Il professor Rauchen era rimasto un’altra volta pensoso. Ma egli non
fece più una lezione. Solamente, tra il formaggio e le frutte, chinando
la testa verso di me, mi disse all’orecchio:
— Lo credete onesto?
— Eh, — risposi, — lo vedremo al conto.
— Dico..... incapace di dire una cosa per un’altra.
— Crediamolo pure. Ma perchè questa domanda?
— Perchè, — rispose il dotto uomo, — se non ci avesse detto di essere
stato bocciato alla licenza liceale nella prova di matematica, ci
sarebbe da credere che fosse stato bocciato per la interpretazione
Dantesca.
— _Folk-lore_, caro ed illustre signor Rauchen, — gli risposi, —
_Folk-lore_ e nient’altro. Forse quel suo amico d’Eidelberg, di cui non
ricordo più il nome, ne sarebbe soddisfatto. Lasci che il popolo rida;
ordinariamente è indizio di buon umore. Il torto, veda, è dei popoli
come degli individui che non sanno ridere. E noi siamo d’una gente che
ha dato alla patria letteratura un gran poeta. Gabriello Chiabrera. Il
quale rideva volentieri, specialmente a tavola; e quando gli capitava
qualche contrarietà, soleva dire a mo’ di commento: «non per questo
tralascerò di ber fresco». Ma senta, professore; vuol che domandiamo
qualche altra cosa al Rettorica? È un uomo che la sa lunga.
— Fate pure, mio caro amico; — mormorò rassegnato l’archeologo.
— Ebbene, o Rettorica, — diss’io, alzando la voce, — come spieghereste
voi l’epigrafe trovata nella chiesetta dei Santi Nazario e Celso?:
«locus Deis Manibus consacratus»?
— Mi par latino chiarissimo; — rispose l’oste letterato. — Il luogo
era consacrato «Deis Manibus» perchè i «Deis Pedibus» ci si sarebbero
trovati maluccio, e bisognava badar bene dove si mettessero; specie
negli ultimi tempi, che il luogo restò in abbandono.
— Rettorica! Vi paion discorsi?...
— Eh sì; che cosa credono ch’io volessi dire? Luogo abbandonato;
pavimento distrutto; una buca tanto fatta, donde c’era pericolo di
scivolare alla spiaggia. Diciamo anzi che ci fosse da raccomandarsi
«Manibus et Pedibus».
— Ah, — si gridò, respirando.
Hoa-tsien-ki.