COMMIATO.

_I miei Sorrisi potevano essere, ed erano veramente di più. Ma questo

avvenne, che appena avevo finito di raccoglierli, una parte ebbe fretta

di uscire, foggiata in un volume da sè, per le nozze d’argento del

Regno italiano con Roma.[1] Sarebbe stato ora il caso di aggiunger

dell’altro, se non avessi pensato che nei libri è gran pregio, in

mancanza di meglio, esser brevi, e che nelle relazioni civili non

bisogna abusare di nulla, neppur di sorrisi. Infine, se a questi sarà

fatto buon viso, chi sa? la materia non manca; e non sarò io certamente

che mi lagnerò della vita. Oggi ancora, non sono senza sorrisi gli anni

maturi: solo è da dire che il gaio sciame ha mutato luogo; stanchi

della città, preferiscon la villa, anzi il folto dei boschi. Si son

dati alla macchia, i briganti: castagni, faggi, abeti e querciole

sono il fatto loro; e non hanno meno in grazia i pini, i ginepri, i

corbezzoli. In fondo, pur che sia verde, la montagna mi piace: ho caro

che tra eriche nane, sassi discreti e borraccina a tutto spiano, corra

blandamente serpeggiando un’acqua viva e sussurrona; che ci sia quiete

per me, poveraccio, e felicità per tutte le bestie, creature del buon

Dio al pari di me, se anche, avendo studiato meno, ragionano in forma

più grossa; ma tanto più sbrigativa. Son poi felici, le bestie? Su per

giù come noi; con giorni buoni, e con giorni cattivi; e, diversamente

da noi, si contentan di poco. Chiedetene alle lepri e ai rigogoli: non

domanderebbero altro che l’abolizione delle licenze di caccia._

_Assistevo, son pochi giorni passati, all’odissea campestre d’un grosso

scarabèo; un lucanus, se le mie cognizioni entomologiche non fallano,

qui volgarmente chiamato il diavolo, per certe corna in guisa di

tanaglie, che porta gloriosamente in capo, come un cavalier medievale

avrebbe portato sull’elmo un trofeo di giostra. Il povero diavolo

trascinava a fatica il suo corpo immane, reggendosi male su certe

gambucce sottili, che parevano sempre lì lì per andarne scavezzate.

Sotto il peso della gran corazza nera piegavano i fili d’erba, cedevano

i fuscelli di paglia, si sfondavano le foglie secche, facendolo

pencolare or da un lato, or dall’altro, ruzzolare, tombolare ad ogni

tanto; ma senza levargli il coraggio, viva la faccia sua, perchè

egli, rizzandosi alla meglio, si rimetteva tosto in cammino e tirava

di lungo; non girando, ohibò, ma sormontando gli ostacoli, procedendo

diritto davanti a sè, lento ma sicuro del fatto suo, come se avesse

una meta da raggiungere, e tempo da fame scialo. Dove andasse, non so;

forse non lo sapeva neppur lui chiaramente. «Ma è legge» avrà detto, da

quel diavolo filosofo che mi pareva; «è legge l’andare, andiamo dunque;

cadere, rialzarsi, andar capofitti, risalire, è tutta strada.» Lo

seguitai per un’ora, a dir poco; e mi parve una occupazione più seria

di tante e tant’altre, nelle quali ho per uso d’impiegare il mio tempo.

Fu inutile, soggiungerò, come tante e tant’altre; perchè tutto ad un

tratto, senza ch’io ne afferrassi la ragione, il mio diavolo s’impuntò

sulle sei zampettine sottili; scosse le rigide falde coriacee del

suo soprabito nero; ne trasse fuori, sciorinandole al sole, due paia

d’ali membranose e trasparenti, in quella guisa che un buon cittadino

all’uscire in istrada schiude solennemente l’ombrello; e via ronzando

per l’aria, difilato e leggero, che non pareva più lui._

_Perchè non prima? Si era egli dunque seccato? O si rammentava soltanto

allora di aver quegli arnesi in riserva? Forse pensò che dopo tanto

terra terra un po’ di cielo agli scarabei fa bene. Anche noi, che

pure non abbiamo un paio d’ali sotto le falde, anche noi, dopo esserci

impietositi a freddo sulla grande miseria delle forme viventi e dopo

aver meditato per uso dei salotti eleganti un dotto volume sull’eterno

dolore, leviamo qualche volta lo sguardo al sereno dei cieli, donde il

sole amico risplende per tutti, e ci adattiamo a riconoscere che tutto

non è tenebre e gelo nel mondo. Bel mondo, se luce, azzurro e verde

lo assistano! E la sera, poi, che buon fantasticare si fa, con quella

dolce atmosfera turchina, su cui veleggia in così mutevoli aspetti, ma

tutti cari, l’argentea luna; mentre dal fondo occhieggiano, palpitando

luce d’amore, migliaia e migliaia di stelle, annunzio e promesse

delle miriadi che andremo poi con altre ali visitando, per mezzo allo

sterminato anello della Via lattea! Sarà un delizioso viaggio, per la

conoscenza più intima del fiammante Aldebaran, della nitida Capra,

del fulgido Sirio, delle due Orse vaganti, del membruto Orione, non

più costretto in caccia malinconica sui prati d’asfodelo. Io mi son

già fissato per la mite costellazione d’Andròmeda; non per disegno di

arcani corteggiamenti, Dio guardi, ma per assister di là, spettatore

dei primi posti, al brulichio luminoso di un altro mondo, che è in

fabbricazione da quelle parti. Curiosità, questa, che è ragionevole in

sè; com’è ragionevole che tutta quella roba non sia posta a caso, per

far piacere a Democrito; com’è ragionevole che noi non siamo nati a

caso intelligenti, per vederla di fuga, e non saperne più altro, quasi

occhi dischiusi un istante, e poi subito richiusi, annientati nel buio.

Sarà, dico, un delizioso viaggio; e il pensarci, e il dispormi, sia

pur senza fretta, a prendere il biglietto d’andata senza ritorno, fa

sì ch’io non mi guasti il sangue con anticipate querele; mentre non è

senza gaudio ripensar qui tutte le cose che ho viste, intese, sentite,

e sopra tutto conciliate nell’anima mia, dove si trovano bene._

_Tre cose belle ha il mondo: conoscere, amare, sperare. Sia tutto il

resto per il buon peso. Anche la nostra vita, quant’è lunga, può dirsi

una gioventù. Sorridiamo_.

Sorrisi di gioventù · 第 18 / 22 题