I due eserciti austriaci si dispongono rapidamente alla difesa.

Son vicine le sette. L’avanguardia del maresciallo Canrobert arriva in

vista di Castel Goffredo, cinto di vecchie mura, tenuto dalla cavalleria

austriaca. Il generale Renault lo assale con tre colonne: l’una a

sinistra, l’altra di fronte, la terza per la via di Mantova. In pochi

minuti la porta è rovesciata a colpi di scure, il villaggio invaso, il

nemico fugato. Tuona il cannone a sinistra: è la divisione Luzy che

assalta Medole. Il Canrobert ordina alla divisione Renault di accorrere

subito a quella volta; egli stesso sollecita la marcia di tutto il corpo

d’armata.

Due colonne della divisione Luzy, protette dalle artiglierie, prendon

Medole ai lati; il Luzy stesso, dato il segnale dell’assalto a tutta la

linea, investe il villaggio di fronte. Gli Austriaci resistono sulle

prime; incalzati dalle baionette, piegano; Medole è preso, con due

cannoni e mille prigionieri.

Il 9º corpo austriaco si dispone a difesa intorno a Guidizzolo, occupa

Rebecco e Casanova. Il grosso del corpo s’avanza per impedire il piano

di Medole al generale Niel.

In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, dalla sommità del Monte

Medolano vede poderose colonne austriache scendere nella pianura, e le

alture tra Cavriana e Solferino incoronarsi di cannoni e di baionette;

sente il cannone di Baraguay-d’Hilliers; comprende ch’egli si trova a

pericoloso cimento di fronte a tante forze; lo vorrebbe soccorrere, non

può: si scosterebbe troppo dal 4º corpo, e il nemico potrebbe cacciarsi

in mezzo: spiega una divisione in ordine di battaglia, manda a dir al

Niel che intende avvicinarsi al 1º corpo, egli si avanzi a sinistra e

chiuda l’intervallo. Risponde il Niel non potere, bisognargli prender

Medole prima, intender di piegare a sinistra poi, quando avrà la destra

coperta dal Canrobert, il Mac-Mahon potrà allora aiutare il 1º corpo;

pel momento no. Intanto, nel piano, fra il 2º ed il 4º corpo, s’avanza

una lunga colonna irta di lance e luccicante di sciabole; usseri,

lancieri, cacciatori d’Africa, otto reggimenti di cavalleria, le due

divisioni Partouneaux e Desvaux, che vengono ad occupare la linea di

battaglia tra il Niel e il Mac-Mahon.

Il generale Forey ha ributtato gli Austriaci da Grole su monte Fenile.

Da monte Fenile si abbracciano collo sguardo tutte le alture del campo

di battaglia: bisogna impadronirsene. Gli Austriaci, numerosi e saldi,

stanno alla difesa. Tutto l’84º reggimento, col colonnello alla testa,

li assale. — Viva l’Imperatore! — Il Forey è già sulla sommità di monte

Fenile. Il Ladmirault libera la sua strada di alcuni piccoli corpi

staccati, il Bazaine s’avanza per la via di Fontane e di Grole.

Le colonne esploratrici dell’esercito italiano sono alle mani col nemico

a Pozzolengo e a Madonna della Scoperta. L’avanguardia della divisione

Durando, respinta di fronte da Madonna della Scoperta, minacciata di

fianco da una forte colonna, si ritira verso Fenile Vecchio, sul grosso

del Corpo. Il generale Durando, misurato le forze degli Austriaci

dall’alto del monte Tiracollo, manda a ordinare alla brigata Savoia che

accorra immediatamente a Venzago.

Il luogotenente colonnello Cadorna, comandante la colonna esploratrice

della 5ª divisione, arriva a San Martino senza incontrare il nemico; va

oltre, supera l’altipiano: nessuno. Piglia per Pozzolengo, s’avvicina

alla casa Ponticello, alto: i bersaglieri hanno scoperto le prime

sentinelle austriache. Subito: un battaglione a sinistra, l’artiglieria

sulla strada, la cavalleria in mezzo: fuoco! Gli Austriaci danno

indietro. Rinforzati poco dopo, ritornano. Il Cadorna chiede soccorso

alla 1ª colonna esploratrice della 3ª divisione, accompagnata dal

generale Mollard, ferma a San Martino. Accorrono due compagnie di

bersaglieri a sostenere il suo fianco sinistro minacciato. Non bastano:

l’Austriaco ingrossa e procede. Il Cadorna si ritira. Il Mollard

s’avanza con tutte le sue forze. Il Cucchiari, avvertito in tempo dal

Cadorna, viene avanti anch’egli sollecitamente. Il nemico è già alla

Contracania.

La divisione Fanti attende l’ordine d’avanzarsi in vicinanza di San

Paolo di Lonato.

Il sole splende in tutta la maestà dei suoi raggi. Il movimento della

battaglia si propaga con rapidità maravigliosa. Dall’una parte e

dall’altra lunghissime colonne, seguíte da colonne più lontane,

s’avanzano; si allargano, come fiumi straripanti, nei piani; si serrano,

come folte macchie, sui colli; serpeggiano di catena in catena. Selve di

baionette scintillano qua e là tra gli alberi e le mèssi, e balenano

grandi lampi improvvisi, seguíti da uno scoppio fragoroso, o lunghe e

interrotte striscie di fuoco accompagnate da uno strepito precipitoso di

colpi. Splendide e serrate schiere di cavalieri corrono di trotto

sonante le strade. Agili batterie si slanciano su per le chine, si

schierano, fulminano, e le vette dei monti scompaiono nei nuvoli

bianchi, e tremano di rimbombi sonori le valli. E pei monti e per le

valli si comincia a sparger sangue e a morire.

Sono le otto. Il corpo del maresciallo Niel procede verso Guidizzolo,

inseguendo gli Austriaci. Una brigata della divisione Luzy arriva a

Rebecco. Rebecco è difeso da quattro reggimenti del 9º corpo. Luzy lo

assale. Qui comincia un’asprissima lotta; le artiglierie traggono dai

due lati furiosamente; le case sono prese, perdute e riassalite con

pertinacia accanita e fiera uccisione. Ma l’Austriaco, più forte, sta

saldo; il Luzy chiede soccorso: sopraggiunge a passo concitato il 63º

reggimento della divisione Vinoy; si ritorna all’assalto; la brigata

Benedek, che occupava Rebecco, è cacciata. Ma un’altra sottentra, e il

combattimento si riaccende più vivo. Intanto la divisione Vinoy sbocca

nel piano di Medole e gli Austriaci si avanzano con poderose forze

d’artiglieria per contrastarle la strada. Il Vinoy spiega rapidamente le

sue batterie per battere le nemiche, e s’attacca un combattimento

vivissimo. Altri cannoni vengono in aiuto del Vinoy dalla riserva del 4º

corpo, e fulminano dall’ala sinistra. Un secondo rinforzo d’artiglieria

sopraggiunge ed entra in linea. L’artiglieria nemica cede, gli Austriaci

si ripiegano su Casanova, il Vinoy gl’incalza. Arriva il generale De

Failly colla 3ª divisione del 4º corpo, e si spinge nell’intervallo fra

il Vinoy e il Luzy. Gli assalti si rinnovano con più impetuoso furore.

Son le nove e mezzo. Il maresciallo Canrobert è arrivato a Medole.

L’Imperatore gli fa annunziare che un corpo di 20,000 uomini è uscito da

Mantova; si guardi sulla sua destra, e sostenga ad un tempo la destra

del 4º corpo. Il Canrobert manda immediatamente una brigata della

divisione Renault sulla via di Ceresa, e provvede alla sua sicurezza

dalla parte di Mantova.

Intanto, tra il 2º e il 4º corpo, le batterie delle divisioni

Partouneaux e Desvaux hanno cominciato a molestare gli Austriaci. Uno

squadrone del 5º usseri e uno del 3º cacciatori d’Africa hanno assalito

e disperso parecchi drappelli di cavalleria e di fanteria nemica,

prendendo molti prigionieri. A misura che la sinistra del corpo del Niel

acquista terreno, le due divisioni di cavalleria s’avanzano.

L’Austriaco ingrossa minacciosamente dinanzi al 2º corpo. Il maresciallo

Mac-Mahon lascia la strada di Mantova, va a porsi davanti a casa Marino,

e di là ordina a battaglia le divisioni La Motterouge e Decaen. Le

colonne austriache, seguite da una divisione di cavalleria, scendono e

si schierano nel piano di fronte a lui, spingendo innanzi un grosso

numero di pezzi d’artiglieria. Il Mac-Mahon, dal canto suo, spiega in un

batter d’occhio quattro batterie, e il fuoco prorompe d’ambe le parti

furioso. Ma per poco: due cassoni degli Austriaci saltano in aria; la

loro artiglieria, sopraffatta e malconcia, retrocede; un reggimento

usseri, che tenta tre volte di girare attorno all’ala sinistra francese,

viene tre volte vigorosamente respinto dalle scariche della brigata

Gaudin de Villaine, e rigettato sui quadrati austriaci con molto

disordine e perdita grande d’uomini e di cavalli. Una palla di cannone

ha portato via un braccio al generale Auger.

La guardia imperiale muove a gran passi verso Castiglione.

Napoleone, partito da Montechiari, giunge a Castiglione, sale sul

castello e osserva il campo di battaglia.

— Non crediamo ancora che gli Austriaci abbiano osato di ripassare il

Mincio, — dicono gli ufficiali generali che gli stanno intorno.

— L’hanno passato, è una battaglia generale, — risponde Napoleone.

Scende, monta a cavallo, vola dal Mac-Mahon, gli dà gli ordini, e volge

a sinistra di galoppo verso il Baraguay-d’Hilliers.

Alla destra del 1º corpo, la brigata Dieu, protetta dalle artiglierie di

Monte Fenile, s’è spinta di cresta in cresta fino a Solferino; gli

Austriaci si fanno di momento in momento più fitti e più accaniti; la

brigata Dieu, miseramente diradando, continua ad andar oltre; il Dieu

cade mortalmente ferito.

Alla sinistra, il Ladmirault ha posto in batteria quattro cannoni che

fanno terribile strazio delle schiere nemiche. Le brigate F. Douay e

Négrier si lanciano assieme all’assalto. Gli Austriaci danno di volta;

ma, dividendosi, scoprono nuovi battaglioni, terribilmente compatti, che

rovesciano sugli assalitori una tempesta di palle. Il Ladmirault, ferito

alla spalla, fasciato in furia, si svincola da’ suoi aiutanti di campo

che lo vogliono rattenere, e ritorna a comandare la divisione, a piedi,

appoggiandosi al cavallo. Il combattimento ingrossa e inasprisce. Gli

Austriaci conoscono quel terreno a palmo a palmo, e a palmo a palmo lo

contendono. Il momento è gravissimo. Il Ladmirault ordina che si

slancino all’assalto le ultime riserve della divisione; in quel punto

un’altra palla gli passa la coscia. — Non è nulla, — egli grida agli

ufficiali che gli accorrono intorno, e con supremo sforzo continua a

reggersi in piedi, col braccio stretto al collo del cavallo, pallido e

sanguinoso. A un tratto vacilla, è sorretto; fa chiamare il generale

Négrier, gli affida la divisione; lo trasportano fuori del campo; egli

si volge a guardare ancora una volta i suoi bravi soldati che combattono

e muoiono per la libertà d’Italia e per l’onore della Francia.

— Avanti il 1º reggimento zuavi! — è l’ordine che manda il

Baraguay-d’Hilliers alla divisione Bazaine che s’avanza in quel punto da

Grole. L’ordine è eseguito: eccoli! Era un pezzo che fremevano costoro

che vanno alla morte come a un convito! Il reggimento s’avanza a passo

concitato, rumoreggiando sordamente come piena impetuosa che travaglia

le dighe; su quei volti balena la vittoria; in quei larghi petti di

ferro si prepara il grido annunziatore di morte; i fucili, agitati dalle

mani convulse, si urtano e le baionette risuonano con orrendo fragore. —

All’assalto! — La piena sprigionata prorompe, un grido selvaggio si leva

e si prolunga come ripercosso dall’eco su per l’erta contesa, l’erta si

copre di cadaveri, gli zuavi son sulle alture. L’artiglieria, in quel

frattempo, trattasi a gran pena sui punti eminenti, versa una grandine

di ferro sui battaglioni austriaci e sfracella le case della gola di

Solferino. Una brigata del 5º corpo, decimata, si ritira dal campo. Due

altre brigate del corpo stesso si ritraggono sulle alture circostanti al

villaggio, e occupano fortemente la torre, il cimitero e il Monte dei

Cipressi, rinvigorite d’un poderoso soccorso di genti fresche. Codesti

siti sono formidabili, le salite son rotte e scoscese, su tutti i punti

battono le artiglierie, i difensori traggono di dietro ai muri con un

furore d’inferno.... — Si rovescino quei muri a colpi di cannone! —

grida il Baraguay-d’Hilliers. Una batteria s’arrampica sur un’altura a

trecento passi dal cimitero e lo bersaglia rabbiosamente con fittissimi

colpi; le mura, squarciate, rovinano come per crollo di terremoto. In

quel mentre le artiglierie del Forey, sostenute da due batterie della

riserva, soffocano la voce dei cannoni austriaci sull’altura dei

Cipressi.

Sulla sinistra le sorti non inclinano a favore d’Italia. Il generale

Durando, giunto a Venzago, riceve l’ordine dall’Imperatore di

congiungersi al 1º corpo. Egli manda subito un soccorso al 1º reggimento

granatieri e al 3º battaglione bersaglieri che combattono a Madonna

della Scoperta. Le truppe, rafforzate, vanno all’assalto; la 10ª

batteria le sostiene, i cavalleggieri d’Alessandria caricano; gli

Austriaci piegano. Piegano, ma rincalzano, come sempre, più vigorosi.

Due battaglioni del 1º granatieri mandati verso la casa Piopa a cercare

un punto dove assalire il nemico, sono assaliti e respinti. Gli

Austriaci si avanzano sino a Casa Soieta; lì appostano una batteria e

tempestano il 2º granatieri, che s’avanza direttamente contro Madonna

della Scoperta.

Sull’estrema sinistra, poi che furon respinte sino alla strada ferrata

le colonne esploratrici della 3ª e della 5ª divisione, il generale

Mollard si risolve ad attaccare il Benedek col grosso delle sue forze.

Arriva per la strada ferrata il generale Arnaldi colla brigata Cuneo e

mezza la 6ª batteria; raggiunge la Casanova, volge a destra, attraversa

i campi, s’arresta, si dispone: il 7º a destra, in prima linea, col

colonnello Berretta; l’8º a sinistra, in seconda, col colonnello

Gibbone; quello per la Colombara e la Contracania, questo per il Roccolo

e la chiesa di San Martino. S’avanza un drappello di cavalleggieri di

Monferrato, un altro di cavalleggieri di Saluzzo, un terzo, un quarto.

Squilla il segnale dell’assalto; i reggimenti, saldi e impetuosi,

muovono; la cavalleria si slancia di carriera; il nemico tentenna, gli

assalitori incalzano rapidissimi, sorprendono tre cannoni, son signori

delle alture. — Ci siamo! — grida con trasporto di gioia il generale

Arnaldi, e cade. Il generale Mollard, trepidando, accorre: — Che hai?

Sei ferito? — Arnaldi, gravemente colpito al ginocchio, fa uno sforzo

per levarsi, non gli riesce, e due lacrime gli scendono giù per le gote.

— Coraggio! — gli dice con pietà affettuosa l’amico. — Non piango per

me, egli risponde; per te piango, chè non ti potrò venir compagno nei

pericoli, e una tremenda giornata si prepara: non vedi? — E accenna

dalla parte di Pozzolengo, e Mollard guarda, e vede sterminate schiere

di nemici ondeggiare e luccicare confusamente sulle alture lontane. —

Addio, Arnaldi! — e l’Arnaldi è portato via, e il colonnello Berretta

assume il comando della Brigata Cuneo. Gli Austriaci intanto, respinti

non rotti, si ristringono, risalgono, riprendono con impeto audace le

alture. I battaglioni italiani ritornano all’assalto, l’uno dopo

l’altro, infuriando; due volte, seminata di cadaveri la china,

guadagnano l’alto piano; due volte ne son risospinti. Di più irato

coraggio infiammati, fanno impeto ancora, e prevalgono al fine, e

cacciano il nemico dall’alto, e l’inseguono.

Ma per poco. Di là dove il bravo Arnaldi accennava, l’Austriaco, grosso

e risoluto, s’avanza, allargandosi, e minaccia sui due lati: a sinistra,

l’artiglieria; a destra, la via ferrata. Gl’Italiani gagliardissimamente

resistono: il 3º battaglione del 7º di linea e un battaglione

bersaglieri della 5ª divisione, difendono, con molto sangue, i cannoni;

il maggior Solaro, colpito dei primi, muore; cade ferito il maggior

Borda, cade il maggior Longoni, cadono a dieci a dieci i soldati; ma

invano. Il nemico, troppo più forte, procede; gl’Italiani indietreggiano

lentamente, disputando il sito passo a passo, tenaci; il colonnello

Berretta, con tranquillo consiglio, governa la ritirata, conforta la

resistenza, frena la foga ardimentosa dell’assalitore, anima, riordina,

ripara; a un tratto precipita di sella; lo guardano, ha una palla nel

cuore. Resistere più oltre sarebbe spreco di sangue. Il Mollard ordina

la ritirata su tutta la linea; gl’Italiani cedono il campo, protetti da

due batterie d’artiglieria mandate innanzi dal generale Cucchiari, che

le segue colla sua divisione. Soverchiati, non sciolti, nè scemi

d’animo; laceri e sanguinosi, ma coi sembianti tuttavia splendidi d’ira

e di valore, i soldati del Mollard passano al di là della strada ferrata

a riprendere lena. Coraggio! Il nemico non rimarrà lungo tempo su quelle

alture. Ecco: giunge la brigata Casale, giunge la brigata Aqui, giungono

il 5º e l’8º battaglione bersaglieri, la 5ª divisione, il generale

Cucchiari.

La divisione Fanti è sempre a San Paolo di Lonato.

Sono le dieci e mezzo. Napoleone, di sull’alture occupate dal 1º corpo,

medita il campo di battaglia, e risolve. La vittoria è al centro,

bisogna sfondare il centro per far piegare le ali, bisogna cacciar gli

Austriaci dal colle di Solferino. La brigata Alton, non ancora provata,

all’assalto.

La brigata Alton, ordinata in colonne d’assalto, s’avanza; quattro pezzi

d’artiglieria l’accompagnano; il generale Forey la conduce. Si va ad

assalire la torre, si va a morire; ma su quella vetta sta la vittoria:

l’Imperatore è là, e vede, e con lui la Francia e il mondo.

La brigata Alton si slancia sulla destra della torre, risoluta e

serrata; gli ufficiali si volgono ai soldati: — Coraggio! — I soldati si

cacciano sotto a capo basso, salgono, sono già su un buon tratto,

ordinati ancora, e salgono.... All’improvviso una tempesta orribile di

mitraglia, di palle da cannone e di fucilate, da sinistra, da destra, di

fronte, si rovescia sugli assalitori, squarcia le prime file delle

colonne, sparge la salita di morti, di membra lacerate e di sangue.

Tutta la brigata, alla vista di quell’eccidio miserabile, si rimescola e

vacilla, e leva al cielo uno spaventevole grido.

— Avanti la guardia imperiale!

La guardia imperiale s’avanza; era là presso; già aveva ricevuto

l’ordine di venire in aiuto del corpo del Baraguay-d’Hilliers. Napoleone

manda ora a dire al maresciallo Saint-Jean-d’Angély che spinga innanzi

la divisione Camou. La voce si sparge pel campo: la guardia imperiale

s’avanza; il fiore del sangue francese; l’ultima schiera, che viene a

vincere o a morire; la schiera sacra dei momenti supremi, incoronata

degli allori di cento battaglie, circonfusa di maestà e di terrore,

splendida dell’ultimo raggio del sole di Waterloo, formidabile,

venerata, solenne; la guardia imperiale s’avanza.

La divisione Camou si divide: la brigata Picard verso le alture di

sinistra; la brigata Maneque, in aiuto del Forey, contro gli Austriaci

che scendono da Casa del Monte. Il Maneque ha diviso le sue forze in

quattro colonne di battaglione. Orsù! Le brigate Hoditz e Reznitchek

aspettano; zaini a terra, baionette in canna, e avanti. Fanteria e

artiglieria austriaca infuriano dall’alto; i quattro battaglioni della

guardia, lasciandosi dietro quattro larghe strisce di caduti, salgono,

saldi e chiusi, e quanto più fulminati, più fieri. Eccoli al punto, giù

le baionette, all’assalto: — Viva l’Imperatore! Viva la Francia! — Gli

Austriaci piegano; sulle alture di Forco e di Pellegrino sfolgorano le

baionette della brigata Maneque.

In quel punto il battaglione cacciatori della guardia gira attorno al

villaggio di Solferino, lo assale, vi penetra, e caccia il nemico

pigliandogli una bandiera, otto cannoni e cento prigionieri.

Intanto il generale Forey, soccorso da due battaglioni di volteggiatori

della guardia, mandati dal generale Maneque, ritorna vigorosamente

all’offesa. Accortosi che il nemico perde terreno, manda la 1ª brigata

ad assalire l’altura dei Cipressi. Arriva di galoppo il generale Le

Bœuf con due batterie d’artiglieria della guardia, copre d’un nembo

di palle il villaggio, e sostiene gli assalti delle due brigate Forey.

La prima conquista allora il monte dei Cipressi, la seconda il colle

della torre, e finalmente, aprendosi una strada di sangue, la torre.

Il generale Bazaine, rovinati i muri del cimitero, ha lanciato

all’assalto tutta la divisione, cacciato il nemico e strappato la

bandiera al reggimento principe Wasa.

Quattordici cannoni e millecinquecento prigionieri son caduti in potere

del 1º corpo e della guardia imperiale. Su tutte le alture di Solferino

sventola la bandiera della Francia.

Mentre tutto ciò accade al centro, il maresciallo Mac-Mahon, rassicurato

dalla parte del 4º corpo, piega verso Solferino e si congiunge alla

guardia imperiale. In quella una splendida e formidabile colonna di

cavalleria s’avanza rapidamente nel piano alla destra del 2º corpo: sono

i ventiquattro squadroni della guardia, condotti dal generale Morris,

che vengono a chiudere l’intervallo tra il 2º corpo e la divisione

Desvaux.

Sull’estrema destra, nuove forze austriache si succedono senza posa di

fronte al generale Niel. Cacciata una brigata, un’altra è là pronta, e

sottentra. Dopo il 3º e il 9º corpo spuntano le colonne dell’11º. Il

generale Vinoy, spazzato dinanzi il terreno a furia di mitraglia,

attaccò Casanova, la prese, la fortificò, ne fece un punto d’appoggio

validissimo alla sua linea di battaglia. Sulla destra del 4º corpo, il

generale Luzy, sostenuto dalle due brigate della divisione Renault

mandate dal Canrobert, dopo molti incontri durissimi, ora prevalendo,

ora soggiacendo, riuscì a mantenersi fermo a Rebecco. Tra il Luzy e il

Vinoy, la brigata O’ Farrel della divisione Failly s’è insignorita della

casa Baita, e la difende contro gl’impetuosi ritorni degli Austriaci. Il

generale Niel, rimasto senza riserva, chiede al maresciallo Canrobert

che mandi a sostenere il suo centro, vigorosamente e ostinatamente

assalito. Il maresciallo Canrobert, stimando che bastino poche forze a

proteggerlo dalla parte di Mantova, ordina al generale Trochu di

condurre la sua 1ª brigata sul campo di battaglia agli ordini del

generale Niel. Il Trochu si mette immediatamente alla testa della

brigata Bataille, fa deporre gli zaini, attraversa Medole, già popolato

di feriti e di carri, e piglia di corsa la strada di Guidizzolo.

Intanto, sulla sinistra della linea, non prevale ancora la fortuna

d’Italia. L’artiglieria austriaca, da casa Soieta, travaglia la 1ª

divisione. Invano il generale Durando mette innanzi nuovi cannoni,

invano spinge all’assalto, un dopo l’altro, i quattro battaglioni del 2º

granatieri; le colonne nemiche s’avanzano. A mezzogiorno, il generale

Durando, ridotto in pericolosissima condizione, tenta ancora di

arrestare il nemico con un assalto del 4º battaglione bersaglieri e un

battaglione del 2º fanteria. I due battaglioni, assalendo arditissimi,

lo arrestano in fatti di fronte; ma una lunga colonna si avanza in quel

mentre, con rapido giro, sulla destra, e minacciandoli di fianco li

costringe a ritirarsi. Allora il generale Forgeot, comandante

l’artiglieria del 1º corpo francese, volta rapidamente contro gli

Austriaci un forte numero di cannoni, e li ricaccia indietro, con un

fuoco violento, sconvolti.

All’estrema sinistra, il generale Cucchiari, arrivato là dove la strada

Lugana taglia la strada ferrata, subito dopo la ritirata del Mollard,

dispone senza indugio all’assalto la brigata Casale: l’11º, condotto dal

colonnello Leotardi, in prima linea per il Roccolo e San Martino; il 12º

dietro. La brigata si muove; ma il nemico, che occupò le case Armia,

Selvetta e Monata, la previene, minacciandola sulla destra. Il generale

Mollard, di là dove si trova, vede il pericolo, e manda a ordinare al

comandante il 2º battaglione del 12º che pieghi subito a destra e

respinga il nemico dai nuovi siti donde minaccia. Il comandante del

battaglione, che ebbe un ordine diverso dal proprio generale, esita ad

obbedire e prosegue. Il Mollard, sdegnato, lo raggiunge di carriera, e

gli rinnova il comando con quel suo piglio terribile. Allora il maggiore

obbedisce, e volge il suo battaglione a destra; il 3º e il 4º lo

seguono; il 1º rimane a sinistra dell’11º reggimento. Il colonnello

Leotardi dà il grido dell’assalto: l’11º si slancia sul Roccolo e sulla

chiesa di San Martino; i tre battaglioni del 12º, insieme al 10º

battaglione bersaglieri, si gettano sulle case dell’estrema destra. Gli

Austriaci ricevono gli uni e gli altri con iscariche replicate di

moschetteria e di mitraglia che aprono larghi e mortali vuoti nelle

colonne d’assalto: il maggior Poma è ucciso; il colonnello Avenati, il

maggior Manca, il maggior Zinco feriti; ma le file si stringono, il

sangue degli ufficiali infiamma di più irata audacia i soldati, e la

brigata Casale, vinta la pertinace difesa, guadagna le alture, invade le

case di destra, penetra nella Contracania e conquista tre pezzi

d’artiglieria.

Mentre codesto assalto si compie e il nemico subitamente rincalza, la

brigata Aqui che vien dietro col 1º battaglione bersaglieri, si dispone

anch’essa all’assalto. I due battaglioni di destra del 17º reggimento,

ordinati a sinistra della strada Lugana sotto il comando del colonnello

Ferrero, si slanciano, con due compagnie del 5º bersaglieri, contro la

chiesa di San Martino e la Contracania, ricadute entrambe in poter del

nemico. Gli altri due battaglioni del 17º, coi rimanenti bersaglieri del

5º, si gettano a sinistra fino alla casa Corbù di Sotto. Tra una e

l’altra di queste due colonne prosegue a combattere vigoroso l’11º

reggimento. Il primo battaglione del 12º combatte arditamente

all’estrema sinistra, presso le case Ceresa e Vestone, isolato. Tutti

codesti assalti soverchiano il nemico, San Martino ed il Roccolo per la

quinta volta son presi, gli assalitori s’avanzano sull’altopiano, la

vittoria sorride alle armi di Italia.

Al tocco, la brigata Pinerolo della 3ª divisione, chiamata in aiuto dal

generale Cucchiari, s’avanza contro la Contracania in ordine d’assalto;

il 13º a destra, il 14º a sinistra. Già l’artiglieria dal centro ha

preso a battere il nemico, già le prime colonne si sono impadronite di

varie case, quando sull’altura della Contracania si vede il fuoco della

5ª divisione rallentare, retrocedere, sparire. L’Austriaco, veduto la

debolezza della sinistra italiana, aveva condotto in quel punto il nerbo

delle sue artiglierie, e fulminato di mitraglia, alla distanza di

duecento passi, il 1º battaglione del 12º e l’ala sinistra del 17º, tra

Corbù di Sotto e Vestone. Quel 1º battaglione avea resistito, poi

piegato, poi resistito ancora, e da ultimo ceduto il terreno,

trascinando nella sua ritirata i due ultimi battaglioni del 17º,

bersagliati a sinistra e di fronte; il movimento in addietro s’era

propagato di corpo in corpo, dalla sinistra alla destra; il generale

Cucchiari, slanciandosi qua e là di carriera, aveva tentato invano di

arrestarlo; invano aveva spinto innanzi la 9ª batteria: gli Austriaci

avean radunati sulle alture trenta cannoni e impedivano ogni efficace

ritorno all’offesa. Impotente, solo, a ritentare l’assalto, il 18º

reggimento si restringe a proteggere la ritirata. Il Cucchiari tenta di

arrestare i soldati alla strada ferrata: non riesce; tenta di arrestarli

a mezza strada per Rivoltella, e non gli vien fatto neppure: li arresta

e li riordina finalmente presso quella città.

A quello spettacolo, il generale Mollard, stordito, angosciato,

fremente, non sa che risolvere. Attaccherà il nemico? La brigata Cuneo è

decimata, spossata, rifinita dalla sete e dal digiuno; e la brigata

Pinerolo, scarsa di fronte alle forze poderose degli Austriaci,

verserebbe invano il suo sangue. Si ritirerà anch’egli? Il nemico si

rovescierà allora sulla sinistra francese. Il Mollard ha deciso: rimarrà

fermo ai piedi delle alture, in aspetto minaccioso; terrà in rispetto il

nemico, pésto ancora e sanguinoso delle zuffe ostinate della mattina;

aspetterà colle armi in pugno il momento propizio a ritentar la fortuna.

La divisione Fanti, rimasta fino alle 11 a San Paolo di Lonato, s’è

mossa alla volta di Solferino, per ordine di Napoleone, a fine

d’appoggiare l’assalto del 1º corpo.

È un’ora e mezzo. Napoleone ordina che si prosegua a dar dentro nel

mezzo della fronte nemica. La brigata Maneque della guardia ributta gli

Austriaci dalle alture della Casa del Monte. La divisione Bazaine,

riordinata in furia, si getta alle spalle del 5º corpo, che si ritira

verso Pozzolengo. La divisione Forey va oltre, in forma di sostegno,

dietro la guardia imperiale. La divisione Ladmirault, decimata e

sfinita, si riposa nel villaggio di Solferino.

In questo mezzo il maresciallo Mac-Mahon, congiunto alla guardia, si

volge contro San Cassiano. Due batterie della guardia preparano

l’assalto cannoneggiando con fierissima foga il villaggio. Il Mac-Mahon

dà il segnale: una colonna di bersaglieri algerini si getta

impetuosamente sulla sinistra, il 15º fanteria sulla destra, segue una

zuffa breve, ma fiera, e San Cassiano viene in poter dei Francesi. Al di

là di San Cassiano s’innalza il monte Fontana, erto e difficile, fatto a

modo d’una scalinata d’alture, e tenuto da quattro reggimenti austriaci,

preparati a forte difesa. Sul primo rialzo del monte sorge una specie di

ridotto, da cui vien giù una pioggia di palle. Il Mac-Mahon comanda

l’assalto: è cosa di pochi istanti: l’eco del grido — Viva l’Imperatore!

— non è spento ancora, e già sul ridotto, coronato dall’artiglieria

della guardia, sventola il vessillo degli Algerini.

Il Mac-Mahon s’arresta per dar tempo alla guardia imperiale di giungere

sulla sua linea.

All’improvviso, gli Austriaci, come incitati da sovrumana forza alle

spalle, levando altissime grida, si precipitano con irresistibile impeto

sui bersaglieri algerini, e li cacciano indietro. Gli Algerini,

rafforzati da due battaglioni di fanteria, assaltano alla lor volta gli

Austriaci; ma incontrato un gagliardo rincalzo, son costretti per la

seconda volta a piegare. Che è questo?

Gli Austriaci combattevano sotto gli occhi del loro giovane imperatore.

Allora il Mac-Mahon prepara all’assalto tutto il corpo d’esercito. Il

momento è decisivo: gli Austriaci fanno l’ultimo sforzo sul centro, ed è

sforzo disperato; i due Imperatori, presenti e vicini, si sentono senza

vedersi, nel raddoppiato furore delle parti; là sta per sonare la

sentenza della grande giornata. Il segnale è dato, i Francesi si

scagliano su pel monte; feroce l’assalto, feroce la resistenza; le

artiglierie infuriano con orribile fracasso; il sangue corre; muore il

colonnello Douay, muore il colonnello Laure, cadono l’un sull’altro i

soldati; ma omai volgerà alla fine questo orrendo macello: gli

Austriaci, incalzati dalla furia delle baionette, dilaniati dalle

batterie della guardia, indietreggiano: la fortuna di Francia prevale.

In quel mentre l’11º reggimento degli usseri austriaci, respinto da uno

squadrone di cacciatori della guardia, bersagliato dall’11º battaglione

cacciatori, fulminato di fianco da due batterie, si riduce, miserando

avanzo, tra i suoi.

Gli Austriaci si ritirano nel villaggio di Cavriana, ridotto

dall’artiglieria francese in un mucchio di rovine.

Tutto ciò accadendo al centro, un sì spaventoso fragore rimbomba alla

destra del 4º corpo, che pare ne tremi il cielo e la terra. Sono

quarantadue cannoni francesi diretti dal generale Soleille, che traggono

di concerto sul 3º e sul 9º corpo nemico, alternativamente ributtati e

rincalzanti. Arde la battaglia, con mutabile risultamento intorno a

Casanova e Rebecco. Una brigata di cavalleria della divisione

Partouneaux vola in soccorso del generale Vinoy. Arriva da Medole il

generale Trochu colla brigata Bataille, la dispone in colonna d’assalto,

investe e ricaccia gli Austriaci fino alle prime case di Guidizzolo.

Ricevuto là dalle scariche improvvise di schiere profonde e compatte, si

ripiega su Baita. Giunge in quel punto col nerbo del 3º corpo il

maresciallo Canrobert, fatto sicuro, per l’ora tarda, d’ogni sorpresa da

Mantova. A quest’annuncio il generale Niel tenta un ultimo colpo: lancia

le truppe della divisione Trochu fra Casanova e la Baita, con una

batteria d’artiglieria.

In quel tempo, l’imperatore Francesco Giuseppe, visto squarciata nel

centro la sua linea di battaglia, per frenare il corso alla fortuna che

precipita, tenta un estremo sforzo a sinistra, contro i corpi del Niel e

del Canrobert, mandando tutto intero il suo Iº esercito all’assalto. Le

riserve del 3º, del 9º e dell’11º s’avanzano per sostenere le loro

malconce divisioni. Un sanguinosissimo combattimento comincia. Il

principe Windisch-Graetz si lancia avanti tra i primi, alla testa d’un

reggimento della brigata Greschke; si getta con impeto verso Casanova,

respinge i bersaglieri francesi che ne contrastano le vicinanze; le

colonne lo seguono mirabilmente ardite e ordinate; ma ecco, una palla

gli colpisce il cavallo, due altre feriscono lui e lo rovesciano di

sella, le file si disordinano, il 1º reggimento dei lancieri francesi,

condotto dal generale Labareyre, si avventa alla carica, e sgombra il

terreno intorno a Casanova; le fanterie ripigliano animo e si caccian

sotto; gli Austriaci voltan le spalle, e la bandiera del loro 35º

reggimento cade nelle mani del 76º francese. È questo uno dei più duri

incontri della giornata, e a più largo prezzo di sangue pagati: quattro

colonnelli, il Lacroix, il Capin, il Maleville, il Jourjon son rimasti

cadaveri sul campo.

Mentre qui ferveva più viva la battaglia, tre grandiose cariche di

cavalleria si succedevano sulla sinistra del 4º corpo. Il generale

Desvaux, viste da lontano alcune colonne austriache dirette verso

Guidizzolo, lanciava prima ad assalirle tutto il 5º reggimento usseri e

il 1º cacciatori di Africa della brigata Planhol, poi due volte il 3º

cacciatori d’Africa della brigata Forton. Il terreno folto d’alberi e

intersecato da fossi, avendo ritardata la prima carica, le colonne

austriache avevano avuto tempo per formare i quadrati; onde ai

reggimenti successivamente sopraggiunti non era riuscito di

scompigliarle. Ma avevano loro impedito di andare a ingrossare l’assalto

di Casanova, e agevolato così la vittoria del 4º corpo francese.

Sono le quattro. La battaglia, sull’ala destra francese, volge al suo

fine.

Il generale Trochu, colla brigata Bataille, mandato dal generale Niel

verso Guidizzolo subito dopo l’arrivo sul campo del maresciallo

Canrobert, incontra gli Austriaci sulle tre strade che sboccano dal

villaggio; li assalta alla baionetta, li ricaccia di fronte fino a un

miglio dalle prime case, li respinge dalla parte di Baita, s’impossessa

di due cannoni, e prende un grosso numero di prigionieri. Il colonnello

Broutta è mortalmente ferito di mitraglia.

Così termina la battaglia sull’ala destra.

Al centro, l’Austriaco è stato cacciato dalla guardia imperiale,

d’altura in altura, fino a Cavriana, e nel villaggio stesso di Cavriana,

dov’è il quartiere generale dell’Imperatore nemico, penetrarono i

volteggiatori della guardia e i bersaglieri algerini. Il Decaen e il La

Motterouge hanno respinto gli Austriaci da tutte le case della pianura.

L’imperatore Francesco Giuseppe dà l’ordine della ritirata a tutta la

linea.

In quel tempo dalla parte di Madonna della Scoperta il 2º reggimento

granatieri, sopraffatto dalle crescenti forze degli Austriaci, s’era

ridotto disordinatamente fuori di tiro, per riannodarsi e ritornare sul

campo. Tutta la brigata Savoia era entrata in linea e si manteneva salda

sui siti occupati, respingendo aspramente gli assalti dei nemici.

Alle due, nel campo dell’estrema sinistra, dura ancora l’incertezza di

prima. La 3ª divisione è come abbandonata in una solitudine trista. I

soldati, stracchi e muti, interrogano coll’occhio ansioso gli ufficiali,

cupi anch’essi, che si sentono ancora sonar nel cuore gli ultimi lamenti

dei compagni caduti. Il generale Mollard, torbido e accorato, erra pel

campo, alla ventura, chiuso nei suoi pensieri. Che sarà seguìto? Che fa

la 5ª divisione? E le altre? E i Francesi? Vincono? Perdono? Nessun

aiuto, nessun ordine, nessun avviso; la battaglia tace; dall’una e

dall’altra parte si posa sulle armi; e un vasto campo di cadaveri si

stende frammezzo, tristamente deserto, e tacito d’un silenzio terribile,

che par che attenda e invochi e accusi il sangue profuso invano, e le

vite spente senza gloria. Guai se in quella dolorosa aspettazione,

dinanzi a quel funesto spettacolo, nell’animo dei soldati sottentra al

furore l’orrore, lo sgomento della rotta al desiderio impaziente della

riscossa, e intiepidito l’ardore delle vene, la stremezza dei corpi

prevale! Ogni momento è un pericolo. — Ritirarsi? — si domanda Mollard;

qualcuno glielo consiglia. — Oh no! Mai! — Il suo sangue di soldato si

rimescola. — Dopo tre vittorie francesi, e forse mentre si calcan sul

capo gli allori della quarta! Dopo il trionfo di Milano, che non è

ancora stato legittimato da un trionfo sul campo! Dopo aver perduto su

quei colli il fiore dei nostri vecchi reggimenti! Dopo che fu sparso il

sangue di Arnaldi e spezzato il cuore di Berretta! E Goito, dunque? E

Pastrengo? E Santa Lucia? E Novara? Son nomi morti codesti, o non son

altro che nomi? Ritirarsi, no! Gli Italiani per provare il loro diritto

di vivere hanno da mostrare al mondo che sanno morire. — Sarebbe la

prima volta, esclama il Mollard con quel suo accento vibrato che ogni

parola sembra un colpo di spada, la prima volta che mi dovrei ritirare!

Questo mi fa andare in bestia! — E scopertosi il capo, stropiccia il

berretto colle mani convulse.

All’improvviso, da una parte del campo si sente una voce concitata: — Il

generale Mollard! — È un uffiziale d’ordinanza del Re, arrivato di

grande carriera, con una notizia sul volto. Il Mollard accorre. —

Generale! — quegli esclama; — Sua Maestà le fa sapere che i Francesi

vincono a Solferino, e ch’egli vuole che i suoi soldati vincano qui. La

5ª divisione è richiamata al campo. La brigata Aosta, un battaglione di

bersaglieri e una batteria d’artiglieria hanno ricevuto l’ordine di

venirsi a porre ai suoi comandi.

Un lampo di gioia passò sul volto di Mollard.

— Signori! — egli esclama volgendosi verso gli ufficiali del suo seguito

con piglio risoluto; — il Re vuole che si conquistino le alture, e si

conquisteranno.

E poi all’ufficiale d’ordinanza: — Vada a dire al Re che i suoi ordini

saranno eseguiti.

L’uffiziale parte di carriera.

La notizia si è propagata pel campo colla rapidità del pensiero, e il

campo ha mutato aspetto: gli ufficiali si cercano, si abbracciano e si

salutano da lungi; i soldati rialzano il guardo radiante alle bandiere;

in ogni parte è un sonar di fiere parole, un agitarsi impaziente, un

dare e un ricevere frettoloso di comandi, un partire e un accorrere

precipitoso di cavalieri, un rimescolìo, un ribollimento; fame, sete,

arsura, stanchezza, tutto è svanito; i soldati si risentono freschi e

gagliardi, come la mattina, all’uscir dei campi; un’altra aurora, più

splendida, sorge; tutti gli sguardi si volgono alle alture; il nemico è

grosso, le artiglierie fitte, i siti fortissimi; ma bisogna prenderli, e

si prenderanno, è ordine del Re.

Sono le quattro. Un’altra lieta voce corre pel campo. Arriva il generale

Cerale colla brigata Aosta, la brava brigata di Goito e di Santa Lucia,

il 1º battaglione bersaglieri, la 15ª batteria. Vengono, come a una

festa, baldanzosi e ridenti. — Viva la brigata Aosta! — si grida nel

campo. I reggimenti sfilano, ufficiali e soldati si salutano, le due

illustri bandiere, lacere e superbe, passano sventolando in mezzo alle

schiere riverenti.

Il generale Mollard dispone l’ordine dell’assalto: la brigata Aosta a

sinistra, la brigata Pinerolo a destra si slancieranno, convergendo, tra

la Contracania e San Martino; il 7º reggimento della brigata Cuneo terrà

dietro alla brigata Aosta; l’8º, fermo, guarderà il campo dal lato di

Peschiera.

Il cielo, fino allora limpidissimo, si rannuvola improvvisamente.

Un battaglione del 14º, una compagnia di bersaglieri e due pezzi

d’artiglieria si recheranno nascostamente a San Donnino, e al primo

colpo di cannone partito dal grosso della divisione, s’avanzeranno a

minacciare il nemico sulla sua sinistra. La 4ª batteria sosterrà la

brigata Pinerolo sulla destra, la 5ª sulla sinistra, la 6ª alla stazione

di Pozzolengo, la 15ª a destra della 6ª, i cavalleggieri di Monferrato

all’estrema destra.

Le nuvole dense e nerissime coprono tutta la faccia del cielo, e il

tuono rumoreggia.

Le truppe si moveranno tutte insieme, ordinate e silenziose; non un

colpo di cannone, non un colpo di fucile prima che sian giunte al punto

d’assalire alla baionetta. Sarà dato il segnale. Allora tutte le

artiglierie, di concerto, fulmineranno, suoneranno tutte le bande,

batteranno la carica tutti i tamburi, e sopra il fracasso dei tamburi,

delle bande, dei cannoni, tuonerà d’ogni parte un grido formidabile:

Viva il Re! e dieci mila baionette si scaglieranno sul nemico, e Dio sia

coll’Italia. La 5ª divisione non può tardare a giungere; sono le cinque,

tutto è disposto, giù gli zaini, e avanti.

Le colonne partono per recarsi sul luogo di dove si slancieranno

all’assalto.

In quel momento il tuono scoppia con immenso fragore: un temporale

spaventevole, misto di grassa grandine e di pioggia dirotta, prorompe;

si leva un furiosissimo vento; fitti e vividi lampi balenano, e in pochi

minuti il vasto campo di battaglia è tutto rigagnoli e fango.

Le colonne si fermano.

Appena il temporale ha rimesso un po’ della sua prima furia, ecco

arrivare il generale Cucchiari, per la strada ferrata, colla brigata

Casale, e il colonnello Cadorna per la strada di Desenzano, colla

brigata Acqui. Tutta la 5ª divisione è sul campo. Il Mollard corre a

concertarsi con Cucchiari. La 5ª divisione romperà la destra del nemico,

e oltrepassandola, gli minaccerà la via di ritirata. La brigata Casale,

il 18º fanteria, l’8º bersaglieri, due batterie e uno squadrone di

Saluzzo anderanno all’assalto. Il 17º, il 5º bersaglieri, una batteria

restano sulla strada ferrata a guardar la parte di Peschiera. Ora è

tutto a segno, avanti, all’ultima prova.

Tutta la linea si muove.

La brigata Pinerolo s’avanza verso la Contracania. Il 14º è in prima

linea, col colonnello Balegno alla testa; il 13º lo segue; la 4ª e la 5ª

batteria lo proteggono. Tuona il primo colpo di cannone; il Balegno

manda il grido dell’assalto; il reggimento gli fa eco e si slancia

impetuoso, spaventevole, bello; ma, Dio! s’è slanciato troppo presto, le

scariche dei battaglioni austriaci e delle artiglierie lo straziano,

prima ch’ei sia arrivato lassù sarà dimezzato; il 13º, impedito dal

terreno, è rimasto addietro, lo ha perduto di vista, non lo può più

sostenere; il colonnello Balegno è ferito a morte, il reggimento

inferocito continua a salire, gli Austriaci raddoppiano il fuoco, le

file diradano miseramente, non si può più proseguire, no, non si faccia

spreco di vite, indietro, valorosi! Il reggimento dà indietro, riscende

ai piedi delle alture, si arresta alla casa Armia, si riordina: quanto

scemato! Il Balegno muore. — «Pazienza, — egli dice — muoio, ma l’ho

condotto io al fuoco il mio 14º!»

Avanti il 13º, alla riscossa. Lo comanda il bravo colonnello Caminati. —

Soldati! — egli grida colla sua voce poderosa: — ricordatevi di

mantenere la promessa che mi avete fatta! — Viva il Re! Viva il Re! —

risponde clamorosamente il 13º, e si slancia in furia; fulminato,

affretta la corsa; è alla Colombara, l’assalta, la circonda di cadaveri,

guadagna il terreno a palmo a palmo a colpi di baionetta. Il Caminati

cade. — Avanti, figliuoli! Difendete la bandiera! — e muore. Cresce,

alla vista di quel sangue, l’animo e l’impeto dei soldati; la Colombara

è presa. Ma una colonna austriaca s’avanza concitatamente sulla destra;

il nemico, ingrossato, rincalza di fronte; il 13º si difende per

mezz’ora, accanito; stretto da ogni parte, indietreggia, cede i siti

conquistati, ridiscende fino a casa Fenile. E due reggimenti respinti,

scellerata fortuna!

Le artiglierie tuonano intanto su tutta la linea. La brigata Aosta,

seguita dal 7º reggimento, respinge il nemico presso casa Raimondi, e

s’avanza coi bersaglieri a sinistra; il 5º reggimento lo scaccia da

Casanova, da Armia, da Monata; il 6º conquista le case Chiodina di sopra

e Chiodina di sotto. Ma qui comincia ad avversarci la sorte. Il 6º

assalta la Contracania; gli Austriaci, forti di numero e di sito, lo

ributtano e lo incalzano; tutta la brigata Aosta, involta nel movimento,

ripiega fino alla Monata e alle case vicine; assalita sulla sinistra, si

difende, perdendo terreno. Muore il maggiore Bosio del 6º reggimento, il

general Cerale è ferito, ferito il colonnello Vialardi; ferito il

colonnello Plochiù, ferito il maggiore Polastri, ferito il maggiore

Botteri, e cento altri valorosi.

La 5ª divisione combatte con varia fortuna contro San Martino, e dai due

lati della strada di Pozzolengo; si impadronisce delle case Chiodine e

della casa Plandro; il generale Cucchiari, il generale Pettinengo, il

generale Gozzani, ardenti di coraggio e d’entusiasmo, preparano i

soldati ad assalir le Casette e le alture della Chiesa; ma il nemico è

grosso e tenace, e l’assalto, pur troppo, qui come altrove, con molto

valore e molto spargimento di sangue tentato, riuscirà vano.

E anche la colonna di diversione mandata a San Donnino è stata respinta

dalle forze soverchianti della sinistra austriaca, e ha dovuto desistere

dalle offese.

Dunque da ogni parte s’ha la fortuna nemica; dunque è fatale che il

numero prevalga alla virtù, alla giustizia, all’amor di patria; che non

si possa strappare dalla nostra bandiera il velo nero di Novara; che

questo giorno solenne, da tanti anni sospirato, preparato, pregioito,

invece di rifarci delle antiche sventure, ce ne aggravi sul capo una di

più; che l’ira, da sì lungo tempo e così amaramente compressa in fondo

al cuore, ci resti soffocata e ci consumi; che sia delusa la speranza

d’Italia, la fiducia della Francia, l’aspettazione dell’Europa; che si

debba arrossire in faccia a coloro che son venuti a spargere il loro

sangue per noi, e mordere la polvere mentr’essi cantano vittoria?

Sono le sette.

Un’estrema prova. Un assalto generale su tutta la fronte; otto

reggimenti in linea; tutta la brigata Aosta, tutta la brigata Casale,

tutta la brigata Aqui, il 7º, il 14º, tre battaglioni bersaglieri, venti

cannoni tra la Perentonella e la Monata, tutta l’artiglieria della 5ª

divisione in batteria.

Avanti!

Oh per l’amore d’Italia, in nome della libertà e della giustizia, in

nome dei nostri morti, in nome di tutto quello che s’è patito e di tutto

quello che s’è amato, vincete! L’ultimo raggio del sole vi saluti

vittoriosi in vetta a quei colli; non tramonti con esso la gloria della

nostra bandiera; quest’è l’istante supremo: coraggio, fratelli, e voi,

madri d’Italia, pregate.

Tutta la linea si muove; le artiglierie prorompono tutte assieme in una

scarica formidabile che echeggia come scoppio di cento folgori fino ai

confini del campo; le batterie della 5ª divisione infuriano di fronte, i

venti cannoni della Monata di fianco; i tamburi battono la carica,

squillano le trombe dei bersaglieri, i generali e i colonnelli agitano

le sciabole alla testa delle colonne, sventolano le vecchie bandiere dei

reggimenti, diecimila baionette si spianano, diecimila altissime grida

s’innalzano, lo spazio interposto scompare. Il nemico si turba,

indietreggia, volta le spalle, è fugato.

Un altro fragoroso grido s’innalza da tutte le alture: — Viva il Re!

Subito, colla rapidità del lampo, trenta pezzi d’artiglierie

sull’altopiano a fulminare l’opposto pendìo che gli Austriaci tentano di

risalire, i battaglioni si stendono e li tempestano d’un gagliardo fuoco

di fila, i cavalleggieri di Monferrato li flagellano di fronte e di

fianco, un ultimo fuoco di mitraglia, è finito.

Dopo quattordici ore!

La vittoria era stata agevolata dal general Fanti. La 2ª divisione,

ch’era la sua, partita da San Paolo di Lonato alla volta di Solferino,

aveva ricevuto l’ordine dal Re di mandare la brigata Piemonte a Madonna

della Scoperta e la brigata Aosta al generale Mollard. Quando la brigata

Piemonte arrivava al campo del generale Durando, gli Austriaci, per

ordine dell’Imperatore, si ritiravano. Allora il Re affidava codesta

brigata e la 1ª divisione al generale La Marmora, ordinandogli di

correre in soccorso dell’estrema sinistra. Arrivati colà, il generale

Durando colla 1ª divisione, cacciava il nemico da monte Maino; il

general Fanti colla brigata Piemonte lo respingeva fino a Pozzolengo, e

collocata una batteria sul monte San Giovanni tempestava di granate le

spalle degli Austriaci combattenti a San Martino.

È scesa la notte; l’esercito austriaco si affolla disordinatamente sopra

i ponti del Mincio, e ripassa.

L’imperatore dei Francesi pianta il suo quartiere generale a Cavriana e

va a riposare nella stessa casa e nella stessa stanza dove riposava la

notte innanzi l’imperatore degli Austriaci.

Il vastissimo campo di battaglia tace. I villaggi e le case risonanti

poc’anzi di urli feroci e di colpi, risonano ora di voci lamentevoli e

fioche, di parole di dolore, di preghiera, di conforto, di pace. Da casa

Marino a Cavriana, da Medole a San Martino, cinque mila cadaveri e

ventitre mila feriti sono sparsi; le colline e le valli miseramente

insanguinate, i campi devastati e pesti, diroccate le case, e per tutto

armi disperse, cannoni atterrati, e cavalli giacenti, e tracce funeste

di desolazione e di morte.

Ricordi del 1870-71 · 第 12 / 47 题