Si rise, e si fecero ancora le debite congratulazioni all’oste
letterato, per la sua «tradizione costante». Ma il professor Rauchen
era rimasto pensoso; e allora s’indovinò che il dotto uomo aveva
una lezione in corpo, e tutti ci rivolgemmo a lui, in aria di grande
aspettazione. L’archeologo insigne capì che si attendeva il suo verbo,
e non volle farcelo sospirare.
— La vostra storia è interessante; — diss’egli al Rettorica. — Ma io
sto cercando dentro di me quando la tradizione sia nata. La crederei
piuttosto recente, cioè del tempo tra il Novellino e il Decamerone,
quando lo spirito allegro, ma non caustico, degli Italiani, immaginava
le sue burle senza cattiva intenzione, non grossamente come ha fatto da
noi la Riforma.
— Ecco una bella occasione di studio per lei; — mi arrischiai a dir io.
— Non per me; — rispose il Rauchen, rizzandosi sulla persona — Non sono
per me queste gaie materie. Ma so ben io chi potrebbe gustare questa
leggenda, e farne tema di una dotta monografia; il mio amico Laer,
della università di Eidelberg, che è senza contrasto il più insigne
folklorista d’Europa. Perchè questa — soggiunse gravemente il nostro
archeologo — appartiene senza dubbio al _Folklore_, a questo mobile
laboratorio di tradizioni, di leggende, di frottole, che si foggiano
così volentieri in canzoni ed aneddoti. Per il tempo in cui essa si è
formata, mi pare d’averci colto. Ma ho qualche incertezza rispetto al
luogo. Avete dei popoli rivali, in queste vicinanze? Ordinariamente c’è
una città che si diverte alle spese di un’altra.
— Niente di ciò, da queste parti; — risposi. — Siamo popoli strani.
Credo che la celia sia nata in casa. Anche il nostro Rettorica l’ha
sentita in casa, come ci ha confessato. E i nostri concittadini, veda,
son troppo fatti così, che sanno ridere, viva la faccia loro, e si
mettono volentieri in burletta da sè. Noti ancora che quel «cento per
uno» li solletica dolcemente nell’amor proprio: ma anche di questo si
correggono, pensando con una certa amarezza che altri, e non di casa,
hanno saputo offrir loro il «mille dell’uno»; ond’essi, abboccandovi,
sono rimasti più d’una volta con un pugno di mosche. Effetto, questo,
dell’aver trascurati i dettami della sana filosofia; di quella
filosofia, dico, che raccomandava il signor Michele, mio onorevole
amico.
— Un altro saggio di Folk-lore? — domandò il professor Rauchen.
— Eh, ne giudichi lei. È un’altra storia de’ Banchi, ed autentica,
perchè vivono ancora gli attori.
— Sentiamo.
— Ecco qua. Le presento anzitutto il signor Pietro, di cui sopprimo
il casato, ma non le doti eccellenti, di negoziante e di cittadino.
Il signor Pietro era nel suo banco di granaiuolo, al pianterreno di
quel gran palazzo che forma tutto un fianco della via al Ponte Reale,
avendo il vico Denegri da un lato e Sottoripa dall’altro. Nel banco
del signor Pietro usavano a ore bruciate parecchi amici, tutta gente
d’affari, e qualche volta mi ci trovavo anch’io, che cogli affari
ho sempre avuto guerra a coltello. Ora ecco che un giorno il signor
Pietro, mentre noi eravamo seduti sui suoi divani verdi, riceve una
lettera, che lo fa dare nei lumi. — «Che cosa avete?» gli domanda il
signor Michele, un valentuomo, allora deputato al Parlamento, poi
senatore del Regno, persona di garbo e che sa ridere alle sue ore
come il primo venuto. «Cattive notizie?» — «Ma... quasi....» risponde
il signor Pietro.... «C’è qui quel diavolo di mio figlio, che vorrei
ritirare dal collegio, e che mi scrive di volerci restare dell’altro,
per fare almeno un anno di filosofia. Lo sa lei, onorevole, che roba è
la filosofia?» — «Non ne dite male, Pietro» replica il signor Michele,
ripulendosi tranquillamente fra le dita i suoi occhiali d’oro. «È
l’arte d’imbrogliare il prossimo». — «Davvero?» grida il sor Pietro.
«Ed io che non la conoscevo! Quand’è così, gli scrivo caldo caldo
che ne faccia almeno un paio d’annetti.» — Com’ella vede, professor
Rauchen, questa è di Banchi, e fa ridere tutto Banchi. Nella loggetta
del sor Pietro la sentì ricordare un giorno un celebre uomo politico,
l’onorevole Depretis; e la portò perfino alla Camera, dove in una di
quelle sedute stracche, in cui si fa volentieri la burletta, gli scappò
detto dal banco dei ministri: «eh, qui ci vuol filosofia, ma di quella
del sor Pietro; non è vero, onorevole Casaretto?»
— Benissimo! — esclamò il professore. — I vostri concittadini si
canzonano dunque da sè?
— Spesso e volentieri; ed è una delle loro virtù. Pensi che non si
hanno a male neanche l’invettiva di Dante: «Ahi Genovesi, uomini
diversi» e non hanno mai tentato di darne una versione laudatoria, come
fecero i Pisani col loro «O Pisa, vita e imperio delle genti». —
E volevo continuare; ma non me ne diede licenza il Rettorica.
— Se permette, — saltò su l’oste letterato, — io non sono della sua
opinione.
— E per che? sopra tutto su che?
— Sui Pisani.... e sui Genovesi. I Pisani hanno un bel dirsi «vita e
imperio delle genti» aggiustando a modo loro il «vituperio» del verso
dantesco. Ma come hanno aggiustato quello, non hanno mica aggiustati i
versi che seguono. Bella vita e bell’imperio di Pisa, se il Poeta può
seguitare, augurandole una visita della Capraia e della Gorgona, che
«faccian siepe all’Arno in sulla foce, sì ch’egli anneghi in _lei_ ogni
persona!» Quanto a noi Genovesi, sta bene che Dante ci ha bollati d’un
marchio rovente; ma per cosa di cui possiamo stimarci onorati. Parlava
in lui, mi scusino, parlava in lui la gelosia di mestiere. Sicuro; non
era un poeta, lui? Ora, i Genovesi, e per sua confessione, erano poeti
al pari di lui.
— Come lo provate? — domandò colla sua usata gravità il professor
Rauchen. — Mi ricordo di avere ancor ieri fatto ricerche all’Archivio
intorno ai primi saggi di poesia dei Genovesi nel Medio Evo, e di
non aver potuto legger altro che questi due versi di una iscrizione
funeraria trovata in San Giovanni di Prè. Era l’epigrafe di due
coniugi, che dicevano in voce di marmo ai vivi:
Tu ki ki ne trovi
Per Dè, no ne movi.
— Io non so niente di questo; — rispose il Rettorica, senza scomporsi
per così poco. — So che Dante aveva i Genovesi per un popolo di
verseggiatori; tanto che disse loro:
Ahi Genovesi, uomini di versi
D’ogni costume e pien d’ogni magagna,
Perchè non siete voi dal mondo spersi?
Uomini di versi, mi capiscono? di versi, come a dire versificatori,
poeti.
— Ah, così lo intendete voi il «diversi»? — gridai io. — Separando la
prima sillaba dalle altre due?
— Come l’ha separata evidentemente il Poeta. I copisti, come ella
m’insegna, volevano far capire molta roba in un piccolo spazio. Così
tutte le parole si trovavano sempre l’una all’altra accostate, come se
tutte le undici sillabe del verso facessero un corpo solo. Il giorno
che si cominciò a divider parola da parola, ne accaddero di belle e di
brutte, secondo il senno e la scioccheria degli interpetri, separando
dove andava unito, lasciando unito dove andava separato. Così nacque
la lezione errata del «diversi» che dalla prima stampa della «Divina
Commedia» passò facilmente, come passa l’errore, in tutte le stampe
seguenti.
— Ma il Poeta ha soggiunto: «d’ogni costume».
— Appunto, d’ogni costume, cioè a dire di versi d’ogni stile, d’ogni
maniera, d’ogni forma, d’ogni misura. Si vede di qui che i Genovesi
facevano come i Provenzali, dei versi lunghi e dei corti, a rime
baciate, alternate, intrecciate, incatenate e via discorrendo. Chi sa?
avranno anche usato dei metri nuovi, di cui si fecero poi belli tanti
altri poeti.
Ma Dante ha detto ancora: «e pien d’ogni magagna».
— Ed ecco il suo torto; gelosia di mestiere. E non importa che ne
scapiti la memoria del Divino Poeta, la verità prima di tutto, anche
prima di Dante. Ora la verità è questa, che se i Genovesi facevano
versi d’ogni costume, cioè d’ogni forma e d’ogni metro, non si può
asserir senza prova che li facessero «pien d’ogni magagna» cioè duri
e fallati. Ne avran fatto dei buoni e dei cattivi, Dio misericordioso,
come a tutti succede. Chi fa falla, e chi non fa sfarfalla. —