Reca adunque la «tradizione costante» che i due santi uomini Nazario
e Celso venendo per l’Aurelia nuova in Liguria, nell’anno 66 dell’èra
volgare, col savio e misericordioso intendimento di annunziare la buona
novella al popolo Genoate, smontassero ad alloggio sul colle d’Albaro.
Non volevano entrare così alla svelta in città sconosciuta, di cui
sapevano solamente che aveva nome Genoa, che era municipio, che godeva
diritto quiritario, che era ascritta alla tribù Galeria, una delle
più antiche di Roma, e che i suoi cittadini votavano per l’appunto
con quella tribù, quante volte si ritrovassero in Roma. E così, come
in paese nuovo il prudente generale lascia sempre tra sè ed il nemico
l’eminenza di un monte, o il corso di un fiume, per aver tempo ed
agio ad esplorare tutto intorno il terreno, i due santi predicatori
vollero rimanere un giorno e una notte sulla sinistra del Bisagno, o
«Bisamnis», detto altresì Feritore, forse perchè terribilissimo fiume,
che di solito sdegnando servirsi dell’acqua, dà fieramente nel mare coi
sassi.
Le intenzioni dei due apostoli erano chiare, e giudiziose del pari.
Bisognava informarsi, prender lingua dei fatti e dei costumi di Genoa;
sapere ad esempio se già ci fossero altri predicatori, nel qual caso
non ci sarebbero entrati loro, non volendo fare un ridosso a nessuno;
conoscere se là dentro avessero già fumo della nuova dottrina, di guisa
che l’autorità stèsse all’erta e volesse chiuder le porte in faccia
ai nuovi venuti. Per questo, e per tutto l’altro che via via potesse
parere opportuno, era da interrogar con destrezza la gente del contado,
più semplice, naturalmente, e più maneggevole. Insomnia, quando si è
detto prender lingua, si è detto tutto, e non occorre più altro.
Per fortuna giungevano i primi: di una nuova religione non si sapeva
ancor nulla: i Genoati facevano i fatti loro, comprando e vendendo,
caricando e scaricando, armando navi e mandandole attorno sul pelago,
che con questo nome si chiamava allora il mar di Liguria. I nostri
santi uomini sapevano quel che occorreva lì per lì, a incominciare il
loro apostolato; perciò la mattina vegnente presero i loro bordoni in
mano e la via tra le gambe: nell’ora buona erano in Genoa, e capitavano
sulla piazza de’ Banchi; il luogo per l’appunto più frequentato della
città, il suo centro d’affari, donde s’irradiava la vita economica e
intellettuale a tutti i punti della periferia genovese. E là, subito,
dall’alto d’una gradinata, incominciarono a predicare, il secondo
sottentrando al primo, il primo ancora al secondo, quando il compagno
era stanco.
In qualche ritaglio di tempo, concesso dai fati benigni alla classe
industriosa dei nostri mercanti, si affollavano molti ad ascoltare
quei due forestieri. I quali parlavano di tante cose, nuovissime senza
dubbio e bellissime, ma di nessuna utilità immediata, pur troppo. Onde
avvenne che non facessero, come suol dirsi, nè caldo nè freddo, e che
presto gli uditori seccati, ad uno ad uno spulezzando, lasciassero i
poveri santi predicare al deserto.
— Giorno perduto! — esclamarono i disgraziati, ritornandosene alla
collina d’Albaro e riducendosi alla modesta locanda dov’erano smontati
il giorno addietro, con ben altre speranze nell’anima — Giorno perduto,
quest’oggi; e peggio vuol essere domani. —
Si avvide l’oste della loro tristezza. Uomo di buon cuore e allegro per
indole, non voleva veder musi lunghi in casa sua. Provò a spillarne
un litro di prima qualità e del più vecchio che avesse; ma i due
addolorati ricusarono perfino di assaggiarne. Doveva essere un affanno
ben grave, il loro, se torcevano le labbra ad un bicchier di vino delle
Cinque Terre. Chiese allora il perchè dei perchè; tanto li tormentò,
che lo seppe; e allora, da quell’uomo savio e stagionato ch’egli era,
diede un buon consiglio ai due forestieri.
— Ah, signori, — diss’egli. — L’avete fatta bassa, e bisognerà
rimediarci. Una nuova religione, che si canzona? Una nuova religione
sta bene, specie quando l’antica è logora e non fa più andar in
visibilio nessuno. Ma anche a un abito vecchio ci si fa l’uso; ci
si bada poco, e si tira là. Per adattarci a prenderne uno nuovo,
bisognerebbe che ci fosse guadagno evidente nel cambio. Vedete, è
questo il tasto che va toccato, da noi. —
I due santi non intesero a sordo. Diedero, prima di andarsene a letto,
una ripassata ai testi, e quella notte dormirono più tranquilli che
non avessero sperato, innanzi di avere quella conversazione tanto
istruttiva coll’oste. La mattina seguente, rieccoli in piazza de’
Banchi. La gente li vede, e non si lascia adescare, pensando che
canteranno le solite storie.
Ma no, niente del giorno addietro. Ecco che l’un dei due cava, di sotto
un lembo della toga un grosso scartafaccio, foderato di cartapecora.
Pare un libro mastro, e concilia subito l’attenzione. Più ne conciliano
le prime parole del santo, che, squadernandosi il libro sul braccio
sinistro, e battendo con un gesto vittorioso della destra sulle pagine
aperte, comincia in questa nuovissima forma:
— Il Signore ha detto «chi seguirà il mio nome riceverà il cento per
uno, ed anche erediterà la vita eterna».
— Il cento per uno! — ripete un secondo, mettendosi sulle orme del
primo.
— E la vita eterna per il buon peso! — soggiunge un terzo, che già si
tira dietro il quarto ed il quinto. — Dici tu il vero, o sant’uomo?
— Non io lo dico, o fratelli, — risponde il santo del libro. — Lo
dice san Matteo, al capitolo diciannovesimo, versetto ventesimo nono;
lo conferma san Marco, al capitolo decimo, versetto trentesimo; e al
versetto trentesimo del capitolo decimottavo lo ribadisce san Luca. Tre
firme, come vedete, e di prima qualità.
— E con la tua per avallo! — gridarono gli astanti infiammati,
chiamando al prodigio tutta la piazza.
— Aggiungete quella del mio compagno, qui presente ed accettante.
— Benissimo! egregiamente! Non si è mai vista in piazza una cambiale
più garantita di questa. —
Quel giorno, senz’altri discorsi, tutta la piazza de’ Banchi si fece
cristiana. Il giorno seguente non si sarebbe trovato un pagano, in
tutta Genova, a pagarlo un marengo.