi che gli Austriaci vincitori. Ma era pur tristo il

pensare che quel valore e quel sangue non eran bastati a risparmiare

all’Italia altri dieci anni di servitù, di carceri, di patiboli, di

proscrizioni; che quello stesso terreno bagnato dal sangue dei nostri

soldati era rimasto in poter dei nemici, senza un segno che serbasse la

memoria dei caduti e ne raccomandasse il compianto; che dopo quella

sventura, più d’una volta la bandiera italiana aveva ancora dovuto

coprirsi d’un velo di lutto, e l’esercito seminar vanamente di cadaveri

altri campi. Ma oggi il ricordo dei morti è uno con quello d’una grande

vittoria; da questi colli ove scrivo, l’Italia gettò al mondo il suo

grido più possente di libertà; qui ella creò una di quelle parole — San

Martino, — che rimangono nel cuore dei popoli e degli eserciti,

ispiratrici di coraggio ne’ pericoli e di conforto nelle sventure, fino

alle generazioni più tarde; qui per la prima volta il nemico sentì

veramente nella ostinazione disperata degli assalti che con quei

quaranta battaglioni saliva su pei colli contesi l’Italia, e il suo Re.

E vi si aggiunge il particolare significato dato alla cerimonia dalla

presenza sul campo di battaglia dei rappresentanti dei tre popoli che

pochi anni sono vi hanno combattuto una delle più grosse e più

sanguinose battaglie moderne. È l’unanimità delle nazioni nel culto

dell’amor di patria, nella venerazione del valore e nella pietà della

sventura; sono i popoli stessi che si stringono la mano sui sepolcri dei

loro figli, per dirsi che la guerra non ha lasciato traccia d’odii o di

rancori; che, cessata la cagione del dissidio, all’ira sottentra

l’affetto e nel nemico sorge l’amico; che gli orgogli nazionali si

fondono e scompaiono in un sentimento umanitario sovrano che stringe

popoli, monarchi ed eserciti nell’amplesso fecondo della pace, sotto la

grande bandiera della civiltà.

Questa mattina — ventiquattro giugno milleottocentosettanta — il cielo

era sereno e splendido come dodici anni or sono, quando risonava delle

grida dei primi assalti e del rimbombo delle prime cannonate.

Arrivarono alla stazione di Pozzolengo, verso le otto, i due treni della

strada ferrata ch’eran partiti la notte da Milano e da Venezia. Scesero

dal primo il principe Umberto e il principe di Carignano, dal secondo i

rappresentanti della Camera e del Senato. V’era il ministro della guerra

e il ministro d’agricoltura e commercio, i prefetti di Mantova, di

Brescia, di Verona, di Padova di Vicenza; i sindaci di quasi tutte le

città del Veneto e della Lombardia; molti generali dell’esercito e della

guardia nazionale, ufficiali di tutte le armi, pubblicisti italiani e

stranieri, e una folla d’altra gente, invitata alla festa dal Comitato

della Società di Solferino e San Martino.

La Francia era rappresentata dal cavaliere de la Haye, luogotenente

colonnello di stato maggiore dell’esercito francese, accompagnato dal

visconte di Larochefoucault e dal visconte du Ponseau. L’Austria era

rappresentata dal cavaliere Alessio de Pollak, luogotenente colonnello

di stato maggiore dell’esercito austriaco.

Gran gente era affollata intorno alla stazione. Appena i Principi

comparvero, s’udirono vivissimi applausi, con suoni di bande e colpi di

cannone. Dopo i Principi, la folla cercò subito con gran desiderio i due

ufficiali stranieri. L’ufficiale austriaco vestiva una divisa

completamente verde, con un cappello a due punte come quello dei nostri

generali, e un pennacchio come gli uffiziali dei nostri bersaglieri. È

un uomo alto, sottile, di lineamenti delicati, di aspetto simpatico, di

modi cortesi. L’ufficiale francese, una robusta e fiera figura di

soldato. Fin dai primi momenti la gente spiegò una particolare simpatia

per l’ufficiale austriaco, ed era ben naturale. Egli rappresentava

l’esercito che in quella giornata era stato battuto; fra tutti i

convenuti alla festa egli era il solo cui la vista di que’ luoghi, la

presenza di quella gente, i discorsi, la cerimonia, ogni cosa, insomma,

richiamava dei ricordi non lieti. Bisognava dunque farglieli

dimenticare, questi ricordi; rendergli quella festa cara com’era a noi;

destargli nel cuore un sentimento di compiacenza e di gratitudine tanto

vivo, a forza di dimostrazioni di simpatia e di affetto, che ogni altra

men grata commozione ne fosse sopraffatta e soffocata. Così si fece, e

in ciò la gente diè prova d’una delicatezza squisita, a cui l’ufficiale,

dal canto suo, corrispose nobilissimamente.

I due Principi si trattennero qualche minuto sotto uno splendido

padiglione vicino alla strada ferrata, poi salirono in carrozza, e

seguiti dai soci, dagl’invitati, dal popolo, si avviarono verso il colle

di San Martino, alla villa Tracagni, dov’era stata preparata la

colazione per tutti. Quel breve tratto di strada fu un continuo

spettacolo. I campi formicolavano di gente accorsa dai vicini villaggi;

le ville, le chiese, le casuccie più meschine erano ornate di arazzi, di

fiori, di quadri; e qua e là, sul piano e pei colli, tra ’l verde degli

alberi e delle siepi, biancheggiavano tende e padiglioni: tutta la

campagna era parata a festa. E ispirava sentimenti e pensieri da non

potersi esprimere, quella pompa di colori allegri, quella gente gaia,

quello strepito, quella musica, là dove pochi anni prima, in quello

stesso giorno, era corso tanto sangue! A un tratto, a una svoltata, mi

si offerse per la prima volta allo sguardo il colle di San Martino,

colla sua chiesuola e coi suoi cipressi, bello e terribile, come l’avevo

visto tante volte dipinto e sentito descrivere. Mi balzò il cuore.

Codesti luoghi famosi par che abbiano il sentimento di quello che sono.

Io guardai quel colle, come si guarda una persona, in atto riverente e

affettuoso; e mille ricordi mi si affollarono, e riprovai il tremito che

mi aveva preso la prima volta che l’intesi nominare, con quelle divine

parole: — Hanno vinto!

I Principi e tutto il seguito entrarono nella villa Tracagni dov’era

preparata la colazione. Questa villa è una delle case che furono più

accanitamente disputate fra Italiani ed Austriaci nella battaglia di San

Martino. Quasi rovinata allora, rifabbricata ed abbellita poi, offre

oggi un aspetto gradevolissimo; ma nelle pareti delle allegre stanzine,

fra le pitture e gli ornati, spunta ancora qualche palla da cannone, che

ricorda il passato, e fa un eloquente contrasto con quanto v’ha intorno

di grazioso e di ameno.

Finita la colazione, i Principi si mossero verso la chiesa di San

Martino, per il famoso viale di cipressi, in mezzo a due ali di soldati

di fanteria, di guardie nazionali e di popolo.

La chiesa di San Martino è piccola, e a vederla di fuori non si

distinguerebbe dalle altre chiesuole sparse per la campagna, se non per

la facciata, sulla quale si vedono tre bellissimi mosaici: uno che

rappresenta la Risurrezione del Redentore, ed è quel del centro;

l’altro, quello di sinistra, un angelo colla spada in mano; il terzo

pure un angelo con una corona d’alloro. L’interno della chiesa ha un

aspetto particolare, che colpisce: le pareti nude, l’altare semplice, e

sormontato da una grande croce nera che spicca sopra un’amplissima tenda

bianca. La tenda scende dalla volta al pavimento, e copre tutto il

presbiterio, in modo che, entrando, non si vede nulla che tiri in

special modo l’attenzione. Però quell’aspetto modesto e severo prepara

l’animo a ciò che si vede poi.

Entrarono i Principi e il seguito, e s’avvicinarono silenziosamente

all’altare. Anche la folla di fuori, compresa della solennità della

funzione, taceva; tutti gli animi stavano in grande aspettazione.

A un tratto, la tenda bianca disparve, e si videro in fondo alla chiesa,

d’un sol colpo d’occhio, due mila teschi umani ordinati in lunghissime

file, l’una sovra l’altra, dal pavimento alla volta, così che il muro

n’era interamente coperto; le occhiaie tutte volte verso la porta. Nello

stesso tempo tuonò il cannone, e suonò la musica.

Io non credo che si dia al mondo uno spettacolo più solenne e più

tremendo di questo. Io non so dire quello che si provò in quel momento:

— una scossa, un senso di freddo, un tumulto istantaneo nella mente e

nel cuore; orrore, meraviglia, pietà. Da ultimo una pietà affettuosa,

mista a un sentimento di gratitudine e di venerazione così profondo e

così forte, che metteva il bisogno di piegar le ginocchia e pregare.

Tutte quelle occhiaie immobili par che ci guardino; in quei nudi teschi

par che ci debba essere ancora un alito di vita; pare che qualcosa si

debba muovere su quella sacra parete. Son là, Italiani e Tedeschi,

confusi; forse il teschio dell’uccisore poco discosto da quello

dell’ucciso, gente di paesi lontani, ignoti gli uni agli altri; e chi sa

che affetti erano accumulati sovra ognuno di quei capi, e che terribili

dolori è costato ognuno! Un padre, una madre, un fratello, che sappiano

d’avere il figliuolo o il fratello là, che cosa debbon sentire e pensare

guardando que’ teschi, senza saper qual è quello che piangono! Debbono

pur fare qualche congettura! È tristo; ma ora almeno le famiglie sanno

che le ossa dei loro cari non sono più disseminate per la campagna,

sanno che c’è un luogo dove possono andar a pregare, e sentirsi più

vicini ad essi; possono dire almeno: — Dove i nostri morti sono sepolti,

andarono a inginocchiarsi tre popoli; là si pregò per essi anche da

coloro che li uccisero; molte generazioni andranno a piangerli e ad

onorarli insieme ai mille che morirono con loro.

Si celebrarono brevi esequie per l’anime dei morti, dopo di che il

vicario di Verona venne innanzi, e dai gradini dell’altare lesse un

discorso pieno di nobili sensi e di alti pensieri di religione e di

patria. Parlò dopo di lui il rettore del collegio di Desenzano,

interrotto tratto tratto dagli applausi degli uditori e dal fragore di

ripetute scariche del battaglione di fanteria e delle guardie nazionali

schierate lungo il viale dei cipressi. Lesse ultimo un discorso il

ministro della guerra. Disse dei sacrifici fatti dall’Italia per

redimersi dalla schiavitù e costituirsi in grande e forte Stato, del

generoso aiuto della Francia, della stirpe dei nostri Re, e terminò

apostrofando gli Austriaci morti in battaglia. — Nemici d’un giorno —

esclamò — valorosi nemici!... Il vostro sagrificio fu glorioso per il

vostro paese. Se la vittoria non potè esser vostra, la mano di odio e lo

spirito dei tempi nuovi erano contro di voi; ma non rimpiangete la

battaglia perduta, perchè l’odio di razze fu spento nei cuori;

rallegratevi, perchè oggi i vostri compagni stringono la mano a noi,

uniti tutti nella via comune della civiltà e della giustizia.

Il principe Umberto pose di sua mano accanto all’altare una delle due

bandiere portate in dono dalla guardia nazionale di Milano; quindi si

mosse per fare il giro del presbiterio, accompagnato da tutto il suo

seguito. Allora si potè osservare i teschi da vicino. Molti sono forati

dalle palle o rotti dalle scheggie della mitraglia. Sopra alcuni v’è la

palla fermata con un filo di ferro nel punto dove colpì; su altri

pochissimi c’è scritto il nome del morto o l’indicazione del grado.

Qualche teschio è quasi completamente sfracellato. Il principe Umberto

si fermò ad osservarne alcuni. Nessuno della comitiva parlava. Poi

scesero tutti lentamente in un piccolo sotterraneo che s’apre sotto il

presbiterio dove sono ammonticchiate le ossa degli scheletri. Compiuto

questo secondo giro, i Principi uscirono dalla chiesa, e dietro a loro

tutti gli altri. La folla proruppe in applausi, e il cannone riprese a

tuonare.

Si risalì in carrozza e si mosse alla volta di Solferino. Si passò per

la strada grande che attraversa con un lungo giro tutto il campo di

battaglia, in modo che vedemmo i luoghi dove seguirono gl’incontri più

sanguinosi: Pozzolengo, Madonna della Scoperta, il Cimitero. Anche lungo

questa strada tutte le case erano imbandierate, e frotte di contadini e

di gente venuta dai villaggi parte precedevano e parte seguivano la fila

delle carrozze. A destra e a sinistra v’era una sequela sterminata di

baracche, di tende, di osterie come s’usano nelle feste campestri; e per

tutto gente vestita a festa, bandiere, musiche, grida.

Che stupenda campagna! che colline deliziose! Io non mi potevo saziare

di guardarle. Qui — dicevamo — è passata la tale divisione, là il tal

corpo d’armata, più in là il tal reggimento di cavalleria; ai piedi di

quella collina morì un generale; sulla cima di quell’altra furono

appostate due batterie; a ogni svoltata della strada, a ogni rialzo del

terreno, ci si destava un ricordo terribile e glorioso. E sempre

domandavamo a noi stessi se s’era combattuto proprio là, e quasi non

l’avremmo voluto credere, tanto ci pareva strano che si fosse potuto

sparger sangue e morire su quei bei campi verdi, in un luogo così

allegro, in mezzo a quella serena bellezza di cielo e di terra.

S’arrivò ai piedi del colle di Solferino. Si vide la torre che s’alza

sopra la vetta, e tra i merli le tre bandiere, austriaca, francese e

italiana; il colle dei Cipressi, erto e scosceso, sulla destra: e

pensare che vi si arrampicarono gli zuavi sotto una pioggia di palle

tedesche! Ci debbono essere caduti a mucchi, poveri soldati! A sinistra

il monte della Chiesa, con la cappella mortuaria sulla cima; dinanzi,

sulla spianata, padiglioni, archi, antenne; e dal colle della torre al

villaggio di Solferino, dal villaggio alla chiesa, dalla chiesa alla

torre, un via vai di gente infinito.

Entrammo nel villaggio: pareva che ci si fosse versato tutto il popolo

d’una città. È un piccolo villaggio di aspetto meschino, colle vie

anguste e le case rozze e nere; eppure aveva un aspetto ridente. I muri

erano coperti d’epigrafi, d’immagini, di ghirlande; e qua e là, intorno

alle finestre e alle porte, si vedevano le palle da cannone, dove rade,

dove fitte, e accanto un breve spazio imbiancato, con su iscrizioni e

date; nei cortili, negli orti, per tutto ov’era una traccia dei guasti

della battaglia, l’avevan messa in vista; e la gente interrogava e i

contadini spiegavano. Da ogni parte arrivavano al villaggio carrozze,

brigate di giovani e di donne, signori a cavallo, guardie nazionali,

fanciulli.

Verso il tocco cominciò la cerimonia funebre nella chiesuola di

Solferino.

Questa chiesa era prima del cinquantanove un oratorio dedicato a San

Pietro. Mezzo rovinata dai cannoni francesi, venne poi ristaurata, e se

ne fece il Grande Ossario. È poco più ampia di quella di San Martino, ma

più alta, e con due cappelle laterali, che le danno un’apparenza più

grandiosa. La facciata è pur coperta di mosaici; e intorno a questa

chiesa, come intorno all’altre, si stanno facendo dei giardini. Sul

dinanzi, la china del colle fu appianata, e un larghissimo viale scende

fino al villaggio.

In mezzo a due ali di soldati e di popolo, i Principi e il seguito

salirono alla chiesa ed entrarono. Celebraronsi anche lì brevi esequie

pei morti francesi ed austriaci, e poi parlarono monsignor Martini,

vicario capitolare di Mantova, il senatore Torelli, e il luogotenente

colonnello dell’esercito francese, cavaliere De la Haye. Questi, in nome

dell’imperatore Napoleone presentò al Torelli le insegne di grande

ufficiale della Legion d’onore.

Il principe Umberto pose accanto all’altare la seconda bandiera della

guardia nazionale di Milano, e poi si fece tutto il giro del

presbiterio, che è anch’esso da cima in fondo coperto di teschi: seimila

e settecento scheletri furono radunati in quell’Ossario. Nel sotterraneo

v’hanno parecchie nicchie il cui sfondo è rivestito d’altri teschi, e

sul dinanzi di ciascuna s’innalza una gran croce fatta di ossa di gambe

e di braccia, abilissimamente disposte, e congiunte con sottilissimi

fili di ferro. La croce della nicchia di mezzo è interamente composta di

costole. Tutte codeste ossa sono pulite e lucide e ordinate in perfetta

simmetria; e punto ribrezzo od altro senso spiacevole ne deriva a chi

guarda, tanto vi è visibile e parlante l’impronta della pietà gentile

che le raccolse e le compose.

Si entrò poi in una stanza dove son deposti i varii oggetti ritrovati

nel disseppellire i morti: medaglioni, anelli, immagini, lettere. Fra

l’altre cose v’è un orologio, che pare appartenesse a un soldato

francese, e che tocco da una palla o fermato da qualche goccia di

sangue, segna ancora le quattro e trentacinque minuti, l’ora dell’ultimo

assalto degli Austriaci a Guidizzolo. V’è una lettera d’una madre che

manda dieci lire a suo figlio, pregandolo di aver cura della salute e di

non far parola di quel dono a suo padre, che non ne sa nulla e potrebbe

trovarci a ridire. Un’altra lettera è d’una giovinetta che ringrazia un

soldato dell’offerta ch’ei le fece della sua mano, e gli ricorda i cari

giorni passati insieme prima della partenza sua per la guerra. Una terza

lettera è d’un padre che esorta il figliuolo a compiere coraggiosamente

il suo dovere di soldato. Quasi tutti si lesse que’ fogli, e furono i

momenti di maggior commozione; non pochi piansero.

Terminata la visita dell’Ossario, si uscì, e ci si trattenne alcuni

minuti sotto un ampio padiglione, dove furon lette parecchie poesie. Poi

si salì sul colle di Solferino.

Arrivati sulla cima, la più parte si corse a vedere la torre e ci si

salì su. Il colpo d’occhio che di là si gode è veramente degno della

fama che lo dice uno dei più meravigliosi del mondo. Si vede una gran

parte della pianura lombarda, il lago di Garda, le cupole di Mantova, il

torrione di Cremona; e sotto, ai piedi del colle, il villaggio, il

cimitero, le case sparse, tutto il campo di battaglia, palmo per palmo,

come una piazza d’armi. Che cielo poi, e che aria! Da un lato della

piazza vicino alla torre, sotto un ampio portico, erano preparate le

mense per oltre duecento persone. Dinanzi al portico, si stendeva un

grande padiglione sostenuto da antenne fasciate d’alloro e di fiori. La

facciata della casa a cui il padiglione appoggiavasi, splendeva,

percossa dal sole, e lampeggiava come una parete d’acciaio; cinquemila

daghe e cinquemila baionette v’erano raccolte e disposte in trofei, con

busti e ritratti del Re e dei Principi, e arazzi e bandiere; una

profusione armonica di colori e di splendori che colpiva e rapiva.

Alle tre i Principi entrarono sotto il padiglione, la folla si accalcò

intorno allo steccato, e le bande della guardia nazionale di Milano e

del 12º reggimento di fanteria cominciarono a suonare alternativamente

le marce più popolari dei tre eserciti. Furon poi recate a migliaia di

esemplari poesie, discorsi, epigrafi, racconti di episodii della

battaglia, d’autori d’ogni provincia d’Italia; i duecento convitati si

divisero in molti gruppi e cominciò e si protrasse fino alle cinque una

conversazione animatissima.

Però mancava qualcuno in quella bella adunanza! Molti lo pensarono e lo

dissero. Chi avesse invitato a quella festa almeno un ufficiale e un

soldato per ciascuno dei vecchi reggimenti che furono alla battaglia di

San Martino! Chi avesse invitato dieci o venti delle tante famiglie che

perdettero su quei colli qualcuno dei loro cari; famiglie di povera

gente, coi ragazzi e coi vecchi, che vedessero gli onori che si

rendevano ai loro morti, e parlassero al Principe, e sedessero a tavola

in mezzo ai generali; quei poveri vecchi che han dato alla patria

qualcosa più che il proprio sangue, le proprie creature, il sostegno e

la consolazione dei loro ultimi anni! E si fosse fatto venire anche un

drappello di soldati francesi, una decina, cinque, uno, uno zuavo, che

avremmo fatto a strapparcelo; e soldati tedeschi, un croato, da potergli

stringere fraternamente la mano e fargli capire che siamo amici, che

vogliamo restar amici sempre, e quelle tante altre cose che ci sarebbero

venute sulle labbra in que’ momenti; quanto sarebbe riuscita più bella,

più commovente, più solenne la festa!

Poco prima di sedere a mensa, il prefetto di Mantova lesse l’atto

d’inaugurazione degli Ossari, che il principe Umberto firmò e dopo lui

tutti gli altri.

Alle cinque, tutti presero posto alle mense, le quali erano disposte a

raggi, colla tavola dei Principi nel mezzo, in modo che nessuno volgesse

loro le spalle. Dinanzi ai Principi v’era una decina di vassoi pieni di

palle di cannone staccate dalla torre di Solferino, frammiste a mazzi di

fiori. I Comitati s’eran seduti senz’ordine, generali, senatori,

sindaci, giornalisti, come veniva veniva, onde riescì più svariata e più

gaia la conversazione che s’appiccò subito, in ogni parte della sala, e

continuò vivissima per tutto il tempo del desinare.

Verso la fine, corse una voce per tutta la sala: — Silenzio, silenzio, —

e tutti tacquero.

Il presidente del Senato s’alzò il primo e propose un brindisi al primo

soldato dell’indipendenza italiana.

Il vice-presidente della Camera bevve al principe Umberto e al principe

di Carignano.

Il senatore Torelli all’imperatore dei Francesi.

Il ministro della guerra all’imperatore d’Austria.

Il principe Umberto alla gloria e alla prosperità dei tre eserciti.

Il luogotenente colonnello Pollak si alzò, accompagnato da un movimento

generale di attenzione, e dopo aver ringraziato in nome dell’Imperatore

e dell’esercito austriaco i Principi italiani intervenuti alla festa, il

comitato, le società, e tutti coloro che avevano espresso sentimenti di

simpatia per la sua patria, disse con voce lenta, chiara e commossa: —

_Un brindisi alla bella, alla valorosa, alla prode armata italiana._

Un grido solo, da tutte le parti della sala, accolse queste parole; un

grido uscito spontaneamente dal cuore di tutti, e con tant’impeto, con

tanta forza, che ognuno se ne sentì rimescolare il sangue, e gli

applausi si protrassero, fitti e fragorosi, per parecchi minuti,

accompagnati da nuove altissime grida. L’ufficiale austriaco sedette col

viso mutato.

Alle cinque e un quarto, il principe Umberto s’alzò, e tutti i

commensali lo seguirono sotto il padiglione dove si prese il caffè;

pochi minuti dopo si uscì per salire in carrozza. In quel punto seguì un

caso bellissimo. Mentre il Principe usciva, la banda della guardia

nazionale di Milano suonava la marcia reale. Appena egli fu fuori, la

banda cominciò a suonare la marcia imperiale austriaca. Il luogotenente

colonnello Pollak si voltò in tronco verso il capo musica e facendogli

cenno colla mano, disse vivamente: — No, no; marcia reale. — E fu così

spontaneo coll’atto e così ingenuo e fatto con tanto garbo, che tutti

proruppero in applausi: ufficiali, deputati, senatori, popolo, quanti

poterono si strinsero intorno a quel bravo colonnello, gridando,

agitando le mani, facendogli ogni sorta di dimostrazioni festevoli e

affettuose. Egli, così circondato e acclamato, non sapeva nè chi

ringraziare nè dove volgersi; andava oltre mezzo portato dalla folla,

commosso, interdetto, come trasognato.

A poco a poco tutti salirono in carrozza e si diressero, parte verso

Peschiera e Pozzolengo, parte verso Lonato.

Così terminò il giorno 24 giugno 1870; giorno quindi innanzi doppiamente

caro all’Italia, perchè le ricorda una delle più gloriose vittorie dei

suoi figli, e una delle più nobili feste celebrate in onore dei caduti

per essa.

Possano i tre popoli che si strinsero oggi la mano su questi colli, a

tutti e tre cari e solenni, aver sempre dinanzi agli occhi della mente,

e fitta nel profondo del cuore, l’immagine di quelle tre bandiere

sventolanti insieme sulla torre di Solferino; e possa quella immagine

destare nell’anima di tutti, come fece oggi nella nostra, un altissimo

desiderio di pace, di fratellanza e d’amore.

Ricordi del 1870-71 · 第 14 / 47 题