L’arpa era d’un celebre artefice, dello Stradivarius, niente di

meno. La teneva appesa alla parete, nel suo salotto; e qualche volta,

vecchissimo, la spiccava dal chiodo, per trarne qualche accordo. Ma da

parecchi lustri l’istrumento era scordato; uno strazio a sentirlo!

E come si animava, ai ricordi del buon tempo antico! Era anche stato

valente ballerino e saltatore agilissimo. Si raccontava che una volta,

presentatosi in maschera d’arlecchino alla signora di Staël, dopo molti

saluti e capriole che aveva fatto in onore della bella Corinna, si

fosse sentito dire da lei:

— Ah, marquis, c’est vraiment ce que vous faites le mieux!» —

Ma l’aneddoto doveva essere inventato di sana pianta. Corinna non era

certamente così crudele nei suoi complimenti. Autentico, invece, perchè

lo ebbi dalla stessa bocca di lui, l’aneddoto del viaggio con Corinna a

Venezia, intorno al primo decennio del secolo.

La baronessa di Staël voleva vedere il teatro della Fenice. Ci andarono

di giorno, poichè quella sera si faceva riposo. Entrarono nella platea,

al buio, mentre in orchestra si vedeva illuminato un leggìo, e davanti

al leggìo, con la sua musica squadernata, sedeva un suonatore di

violino. Il palcoscenico, essendo gli scenarii alzati, prendeva luce,

ma una luce scialba e scarsa, da certi finestroni di fondo; e su quel

palcoscenico si vedeva un uomo, succintamente vestito, in calze di

maglia e scarpini.... Era un ballerino; ma qual ballerino! Figuratevi,

il famoso Duprè, il dio della danza, che, facendosi dare lo spunto dal

violino in orchestra, provava un suo passo, chiuso e coronato da una

_pirouette_ difficilissima. I due nobili visitatori, fermatisi a mezzo

il recinto, ascosi nell’ombra guardavano attentamente la scena.

Il Duprè andava alla quinta, prendeva lo spunto dal violino, veniva di

volo alla ribalta, ed attaccava la sua giravolta. Ma questa non gli

riusciva mai, e il povero Duprè se ne disperava; anzi incominciava,

oltre la solita _pirouette_, ad attaccar qualche moccolo.

— Un’idea mi passò pe_l_ la mente, — continuava, il marchese. —

Aspettate, Co_l_inna, dissi allo_l_a alla ba_l_onessa, e ved_l_ete un

bel giuoco. —

Che fa allora il nostro gentiluomo? Con passi guardinghi si avvicina

all’orchestra, vi penetra da una estremità, si arrampica sul proscenio,

scavalca la ribalta, e mentre il Duprè ritornava per la sesta o per

la settima volta da sbagliare la sua _pirouette_, lo precede egli

d’un balzo alla quinta, chiama lo spunto dal violino, spicca il volo

al proscenio, e fa lui, con ritmica esattezza, la lunga giravolta che

ancora non era riuscita al gran ballerino francese.

Il Duprè, a tutta prima, vedendo comparire sulla scena l’intruso, e non

pensando ancora di avere davanti un rivale, era rimasto come interdetto

a guardarlo. Lo aveva veduto andare alla quinta, chieder lo spunto

musicale per lanciarsi alla ribalta, e aveva spalancato ad un tempo

gli occhi e la bocca, in atto di grande stupore. Ma quando ebbe veduta

la giravolta, eseguita con tanta perfezione dall’emulo, fu per uscir

di senno a dirittura. E bisognava pur credere alla vista, arrendersi

all’evidenza, riconoscere la superiorità dell’ignoto ballerino. Era

un grande artista, il Duprè, ed anche un gran galantuomo. Perciò, dopo

un istante di pausa, che bisognava pur concedere allo stupore ond’era

stato assalito, fece due passi di scuola verso il nuovo venuto, inarcò

il braccio, tese l’indice con la sua grazia consueta, e gli disse;

cioè, _mi disse_, poichè dobbiamo lasciar la parola al narratore:

— O voi siete un angelo disceso dal cielo.... o siete il ma_l_chese

Gian Ca_l_lo Di Neg_l_o di Genova. Pe_l_chè non c’è che lui, in

Eu_l_opa, non c’è che lui che possa fa_l_ tanto. —

Bisognava esserci, bisognava sentirlo, il buon vecchio, mentre

proferiva e ripeteva con enfatica progressione di accento il suo «non

c’è che lui». Ed anche volle mostrarmi come avesse fatto a vincere

il Duprè, tentando di ripetere per mia edificazione la splendida

giravolta di mezzo secolo innanzi. Con quel mezzo secolo, pur troppo,

cascò addosso a me, che stavo seduto sul divano. Io ero mingherlino,

allora; egli potente di forme. Altro che edificazione! Immaginate

che stiacciata, se non ero pronto a tender le braccia, un po’ per

sorreggerlo, ma più per ripararmi dal peso.

Povero marchese Di Negro, discendente dal famoso Andalò, gran

viaggiatore dell’orbe terracqueo e maestro di astronomia a Giovanni

Boccacci! Un anno dopo, nel 1858, mi pare, era morto. Ebbe un notevole

accompagnamento funebre, come non si era veduto mai fino allora, per

concorso d’illustri personaggi. Tra questi si vedeva uno degli ultimi

visitatori del marchese Gian Carlo, se non uno dei più assidui alle

conversazioni della Villetta; al che le sue consuetudini di lavoratore

e il vivere sulla collina di San Francesco di Paola, al capo opposto

della città, avrebbero fatto impedimento: dico Francesco Domenico

Guerrazzi, allora esule in Genova, dopo la sua fuga di Corsica.

Ascoso nella folla, al ritorno dalla camera mortuaria dov’era stata

accompagnata la salma, udii il grande livornese dire a Ippolito d’Aste

e ad Emanuele Celesia, che gli venivano da lato:

— E dopo tutto, un uomo d’oro. Ha fatto del bene a qualcheduno, del

male a nessuno. Trovatemi dieci persone, delle quali si possa dire

altrettanto. —

Non vi paiano gravi alla memoria del Di Negro queste sue pretese alla

fama di ballerino, sulle quali mi son trattenuto a discorrere. Egli era

un divoto cultore delle Muse; ed anche una Musa, Tersicore, presiede

all’arte del ballo. Nè il ballar bene parve piccolo vanto ad Ippolito

Pindemonte, cavaliere gerosolimitano, traduttore dell’«Odissea»

e compagno al Foscolo nel malinconico duetto dei «Sepolcri». Del

cavaliere Ippolito narra per l’appunto il Camerini: «Amò sopra tutto

la danza, e si mescolava sul palcoscenico ai ballerini, ed era tanto

infatuato di quel _brillante danzator Narcisso_ del Parini, che veniva

piacevolmente ribattezzato col suo nome di _Monsieur Pic_».

Se poi il marchese Gian Carlo Di Negro non lasciò nell’arringo poetico

orme profonde come il cavalier Pindemonte, la colpa non è tutta sua.

Fu ad ogni modo l’ultimo gran signore che credesse alla poesia; e l’amò

per sè stessa, come un vecchio cicisbeo, di platonico amore.

Don Alessandro.

Milano ha una gran bella cosa, in vista e per tutti, il suo Duomo. Ma

questo, ce lo hanno tanto decantato, descritto tanto e servito perfino

in litografia sulle scatole dei panettoni, che oramai lo accettiamo

senza pensarci su, e c’inchiniamo al miracolo d’arte; ma non ci

riscaldiamo più il sangue, ammirandolo; non riceviamo più la scossa,

vedendolo. A Milano io sento più profondamente Brera, col suo cortile

così pieno di storia, e col Napoleone del Canova che ci hanno nascosto.

Bella trovata, sia pure effetto di necessità, aver messa là dentro

quella gran statua di bronzo: vi giganteggia, più che non farebbe su

d’una piazza; l’atteggiamento del colosso che va, con la sua Vittoria

alata nel cavo della mano protesa, è più gagliardo, più vivo, più

efficace; mi par meglio che sia in atto di trascorrere il mondo, se in

due di quei passi che accenna di fare, può rompere il loggiato davanti

a sè, invader le sale, sfondare ogni ostacolo, dal tetto all’androne.

Bene, adunque, si trova egli là dentro. E bene, anzi meglio il nipote

di lui, nel cortile dell’antico Senato. Io non so intendere come ci sia

della gente a cui quella specie di relegazione dispiace. L’ira politica

è veramente benedetta, se riesce a queste concentrazioni della gloria,

per chi la riconosce, e della gratitudine, per chi la sente ancora.

Così, mentre per essere umani con Napoleone III dovete perdonar molte

cose; per ritrovarlo a Milano, per pagargli un tributo di riconoscenza

in cambio del piccolo aiuto di duecentomila uomini ch’egli ci ha

dato in un giorno di bisogno, vi è necessario andarlo a cercare col

lumicino. Ma un gusto particolare, penetrante, soave nella novità, vi

compensa della vostra ricerca. Trovate un signore che vi saluta, e per

allora non saluta altri che voi; donde la cortesia par che acquisti un

pregio maggiore. Più concentrati, ricordate anche meglio tutto ciò che

per la patria nostra ha fatto quell’uomo, un po’ misterioso, un po’

incerto nelle orientazioni successive della sua politica, ma condotto

a giuocare per noi la sua fortuna, le aquile, la porpora e la corona

imperiale. Noi siamo severi col Due Dicembre, in cui, dopo tutto,

come italiani, non abbiamo nulla a vedere; con più giustizia ce la

prendiamo coi suoi _chassepots_. Ma anche qui non bisogna esagerare,

e ad un soldato di Mentana sia lecito il dirlo. Assai più male degli

_chassepots_ ci ha fatto in quei giorni il difetto di energia nelle

coscienze, di unità nei voleri della patria. Ma basta: se no volgiamo

alla predica; e ritorniamo in Brera.

Quel cortile mi è caro per antichi ricordi: quel cortile è un po’ mio.

Molti ci passano, per salire alla ricca biblioteca e alla preziosa

pinacoteca; molti lo costeggiano, per andare di qua o di là nelle sale

del pian terreno, a far lezioni o a sentirle; io ci sono stato di casa,

ci ho dormito una notte a ciel sereno, e sognato, come nel letto più

soffice. Spesso vado a visitarlo, per riconoscere il posto del mio

giaciglio, là, sulla destra, a’ piedi della statua dell’architetto

Luigi Cagnola, che mi richiama sempre agli occhi la visione di un bel

giorno e alle nari una buona fragranza di paglia fresca. Non fate

associazioni d’idee, ve ne prego; l’ho fatte già io tante volte!

«Sursum corda», piuttosto, ed anche le gambe. Si passa ora da quel

cortile per un’altra ragione nobilissima, che è quella di andare a

vedere la sala Manzoniana. Anch’io, parecchi anni fa, quando seppi che

l’avevano inaugurata, ci corsi divotamente, per pagare il mio tributo

di ammirazione al Manzoni. Più che i molti libri ed opuscoli scritti su

lui e sulle opere sue, volevo osservare i suoi manoscritti; tra tutti

i suoi manoscritti desideravo di considerare quello dell’«Adelchi»; tra

tutte le pagine dell’«Adelchi» mi premeva di sfogliare quella del coro

«La morte di Ermengarda» per vedere se ci fossero stati pentimenti in

quelle strofe maravigliose, segnatamente in quelle due che vorrei aver

scritte, e, per averle scritte io, darei volentieri tutte le glorie che

ho sperate; se pure, dopo averle sperate, fossero venute a rallegrarmi

la vita.

Te, dalla rea progenie

Degli oppressor discesa,

Cui fu prodezza il numero,

Cui fu ragion l’offesa,

E dritto il sangue, e gloria

Il non aver pietà;

Te collocò la provvida

Sventura in fra gli oppressi;

Muori compianta e placida,

Scendi a dormir con essi;

Alle incolpate ceneri

Nessuno insulterà.

Bellissime le due strofe, e tutto bello, quel coro, in cui sentimento e

passione, tanto più viva quanto più contenuta; in cui forma e pensiero,

virtù d’amor patrio ed alito di umana pietà, si fondono mirabilmente,

nuovo metallo di Corinto, ma ancora e sempre caldo, come non ebbe a

rimanere l’antico. Capisco, leggendo l’«Adelchi», come Vincenzo Monti

esclamasse: «Vorrei averlo fatto io». Poteva parere degnazione in lui,

glorioso da tanti anni, mentre il giovine autore, che egli chiamava,

scrivendogli, il suo «smemorato amico» era tuttavia poco più d’un

ignoto. Ma quella degnazione doveva presto apparire l’omaggio di un

grande ingegno ad un genio. Perchè questa distinzione è necessaria,

e se il vocabolario della Crusca non la consentisse, bisognerebbe

rinunziare al vocabolario della Crusca. La poesia del Manzoni non è

solamente di parole musicali e d’immagini alate: spesso le parole sono

comuni, e dalla loro ripetizione frequente traspare qualche volta la

povertà. Quanto alle immagini, son quelle di tutti i giorni, e se ne

trovano nei suoi canti più celebrati (nel «Cinque Maggio», ad esempio),

di quelle che erano usate a’ suoi tempi da scrittori di giornali

italiani sulla falsariga francese. Ma che per ciò? la visione è chiara,

piena, efficace, perfetta; il senso intimo delle cose vien fuori dalla

stessa collocazione sapiente e pure spontanea di quelle parole comuni,

di quelle immagini conosciute; vi fa pensare e fremere, cercando

i più riposti penetrali dell’anima, scuotendo le più arcane fibre

del cuore. Chi si occupa, dopo ciò, delle scorie del metallo, delle

sbavature della statua? È tutto fior di poesia, nel complesso; frutto

di fantasia largamente comprensiva, che lo studio e la meditazione

hanno fortificata dei loro succhi vitali. Non dimentichiamo gl’intenti

civili, spontaneamente manifestati, che distinguono questa poesia da

tant’altra che l’ha preceduta e seguita. Come, ad esempio, in quel

compianto non imbelle nè vuoto sulla morte d’una povera Longobarda,

ripudiata da Carlomagno, si sentano, sto per dire, le Cinque Giornate,

trent’anni prima che fossero date alla storia! e non tirate dentro

con gli argani, se Dio vuole; venute naturalmente, sgorgate dal fatto

osservato, insieme con la pietà pensosa e le lagrime. Così la poesia

diventa anima e voce, non che d’un poeta, d’un popolo. La «Basvilliana»

è la poesia del Monti in un suo momento psicologico, come la

«Mascheroniana» in un altro, e in altri ancora la «Jerogamìa di Creta»

e il «Ritorno di Astrea»; mentre quella del Manzoni, dagli «Inni Sacri»

al «Carmagnola», dall’«Adelchi» al «Cinque Maggio», è la poesia della

nazione.

Io non nacqui manzoniano; non fui tale per un pezzo, e mi piace

confessarlo. Ai tempi beati della scuola di rettorica, non ero

neanche foscoliano, figuratevi! Avevo Leopardi e Monti, Monti e

Leopardi a tutto pasto; l’uno per la «Basvilliana», s’intende, per la

«Mascheroniana», per il «Prometeo», per il «Bardo della Selva Nera»

e per la versione dell’Iliade, insomma per quasi tutte le cose sue;

l’altro per una minor parte, come a dire per le canzoni all’Italia,

ad Angelo Mai, alla sorella Paolina, che erano le più lette e le più

commentate in iscuola. Leggevamo anche per questo uffizio «La sera del

dì di festa», «Il sabato del villaggio» ed altri componimenti di tal

genere; ma più per nostro conto divoravamo «le Ricordanze», «Aspasia»,

e sopra tutto «Consalvo» a cagione del bacio di quella

Per divina beltà famosa Elvira.

La «Ginestra», i «Patriarchi», «Amore e morte», ed altri consimili,

si leggevano ancora, ma s’intendevano poco; cioè, s’intendevano

letteralmente, ma non si sentivano troppo, che tornava lo stesso come

non capirli abbastanza. Eravamo una generazione piena di salute, di

fede in Dio e nella libertà; il sangue ci scorreva rapido e franco

nelle arterie, e tra una lezione e l’altra, come per addestrarci

alle presentite battaglie, correvamo a picchiarci di buona voglia nei

fossi della vicina Fortezza, e a sfrombolarci di sassate sulla duna di

Sant’Elmo. La filosofia disperata non era il fatto nostro; delle «due

cose belle» che la poesia leopardiana ha trovate nel mondo, sentivamo

dentro di noi confusamente la prima, come una dolce promessa di giorni

vicini; l’altra la vedevamo così lontana, che non credevamo ancor

necessario di darcene pensiero. E la ferrea necessità del dolore non

era certamente fatta per noi, diavoli scatenati, che andavamo nelle ore

d’ozio a strappare i sèdani nell’orto dei Cappuccini.

Abbiamo noi trovato lassù un Fra Cristoforo? Sicuramente, e per farci

perdonare da un Fra Galdino, che voleva prenderci poco cristianamente

a legnate. Dei «Promessi Sposi», che a quel tempo non erano ancora un

libro di testo scolastico, ci piacquero le macchiette assai più dei

personaggi principali. A me poi non piaceva affatto nè «Quel ramo del

lago di Como, che volge a mezzogiorno tra due catene non interrotte

di monti», nè il Resegone, coi «molti suoi cocuzzoli in fila, che in

vero lo fanno somigliare a una sega», nè la descrizione della peste,

così lunga che non voleva finire mai più, nè il cardinal Federigo,

nè quei rimorsi dell’Innominato, che mi pareva un birbante di mezza

vigogna, troppo presto pentito d’una troppo piccola, o non abbastanza

descritta, sequela di bricconate. E mi lasciava freddo Lucia Mondella,

e mi seccava quell’aggirarsi di brutali concupiscenze intorno ad una

contadinotta neppur bella, che per cagione degli spilli d’argento

doveva pettinarsi di rado, e che certamente non conosceva le virtù

detersive dell’acqua di Felsina. Ognuno reca nell’arte i suoi gusti

naturali. Questo è un diritto, mi pare, e il confessarlo è un debito di

sincerità. Ma ciò, a breve andare, finì col rendermi cieco alle altre

bellezze del libro, e per conseguenza solennemente ingiusto.

Amavo in quella vece il Guerrazzi. Sapevo a mente l’«Assedio di

Firenze»; tranne, s’intende, gli amori fiacchi di Vico e d’Annalena,

e la inutile storia afflittiva di messer Lucantonio. Michelangelo e

la sua statua; il Ferruccio a Volterra e a Gavinana; i rimorsi del

Baglioni; il doppio combattimento del Bandini e del Martelli, di

Dante da Castiglione e dell’Aldobrandini; gli spasimi di Maria de’

Ricci; quelle erano le mie delizie profonde. E come mi ha mandato a

cercare con ansietà febbrile la storia, quel diavolo d’un Livornese,

per trovarci i personaggi da lui messi in iscena, così vivi, caldi,

vibranti di passione! Studiai l’autore, lo conobbi intero in tutto

ciò ch’egli aveva scritto fino allora; amai ciò ch’egli amava, odiai

ciò ch’egli odiava, senza risparmio. Presto conobbi lui di persona, in

Genova, dopo averlo tempestato di lettere nel suo confino di Corsica,

e mi piacque sommamente quell’anima dolce e buona. Vi parrà strano, ciò

ch’io ne dico. Generalmente, si ha del Guerrazzi un’idea molto diversa;

la durezza di cuore, la ferocia degli spiriti, lo sdegno persistente,

la parola iraconda, lo scetticismo beffardo, il cinismo, sì, perfino

il cinismo di quell’uomo, sembrano esser passati in leggenda. Ebbene,

disingannatevi; il Guerrazzi non fu così, nè intorno, nè presso.

L’uomo ebbe amarezze molte, ed ire politiche acerbe; aveva l’ingegno

potente, e lasciava il segno dove toccava: i suoi nemici già potenti

da prima, vittoriosi poi, gli hanno reso in calunnie tutto ciò ch’egli

dava in frustate. Nelle relazioni sociali nessuno fu più nobilmente

cortese; nelle intimità nessuno fu più squisitamente amorevole del

Guerrazzi. Arguto quanto il Voltaire, non la perdonava certamente a

nessuno; dotto in molte materie, pontificava qualche volta, nel salotto

e nello studio; ma non dimenticando mai d’esser garbato nei modi,

affabile nel commercio con ogni sorta di gente, buono con gli amici,

ameno coi suoi pari, affettuoso coi minori, soave coi giovani, e in

molte parti del suo pensiero, della sua conversazione, del suo fare,

insomma, a dirittura femmineo: la qual cosa, in un uomo del suo genere,

con quell’alta statura, con quell’aspetto severo, con quegli occhiali

d’oro, quella parrucca a ciocche audacemente rivoltate, con quella gran

pelliccia da baritono in viaggio, poteva parere, e certamente era un

gran fatto. Non so che cosa fosse in gioventù: forse ne’ suoi scritti,

dove parla di sè, ha caricate un po’ troppo le tinte: ma per quello che

io ne vidi ne’ suoi anni maturi, egli era con tutti mirabilmente buono.

Quell’odiatore, a buon conto, finì la vita nel suo podere di Maremma,

insegnando a leggere e scrivere ad una contadina di diciott’anni.

Se poi anche a sessantanove anni sentisse le trafitture del bendato

arciero, io non vorrei mica difenderlo, come da un’ultima calunnia. Gli

odiatori, per solito, non finiscono così.

Ricorderò sempre di avere davanti a lui, nelle conversazioni

pomeridiane della villa Giuseppina, parlato dell’arte Manzoniana con

poca misura e con minor cognizione. Non lo facevo per entrargli nelle

grazie; no davvero: dicevo quel che pensavo allora, esprimevo una

opinione già manifestata qualche anno prima in un giornale di Genova,

la prima volta che io, sfacciato diciottenne, mi ero fatto lecito di

averne pubblicamente una.

Quella volta, altro che soavità! il sor Francesco Domenico mi uscì

proprio dai gangheri. Dal pensiero Manzoniano si poteva dissentire,

sicuramente; egli stesso ne aveva data una prova chiarissima, facendo

in molte cose diversamente dal grande Lombardo. Ma per l’arte, non

c’era che da inchinarsi e da lodare ogni cosa, o giù di lì. Del

resto, anche intorno al pensiero, non era tutto dissenso tra loro.

Se il Manzoni aveva scritto gl’«Inni Sacri», egli, il Guerrazzi,

non aveva scritto molte preghiere in prosa? — E poi, — mi diss’egli,

conchiudendo, — leggete l’«Adelchi», figliuolo, e vedete se predichi

soltanto rassegnazione. Quanto all’arte, m’è accaduto ancora stamane

di rileggere il coro del «Carmagnola». È una bellezza. Direte che

incomincio ad invecchiare e che mi faccio eremita. Infatti, anch’io

debbo averli, i «casti pensieri della tomba» che, ritrovati in quel

coro, mi son parsi una cosa nuova, quest’oggi. —

Quella sera, tornato a casa, lessi il coro del «Carmagnola», per

fare ancor io come il sor Francesco Domenico. E lessi anche tutta

la tragedia, che non avevo mai guardata prima d’allora. Poi lessi

l’«Adelchi», di cui solamente conoscevo qualche scena (anche questo a

vergogna mia, debbo qui confessare), e da ultimo, lessi una seconda

volta attentamente i «Promessi Sposi». Il Manzoni rivelato dal

Guerrazzi! Non si crederebbe; eppure è andata così. I grandi, del

resto, son buoni. Rilessi tutto, a breve andare, e parecchie volte

sempre più persuadendomi del mio «giovanile errore». Amando più

largamente intorno a me, imparai ad amare un po’ meglio. Ma ancora non

potevo dirmi un Manzoniano sfegatato. Di certo, la poesia del grande

Lombardo m’era entrata troppo tardi nel sangue.

Tre anni dopo, vedevo per la prima volta Milano. C’entravo con molti

compagni, non so bene se tre o quattro giorni dopo Magenta. Sbarcati

alla stazione di Porta Nuova, fummo accolti anche noi con feste

maravigliose da una popolazione plaudente; avemmo fiori, corone, baci,

abbracciamenti, ed altri furori di quell’anno benedetto. La nostra

compagnia, condotta per certe strade che non ho più ricordate, andò a

fare i fasci d’armi nella via del Monte di Pietà, in attesa d’ordini

superiori. Gli ordini vennero mezz’ora dopo: ci mandarono ad alloggio,

come tanti scienziati, in Brera; nel cui cortile, per uso nostro, si

erano distese molte carrettate di paglia. Che orgia di allegrezze

intellettuali, quel giorno! Io potrò andare mille volte a Milano;

la vedrò sempre a quel modo, con gli occhi d’allora. Anche oggi, mi

avviene di passeggiarci come uno spirito, colle mie idee d’altri tempi.

Che fretta di deporre il fucile e lo zaino, di darci una spazzolata e

di correr fuori da capo, per goderci tutte le ore che ci lasciavano di

libertà! Per conto mio, mossi subito a cercare il Duomo; e lì, trovato

un alberguccio (il Dazio grande, mi pare) v’entrai, per darmi anche una

risciacquata; ma ne uscii prontamente, per andarmi a comperare un paio

di guanti paglierini. Che si canzona? volevo esser bello. Del resto,

quella dei guanti paglierini era la debolezza di tutti i volontarii,

nell’esercito piemontese: quei guanti davano un po’ di tono al grigio

cappotto per cui il fantaccino italiano meritò a Firenze il nome di

sorcino. Al Caffè Martini, in piazza della Scala, dov’ero riuscito non

so come, m’imbattei in un tenore, Pietrino Stecchi, da me conosciuto

un anno prima, a Genova. M’aveva ravvisato sotto le nuove spoglie, e mi

faceva gran festa, offrendosi mio cicerone attraverso le vie di Milano,

e per tutte le belle cose che si potevano vedere in una scarrozzata di

due ore. Accettai, prendendo ora: pel momento, avevo un’altra idea, e

volevo che passasse per la prima.

— Se permette, — gli dissi, — vorrei far prima una visita.

— Tra un’ora, dunque; le basta?

— Sì, basterà certamente. Ma ella mi dica, — replicai con una certa

solennità, — dove abita.... Alessandro Manzoni? Il mio primo passo, in

Milano, dev’essere per lui. —

Pietrino Stecchi m’indicò, sullo stesso marciapiede dove eravamo

a discorso, ma qualche centinaio di passi più in là, il vicolo del

Morone.

— Entri di laggiù; — mi disse; — arriverà alla piazza Belgioioso.

Proprio alla svolta, facendo angolo tra il vicolo e la piazza, è la

casa di Don Alessandro.

— Bene, grazie; — risposi. E mi avviai verso il vicolo del Morene.

Com’era nata in me l’idea di andare dal Manzoni? Così, come tante cose

nascono, di schianto, senza averci pensato prima. Ah, finalmente,

l’avrei veduto, il grande Lombardo! Gliel’avrei fatta io, una bella

improvvisata, mostrandogli in cappotto grigio e cinturino bianco, in

giberna e cheppì, la sua nobile idea, segretamente e costantemente

vagheggiata: quella idea che trapelava e traspariva da tante pagine,

anzi da tutto il contesto dei suoi «Promessi Sposi»! Niente più

obbedienza a padroni stranieri; tutti in armi, gli oppressi; tutti

soldati, i giovani d’Italia, che la sua parola aveva educati, anche

attraverso l’educazione dei padri loro; tanto che quella parola s’era

fatta coscienza della nazione e vita della sua vita «O giornate del

nostro riscatto! — Infelice per sempre colui....» Ma sì, infelice, anzi

infelicissimo io! Li sapevo bene quei versi, per avere il coraggio di

recitarglieli? E c’era poi bisogno di recitarglieli? Li sapeva a mente,

lui, ed io non gli avrei detto nulla di nuovo, salvo gli spropositi.

Che versi, dopo tutto? In prosa bisognava parlargli, ed anche in prosa

corrente.

— Vediamo; — seguitavo tra me; infilando il vicolo; — che cosa

gli dirò? Da qual parte incomincierò? Come mi troverò io, prima di

tutto, alla sua presenza? Ecco qua: sono introdotto in un salottino.

Annunziano un soldato piemontese, un soldato in guanti gialli... Ciò

gli fa capire subito che si tratta d’un volontario. La visita lo secca

un pochino: ma sono certe seccature, queste, che non dispiacciono

troppo. Si solleva una portiera; eccolo, è lui.... Ah povero me! Ci

starò bene, davanti a lui, come davanti al mio signor colonnello? Con

questo, c’è poco da pensare: so prima di tutto che non si parla se non

per rispondere. Testa ritta, piedi accostati, la mano sinistra giù,

bene appiccicata alla gamba, la destra, alzata, aperta, tesa davanti

alla visiera del cheppì; e parla lui, non c’è che da starlo a sentire;

se poi non è Demostene, tanto peggio per lui; anzi tanto meglio, perchè

lui è vivo, e Demostene è morto. Qui invece, cheppì in mano e parlare!

«Signor conte....» No, non lo vuole, quel titolo; se l’ha a male quando

glielo dànno; protesta subito che non gli spetta. Perchè, poi? Basta,

diciamo! «Signor Manzoni....» Ma che? questo è comune. Ce ne son tanti,

dei signori Manzoni, e Manzini, e Manzotti! «Don Alessandro....» Sì,

Don Alessandro; c’è una timida familiarità che non può dispiacergli.

«Don Alessandro, se è lecito chiamarla così, voglia perdonare ad un

giovine italiano, il quale.... il quale....»

Il quale.... «il quale, a voler dir lo vero» incominciava a sentirsi

ballar le gambe sotto. Ero giunto allora alla svolta; vedevo davanti

a me la piazza Belgioioso, e con la coda dell’occhio destro notavo la

sporgenza d’un portone. Con quella tremarella in corpo, non era il caso

di voltare a destra, no davvero. Passeggiamo, dissi tra me, facciamo un

giro su questa piazza, e vediamo intanto di raccogliere le idee. E feci

il giro; andai a collocarmi più lontano che mi venisse fatto dalla casa

di Don Alessandro, come per abbracciarla in una occhiata sola; ammirai

anche certi fregi di cotto ond’era adornato il prospetto; ma le idee

non si raccolsero, si sparpagliarono peggio che mai.

— Che è ciò? — ripresi. — Che paura è la tua? Infine, non vorrà mica

mangiarti. Gli dirai che volevi.... che desideravi.... che sentivi il

prepotente bisogno di vederlo.... Ah sì, va bene il pensarle, queste

cose; ma venuti al caso di dirle.... qui ti voglio. Con che coraggio

gli parleresti del tuo desiderio, del tuo prepotente bisogno? Coraggio!

si ha un bel dire coraggio! Ah, vile fantaccino! non l’hai tu dunque,

il tuo cappotto grigio? il cappotto «del nostro riscatto»? Si va, per

Dio santo, si va come in piazza d’armi; uno, due; uno, due; _alt!_

E qui, poi, «Don Alessandro, permetta ad un soldato volontario di

venirle a rubare un quarto d’ora...» No, un quarto d’ora; sarebbe

un pretender troppo. «.... Di venirle a rubare un minuto». E questo

neanche; è troppo poco; pare uno scherzo, e di cattivo genere. In un

minuto non si dice nulla; c’è appena il tempo di fare il saluto in due

tempi, fronte indietro e via! Diciamo dunque «Di venirle a rubare pochi

minuti, per dirle.... Sono un giovane che ha letto.... e meditato....

che nel suo «Adelchi».... Sa? anche il Guerrazzi mi diceva....» Ah sì,

non ci mancherebbe altro che citargli il Guerrazzi! per impappinarmi,

per mettermi in una via senza uscita. Ma se non gli parlo di questo,

di che altro gli parlerò? E se non ho niente da dirgli, perchè ci vado?

Per vederlo? per restar là come un villano alla fiera? Infatti, ora che

ci penso.... Ma no, perdio, questa è viltà, ed io la travesto male.

Gambe mie, facciamo ad intenderci. Volete andare, o ch’io vi piglio

a piattonate? Senza sciabola, capisco; ma anche la baionetta può far

servizio, perbacco! Animo, via! per fianco destro, e _marche!_ sia poi

quel che vuol essere. —

Mi ero mosso, come vedete; e andavo di buon passo incontro al portone.

Ahi! proprio allora, nella penombra del corridoio, si affaccia

qualcuno. È una donna. Le donne, grazia a Dio, non mi hanno mai fatto

paura. Quella, per altro, non ha un aspetto da invitare all’abbordo.

Dev’essere la portinaia, o una sua parente, di certo. Si ferma

sulla soglia; mi guarda; non c’è più modo di far fronte indietro, nè

conversione a destra; vado là come la biscia all’incanto.

— Don Alessandro?... — le dico.

Quell’altra mi sorride. Me l’aspettavo. Da qualche ora, a Milano, non

vedevo far altro.

— Cerca Don Alessandro Manzoni? — mi chiede essa, dopo avermi sorriso.

— Sì, per l’appunto, se è in casa....

— Non c’è.

— Ah! — esclamai io, sospirando, o respirando; che negli effetti è

tutt’uno. — Ripasserò.

— È inutile; — diss’ella. — Stavo per aggiungerle che non è a Milano;

ma in villa, a Brusuglio.

— Ah, già, Brusuglio.... sicuro, Brusuglio.... Dovevo immaginarmelo;

— risposi io, che sentivo quel nome per la prima volta. — Grazie,

signora.

— Se prende una carrozza, non è mica lontano; — soggiunse ella, più

graziosamente che mai.

— Capisco, sì, capisco. Ma ho fretta, pur troppo; fra poche ore si

riparte.... per andar più lontano.

— Fino a Venezia! — diss’ella, commentando un mio gesto. — Dio

l’assista, Lei e tutti i suoi bravi compagni. —

Così ebbe fine il mio dialogo, sull’uscio di casa Manzoni; e andò

a vuoto la mia visita a Don Alessandro. Che peccato! pensavo,

allontanandomi da piazza Belgioioso. Me n’andrò da Milano senza aver

visto il Manzoni! Che idea di andare a Brusuglio! in questi giorni

di festa per la sua città liberata! Se c’era, mi accoglieva bene, di

sicuro, a braccia aperte. Ed io gli avrei detto.... Ah sì, lo sappiamo,

quel che gli avresti detto, impostore. Confessa piuttosto che ti pare

d’averla scampata bella. Se proprio hai tanta pena come dici, perchè

non prendi una vettura di piazza, e non ti fai condurre a Brusuglio?

Animo, via, coraggioso! —

Preferii di restare a Milano, quel giorno; e la mattina seguente ero in

cammino con gli altri miei bravi compagni, per Gorgonzola, Treviglio,

Coccaglio, Brescia, Lonato, correndo sulle orme di quel benedetto

reggimento che andavamo ad ingrossare col nostro drappello, e non

raggiungendolo che sotto il ponte di Desenzano. Io pensavo di tanto in

tanto a Milano, e alla visita che avevo fatta ad Alessandro Manzoni.

Ebbene, che c’è da ridere? Ciò che non si è fatto una volta, si farà

un’altra. Non è colpa mia, se il grand’uomo era fuor di Milano. Andrò a

cercarlo poi, quando ritornerò se gli _stutzen_ mi avranno risparmiata

la pelle. Me la risparmiarono infatti, e la visita a Don Alessandro

tornò all’ordine del giorno, dopo quel frettoloso armistizio che

seguì la vittoria di Solferino e l’investimento di Peschiera. Triste

giornata, quell’otto di luglio, in cui vedemmo andare avanti e indietro

tra i gelsi e il grano turco i fazzoletti bianchi dei parlamentarii,

e dopo qualche ora fu annunziata la tregua! Ricordo che nella mattina

era piovuto, e che verso il mezzogiorno un grande arcobaleno si era

disegnato sulle nostre teste, proprio nel mezzo del Quadrilatero; il

quale spettacolo meteorologico, in tanta analogia col fatto politico,

ispirò ad un mio intimo amico questi versi, scritti lì per lì su quel

medesimo tamburo che gli serviva di scrittoio per mandare le espansioni

dei commilitoni illetterati alle Dulcinèe di Fossano, di Saluzzo e di

Cuneo:

Su questi campi, che toccò di breve

Argenteo spruzzo un nembo mattutino,

Già del seguace arcobalen risplende

La settemplice zona. Iddio la stese

Simbol di pace sulla via de’ cieli;

Onde, al suo comparir, l’orrida torma

Delle nubi si frange, e per la china

Del lontano orizzonte in fuga è volta,

Siccome oste cui l’urto onnipossente

Di non previso assalitor percosse.

Ma non ride il colono, innanzi a questa

Pace degli elementi. Ei le contrite

Sotto la vampa dell’assiduo sole

Aride glebe doloroso guata,

Poi, volgendosi al cielo, ove il dipinge

De’ suoi sette color di luce un raggio,

Con un lungo sospir, «troppo» gli dice,

«Troppo ratto venisti, arcobaleno!...»

Scorati, avviliti dalla pace di Villafranca, ripassammo il Mincio.

Io, dopo una fermata di qualche settimana a Brescia, ebbi modo di

ritornarmene a casa in licenza. E ripassai da Milano. Ahimè! la città

era piena di vita; ma niente fiori, per noi, niente corone, niente

applausi, niente sorrisi. Sempre ben veduti e festeggiati i nostri

compagni dai pantaloni rossi; lo meritavano del resto, e pel valore

e per la grazia ond’erano esemplari; ma noi, poveracci, neanche ci

guardavano; ci sembrava d’esser tollerati, come i cani in chiesa.

Certo, non eravamo belli a vedere; ma più ancora che cani, dovevamo

parere un po’ orsi. Ah, bene! pensai. Andrò a rifarmi la bocca

con una visita a Don Alessandro. M’avevano detto che era a Milano;

quattro salti, adunque, e capitavo in piazza Belgioioso. L’autore

dell’«Adelchi», seguitavo a pensare, mi accoglierà con affetto paterno,

egli che mostrò di non amare nè i Longobardi nè i Franchi. Andiamo,

sarà una festa dell’animo. Di che temere? Non valgo oggi più di due

mesi fa, quando non avevo ancora ricevuto il battesimo del fuoco?

Il ragionamento filava dritto, come le mie gambe fino alla piazza

Belgioioso. Ma laggiù mi fermai; un altro intoppo mi trattenne. Un mese

prima, di là dal Mincio, il furiere mi aveva mandato a comperare una

misura d’olio a Lazise. L’orciuolo era guasto; ne trapelava il liquido

da un piccolo buco, e m’ero fatto, senza avvedermene, una bella macchia

d’olio sulla falda del cappotto. Me ne avvidi dopo l’armistizio, alla

prima rivista; o, per dire più esattamente la cosa, me ne aveva fatto

avvedere con una ramanzina il tenente Parodi. Avevo lavata la falda

contaminata, nell’acqua del Mincio, ma invano; quantunque ci logorassi

un pezzo di sapone, la macchia traditora era comparsa da capo. Non ci

avevo fatto attenzione in campagna: me n’ero dato pensiero a Milano; in

piazza Belgioioso me n’ero spaventato senz’altro. Potevo io presentarmi

così infrittellato ad Alessandro Manzoni? No, niente visita, e fronte

indietro da capo.

Cinque anni dopo tornai a Milano; e mi additarono il Manzoni per via.

Mi balzò il cuore; seguitai un tratto quel vecchio un po’ curvo, che

andava a passettini svelti lungo la corsìa del Giardino; ma non osai

passargli avanti e dargli noia con una impertinente guardata in faccia.

Così restai, senza averlo veduto altrimenti che per le spalle. Quella

volta avevo anche un grave negozio per le mani, e le ore contate: non

era tempo da visite.

Più tardi ancora, intorno al ’70, trovandomi ancora a Milano, un amico

che bazzicava in casa di Don Alessandro, mi disse:

— È un grand’uomo cortese; vi riceverà benissimo; andateci.

— A che fare? — risposi. — Allora che ne sentivo il desiderio così

vivo, ero un soldatino; gli avrei portato, se non altro, un po’ di

quella poesia che era in tutti noi, accorsi sotto «la santa vittrice

bandiera» da ogni regione d’Italia. Che cosa gli porterei ora? Il

diavolo porti me, s’io so «hic et nunc» che cosa potrei portargli, e

che gli facesse piacere. No, no, niente visita, e lasciamolo tranquillo

nella sua gloria. È una cosa fredda, la gloria; ma non l’ho fatta io.

So, dopo tutto, che ce n’è un’altra, più fredda ancora e più uggiosa,

la noia: e questa, che sarebbe in poter mio di cagionare alla gente, è

sempre in poter mio di risparmiarla a un grand’uomo. —

Così mi trattenni; così restai, poichè voglio dir tutto, a crogiolarmi

lì tra i fondacci d’una strana viltà.

Musicista e poeta.

Erano amici, amicissimi; l’uno musicista, e l’altro poeta. L’uno e

l’altro lasciarono poco di scritto, sebbene avessero ingegno da far

molto, e vena e dottrina più di tanti che so io. Li vinse, li trattenne

fra i dolci amplessi e le molli lusinghe la beata pigrizia? o non

ebbero i tempi propizi alle meditazioni feconde, ai nobili ardimenti,

alle belle volate? Non so, e non voglio cercare. Il primo ebbe discreto

nome in gioventù per alcuni pezzi di musica sacra, rimasti sepolti a

Genova nella cantorìa di Sant’Ambrogio, e maggior grido in tutta Italia

per un valzer cantabile, ristampato più volte. Del secondo si citano

tre drammi lirici, ed io rammento una coppia di versi senarii, dodici

sillabe in tutto.

Metto insieme i due personaggi, poichè, oltre il fatto dell’essere

amici, nella cronaca genovese di venti e trent’anni fa andavano sempre

appaiati in qualche grazioso aneddoto, e amavano di farsi a vicenda

delle piacevolissime burlette; per esempio il chiapparello dell’invito

a pranzo, in cui or l’uno or l’altro cascava, dando materia di riso

alle brigate.

Il poeta faceva i suoi pasti all’«Ussero», una vecchia trattoria, oggi

sparita, nel vicoletto che dalla piazza delle Vigne mette in via degli

Orefici. Sentendone decantar la cucina, il musicista si era lasciato

invitare dal poeta; il quale, col pretesto delle porzioni abbondanti,

ordinò il suo solito pranzo, per giunta abolendo la minestra, come

una inutile risciacquatura di stomaco; e tre pietanze, il dolce e il

formaggio spartì fraternamente coll’amico. Questi, che aveva sperato di

pranzare «in Apolline», la fece per quel giorno magrissima.

— Che ti pare? — gli disse il poeta, com’ebbero finito. — Non abbiamo

assaggiato di più cose, con questo metodo, e non siamo stati benissimo?

— A quel dio! — rispose il musicista, inarcando le ciglia ed

allungando le labbra. — Ma se tu fai conto di pigliarmici un’altra

volta!... —

Un giorno il musicista invitò a pranzo il poeta. L’appuntamento era

per le cinque, sotto l’orologio del teatro Carlo Felice; di quel teatro

dove l’uno era professore nella famosa orchestra diretta dal Mariani,

dal divino Mariani, e l’altro aveva ufficio di poeta; un ufficio

nel quale non faceva niente, e per il quale gli davano altrettanto,

coll’aggiunta dell’ingresso in palcoscenico e il diritto di offrir

le pasticche al corpo di ballo. Giunto al ritrovo, il poeta trovò il

musicista, più che puntuale, che lo stava aspettando. Si fecero quattro

passi su e giù; se ne fecero quaranta; se ne fecero quattrocento,

davanti al teatro, discorrendo di cento cose; e in questi discorsi, e

in questi andirivieni, passò una mezz’ora.

— Capisco; — disse il poeta tra sè. — Per andare a tavola è

forse troppo presto, e un po’ d’aria con un po’ di moto aguzzerà

l’appetito. —

E passeggiavano sempre; passeggiarono tanto, che l’orologio del teatro

suonò le sei. Ma il musicista non se ne diè per inteso: seguitava a

passeggiare, a discorrere.

— Aspetti qualcheduno? — gli chiese il poeta.

— Sì, per l’appunto; — rispose quell’altro.

Aspetta, aspetta, suonarono le sei e mezzo. Il poeta non ne poteva più

dall’inedia.

— Ma si può sapere chi aspetti? — domandò.

— Vuoi saperlo?

— Se ti piace di dirmelo.... poichè tanto abbiamo da ritrovarci

insieme....

— Certo; — rispose il musicista. — È un personaggio senza del quale non

si andrà a tavola. Aspetto uno che, com’io ho invitato te, c’inviti a

pranzo tutt’e due. —

Ma è tempo che si facciano i nomi. L’accenno al suo valzer, che si

canta ancora come aria di bravura dalle prime donne d’antica scuola,

vi avrà lasciato indovinare quello del musicista: il maestro Luigi

Venzano. Era un omino tutto pelle e ossa, gentile d’aspetto, con un

profilo che ricordava quello di Dante, dipinto a fresco da Giotto,

in Firenze, nella cappella del Podestà. S’intende che bisognava tener

conto degli anni, e dei danni che essi arrecano alle facce dei miseri

mortali. I capelli erano pochi, neri, lucidi, ravviati in due cernecchi

che venivano innanzi a carezzare i rosei pomelli delle guance: due

baffettini neri neri, ma radi radi, gli ombreggiavano appena il labbro

superiore. Luigi Venzano odiava i peli bianchi, e siccome odiava

parimente le tinture, usava alla sua eterna giovinezza il cortese

artifizio di strappare i peli bianchi via via che apparivano. Per

tal modo i baffettini si andavano facendo più scarsi. Non era alto di

statura, e aveva leggermente voltate ad arco le gambe, su cui camminava

alquanto piegato nella vita. Abuso di violoncello, diceva lui. Infatti,

era professore di violoncello al civico Istituto di Musica, e suonava

magistralmente il suo patetico istrumento, così nell’orchestra del

Carlo Felice come nella cantorìa di Sant’Ambrogio, avendo fama per la

sua bella cavata, quanta ne aveva per il suo valzer cantabile.

Ben voluto da tutti, era ricercato nella miglior società, dove portava

la sua personcina eternamente giovane. Ma nella sua vera gioventù era

stato sul punto di prender moglie, essendosi innamorato a buono. La

ragazza era bella; il padre, senza, esser ricco, aveva abbastanza del

suo per non far nulla e per assegnarle una dote, in attesa del resto

che non le sarebbe mancato, essendo figlia unica. Quel babbo non volle

saperne di Luigi Venzano, maestrino di musica, già noto per qualche

graziosa composizione, ma ancora e più per certe sue scappatelle.

Direttore d’orchestra del Carlo Felice era allora il maestro Serra, che

morì ottuagenario poco dopo il 1860. Il maestro Serra, per fortuna, era

amico del babbo tiranno.

— Gli parlo io, non dubitare; — disse il vecchio maestro al suo giovane

violoncello. — È un brav’uomo, mi vuol bene, mi sentirà; te lo cambio

da così a così. —

E faceva l’atto, con la mano, di rivoltare una cosa, come fosse una

frittata. Luigi Venzano credette d’impazzir dalla gioia.

Il maestro Serra andò dall’amico quel medesimo giorno, e parlò,

fu eloquente nel tesser le lodi del giovane. Sì, buon Dio, qualche

ragazzata; ma chi non ne ha fatte, a vent’anni? Del resto, un buon

figliuolo, onesto nell’anima, di cuore eccellente; d’ingegno, poi,

d’ingegno ne aveva a bizzeffe. Non era ancora abbastanza conosciuto;

ma, infine, era un artista nato, aveva buona volontà, si sarebbe fatto

un nome e uno stato.

Il vecchio ascoltava; si sentiva scosso; ma voleva arrendersi a modo

suo, con l’onore delle armi.

— Sì, tutto bene; — rispose. — Ciò vuol dire che se voi aveste una

figliuola, gliela dareste?

— Io! — gridò sconcertato il maestro Serra. — neanche per sogno. —

Così avvenne che Luigi Venzano rimanesse scapolo fino al 21 gennaio

1878, il giorno e l’anno della sua morte.

Gaio, gentile e sempre giovane Venzano, ho già ricordato il tuo valzer

cantabile, dedicato «in pectore» ad una gentile artista, Elisa Gassier,

che ne fu la prima e valentissima interpetre sulla scena del Carlo

Felice. Questo valzer ha avuto una coda, e questa coda non dev’essere

perduta per le nuove generazioni. Ma innanzi di parlarne, bisognerà

mettere in scena il poeta.

Domenico Bancalari, di Chiavari, dove era nato nel 1808 e dove aveva

fatto ottimi studi letterarii, era venuto assai giovane a metter dimora

a Genova, seguendo così il vecchio costume di tanti suoi conterranei.

Lontani diciotto miglia a levante dalla metropoli, i Chiavaresi si

sentono assai più genovesi degli abitanti di Cogoleto, che ne sono

distanti assai meno, a ponente. Il fatto morale ha la sua ragione

storica evidentissima nella stessa fondazione di Chiavari per opera

della Repubblica Genovese; laonde la vita di Chiavari, dal 1167 in poi,

s’intreccia talmente con quella di Genova che noi vediamo nel corso

di sette secoli intere famiglie tramutarsi dall’una all’altra città,

andando e venendo, a guisa di spole: in mano al tessitore divino,

bisognerebbe soggiungere, per far la metafora compiuta.

Ma i Chiavaresi, ordinariamente, portano a Genova un tributo di

operosità marinara e commerciale, Domenico Bancalari non portava altro

con sè che un tributo di attitudini poetiche: magra scorta davvero,

per venirci a fare fortuna. Ci fosse stata almeno la speranza della

gloria! Ci sono anime ingenue che sanno contentarsene. Ma i tempi di

Domenico Bancalari non erano da felici ardimenti, neanche in poesia;

ed egli giungeva col suo bagaglio poetico a Genova, quando ne scappava

Felice Romani col suo. Al nostro vecchio amico fu già grande fortuna

poter dimostrare il proprio ingegno in un dramma lirico, «Virginia»,

musicato, se ben ricordo, dal Nini. La «Virginia» non gli fruttò

quattrini; ebbe per effetto di accostarlo al teatro Carlo Felice,

ov’ebbe titolo di «poeta». Era il caso più che mai, di scrivere

per la scena lirica italiana. Infatti, seguì con un «Hernani», che,

posto in musica dal Mazzuccato, non ebbe fortuna, e un «Malek Adel»,

vestito di note da un musicista dilettante, il principe Poniatowski.

Il Bancalari meditò poscia un «Cromwell»; ma il suo melodramma,

trattato con una larghezza di colorito onde aveva l’esempio nel

dramma omonimo di Vittor Hugo, restò in mente del poeta, se pure non

è più esatto il dire che restò _in mente Dei_. Il poeta si era dato

in quel mezzo all’insegnamento, e al più penoso degli insegnamenti,

che è l’insegnamento privato. Penoso per la materialità della

cosa, s’intende, e per averne egli soverchiamente occupato l’orario

quotidiano: nel fatto egli aveva conforto dalla scolaresca più graziosa

che si potesse immaginare. Le belle Genovesi, che furono giovinette

tra il ’40 e il ’78, e che non andarono in conservatorio a farsi

inghebbiare la dolce arte del dire dalle monache, sono state quasi

tutte scolare di Domenico Bancalari, per la storia, la lingua, e la

letteratura italiana.

Ed egli meritò la fiducia delle famiglie, candido dell’animo e dei

costumi, garbato nel discorrere, misurato nei modi, serenamente

amorevole, pieno di dottrina non pedantesca, dotato di finissimo gusto

in ogni cosa. Era curioso il suo modo di esercitare le alunne alla

composizione italiana. Tutte le mattine, uscendo dal suo quartierino

di piazza delle Erbe, pagava il suo tributo alla politica, comperando

un giornale. Leggiucchiava camminando: giunto alla prima stazione del

suo quotidiano viaggio didattico, metteva il giornale sotto gli occhi

alla gentile alunna, facendole leggere ad alta voce un articolo di

fondo, una corrispondenza politica, una notizia cittadina, una cronaca

d’arte, quel che gli capitava, o che per certe ragioni gli aveva fatto

più senso. L’alunna doveva leggere a garbo, magari correggendo gli

errori di stampa, ed anche quelli di interpunzione, che non erano

tutti da imputarsi ai tipografi: doveva pronunziare italianamente,

levandosi via via i difetti della pronunzia dialettale, dar con le

pause, con le spinte di voce, con l’accento vibrato o dimesso, i giusti

coloriti al discorso. Inoltre, e sopra tutto, doveva trovare in che

punti lo scrittore avesse errato nelle proprietà della lingua, nella

purità dei vocaboli e nella sincerità delle locuzioni, nel gusto delle

frasi, nella proporzione dei periodi, nell’equilibrio delle parti;

dove avesse detto troppo, dove troppo poco, e dove, anche in molte

parole, un bel niente. Il professore, come potete immaginare, guidava

lui questa diligente ricerca del pel nell’uovo, uscendo qua e là in

certe sue volate di storia antica e moderna, d’arte, di scienza, d’usi

e costumi, e di tutto ciò che gli paresse opportuno. E qualche cosa di

tante lezioni svariate restava naturalmente nella memoria dell’alunna,

a cui spesso pareva di aver trovato lei stessa ogni cosa; e questo

era certamente il maggior frutto di un simile insegnamento. Ma il

giornalista, poveraccio, era fatto il più delle volte a pezzetti.

La cosa dev’essere capitata anche a me; tante volte mi son sentito

fischiare gli orecchi!

— Ti ho pagato il tributo! — mi gridava egli qualche mattina, da un

marciapiede all’altro della strada, agitando comicamente in aria il

giornale scritto da me.

Povero amico! lo vedo ancora, amante del grigio nei calzoni, del

bianco nella sottoveste, del lionato chiaro nel soprabito, colori

che si confacevano alla tinta dei capelli tra il biondo antico e il

bianco moderno, irremissibilmente tagliati fino alla cotenna. Era di

bella statura, non regolare di lineamenti, ma piacente di aspetto, con

quella sua faccia socratica, vivacissimi gli occhietti grigi sotto le

sopracciglia foltissime, bianco rosata la carnagione, alta la fronte e

nocchiuta, prominenti gli zigomi, un po’ ristrette le guance ai lati

della bocca, che appariva assai bella per la candidezza dei denti e

il vermiglio tenero delle labbra carnose, tra due baffettini ancora

timidamente biondeggianti e una barbettina corta, ristretta alla curva

del mento. Gaio compagnone, ma senza follìe, come si conveniva alla

età matura, pronto alla celia, facile al garbato epigramma e disposto

a gradirlo anche quando fosse rivolto contro di lui, era di tutte

le feste, di tutte le scampagnate; amava la compagnia dei giovani, e

per la freschezza dei sentimenti, per la giocondità delle idee, per

l’amabilità del discorso, pareva sempre tra questi il più giovane.

La mia amicizia con lui aveva avuto uno strano principio. Ci

conoscevamo da un pezzo, per la frequentazione costante al teatro di

musica, per la comune amicizia con Angelo Mariani; e ci salutavamo,

barattavamo all’occorrenza qualche frase, ma senza intimità, e ci

davamo del lei. Avvenne che io perpetrassi un delitto letterario, un

sonetto, per la serata di una prima donna; l’unico, se la memoria non

mi tradisce, certamente l’ultimo della mia vita. La prima donna era

giovane, brava e promettente; ma credo che non abbia fatto carriera,

perchè dopo uno o due anni non ne ho più sentito parlare. Bellissima

com’era, mutò certamente la cara libertà del palcoscenico con una più

cara servitù matrimoniale; viva la faccia sua, e siano stati figli

maschi, com’è da augurare a tutte le donne belle, per il miglioramento

della razza italiana. La diva era venuta a Genova con parecchie

commendatizie, una fra l’altre per me. Avevo fatta la mia visita,

e conosciuta in lei una rispettabilissima persona; l’avevo presto

ammirata in due spartiti vecchi e in uno spartito nuovo, opera di un

amico mio, che ebbe il torto di addormentarsi poi sugli allori. Tutti

questi erano stati per me motivi sufficienti a delinquere. Il sonetto,

debitamente stampato e distribuito in teatro col solito volo dei

foglietti dalla piccionaia, aveva questa chiusa:

«o ben nomata

Angelica nel canto e nel sorriso».

Non rammento altro, dei miei quattordici versi; ma rammento benissimo

che non avevo firmato, stampando, e che non avevo creduto necessario

di vantarmi dell’opera mia presso la gentile artista. Il Bancalari,

poeta del teatro, fu creduto a bella prima l’autore, e ricevette quella

medesima sera i ringraziamenti della diva. Lì per lì, non avendo

ancor visto il sonetto, non aveva capito, nè saputo che rispondere;

poi, letto il foglio, era rimasto più impacciato che mai, non osando

correr da lei per dirle: badate che io non ci ho colpa. Lo disse,

veramente, qualche giorno più tardi; ma per allora, fortemente turbato,

sospettando che fossi stato io l’autore dei versi, era venuto da me per

raccontarmi ogni cosa e scusarsi di non aver saputo chiarir subito la

faccenda, di non aver dato a Cesare....

— Quel che è di Giulio! — diss’io, interrompendolo. — Senta, anzi,

senti; poichè questo segreto ci fa complici, potremo darci del tu. Ho

riletto il mio sonetto a mente fredda. È una birbonata, e tu certamente

non puoi esser contento che si attribuisca a te. Quanto a me, son ben

felice che non si sappia chi ha scritto quei versi. Così potessi esser

io l’autore dei tuoi!

— Quali? — esclamò, rizzando la testa e spalancando gli occhietti grigi.

— «Elisa....» — incominciai. — «Elisa, ricorda....» —

Fece l’atto di dar nelle furie; ma si trattenne tosto; finì anzi con

ridere.

— Anche tu! — diss’egli. — Anche tu li sai?

— E chi non li sa, quei due versi maravigliosi? «Cui non dictus Hylas

puer et Latonia Delos?» —

Ecco la storia dei due versi di Domenico Bancalari. Questa si collega

all’altra del valzer cantabile di Luigi Venzano; ne è veramente la

coda, come ho già avuto l’onore di dirvi; e tralascio per lei di

finirvi un dialogo che può avere la sua importanza per me, ma non ne

avrebbe nessuna per voi.

La stagione invernale del 1849-50 volgeva al suo termine: ancora

un paio di settimane, ed Elisa Gassier, la vezzosa cantatrice,

sarebbe partita da Genova. Luigi Venzano, il cui valzer ella aveva

così deliziosamente cantato, voleva dimostrarle la sua gratitudine

scrivendo qualche cosa sull’albo di lei: una romanza, una barcarola,

un madrigale, od altro di somigliante, in cui potesse svolgere un

pensierino musicale, che avrebbe certamente trovato nella sua giovane

fantasia. Egli apparteneva ad una scuola artistica, per la quale

«Musica e poesia son due sorelle

Consolatrici delle afflitte genti»

e credeva che quelle due sorelle non dovessero andar mai scompagnate,

obbedendo in ciò al loro antico destino, che le aveva fatte nascere

ad un parto. Così, appena gli fu venuta l’idea di scrivere il suo

madrigale, od altro che fosse per riuscirgli, il maestro Venzano non

ebbe più pace: voleva i versi: gli occorreva il poeta.

Il poeta, per fortuna, lo aveva sotto la mano. Quella medesima sera

lo avrebbe trovato in teatro, andando alla prova dell’opera con cui

si chiudeva la stagione. Quando giunse in orchestra, vide infatti il

Bancalari, che si aggirava tra i crocchi del palcoscenico, distribuendo

le sue eterne pasticche. Anch’egli, il Venzano, lasciato il violoncello

ancor nella cassa, scavalcò lesto la ribalta e salì sul proscenio;

prese l’amico per un braccio, lo trasse in disparte, e con la sua aria

più misteriosa gli disse:

— Menico mio, tu dovresti farmi un piacere....

— Anche due, — rispose il poeta, — purchè si tratti di cosa che io

possa fare. Capirai che se fossero quattrini....

— Potrai certamente; — ripigliò il musicista, lasciando cadere un

discorso che sarebbe stato inutile proseguire. — Chiedo il piacere alla

tua fantasia di poeta.

— Ahi! si mette male; — disse l’altro, che a quell’uffizio era pigro. —

Sai che ci ho fatta la ruggine?

— Ti prego, non mi dir di no. Due versi per metterli in musica. —

E qui il musicista narrò partitamente all’amico qual fosse il suo

bisogno, a chi fosse destinato il componimento, e come fosse necessario

far presto.

Quell’altro non voleva saperne. Versi a lui, al poeta del teatro?

Era come domandargli mille lire in imprestito. Nicchiò, si provò a

ricusare, gridando di non voler essere seccato; e frattanto con gli

occhi smarriti andava guardandosi intorno, quasi cercando qualcheduno

che potesse e volesse liberarlo da quel passo difficile.

Ma il musicista incalzava. Si era messo tra lui ed ogni via di

salvezza; lo stringeva tra l’uscio e il muro, o per dire più

esattamente, tra la prima quinta di sinistra e il gran pilastro della

bocca d’opera. Il Venzano, finalmente, era un amico, il migliore

degli amici, e chiedeva per la prima volta un servizio al poeta. Ma

il bisogno dei versi era poi così urgente? Se almeno si fosse potuto

rimandar la faccenda al giorno seguente! No, no, quella sera, per

l’appunto quella sera. Il musicista era in vena; quella sera, appena

finita la prova, contava di andarsene difilato a casa, di mettersi al

piano, di trovare la melodia. Domenico Bancalari fece tutte le smorfie

di Proteo, il dio dei pesci, costretto a dare il suo responso al

disgraziato marito di Elena. Voleva guizzar di mano all’avversario; ma

non c’era verso; quell’altro lo teneva più stretto che mai.

— Ebbene, sia; — diss’egli, facendo di necessità virtù. — Infine,

capisco, l’amicizia ha i suoi diritti. Sarai contentato, barbaro uomo.

— Oh bravo! — gridò il musicista, levando le palme. — Credi che mi fai

proprio una grazia, e mi togli da un grande impiccio. A te, del resto,

che cosa costano due versi? Il tempo di scriverli.

— E di pensarli; — replicò il poeta, rabbruscandosi. — Credi proprio

che sia come aprire la bocca e lasciar correre il fiato? Ma sia, ho

promesso; ed eccomi a servirti, qui sui due piedi. —

Il musicista si allontanò, avendo ottenuta la promessa formale. Seduto

sul suo sgabello in orchestra, e voltandosi di tratto in tratto a

sbirciare con la coda dell’occhio di sopra la sua spalla sinistra,

poteva vedere il poeta a lavoro. Domenico Bancalari aveva cavato di

tasca il taccuino con la sua brava matita, e un po’ a capo basso,

un po’ con gli occhi in aria, come è dei poeti, quando alternano i

sorrisi dell’estro con le invocazioni alla Musa, cogliendo quelli al

varco in quattro segni di scritto e rinnovando queste ad ogni triste

pausa del soffio divino, faceva il debito suo, là, tra la prima quinta

di sinistra e il gran pilastro della bocca d’opera, sui due piedi,

come aveva promesso, anzi sopra un piede solo, poichè aveva posato

l’altro sul piano impagliato di una seggiola, per farsi scrivanìa del

ginocchio.

La prova era incominciata; andò avanti, ora alla svelta, ora a riprese,

come tutte le prove. Ad ogni pezzo, voltando la testa alla sua manca,

il maestro Venzano vedeva il poeta, sempre al medesimo posto, col

taccuino sul ginocchio, con la matita in pugno, alternare i suoi gesti,

veramente di significato un po’ dubbio, tra l’ispirazione e la stizza.

Si sa, non è sempre benigna la Musa, e non offre sempre facilmente la

rima ai poeti. La prova finì, come finiscono tutte le cose di questo

mondo; ed anche il poeta aveva finito, poichè, quando il musicista

ritornò sul palcoscenico, egli stava per appunto levando il taccuino

dal ginocchio e il piede dal piano impagliato della seggiola.

— Eccoti i due versi; — diss’egli, con accento burbero, quasi

ringhioso, porgendogli il foglietto, strappato allora allora dalle

carte del suo taccuino.

— Ah, bene! grazie! — rispose Luigi Venzano, dando una rifiatata di

contentezza.

E corse subito con gli occhi al foglietto che aveva preso tra mani; e

l’aria di giubilo che gli si era dipinta sul viso andò subito dispersa

in un gesto d’ingrata maraviglia.

— Soltanto due! — esclamò.

— Due, certamente; — disse il poeta. — Non me ne hai chiesti che due.

— Dicevo due; ma potevano esser quattro, sei, anche otto; — replicò

timidamente il musicista. — Un pensiero musicale ha bisogno di tutti i

suoi svolgimenti.

— E tu svolgilo, ripetendo i due versi. Quante volte non si è fatto

ciò, in musica!

— Capisco, sì, capisco. Si può andar molto lontano, con due versi.

Ma io mi aspettavo tutt’altro. Sei stato qui tre ore ritto impalato a

scriverli.

— «In tenui labor;» — replicò sentenzioso il poeta.

Il maestro Venzano, frattanto, accostatosi ai lumi della quinta che

l’impresario non aveva ancora pensato a far spengere, mise gli occhi

curiosi sul fresco parto dell’amico poeta. Ecco i versi, i due versi

maravigliosi che lesse:

«Elisa, ricorda

L’amico Venzano».

E nient’altro, Dei immortali, nient’altro.

— Bella roba! — gridò il musicista, stizzito. — A far questo ero buono

ancor io. —

Il poeta era di ottima pasta; ma, come tutti gli uomini di ottima

pasta, aveva i suoi momenti cattivi. Andò in collera, si rivoltò, come

voi, come me, se fossimo poeti, o serpenti, e qualcheduno ci pestasse

la coda.

— Vedi? — proruppe egli, con voce sibilante di sdegno. — Vedi che

non capisci niente? e quando te lo dice qualcheduno, non te ne vuoi

persuadere. Andate a far servizio alla gente!... alla gente che non

capisce! Già, sempre così; «A cui Natura non lo volle dire — Noi dirian

mille Rome e mille Ateni». —

L’altro seguitava a guardare il foglietto, e ripeteva a mezza voce,

torcendo anche un tantino la bocca:

«Elisa, ricorda

L’amico Venzano».

— Ignorante! — gridò il poeta inviperito. — Non sai neanche leggerli.

— Io? e come van letti, di grazia, perchè sembrino un’altra cosa?

— Tu l’hai detto: perchè sembrino un’altra cosa. E ci vuol poco, quel

poco che manca al tuo raziocinio. Dammi qua; — proseguì il poeta,

strappandogli il foglietto di mano. — Ecco in che modo van letti.

Un po’ d’anima, per bacco; una scintilla del fuoco sacro, che non

alligna nella tua testa di rapa. _Elisa!_... Questa, per tua norma

è un’apostrofe. Non sai che cosa sia, l’apostrofe? È una figura

rettorica, nobilissima figura, con la quale si rivolge il discorso a

cosa animata, o inanimata, che abbia lì per lì colpita la mente. Qui

è una cosa animata, è Elisa, Elisa a cui ti rivolgi, perchè essa ti

ha colpito, perchè vuoi essere inteso da lei, e le domandi ascolto.

L’apostrofe domanda, nella lettura, un accento gagliardo, d’invocazione

sopra tutto, ed anche, come ne è qui il caso, di passione rattenuta;

mettendoci tutta l’anima tua, _Eee.... lisa!_ E poi viene il _ricorda_;

dopo l’invocazione la domanda, ciò che tu speri, ciò che tu implori da

lei. Anche qui, dunque, un pochino di sentimento; _rii.... corda!_ Ma

chi deve ella ricordare? l’amico. E qui, fàtti modesto, per indicare

questo titolo che invecchi, per essere ricordato da lei. Questa

parola «_amico_» tu devi proferirla con un accento più tenue, che

vada smorzandosi, morendo nell’altra parola, nella parola finale:

«_Venzano_». —

Luigi Venzano stava ascoltando, ma niente persuaso da tutta quella

cicalata.

— Mi par sempre la medesima scioccheria; — osò dir egli, come l’altro

ebbe finito. — Dov’è il pensiero poetico che io ti domandavo? Questa è

prosa, finalmente.

— Prosa! lo dici tu, ignorantissimo uomo. Se fosse prosa, potresti

tu parlare alla signora in questa forma audacissima, dandole così

liberamente del tu? Diresti, m’immagino, press’a poco così: «Signora

Elisa, la prego, quando sarà lontana, di ricordarsi degli amici,

tra i quali io non sono certamente il meno devoto». Oppure: «Signora

Elisa, io spero che Lei, quando avrà lasciato la nostra città, voglia

ricordarsi qualche volta della mia modesta persona: non merito tanto,

lo so; ma infine, la sua squisita bontà....» E qui una dozzina delle

solite stupidaggini, di cui è fatta la prosa corrente. In poesia vai

più svelto, come vedi.

— E non le dico niente; — ribattè Luigi Venzano.

— Niente! e da capo! Quest’uomo è veramente diverso d’ogni costume.

C’è tutto, per tua norma, qui dentro; c’è tutto il necessario, non una

parola di meno, non una parola di più: il sommo dell’arte! Non dovrei

vantarmi da me; ma sei tu che mi tiri pei capelli. Infine, ragioniamo.

A chi ti volgi, col tuo pensiero musicale? A lei. Chi è lei? Elisa.

Inutile che tu soggiunga il casato della signora, poichè scrivi nel suo

albo, che non è quello di un’altra; ne convieni?

— Ne convengo.

— Dunque, dicevamo, _Elisa_. E non puoi dirle altro che Elisa; non puoi

metterle di costa il più magro degli epiteti, che sarebbe sempre una

libertà troppo grande, e ti farebbe passare per un fatuo, agli occhi

suoi e dell’universo mondo; me convieni?

— Ne convengo.

— Oh, santa pace! e allora ci siamo. Che cosa le domandi tu, ad Elisa?

Non già che ella ti ami. Queste cose si chiedono a voce, se mai, perchè

ti rida lei sul muso; non si mettono in carta, perchè ti ridano gli

altri alle spalle. Del resto, un cavaliere di garbo non domanda che

un pensiero. È già molto, sai? Ora, poichè ella parte, questo pensiero

è facilmente, naturalmente, un ricordo. Eccoti dunque giustificato il

«_ricorda_». Ma chi deve ella ricordare? L’innamorato?

— Eh via! chi ti ha detto che io ci abbia di queste intenzioni?

— Ho piacere che tu stesso lo intenda. Del resto, non si potrebbe

metter la parola in un albo, che può andare per tante mani. L’amico,

dunque, l’amico. Ed eccoti per l’appunto questa parola necessaria:

«_l’amico_». Ma chi è questo amico? Ce ne son tanti, di amici! Bisogna

dunque specificare. Specifichiamo l’amico. Luigi, lo capisco benissimo;

tu avresti voluto metter Luigi, ed anche con la sua brava dieresi:

Lüigi. Ma sai che sarebbe stata un’audacia singolare, un’audacia

strana, inaudita! In quella vece, il cognome, nient’altro che il

cognome. È usuale; è di buon genere; Venzano!

«Elisa, ricorda

L’amico Venzano».

C’è tutto; — conchiuse Domenico Bancalari con aria di trionfo; — non

una parola di più, non una di meno; il sommo dell’arte, come ho l’onore

di ripeterti, è sommo dell’arte. E tu dicevi che non c’è niente! Dillo

ancora se l’osi.

— Non l’oserò; — rispose rassegnato Luigi Venzano. — Ma ti giuro che

andrò a farmi fare due versi da un altro. —

Il poeta non ci vide più lume.

— E vacci, in tua malora, — gridò, — e trovalo, che ti faccia un

centone di frasi, in cui annegare il tuo pensierino musicale, povero

pulcino tisico, sgusciato per carità! Io potrò sempre dire col profeta:

«Curavimus Babylonem et non est sanata, derelinquamus eam». —

In quel punto si accostò un inserviente.

— Signori, se hanno finito, si spenge.

— Sì, spegni pure, abbiamo finito; — brontolò Luigi Venzano.

I due amici si avviarono all’uscio del palcoscenico, per infilare il

corridoio dei palchi di prima fila. Ma quella sera, usciti dal teatro,

non cenarono insieme. Domenico Bancalari svoltò da un canto, e Luigi

Venzano dall’altro.

Ritrovò questi il poeta che gli facesse il centone? Non ne ho

raccolto memoria. Per saperlo, bisognerebbe vedere nell’albo di Elisa.

Comunque sia, la eminente cantatrice partì da Genova, e uscì più tardi

dall’arte, ignorando quell’episodio della sua gloriosa carriera, e

come per lei, innocentissima causa, due vecchi amici restassero una

settimana imbronciati.

Poveri vecchi amici, andati via via dove andiamo tutti, a dormire

il gran sonno! Quante volte non lo abbiamo perduto insieme, il

sonno, facendo l’alba in un quartiere o nell’altro della città, per

accompagnare a casa or l’uno or l’altro di noi! E quante volte, o

Domenico Bancalari, o Luigi Venzano, non vi ho io tormentati con

la storia dei versi ad Elisa! Ma niente di male, in fin dei conti;

ridevate, e per un’ora almeno ridiventavate giovani anche voi.

C’è nei lieti ricordi evocati una gioia che trabocca dall’anima

dei ricordatori, per trasfondersi nell’anima di un’intiera brigata.

Io, quando mi trovo in compagnia di vecchi che amino ricordarsi e

raccontare, provo un gaudio estetico singolarissimo ad entrare nella

memoria loro, a stuzzicarla, come si fa col fuoco in un camino, per

vedere la gioconda fiammata di gioventù, che traluce dagli occhi,

colora le guance, anima il gesto e l’accento. Perfino le carni

riprendono il loro vigor giovanile, in questa specie di valle di

Giosafat, dove le rimembranze avvizzite son pronte a risorgere, senza

suono troppo fragoroso di trombe.

E ne stuzzicavamo, dei fuochi illanguiditi, nelle notti dopo lo

spettacolo, al secondo piano di quella trattoria del teatro Carlo

Felice, intorno ad una gran tavola che aveva la fortuna di parer sempre

troppo ristretta! Ci passarono tutti, là dentro, italiani e stranieri,

artisti, poeti, scrittori, uomini politici ed amministrativi,

soldati, mercanti e fannulloni emeriti, che sentivano il bisogno

di un’ora di espansione amichevole. Ce n’era uno, per verità, che

non voleva espandersi, ma concentrarsi: il povero Giuseppe Rota, il

famoso autore dei «Bianchi e Neri», del «Giocatore» e di tante altre

azioni coreografiche, rimaste nella memoria del mondo come vere opere

d’arte. «Amici, concentriamoci» era il suo grido. Angelo Mariani, il

musicista insigne, il celebrato direttore d’orchestra, ammetteva la

concentrazione, ma non voleva si dicesse «amici», parola secondo lui

abusata tra i popoli; pretendeva che si dicesse «amichi» perchè c’era

l’idea, ma rinnovata, rinfrescata, rinvigorita da qualche cosa di

più. Un’acca, sicuramente. E gli «amichi» in quelle ore ne trovavano

delle carine. Luigi Venzano, ad esempio, inventò il trionfo di Luigi

Saccomanno, dopo la serata di questo egregio cantante, che aveva creata

in Genova la parte di Mefistofele nel «Faust» del Gounod.

— Senti, — era andato a dirgli in camerino tra un atto e l’altro il

Venzano, — gli «amichi» non hanno voluto darti fiori, che son riserbati

alle prime donne; non allori, che stanno bene dai salumai; non bottoni

di brillanti, che stanno meglio nelle vetrine dei gioiellieri.

— Che! che! — gridò il Saccomanno. — La vostra «amichizia» mi basta.

— No, questo no, è troppo poco; — riprese il Venzano. — Ma che ne

diresti di una cena, preceduta dagli onori del trionfo?

— Vada per la cena; — disse il baritono. — Tanto la faccio ad ogni

modo, e sarà tanto di risparmiato: ma il trionfo.... Credi proprio che

io l’abbia meritato? Basta, fate voi altri.

— Vedrai, e ne sarai contento; — replicò il Venzano. — Finito lo

spettacolo, spògliati con tutto il tuo comodo; ti aspetteremo sotto il

pronao del teatro. —

Ecco ora in che consisteva il trionfo. Un trionfo presuppone un carro.

Luigi Venzano ne aveva adocchiato uno, nell’angolo della piazza,

tra il colonnato del Carlo Felice e i portici dell’Accademia. Quando

il Saccomanno, che era d’ultima scena, ebbe finito di spogliare le

maglie rosse e di levarsi dal viso l’impiastricciatura diabolica, il

teatro era sgombro da un pezzo, e sotto il pronào, partita l’ultima

carrozza, non c’erano che gli «amichi» adunati in attesa, col loro

carro, o, per dire più esattamente, con una certa carretta, che aveva

la cassa protetta da un coperchio a due imposte, come un uscio a due

battenti. Comparve il Saccomanno, vide lo strano arnese, riconobbe

una carretta da spazzaturai, rise e ci saltò dentro, fra gli evviva di

una trentina di «amichi». I quali, parte alla testa, parte ai fianchi,

parte alla coda della carretta, si diedero a tirare, ad accompagnare, a

spingere, gridando come ossessi, per via Carlo Felice e piazza Fontane

Amorose. C’erano degli uomini gravi, nella compagnia trionfale; farei

inorridire, se dicessi tutti i nomi; vi basti di sapere che erano

del numero certuni, i quali dovevano poi tirare, magari portandolo un

pochino sull’orlo dei fossi, il classico carro dello Stato.

— Viva il grande, il sommo, l’eccelso baritono, il divo Luigi

Saccomanno! — si andava gridando a squarciagola. — Onore

all’impareggiabile merito del maraviglioso artista che sotto le spoglie

di Mefistofele ha mandato in visibilio il rispettabile pubblico e

l’inclita guarnigione! —

E via di corsa, con gran fragore di ruote sul lastrico della strada;

ma tosto con un lungo codazzo di guardie della questura, che volevano

fermare il carro, e intanto, riconoscendo nella brigata alcuni

personaggi che il nastro verde od altra ragione rendeva sacri ai loro

occhi, si contentavano di seguire il cortèo trionfale, gridando: —

signor cavaliere, per carità! signor marchese, di grazia! la smettano;

lascino dormire in pace tanti buoni cittadini!

— Che pace! che dormire! — si rispondeva. — Quando c’è il merito,

bisogna riconoscerlo... ed onorarlo. Seguite anche voi, e gridate: «Io

triumphe»! —

E risate, frattanto, ed arringhe del trionfatore, che andava

traballando ad ogni scossa del veicolo. Come Dio volle, si finì la

gazzarra; il trionfo della carretta fu fermato sulla piazzetta della

Meridiana, davanti ai Telamoni del palazzo Verde.

Queste erano follìe. Ma quante belle conversazioni di musica, di

letteratura, d’arti figurative, di economia politica, di commercio,

d’industria, di nautica, perfino di astronomia! Ricordo una sera,

in cui Camillo Flamarion, allora in peregrinazione scientifica

per l’Italia, ci svolse la sua teorica della pluralità dei mondi

abitati. Domenico Bancalari mancava di rado a quelle feste dell’ore

«all’amicizia sacre» come le chiamava Tommaso Marchesani, il mio

indimenticabile compagno di passeggiate notturne. Domenico Bancalari

partecipava con l’anima a tutto, non riscaldandosi in nulla, sempre

sereno, garbato, ilare e fine. Ed anche aveva finito a compiacersi di

sentir ricordato l’albo di Elisa.

— Ma sì, — mi diceva, — non ti pare? Avevo detto tutto quel che

c’era da dine: Non una parola di più, non una di meno, è il sommo

dell’arte. —

Anch’io, senza sperar di raggiungere in ciò il sommo dell’arte, vorrei

non dir più del bisogno. Ma direi certamente di meno, se non ricordassi

che il mio povero amico mi ha ricordato nel suo testamento; l’unico

testamento, ahimè, in cui sarà stato scritto il mio nome.

Da qualche tempo non ci si ritrovava più che di rado. Con la morte

del Mariani, avvenuta nel 1873, la società degli «amichi» si era

quasi dispersa. Vedevo il mio Bancalari ad intervalli, ordinariamente

di mattina, andando egli a qualche lezione, ed io all’ufficio del

giornale. — Ti ho pagato il tributo! — mi gridava egli dall’opposto

marciapiede di via Sellai, o di via Carlo Felice, agitando il foglio

che aveva tra mani. — Grazie! tu sei la perla dei contribuenti; —

rispondevo. E ognuno di noi tirava dritto per la sua strada.

A mezzo il giugno del 1879 ammalò, ed io non seppi nulla. La malattia

fu breve. Il 21 giugno venne da me il commendatore Paolo Papa,

farmacista in piazza del Palazzo Ducale, egregio cittadino e mio

compagno d’armi.

— Il povero Bancalari, — mi diss’egli, con le lagrime agli occhi, — è

morto.

— Che? come?... — gridai.

Ed anche a me si velarono gli occhi. Domenico Bancalari era uno di

quegli amici che si possono materialmente trascurare per giorni e

settimane, senza che essi siano perciò meno presenti al nostro spirito,

o meno cari al nostro cuore.

— Sì, questa mattina; — mi rispose Paolo Papa. — Ed ecco il suo

testamento. —

Il testamento era breve; Domenico Bancalari lo aveva scritto di suo

pugno, in un foglietto di carta, a matita, come i due versi ad Elisa.

Lasciava poco, l’amico mio, perchè poco aveva messo da parte. Tra i

paragrafi del malinconico documento c’era questo, che risguardava la

mia povera persona:

«All’amico Anton Giulio Barrili lascio la Storia della Letteratura

Italiana di P. L. Ginguené, in dodici volumi. Credo che egli non

possieda quest’opera, perchè un giorno me ne ha chiesto un volume in

imprestito. La tenga, ad ogni modo, per ricordanza del suo vecchio

amico».

Quel medesimo giorno la Storia del Ginguené (versione Italiana del

Perotti, edizione milanese del 1825) venne ad arricchire la mia

libreria. Non erano dodici, i volumi, ma undici. C’era il terzo,

quello imprestato a me e da me restituito a suo tempo; mancava il

quinto, sicuramente imprestato ad altri e non ritornato al suo padrone

legittimo: onde l’opera mi rimane scompleta. Anche così, mi è cara;

nè, comunque parecchi volumi siano rotti, sbrendolati dall’uso, osai

farla rilegare, parendomi in quella veste primitiva di sentir meglio la

presenza di lui.

Bancalari, Venzano, inseparabili amici, siate uniti anche qui, nelle

mie rimembranze giovanili. Viveste buoni, modesti ed utili. Se i

fatti avessero consentito, avreste conseguita la fama. Le mie pagine

non potranno darvene punto. I pochi che mi leggeranno, sappiano che

meritavate di conseguirne moltissima; sappiano ancora che nessuno

ebbe a sentirsi offeso dal vostro orgoglio, oppresso dalla vostra

superiorità, schiacciato dalla vostra fortuna; sappiano infine che

foste anime nobili, che siete vissuti amando, lasciando intorno a

voi, nella generazione che vi conobbe, un dolce ricordo d’intelligente

bontà, un «incognito indistinto» di gentilezza, di virtù, di sorrisi.

Ciò forse val meglio che lasciare un nome nella storia.

L’amico Bastiano.

Ero a tavolino, scrivendo; con poca voglia, veramente, poichè dalla

finestra si vedeva un bel cielo sereno, e tutto invitava ad uscire.

Ma la necessità comandava; e la necessità, che fa l’uomo ladro, lo fa

qualche volta anche scrittore. Scrivevo, adunque; e già incominciavo a

rassegnarmi, a prenderci gusto, quando entrò la fantesca per dirmi:

— Signor padrone, c’è un signore che domanda di Lei.

— Oh Dio! — mormorai. — Gli hai dunque detto che c’ero?

— Scusi, mi ha detto che era un amico, un vecchio amico, e che

l’avrebbe incomodata soltanto per pochi minuti. —

Sospirai, rassegnandomi alla visita, come già m’ero rassegnato al

lavoro.

— Dov’è? — ripigliai.

— Nel salottino.

— Bene, ora vengo. Ma no, — soggiunsi, pentendomi subito. — Se è un

amico, puoi farlo entrar qua. —

E dentro di me soggiungevo:

— Non troverà una sedia libera, e capirà, vedendomi a tavolino, che non

posso esser seccato con lunghi discorsi. Perchè io li conosco, questi

messeri che hanno da incomodare soltanto per pochi minuti. Date loro un

dito e vi pigliano la mano; una mano, e vi pigliano il braccio. —

L’amico entrò. Non lo conoscevo neanche per prossimo. Era un signore

alto e grosso, dalle spalle quadre, con una gran faccia larga e

carnosa, senza peli alle labbra ed al mento, ma con due ventole lunghe

e nere come l’ebano, in mezzo alle quali si dilatava un bel naso, la

cui punta appariva filettata di vasi sanguigni. La fronte era bassa, ma

prendeva una certa dignità dal cranio nitido e lustro come una palla

di biliardo. Gli occhi erano piccini, ma lucenti di malizia, sotto

due sopracciglia folte, ispide e pronte alla difesa. Il personaggio

vestiva signorilmente, con eleganza forestiera, e portava bottoni

di brillanti al petto della camicia. Probabilmente ne aveva anche ai

polsini; a buon conto, ne osservai uno, senza volerlo, che luccicava al

quarto dito della mano destra; un solitario che così ad occhio e croce

poteva essere stimato a diecimila lire. S’intende che non ebbi modo

di far subito il conto; dovevo guardare in faccia il personaggio, e

guardandolo non venivo a capo d’indovinare chi fosse.

Mi alzai, facendo di necessità virtù, e levai tre grossi volumi di

sopra una seggiola, con intenzione di offrirgliela. Capirete, non si

può far tutto ciò che si pensa.

— Prego.... — dicevo frattanto. — In che posso servirla?

Quell’altro mi guardava sorridendo, e ad ogni tratto ammiccando,

socchiudendo gli occhi, spalancandoli, come se volesse vedermi

bene, contemplarmi in più modi. Ma quella mimica non poteva durare

eternamente; ed egli, come Dio volle, la smise.

— Sei tu, non è vero? — incominciò. — Ma sì, ma sì, sei mutato di poco.

Ingrassato, per altro!

— E tu, caro, non canzoni; — gli risposi io, abbastanza, seccato. — Sei

ingrassato tanto, che non ti riconosco affatto, e ti prego di dirmi il

tuo riverito nome.

— Non mi riconosci? — esclamò. — Egli non mi riconosce più! — proseguì,

come parlando ad un suo spirito interiore. — Vedete che cosa fa la

gloria. Ci ha i fumi alla testa, il nostro compagno di scuola. Ma

davvero, non ti ricordi più dell’amico Bastiano? —

Ci sono degli uomini che hanno di queste malinconie. Non li avete più

visti da quarant’anni; erano piccini allora, mingherlini, senza un

pelo sul viso; vi vengono davanti uomini fatti, strafatti, con tanto di

basette, senza capelli in testa, e pretendono in quell’ultimo figurino

li riconosciate «hic et nunc» per quelli di prima. Io, neanche al suo

nome, riconobbi il mio Bastiano: mi fu necessario un esame interiore,

una rassegna veloce, a ritroso, di tutte le fasi della mia adolescenza,

della mia puerizia. Ah, finalmente, c’ero; ritrovavo, quantunque

sbiadita, l’immagine dell’amico Bastiano. Ma erano passati mill’anni, a

dir poco, dal giorno che l’avevo perduto di vista. Un cosino alto così,

due soldini di cacio! Nondimeno, feci tutti i gesti di circostanza, e

con quella buona grazia che salva tutto, mi precipitai nelle braccia

che egli mi offriva spalancate.

Dato quel piccolo sfogo ai sensi dell’amicizia, feci sedere accanto a

me l’amico Bastiano.

— Qua, qua, vecchio compagno; — gli dissi, battendogli anche la mano

sulle ginocchia. — Ma chi poteva riconoscerti subito, dopo tanti anni,

nella spoglia dell’uomo maturo? E da dove, se è lecito?

— Da Parigi, da Berlino, da Vienna.

— Un bel giro! — Ma prima di Parigi?...

— Montevideo, Buenos-Aires, Rio de Janeiro.

— Bravo! vai sempre per triple?

— Aggiungi tre dozzine d’anni che manco dalla patria.

— Appena? — mi sfuggì detto. — Mi pareva che ci fossimo perduti di

vista da molto più tempo.

— Già, ti ricordi? Eravamo stati compagni ancora in grammatica, e poi

per due mesi di umanità. Io ho lasciato allora gli studi a mezz’anno.

I versi mi allegavano i denti. Quelle regole della.... come diavolo si

chiama quella storia.... per fare i versi in latino?

— La prosodìa, caro. Rammenti il primo precetto? «Vocalem breviant,

alia subeunte, Latini».

— Neanche quello. Non me n’è entrato in testa neppur uno. Che follìa,

del resto, voler dare una educazione eguale per tutti!

— Colpa dei tempi, amico Bastiano. A quei tempi non facevano scuola

che i frati; e gran mercè che una scuola ci fosse. Ora ci avresti da

scegliere. Ce n’è per tutti i gusti, in Italia; la scuola tecnica, per

esempio, dove il latino è proibito come le pistole corte.

— E mi sarei anche adattato al latino; — riprese l’amico Bastiano. — Ma

quando la testa non regge.... quando certe difficoltà non t’entrano,

che ci vuoi fare? Tu, invece.... Lo dicevo sempre, io, che saresti

diventato un pezzo grosso. Sempre il primo in iscuola.... Ma come ne

eri orgoglioso! confessalo, via.

— Se è per farti piacere, lo confesserò.

— Quanto a me, poveraccio, piantata lì la Regìa.... la Regìa....

— «Regia Parnassi, seu Palatium Musarum».

— Capisci che roba! — ripigliò con accento di comico terrore l’amico

Bastiano. — Così, lasciato lo studio, non avevo da scegliere che tra le

mezzine di mia madre e le doghe di mio padre. Ricorderai che mio padre

faceva il bottaio, nella Quarda inferiore, e mia madre teneva osteria a

dieci passi da lui. Non me ne vergogno, sai? E non mi sarei vergognato

allora, nè di fare il bottaio, nè di fare il tavoleggiante. In America,

dove sano andato, ne ho passate delle peggio. La vita è dura, pur

troppo; e più dura a chi deve cominciarla da sè.

— A chi lo dici? — esclamai.

— E tu, perbacco, anche tu ci avrai avuti i tuoi momenti difficili, non

è vero? La prima notizia che mi venne di te, a Montevideo, mi fece anzi

un po’ di pena.

— Che notizia?

— Che ti eri messo a scrivere nei giornali. Brutto mestiere, ho subito

detto tra me.

— Brutto no, ma da cani; — replicai. — Figùrati che ho incominciato

guadagnando cinquanta lire al mese.

— Se lo dicevo io! se lo dicevo! Ma fortunatamente ti sei liberato; sei

andato su su; sei volato; ti sei messo a scriver libri. E che libri,

in edizioni di lusso, da innamorare. Ne ho comprato uno a Parigi, dal

libraio della stazione dell’Est. Ah, vediamo un poco che cosa scrive

l’amico, ho detto tra me. Voltata la prima pagina, ho veduto benissimo.

«Opere dello stesso Autore». Mamma mia, quanta roba! ho contato fino a

quarantaquattro volumi.

— Aggiungine otto per il buon peso. Ne ho già pubblicati cinquantadue.

— Diavolo!

— Sì, meravigliati pure; cinquantadue. E fo conto di andare a cento.

— Niente di meno! Ma come fai, domando io, come fai a scriver tanto?

— Scrivendo, caro amico, scrivendo. È una infermità: i medici la

chiamano grafomanìa; ed io la porterò fino alla fossa. Non mi pesa,

del resto; anzi ti dirò che mi fa buon giuoco. Quando sono qui dentro

a lavorare, non vedo quello che gli altri fanno, ed è già tanto di

guadagnato. Ti capacita?

— Capisco che vuoi scherzare. Ma sai che è una bella costanza, la tua?

Già, quando si è tanto studiato da ragazzo!... Io, pur troppo, son

rimasto un asino.

— Eh via!

— Sì, ti dico, un asino calzato e vestito. Lo scrivere mi ha sempre

scorticate le dita. Con te, che alle scuole mi hai fatto tante volte

il «lavoro» non devo e non voglio aver segreti. Figùrati che per la

mia corrispondenza d’affari ancor oggi ho bisogno d’un segretario.

Quanto alle lettere di complimento, c’è mia moglie che se ne incarica.

Disgraziatamente non sa altro che spagnuolo e francese. Per questa

ragione, caro mio, non ho mai scritto in patria agli amici.

— Non scriverai; — gli dissi. — Ma leggi, se non altro.

— Che! vorrei potere. Ma anche qui, non c’è verso: prendo un libro in

mano colla migliore intenzione del mondo; uno dei tuoi, per esempio;

leggo una pagina, e sbadiglio....

— Grazie della sincerità; non ne hanno neppur tanta i miei critici.

— Oh, non dico per te: mi accade lo stesso per tutti. Alla prima pagina

sbadiglio, alla seconda m’addormento. E me ne dispero, sai? ma è più

forte di me. Credo che sia una malattia, come la tua che mi dicevi

poc’anzi. Ma non sarà così di mio figlio. Ne ho da fare uno scienziato,

ne ho da fare; specie se tu vorrai darmi un consiglio. Anche per questo

son venuto da te. Ma a proposito, e tu, quanti ne hai?

— Niente figliuoli, mio caro.

— Ammogliato, almeno?

— Niente moglie, e ne ringrazio il cielo; perchè se l’avessi presa, ci

sarebbero su questo pianeta due infelici di più. Il matrimonio, amico

Bastiano, è fatto pei ricchi, o pei poveri in canna. Hai capito, ora?

Ma lasciamo questi discorsi. Come l’hai fatta tu, in America?

— Ti ho detto che ne ho vedute di tutti i colori. Da principio

sguattero d’osteria, poi soldato, disertore, _saladero_, minatore,

_almacinero_, di tutto un po’, salvo il briccone. In capo a cinque

anni la mia sorte cangiò; riuscii a mettere insieme un migliaio di

patagoni. Era il difficile. Con quelli, entrai compagno d’un accorto

connazionale; s’impiantò una _pulperìa_, che rimase poi a me tutta

intiera. Vendevo di tutto, vino, olio, formaggio, salumi, cerini,

refe, bottoni, calze, camicie, abiti fatti, stoviglie, tabacco, lucido

da scarpe, penne, inchiostro, carta da scrivere, e via discorrendo.

Così ho lavorato dieci anni; prosperando il commercio, ho messo di

costa una somma discreta, con la quale mi sono buttato negli affari,

comprando terreni, vendendone, e da ultimo facendo il banchiere. Così

in venticinque anni di lavoro mentale (ridi, eh?) son venuto in capo di

mettere insieme.... indovina un po’ quello che ho guadagnato?

— Cinquecento mila lire?

— Avanti!

— Ottocento mila?

— Avanti ancora!

— Caro, nei grandi numeri mi ci trovo male. Dimmi tu quello che porti

in Europa.

— Eh, non porto mica tutto; — rispose l’amico Bastiano, traendo un

sospiro. — Ci ho i terreni di Buenos-Aires, che ora non si vendono;

e ne ho per due milioni al sole. Un milione l’ho poi alla Banca

Argentina; ma per ora non mi conviene di ritirarlo.

— Sicchè?

— Sicchè, devo contentarmi dei cinque che ho portati a salvamento; tre

alla Banca di Francia; due qui in Genova, tra la Banca Nazionale e la

Cassa di sconto.

— I miei complimenti. E tutto ciò senza scrivere!

— Oh, per questo, che necessità? Gli affari non domandano mica di

sapere il latino, e di conoscere la prosodìa.

— Dici benissimo, amico Bastiano: e Dio benedica tutti coloro che non

l’hanno studiata.

— Ma sì! ma sì! — conchiuse l’amico Bastiano, ridendo a crepapelle.

— Ora veniamo a noi. Con tutto quello che possiedo non ho ragione di

chiamarmi contento. Ti parrà strano, ma è così; non sono contento,

e non è contenta neanche la mia signora. C’è quel nostro figliuolo!

unico, bada, unico! Figùrati che s’è messo in testa di rimanere un

asino come suo padre. In America, passi; non c’era un collegio adatto.

Laggiù, quando si è ricchi e si hanno figliuoli, si mandano a studiare

in Europa. Andiamo in Europa, diss’io; lo metteremo a studiare in un

buon collegio, e ne faranno un dottore, come vuole sua madre. Siamo

venuti in Europa: mia moglie voleva passare una stagione a Parigi, e

fu quella una buona occasione per collocarlo in una pensione laggiù,

restandogli vicini, per invigilarlo un poco. Ma s’è dovuto levarlo di

là, dove non imparava nulla, e dove, dopo tutto, lui, figlio di padre

italiano, non era neanche conveniente che facesse gli studi classici.

Dico bene? Si venne in Italia: si collocò il ragazzo a Torino, in quel

Collegio Internazionale, che ha buona fama anche laggiù in America.

Orbene? Non passa un mese, e a Berlino, dov’ero andato con la mia

signora, ricevo una lettera che mi dice: «Caro signor Bastiano, il

vostro signor figliuolo non vuol saperne di studio; è un refrattario;

potete venire a riprenderlo». Immagina il dispiacere di mia moglie.

Si scende a Torino, si ripiglia il ragazzo, e si porta a Vienna, per

vedere di ammansarlo, di persuaderlo durante il viaggio. Pare pentito;

dice che studierà; ma dice ancora che di collegio non vuol saperne

a nessun patto. Bisognerebbe che qualche persona dotta lo prendesse

con sè, per fargli da maestro e da padre. Non si baderà a spese, mi

capisci? Ci vada quel che deve andarci; purchè se ne ottenga qualche

cosa, purchè non rimanga un ignorante, e non faccia arrossire sua

madre. Quanto a me, ci avrei fatto il callo; — soggiunse modestamente

l’amico Bastiano. — Or dunque, eccoti qua il caso nostro. Siamo venuti

a Genova, ed alloggiamo all’«Hôtel du Parc». Vieni a colazione da noi,

«es regular». Ti presenterò a mia moglie. Le ho parlato tante volte

di te! È una donna superiore. È anzi lei stessa che mi ha detto: va da

quel tuo compagno d’infanzia; egli potrà darti un consiglio. Capirai;

vorremmo che studiasse bene, poichè finalmente si decide ad entrare

in una pensione. Non oso dire a te.... Nella tua alta posizione,

certamente.... —

Io lasciai passare le due sospensioni senza fiatare, come in

una giornata di vento il pellegrino lascia passare due raffiche,

continuando a capo chino la sua strada.

— Ma tu, almeno, conoscerai, saprai quel che occorre al nostro bisogno.

Vedrai, del resto, il ragazzo: non è cattivo, dopo tutto; è solamente

un po’ sventato. Con la tua eloquenza, col tuo esempio, son certo che

si persuaderà. Una buona paternale che tu gli faccia....

— Vuoi un parere? — interruppi.

— Ero venuto per questo.

— Ebbene, fa una cosa. Lascia stare la mia eloquenza, che non c’è;

metti da banda il mio esempio, che non serve; prendi il tuo rampollo a

quattr’occhi, e parlagli fuori dei denti, così: «Ah, non vuoi studiare,

assassino? Ebbene, ti metterò nel commercio; là non ne avrai bisogno;

guadagnerai, cane, guadagnerai quattrini a palate. Andrai magari in

America, come c’è andato tuo padre; farai tutti i mestieri, combatterai

onestamente ma virilmente le battaglie della vita; giungerai alla

fortuna, prenderai moglie, avrai figliuoli anche tu; e se non

vorranno studiare, se il latino allegherà loro i denti, se lo scrivere

scorticherà loro le dita, andrai per consiglio da un amico, anche tu.

Intanto si passa il tempo, ed una occupazione val l’altra». Perchè,

vedi, amico Bastiano. Tu hai tre milioni in America e cinque in Europa.

Io ne ho più di te, ma tutti in testa. Faresti a barattare? Io credo

di no. Se tu avessi studiato come me, amico Bastiano, saresti l’autore

di cinquantadue volumi, da far dormire cinquantadue generazioni di

altri Bastiani; saresti un dottore, e tutto quell’altro che ti parrà

di vedere in me; ma saresti anche un bello scampolo di disperato. Non

hai voluto studiare, per tua fortuna; e torni da Parigi, da Berlino, da

Vienna, potendo anche rimetterti in cammino, e andare a Pietroburgo, a

Mosca, a Stoccolma. Io, frattanto, non posso neanche venire a colazione

da te.

— O come? perchè?

— Perchè fra mezz’ora debbo prendere il tramvai, e andare a far

lezione, ad insegnare a trenta o quaranta giovanotti il poco che so; e

mi daranno in fin di mese novantasette lire e ventiquattro centesimi.

— _Diablo mundo!_ ma io non starei mezz’ora al mio banco, per quella

miseria.

— Vedi? tu l’hai detto: al mio banco. Ma il mio non è un banco, è

una cattedra! che ci vuoi fare? Amico Bastiano, questa è la vita, coi

suoi bravi contrasti. Diglielo, a tuo figlio, che non studii. Non c’è

bisogno di dottori in Italia; c’è bisogno di milionarii; e se amate il

vostro paese....

— Ma sì; tanto è vero che ci si torna.

— Orbene, se amate il vostro paese, arricchite. E al tuo figliuolo

raccomandagli di non logorarsi il cervello con gli studi classici.

Bella roba! avremmo in patria un disperato di più. Quando penso che

tanti babbi si accorano e tanto mamme si disperano, perchè i loro

figliuoli non vogliono studiare! Che pazzìa! che sciocchezza! Vedete

l’amico Bastiano, vorrei dire a tutti quanti; non voleva studiare,

neppur lui; piantò la «Regia Parnassi», il Porretti e il Mandosio;

andò a far le vitacce in America; n’è uscito sano, fresco come una

rosa, lucente come uno specchio, brillantato come lo Scià di Persia,

onest’uomo sempre, e milionario per giunta. Che cosa domandereste di

più, per i vostri rampolli? —

Rideva, l’amico Bastiano; non so poi se verde o pavonazzo, ma

certamente con gran rumore di fauci.

— Se tu almeno volessi far intendere queste cose a mia moglie! È lei,

che non si vuol persuadere. Ma tu non puoi neanche onorarci.... Hai da

montare in cattedra....

— Sì, caro; ma prima di tutto in tramvai. —

L’amico Bastiano si alzò finalmente. La visita era durata assai più dei

cinque minuti promessi. Ma era anche colpa mia, che avevo chiacchierato

tanto. Si alzò, dico, e mi offerse un sigaro, lungo, grosso, odoroso,

con la fascia argentata. Sorrisi, accettando, e misi il prezioso dono

sul mio tavolino.

— Non fumi? — domandò.

— Come un Mongibello; — risposi. — Ma questo lo terrò per memoria

della tua bella visita. Caro mio, — soggiunsi, — per solito, io li fumo

toscani, ed anche mezzi, come Dante.

— Davvero? Li fumava toscani, Dante?

— Sicuro, essendo toscano egli stesso. È vero, per altro, che il

Ferruccio, quantunque toscano, non lo imitava. Ma quello era un

soldato, che aveva fatta la pratica nelle Bande Nere: perciò fumava con

la pipa di gesso.

— Quante belle case sai tu!

— Sì, che te ne pare? E tutte utili egualmente. Se avrai tempo da

perdere, vieni da me, e te ne dirò delle altre. —

Sono passati due anni oramai, e non ho più visto l’amico Bastiano.

Dopo quella visita non si fece più vivo con me. Così non ho conosciuta

neanche, e non ho avuto da persuadere quella «donna superiore» di sua

moglie. Ma spero di persuaderne delle altre, anche più superiori di

lei. Stimatevi felici, o mamme, quando i vostri rampolli non vogliono

studiare. Sono sulla buona strada; non li sforzate a cambiarla.

Il mio latino.

Gli amici che mi leggono, buona gente e dotata d’una pazienza estrema,

mi accusano del troppo slatinare ch’io faccio, quante volte, con

una ragione o con l’altra, e magari senza ragione, mi riesce di

tirare la mia prediletta lingua morta tra i fatti, le costumanze e

le conversazioni dei vivi. L’accusa, non lo nego, è fondata: ma se

per questa dovessi mai esser tratto in corte d’assise, potrei certo

invocare a mio benefizio le circostanze attenuanti. La gratitudine mi

ha fatto colpevole; e l’occasione del peccato, come della gratitudine,

mi è venuta dal praticare cogli spiriti; con quelli, s’intende, che si

presentano a noi in una tavoletta scrivente.

Saprete, o non saprete, di che cosa si tratti: ond’io, nel dubbio,

ne dirò brevemente quello che mi parrà necessario. Tanto, si fa per

discorrere, e si passa mezz’ora. Figuratevi una tavoletta sottilina e

minuscola, non più larga delle due vostre mani accostate, più lunga

di poco, a tre canti arrotondati, poggiata su tre gambette smilze,

due delle quali, le posteriori, finiscano in un piede emisferico

assai levigato, e la terza, anteriore, sia munita d’un gessetto, o

d’un cannellino di pietra de’ sarti. La tavoletta si colloca su d’una

gran tavola, nel cui ripiano è incastrata una lastra di lavagna; due

mani, quelle del _medium_, ossia del mediatore opportuno tra voi e gli

spiriti, si posano sulla tavoletta, premendovi su leggermente: uno

degli astanti invoca allora lo spirito di un trapassato, più o meno

illustre, o per qualche ragione pregiato e caro, a cui gli prema far

domande, ad alta voce, o mentali. Lo spirito invocato, o chi per lui

(vedremo or ora il perchè di questa restrizione prudente) dà segno del

suo arrivo con un fremito, con uno scricchiolìo, o addirittura con un

balzo della tavoletta. Siete allora alla presenza sua; ad alta voce, o

mentalmente, gli potete domandare quel che volete, ed egli vi risponde

come e fino a tanto che gli pare. La tavoletta, seguita a stento dalle

dita del mediatore, corre sulla lavagna, saltellando o scivolando sui

piedi posteriori; e così correndo a sua posta, scrive coll’anteriore

(scriver coi piedi non è poi una gran novità), dando alle vostre

domande una serie di risposte, di cui potete contentarvi, sì e no, come

di quelle d’ogni altro interlocutore.

Di questo, e d’altri consimili, che non so dire se giuochi maravigliosi

o fenomeni strani della misteriosa natura, non voglio dare un giudizio,

che per la mia poca esperienza e per la mia pochissima dottrina

dovrebbe apparir presuntuoso. Confesserò candidamente che qualche

volta la tavoletta spiritata mi ha messo in pensiero, specie quando le

domande erano fatte mentalmente, e le risposte tornavano. Ce n’erano

di savie e di pazze, di profonde e di sciocche, ma sempre, o quasi

sempre, calzanti. Una sera avevo commessa la imprudenza grande di

scomodare lo spirito di Dante Alighieri, per chiedergli mentalmente

se davvero la Beatrice della «Vita Nuova» e della «Commedia» fosse una

donna vissuta, in carne ed ossa, e figliuola di messer Folco Portinari.

Il divino Poeta ebbe la bontà di rispondermi: «Ah, tu non conoscesti

quell’angelo! Ella fu il conforto della mia misera vita». Così, preso

romanticamente l’aìre, mi si stemperò in una fuga di strofe settenarie,

sul taglio dell’«Ei fu», ma per verità senza la forma composta e il

fare serrato del Manzoni; tanto che non ne tenni un verso a memoria,

e mi dolsi piuttosto che andasse sprecato in quel vaniloquio il

gessetto. Ma non c’era da stupirsi, se lo spirito rispondeva in quel

modo, mentendo così sfrontatamente all’arte sovrana dell’Alighieri. Non

avevamo da fare con Dante, pur troppo; un ignoto spirito canzonatorio

s’era fatto avanti in sua vece.

È risaputo dagli intendenti di spiritismo che non sempre lo spirito

chiamato viene egli in persona, e che spesso, essendo egli impegnato

altrove, o sdegnando questa maniera di confabulazioni terrestri, uno

spirito burlone o maligno occupa il suo posto nella sottile assicella,

amando farsi passare per lui. Ci sono spiriti buoni e cattivi, nel

mondo di là, puri ed impuri, serii e faceti; come nel mondo di qua,

nè più nè meno: e quando nella tavoletta, scambio del puro spirito

invocato, ve ne capita uno di quei tali che lavorano ad ingannarvi, c’è

proprio da guastarcisi il sangue.

Questo, per l’appunto, era stato il caso mio coll’apocrifo Dante. Ed

io mi adattai alla spiegazione che lì per lì me n’era stata fornita

dai pratici; me ne persuasi facilmente, tra perchè a far diverso avrei

mancato alle buone creanze, e perchè sarei passato per più scettico

che veramente non fossi, o non avessi il diritto di essere. Amai

piuttosto lasciare quelle esercitazioni spiritiche, le quali finalmente

mi turbavano un poco. E del resto, a che pro’ le avrei continuate? A

trattare con ispiriti cattivi, impuri e burloni, non c’è niente più

sugo che a barattar discorsi con troppi dei nostri amati contemporanei.

Godiamoci questi, coi quali è viaggio obbligato: a conversare cogli

spiriti eletti ci sarà sempre tempo; anzi, ne avremo tanto, da rifarci

ad usura dei pochi lustri perduti «in hac lacry....» Ma no, vediamo

di meritare il perdono, schivando per una volta tanto il peccato; e

in povera lingua italiana raccontiamo il caso, per cui s’invocano le

circostanze attenuanti.

Il nostro evocatore di spiriti era un capitano in ritiro, brav’uomo,

digiuno di studi, anzi diciamo pure incolto in ogni disciplina, che

non fosse quella del reggimento. Sapeva un po’ d’inglese, per pratica

fatta in una legione anglo-italiana, nella quale aveva militato quattro

o cinque anni addietro; per contro, ignorava il latino, e parlava

l’italiano con un gran miscuglio di parole e di frasi piemontesi.

Brav’uomo, ho detto, buon padre di famiglia, di costumi esemplari e di

maniere garbate, a cui dava più spicco il suo testone di mago sabino,

incorniciato alla diavola da una selva di setole arruffate, d’un

nero d’ebano già largamente brizzolato d’argento; colla fronte mezzo

occupata da due ispide sopracciglia, sotto le quali scintillavano gli

occhi mobilissimi; non lungo il naso, ma grosso, carnoso e sincero nel

suo buon colorito vermiglio; nascoste le labbra sotto due baffoni che

gli prendevano mezze le guance, andando a collegarsi colle fedine; e

quel che restava di pelle alla vista era tutto un intreccio di solchi,

da disgradarne un obelisco di Memfi, un cilindro di Babilonia, un

mattone di Ninive.

Da quanto tempo trattasse la tavoletta spiritica, e come e perchè

gliene fosse saltato il ticchio, non saprei dirvi adesso, non avendo

pensato allora a domandargliene. Certo, al tempo ch’io lo conobbi, la

tavoletta e lui erano come pane e cacio: bastava ch’egli ci mettesse

sopra le sue larghe mani callose, sfiorandola appena col sommo delle

dita, perchè quella fremesse e scricchiolasse; poi, quando ci aveva

dentro lo spirito chiamato, corresse, corresse, scrivendo con una

velocità maravigliosa. Rammento ancora d’un fatto strano intervenuto

al brav’uomo, e ch’egli raccontava con molta semplicità, senza

dargli importanza. Una notte, essendo egli nel primo sonno, era stato

svegliato dalla moglie sbigottita, che aveva sentito battere all’uscio

della camera. Gatti, non ce n’erano, in casa. Che si trattasse d’un

sorcio? Ma no; era un colpettino secco, che ad ogni tanto si ripeteva,

con insistenza, e via via con frequenza maggiore. Saltò dal letto il

buon capitano, andò ad aprir l’uscio e al lume della candela che vide

egli mai sulla soglia? La tavoletta, la tavoletta spiritica, che ben

ricordava di aver lasciata sulla lavagna, nella sala delle amichevoli

adunanze serali. Ed anche ricordava allora di averla lasciata là,

senza rimandare pei fatti suoi l’ultimo spirito chiamato: ond’era ben

naturale che quel poveretto venisse a chiedergli in quel modo la sua

liberazione. Sorrise allora, il buon capitano; fece gli atti necessarii

per licenziare lo spirito prigioniero; quindi rimise la tavoletta al

suo posto, dond’ella non ebbe più ragione di muoversi.

Si andava in molti, ogni sera, nella casa ospitale del nostro evocatore

di spiriti; in una delle vie più antiche e più strette di Genova, tra

la piazzetta della Posta vecchia e la piazzetta di San Luca. La più

parte dei frequentatori erano emigrati, poichè si era poco innanzi il

1859; siciliani, napoletani, romani e romagnoli, abbondavano; tutta

gente per bene, che viveva con pochi quattrini ma anche con molta

dignità, anteponendo lo svago temperato di una conversazione in qualche

casa d’amici, alla vita scioperata del caffè, o peggio, alla vita

oziosa d’una sala da giuoco. Io ci avevo particolarmente gradita la

conoscenza di un Torricelli, napoletano, gentil cavaliere, mingherlino

e aggraziato, dagli occhietti vivi e dalla barbetta nera e lucida, che

si muoveva tutta d’un pezzo ad ogni sorriso delle labbra sottili, che

mettevano in mostra due fila di candidissimi denti. Era stato alla

difesa di Roma, ed uffiziale d’ordinanza di Garibaldi, nell’epica

ritirata di San Marino, i cui particolari amavo farmi raccontare ad

ogni tratto da lui.

Da questo amico mio fu chiamato una sera lo spirito di Archimede.

Venne questi, e diè segno d’esser lì, pronto a rispondere: ma alla

domanda mentale del Torricelli non rispose poi altrimenti che con certo

guazzabuglio di linee, segnate sulla lavagna con un bel numero di salti

avanti e indietro, a destra e a sinistra, pari a quelli che può fare

sulla scacchiera il cavallo.

— Che roba è questa? — si chiedeva. — Ma questo non è rispondere.

— Anzi, — notò gravemente il Torricelli, — lo spirito risponde

benissimo. Gli ho chiesto di descrivermi la forma del porto di

Siracusa. —

Non c’era altro da replicare. Quei segni potevano benissimo

rappresentare il porto di Siracusa, nell’anno 212 innanzi l’èra

volgare, quando il console Claudio Marcello assediava la città, e

Archimede la difendeva colle sue trovate scientifiche. Potevano, dico;

se poi rispondessero al vero, non era da noi l’indagare.

Anch’io fui invitato quella sera a chiamare uno spirito; ma avevo

fresca la memoria del mio caso con Dante, e non volli procurarmi a così

breve distanza di tempo una seconda canzonatura. Altri, in quella vece,

chiamò Marco Tullio Cicerone. E qui, si capisce, grande curiosità,

grande aspettazione di tutti i presenti, come quando in una brigata si

annunzia l’arrivo di un personaggio eminente. Archimede poteva esser

grande fin che voleva, come un insigne matematico, ma i più potevano

anche ignorare i suoi meriti altissimi: nessuno poteva per contro

ignorare la solenne figura storica di Cicerone, gran politico, gran

filosofo, grande oratore, anzi l’oratore per eccellenza.

Cicerone arriva; e subito l’invocatore, posando la mano su quelle del

mediatore, gli volge la sua domanda mentale. La risposta non si fa

aspettare; Marco Tullio entra in argomento _ex abrupto_, come aveva

fatto a’ suoi tempi con Sergio Catalina, e scrive quella risposta in

una sola parola:

— _Utike_. —

Si legge, si rilegge, è proprio _utike_; nè altro v’aggiunge lo spirito

del grand’uomo, che ai tempi suoi certamente non aveva dato saggi di

tale breviloquenza spartana.

— _Utike_! — esclama uno degli astanti. — Che diavolo è?

— Non è latino, a buon conto; — osserva un altro.

— _Utique_ doveva dire; — commenta un terzo, che è fresco di studi.

Fresco di studi ero ancor io, e magari di spropositi nella sacra lingua

dei padri. Ridotto in un angolo della sala coll’amico Torricelli, notai

a mia volta:

— E se al tempo di Cicerone si fosse detto _utike_? È egli poi certo

che gli antichi Romani, nelle sillabe _qua_, _que_, _qui_, _quo_,

facessero sentire il suono dell’u? Non si cita egli come un bisticcio

di Cicerone la frase «_tibi quoque placebo_» ch’egli disse ad un cuoco,

da cui era stato richiesto d’una grazia? E sarebbe stato possibile il

bisticcio, se nella pronunzia il _quoque_, che significa «pure, anche,

eziandio», non si fosse confuso col vocativo di _coquus_, anzi diciamo

pure di _cocus_?

Maraviglia delle maraviglie! Parlavo a mezza voce, in un angolo della

sala: ed ecco: sulla gran lastra dove stava posata, la tavoletta fa un

salto, scappando quasi di mano al suo custode, e scrive a gran furia

queste poche parole:

— Barrili ha ragione. —

Confesso che lì per lì, quando sentii rilevare la frase, n’ebbi una

scossa; e una scossa niente piacevole, quantunque ci fosse da sentirsi

lusingati dalla approvazione d’un tant’uomo. Me l’aspettavo così poco,

se mai! D’altra parte, Marco Tullio avrebbe fatto meglio a darmi

ragione in latino. Inoltre, quell’esser conosciuto io, proprio io,

da un uomo di tanta levatura, e di tanta antichità, per giunta, non

finiva di persuadermi. Va bene, pensavo, che gli spiriti acquistano,

dopo la morte dei corpi, la conoscenza di moltissime cose; e magari,

la conoscenza di tutte; ma che si pieghino.... ma che si degnino.... E

qui, tra tanti dubbi, non finivo neanche il periodo.

Il Torricelli, frattanto, mostrandomi tutti i suoi denti bianchissimi

nel doppio arco delle labbra vermiglie, mi faceva un graziosissimo

inchino.

— Puoi esser contento; — diss’egli. — Cicerone ti conosce.

— Taci, assassino! — brontolai, pizzicandolo forte in un braccio.

Per quella sera sopportai con dignità la mia gloria, come si sopporta

con perdonabile ostentazione una grande sventura. Ma d’allora in poi

non ho più pensato a Marco Tullio senza un certo sentimento misto di

tenerezza, di reverenza e di vergogna. Sì, anche di vergogna. Infatti,

quel grand’uomo conosceva me, quasi ragazzo, uscito appena di collegio,

ed io conoscevo lui così poco! Una Catilinaria, quella del _quousque

tandem_, e mezza la Miloniana, era tutto quello che avevo scorticato

dal suo stupendo latino. Ripigliai subito a leggerlo; lo lessi tutto,

da capo a fondo, orazioni, opere di retorica, di politica, di morale,

di storia, epistole, perfino i frammenti poetici; e tanto lessi e

rilessi, che certe cose sue, come il «De Senectute», le ritenni in

gran parte. Così m’è entrato in testa un po’ più di latino che non ne

avessi voluto imparare a scuola: così m’è entrata nell’ossa la manìa

delle citazioni latine. Chi l’ha nell’ossa, la porta alla fossa. Ed amo

Cicerone; e vado in collera se qualcheduno ne dice male; e butterei il

libro, fosse pure d’un erudito tedesco, in cui non gli vedessi resa

la giustizia che merita. Che si canzona? Cicerone! Cicerone, che mi

conosce!...

Cioè, intendiamoci, mi conosceva allora. Ma con tant’anni passati,

non c’è caso che il grand’uomo si sia dimenticato di me? Vorrei

chiederne alla tavoletta, poichè di questi balocchi ne girano ancora

pel mondo; ma non lo faccio, per parecchie ragioni, delle quali basterà

dirne una. Quel grande amico mio è uno spirito puro; ci sarà tempo a

domandargliene; laggiù per esempio, in quel

nobile castello

Sette volte cerchiato d’alte mura,

Difeso intorno d’un bel fiumicello,

che Dante, l’autentico, ha descritto così bene nel quarto canto

dell’«Inferno». Laggiù, se mi sarà dato d’entrar di straforo, tra il

chiaro e il fosco, andrò bene a tirare il mio grand’uomo pel lembo

della toga. E già pregusto l’allegrezza d’una conversazione come

questa:

— Scusi, signor Marco Tullio degnissimo.... Se permette, io sarei quel

tale.... Si rammenta?

— Ah, sì, caro, mi rammento benissimo.... E come qua? Da quando? Siete

sempre stato bene, m’immagino. Se voleste dirmi per intanto il vostro

riverito nome.... Perchè, in verità, da poi che v’ho dato a balia....

capirete!

— Oh, si figuri, e come! —

All’osteria del Rettorica.

Sorrisi di gioventù · 第 6 / 22 题