Si dubitò per un tratto nel celeste impero che la razza dei letterati
fosse sul punto di spegnersi. Ma non ne fu nulla: i letterati hanno
l’anima dura, molto più dei bottoni. Del resto, sono essi la gloria
degli imperi; l’Eminenza del cielo, Tien-tan, si accorda con l’Eminenza
della terra, Ti-tan, per non lasciarne sparire la semenza.
Altri ha voluto (e se n’ha traccia nel «Pe-kuei-zi», ossia Tavoletta
di diaspro giallo), che la giustizia sommaria di Khi-hoang-ti mirasse
a colpire un ignoto, il quale aveva osato di scrivere in un biglietto
di visita una dichiarazione d’amore, in versi, alla consorte del Figlio
del cielo: delitto punito colla morte, come ogni altro di lesa maestà.
Ma la cosa non ha ombra di probabilità. Se pure la dichiarazione
d’amore fosse stata scritta da un letterato imprudente, come avrebbe
potuto esser veduta e letta, fra cento cinquanta milioni di biglietti
di visita, andati a far muro e spalto intorno ai palazzi imperiali?
È opinione generale che con quella giustizia sommaria l’Imperatore
Khi-hoang-ti abbia preservato da un grande flagello il suo popolo. E
la Storia della carta a fiori d’oro molto opportunamente cita a questo
proposito gli armoniosissimi versi di Kon-fu-tse:
Hiven pien-King tan pi-tsciang
Si siu-ki hao-Khiou-cinang;
il che, tradotto in italiano, significa:
«Lo stolto aperse il pozzo delle amarezze;
Iddio sapiente si è affrettato a richiuderlo».
Ahimè, solamente in Cina!
Caso d’influenza.
— È uno dei soliti; — conchiuse il dottore, dopo avermi sommariamente
osservato, esaminato, ascoltato, tastato e tamburato qua e là per tutto
il torace. — Ed ora, tanto per cominciare, antipirina.
— Dottore, — osai domandare, — crede lei all’antipirina?
— Eh, così così, come bisogna oramai credere a tutto, mentre non c’è
più niente di sicuro nel mondo. Ma non dubiti, caro amico, vorrà anche
il giro del chinino.
— Ah, delizioso, il chinino! — esclamai. — Con quello, almeno, si sa
dove si casca. —
Per conto mio non ne sapevo nulla. Non avevo mai provato febbrifughi,
non avendo avuto mai febbre.
Dicevo così, per dire; volevo far l’uomo ancor io, adattandomi di buon
animo al mio nuovo mestiere d’ammalato. Incominciavo bene, del resto;
con un caso dei soliti. Eh, lo avevo ben capito io, che era dei soliti!
Da due giorni ne portavo il sospetto, anzi più che il sospetto in
corpo. La mattina dell’Avvento, uscendo di casa, e proprio sul punto
di mettere il piede sulla soglia del portone, una cosettina da nulla,
ma fredda, sottile come la punta di un ago, si era mossa dai portici
dell’Accademia, venendo diritta diritta a colpirmi in bocca, sebbene
tenessi chiuse le labbra, e scendendo giù giù fino alla laringe.
A tutta prima avevo detto: ci siamo! Poi me n’ero dimenticato; tanto
che l’umor nero ond’ero stato preso quel giorno, e più il giorno
seguente, che fu quello di Natale, io non dubitai di attribuirlo
alle strenne, vecchia lebbra delle razze indo-germaniche, a cui non
si è ritrovato ancora un rimedio. Ma la sera del 26, mentre cercavo
d’ingannare con qualche sana lettura una vaga inquietudine interna,
ecco un tremito improvviso delle membra, un batter di denti, un
sussultare di tutte le articolazioni; e bisognò correre a letto,
urtando di qua e di là, battendo delle ginocchia a tutti gli ostacoli,
rabbrividendo, traballando, stracciando lì per lì quel che non si
poteva sbottonare. E subito roba addosso, coperte, scialli, guanciali,
con acqua calda ai piedi, a mala pena fu possibile averla.
Era un caso dei soliti, e domandò a gran furia il solito insaccamento
dell’antipirina. Maledetta! debbo io lodarmene? Certo, se per mio bene
o per mio male non so, il primo ufficio suo fu quello di abbattermi;
e il secondo fu quello di scindere la mia unità in due persone, una
delle quali vedeva nell’altra, e non aveva ragione di esserne contenta.
Il midollo del mio cervello era così disgregato, e i suoi grumi così
rappigliati, rassodati e sonori, che mi parevano manciate di pallini da
caccia, saltellanti e risonanti sulla pelle tesa di un tamburo. Povero
cervello, ridotto in gragnuola! Già io lo avevo sempre pensato, che
non fosse da farne gran conto. Dirò di più: non avevo mai avuto una
grande opinione del cervello, fisiologicamente parlando. Nei primi anni
della mia giovinezza mi piaceva abbastanza fritto; ma poi, quando ebbi
veduto nelle scuole di anatomia che per fibra, consistenza e colore
non correva quasi divario tra quello del vitello e quello dell’uomo,
rinunziai volentieri al cervello. Avrei per analoghe ragioni rinunziato
anche alla carne, se i medici non mi avessero assicurato a gara che
quella del bue è superiore di gran lunga alla nostra, checchè voglia
indurre in contrario la filantropofagia moderna.
Antipirina, antipirina, anche tu sei passata. Mi avevi abbattuto senza
guarirmi, senza levarmi la febbre dalle ossa. Sentivo parlare intorno
a me di certe linee del termometro, che erano sempre quattro o cinque
più del bisogno; e allora mi ficcarono in gola dei bocconi a gran pezza
più amari. Quei bocconi furono il viatico e il principio di uno strano
viaggio. Per dove? non so; ma ricordo che andavo con una velocità
spaventosa, avanti e indietro, a lunghi tratti, come una spola. Quante
braccia di tela ho tessuto? Ecco un’altra notizia che mancherà alla
statistica del lavoro in Italia. So bene che ad ogni tornata mi toccava
di passare per una cruna, e di assottigliarmi maledettamente, per non
cozzare contro le pareti di quella fessura metallica.
Il giuoco fu lungo, assai lungo; non ebbe termine se non quando mi
fui rassegnato. Ma non cessò altrimenti il viaggio: bensì dalla linea
orizzontale che andavo descrivendo con tanta regolarità, passai a
descrivere una parabola. Un altro bel gioco, per gli Dei immortali!
Ero spinto come da un saltaleone, operante sotto ai miei piedi; spinto
in aria a gran forza, e scaraventato verso la costa di una montagna
brulla, arsiccia, di colore ferrigno. Quante volte non ho creduto di
scavezzarmi il collo, battendo in quelle gibbosità rupestri! Ma no,
proprio a fior di terra, combinavo sempre certe buche tondeggianti,
profonde, bianche come gole di coccodrilli; c’entravo a tocca e non
tocca, e andavo giù giù, per centinaia di metri, fino a tanto il
restringersi del foro non mi facesse combaciare le spalle con la
parete dell’imbuto. Come si respirasse là dentro non domandate a me,
che avevo ben altri pensieri pel capo. Prima di tutto, come uscire di
là? Rinunziavo, naturalmente ad ogni tentativo di spingermi indietro,
specie dopo aver veduto che ogni movimento di ginocchia o di spalle non
faceva altro che mandarmi più addentro.
È nell’uomo una virtù maravigliosa di adattamento agli ambienti; ed
io mi adattai a star là capofitto nell’imbuto. Ma proprio allora,
salì come una effervescenza di vapori dal fondo; una forza repulsiva
mi mandò fuori; mi sentii slanciato in aria, e ricollocato pari pari
sul mio saltaleone. S’intende che il saltaleone mi risospinse in aria,
facendomi descrivere la stessa parabola di prima; donde il rimbalzo
alla montagna e il conseguente ingresso nella buca. Di questi giuochi
avanti e indietro ne feci tanti, che incominciai a maravigliarmi di
me stesso e della mia precisione parabolica. E mai uno scatto di qua o
di là; andavo e tornavo ch’era un piacere a sentirmi. Se avessi potuto
egualmente vedermi!... Ma ecco, ne feci bassa una, e non combinai più
la mia buca. Istintivamente misi avanti le mani, per non ispezzarmi
la fronte nel macigno; e così mi salvai da un pericolo, ma per dare in
un altro, ugualmente terribile, se non forse di più. Sdrucciolavo per
la costa del monte; e la costa scendeva giù ripida, senza offrirmi un
appiglio. «Sire Iddio!» aveva potuto dire a’ suoi tempi Carlo d’Angiò
«fate che il mio calare sia a petitti passi». Io calavo a sbalzi,
a mezzi cerchi, a salti mortali. A un certo punto sentii mancarmi
la terra sotto i piedi; con le mani convulse tentai di aggrapparmi
a qualche cosa; afferrai un ramo di tamerice, o d’altro arbusto che
fosse, restando là, sospeso sull’orlo dell’abisso, mentre sotto di
me rumoreggiava cupamente il mare, mandando in alto larghi sprazzi di
schiuma. Intanto sotto il mio pugno incominciava a cedere l’arbusto, e
sotto il mio fianco si sgretolava il galestro. Che fare? Oh, al diavolo
la smania di vivere! apersi le mani, e mi lasciai cadere nel vuoto.
Che precipizio fu quello!... E non toccavo mai fondo. Per contro, mi
toccava il polso l’amico dottore, chinando la faccia sorridente al mio
capezzale:
— Ebbene, come andiamo? — mi diss’egli, tanto per cominciare.
— A grande velocità; — risposi. — Ma come è lungo il morire!
— Che morire! chinino, chinino, chinino, e tutto andrà bene. Siamo già
calati di tre linee. —
Ah, quelle linee, come erano lente a decrescere! E quella fuliggine che
involgeva tutte le cose, che morte! Manco male di giorno, con la luce
imperiosa del sole, coll’andare e il venire delle persone di casa, con
tutti i piccoli fatti della giornata domestica, che richiamavano qual
più qual meno alle consuetudini della vita quotidiana. Ma di notte,
con tante ombre addensate d’ogni parte; con tanti rumori strani, fatti
a bella posta, per condurre il raziocinio fuori di strada; senza punti
fissi a cui aggrapparmi; e tutta un’altra logica di eventi, con tutta
un’altra concatenazione d’idee!...
Tra gli episodi più stravaganti noterò il cane nero. Oh, un bel cane
danese, dal pelo corto e lucente, che lasciava scorgere nel loro
giusto rilievo le forane tutte dell’animale, la basaltica rigidità dei
contorni, le ferree curve dei tendini, il bronzeo risalto dei muscoli.
Doveva essere giovanissimo; lo dimostravano tale i suoi zamponi enormi,
sproporzionati alla sottigliezza delle gambe; lo dimostrava quel muso,
lungo quanto il collo, e quello squarcio di fauci, che nell’aprirsi
pareva la bocca di un forno, quando incomincia ad arrossarlo la fiamma:
lo dimostrava sopra tutto la smania amorosa del carezzare ad ogni
costo. Che carezze, mio Dio! Non parlo di quelle zampe enormi, levate
ad ogni tratto per benedirmi, ed anche per cavarmi gli occhi: dirò
invece di quelle fauci aperte, che sotto colore di leccarmi la mano, me
la ingoiarono in un batter d’occhio, amorosissimamente. «Azor, basta!
Fedor, lascia andare!» gridavo io sentendo il solletico. Ma ben presto
mi parve che quella brevità di nomi non fosse più in proporzione col
crescere dell’animale affettuoso e vorace. «Belfegor, fermo! Almanzor,
per tutti i diavoli!... Nabucodonosor!...» Ma sì, a farlo smettere con
le buone parole! Seguitava imperterrito a mangiare, l’amorosissimo
cane; inghiottiva, inghiottiva gradatamente il radio, l’ulna, il
gomito, l’omero, l’articolazione e tutto l’apparato muscolare della
spalla.... E perchè poi? Me ne avvidi finalmente: per giungere coi
denti alla mia caramella, innocentissima caramella di cristallo,
pendente dal suo cordoncino di seta sul petto.
— Ah, figlio d’un cane, e cane tu stesso, perchè non dirlo prima? —
Così dicendo, presi la caramella e la feci ballonzolare in aria, sugli
occhi e sul naso di Nabucodonosor; il quale, bontà sua, tralasciò
di mangiare, ed io ne approfittai subito per tirar fuori la spalla,
l’omero, il radio e tutto il rimanente. La caramella volteggiava sempre
sugli occhi dell’animale inuzzolito. «Ah, bene» dicevo intanto fra me,
«ecco la mano, ecco le dita, non ci manca più nulla! A te, Almanzor,
prendi la caramella; se essa può formare la tua felicità, io son ben
lieto di regalartela.» Belfegor non se lo fece dire due volte; abboccò
la caramella, e spiccò un salto dalla contentezza. Ma io, con quel
braccio mangiucchiato e quella manica sbrodolata, come potevo andare
in società! Perchè infatti, non ero mica ammalato. Che! anzi ero in
falda, con la cravatta bianca e con un petto fiammante di porcellana,
per andare in conversazione dalla marchesa Olgiati; una signora a
cui domando perdono di averla citata, se ella esiste davvero. Ero in
falda, vi ripeto.... Ma come andare dalla marchesa, con quella manica
stazzonata, unta e bavosa? Una buona ripulita, sì, ed anche due colpi
di ferro caldo, avrebbero potuto rimetterla in sesto. Ma.... e il
polsino della camicia?... E la caramella? la fida caramella, senza la
quale, a dieci passi di distanza, non distinguo più una donna da un
prete? Mi vedevo già nel salotto della marchesa, impacciato come un
pulcino nella stoppa, disposto a vedere in tutte le più vecchie dame
la padrona di casa.... ed anche a sentir ridere e bisbigliare dietro i
ventagli una dozzina di Aristofani in gonnella. Ah, la mia caramella,
amor mio dolce e dei miei caricaturisti! Era laggiù, la mia caramella,
anzi lassù, piantata nell’occhiaia destra del cane danese; il quale,
per non avermela a restituire, era andato a collocarsi in atteggiamento
monumentale sopra una mensola di giallo di Spagna, alta, alta, così
alta, che le mie mani non giungevano ad afferrare la lastra.
Omaggio ai tempi e a tutte le gravi cure che portano con sè, non
mancò neppure il mio modesto contributo alle feste colombiane. Avevo
una melarancia sul comodino, e la guardavo cupidamente con la coda
dell’occhio. La melarancia si avvicinò a me, o io a lei? Comunque sia,
ci unimmo; ella s’ingrossò in me, io mi raggomitolai in essa, e non
fummo a breve andare che una cosa sola. Venne allora un cavalierino e
mi prese fra le dita nervose. Che cosa voleva egli fare di me? Appena
m’ebbe nel pugno, scavalcò un davanzale, e si mise a passeggiare sopra
un trave sporgente fuor della casa. Ma che casa? Eravamo all’ultimo
piano d’una torre, che riconobbi benissimo per la Giralda, la gran
torre della cattedrale di Siviglia. Povero a me! stavo nel pugno del
più matto tra i cavalieri d’Andalusia; di Alonzo d’Ojeda, niente di
meno. E andava, il cavaliere, andava con passo misurato e sicuro sul
trave sporgente, mostrandomi alle turbe, affollate sulla piazza, cento
metri più sotto. «Don Alonzo, per carità, non facciamo sciocchezze! Che
stravaganze son queste! Il valore è una bella cosa, ma non s’ha mica
da dimostrare in queste prove da mattaccini! Vi prego, don Alonzo mio
bello, torniamo indietro, e voglia il cielo che questo trave non sia
fracido per tante stagioni di pioggia, nè lavorato da dieci, da venti,
da trenta generazioni di tarli. Don Alonzo, per carità!...»
E infatti, il trave incominciava a cantare, a gemere, a scricchiolare
sotto i piedi del matto cavaliere. Siam fritti, pensai. E gli occhi
mi corsero al basso, e mi parve di vedere i gesti di terrore della
folla. Tra tutti, avendomi forse riconosciuto, pareva singolarmente
commosso il maestro Antonelli!... Ma che significa ciò? Non sarei io
dunque a Siviglia, sulla Giralda? a Bologna, invece, e sulla Garisenda?
No, no, è stato uno sbaglio; effetto del non avere la mia caramella
all’occhio. Non era il maestro Antonelli; era il conte d’Almaviva, o
Esteban Murillo, o Antonio del Rincon, altre mie vecchie conoscenze
di Spagna. Ah, ecco, se Dio vuole, don Alonzo d’Ojeda è ritornato
indietro; scavalca il davanzale del finestrone; è dentro, oramai, e con
atto grazioso getta la sua melarancia in grembo alla regina Isabella
di Castiglia, che ammirata, ma anche più esterrefatta, contemplava
la scena. Povera signora! Al tonfo della melarancia, che pesava i
suoi (anzi miei) ottantasette chilogrammi compiti, ella non mise un
grido, bensì diede il suono secco di qualche cosa che si crepi. Povera
signora! Vedrete che per le feste colombiane non servirà più neanche
lei!
Quanto a me, non avevo più sugo. Rimbalzato dal grembo della virtuosa
regina, andavo, andavo ruzzolando giù per le scale della Giralda,
cercando.... cercando che cosa? il nesso logico, ahimè, il nesso logico
miseramente perduto. Che triste cosa, perdere il nesso logico! E come
ritrovarlo? Io l’ho chiesto per cinque giorni, per otto, per dieci,
senza ritrovarlo mai, su nessuna lastra di specchio, su nessun filo
di rasoio. Il medico dice che è effetto di debolezza. Ma quanto durerà
questa debolezza? Eccomi al quattordicesimo giorno delle mie ricerche.
Mi pare qualche volta di averlo trovato, e di tenerlo chiuso in una
scatoletta di cartone, tra due falde di bambagia.... Povero nesso
logico! Purchè Alonzo d’Ojeda non me lo scaraventi in piazza! Purchè
Nabucodonosor non me lo abbocchi, come ha abboccata la mia caramella!
purchè non mi ruzzoli giù dalla montagna nell’abisso, tra le schiume
del mare in tempesta!
Quattordici giorni d’influenza! E non son riuscito ad afferrare un
portafoglio. Che razza d’influenza è mai questa, dove non c’è niente da
guadagnare e tutto da perdere? Aggiungete che ho perduto per fino....
Ma no, questo va detto con una certa solennità di discorso. Annunziate,
vi prego, al ministro del tesoro, ma con garbo, veh! che l’anno 1892
si chiuderà per fatto mio con un disavanzo di L. 576,46. Ed ecco in
che modo. Un pacco di dieci sigari Virginia che buttavo regolarmente
l’un dopo l’altro, perchè non tiravano, ma che comperavo regolarmente
ogni giorno al prezzo di L. 1,20, moltiplicato per tutti i giorni
dell’anno, che è bisestile, dà una somma di L. 439,20. Aggiungete ogni
due giorni un mezzo ettogrammo di trinciato superiore forte, che mi si
polverizzava regolarmente tra le dita e che regolarmente passavo al
mio portinaio per tabacco da naso; donde l’annua spesa di L. 137,25.
Tirate la somma; avrete un totale di L. 576,45. L’ho guadagnato io,
in quattordici giorni d’influenza, avendo smesso di fumare. Ma lo ha
perduto l’erario. È questo il mio caso; uno dei soliti, come diceva il
dottore. Auguro che sia unico, per la gravità degli effetti.
P. S. — Ed anche è rimasto unico, quasi fiore in deserto, nel corso
delle mie consuetudini. L’anno seguente, non so come, forse per
isbadataggine, son ricascato a fumare; onde le finanze dello Stato
hanno avuto una bella rifioritura. Sia per compenso ai danni che ha
recentemente patiti il Municipio genovese, usandomi la cortesia di
atterrare la casa dove il mio caso d’influenza s’è svolto. Altri dirà
che non per me fu decretata la spesa, ma piuttosto per assestare la
piazza De Ferrari, dopo slargata via Giulia. Ciò non toglie che io ne
attesti ai padri della patria la mia gratitudine. Trista casa, dove non
furon sorrisi! e dove anche cessai d’esser giovine!