I.

Eravamo andati in parecchi, eruditi da strapazzo, per accompagnare

sulla collina d’Albaro un dotto tedesco, il professore Rauchen, della

università non ricordo più se di Tubinga, di Gottinga o di Croninga.

Dite magari l’università di Meringa, che io non me l’ho per male;

e chi l’ha per male si scinga. Anche senza il nome della università

dove insegna, chi non conosce in Italia il Rauchen? Dire in Italia

il Rauchen è lo stesso come dire in Germania il Vallapesca, il

nostro valentuomo, insigne storico, filologo, critico, archeologo,

paleografo e numismatico, i cui «contributi» già arrivati al numero

di quarantadue, di sei in otto pagine l’uno, sono favorevolmente noti

a tutti i Rauchen viventi e professanti dalle Alpi Rezie allo Jutland

e dalla Mosa al Niemen. Al nostro insigne Vallapesca non si fa altro

appunto, nella dotta Germania, che questo, di non portare gli occhiali

fissi. Quelle sue lenti accavalciate sul naso, senza aiuto di staffe,

gli dànno tropp’aria di pretensione, non lo fanno vecchio come dovrebbe

essere; ond’egli resta antipatico, senza diventar venerando. E ci

vorrebbe così poco!

Il nostro professor Rauchen era afflitto da un dubbio, che tornerà

sempre ad onore della sua probità scientifica. Egli aveva letta nella

nostra università, dov’è gelosamente conservata, la lapide romana

antica trovata in Albaro, nella chiesuola dei Santi Nazario e Celso. La

ricordate?

INTRA . CONSEPTVM

MACERIA . LOCVS

DEIS . MANIBVS

CONSACRATVS.

Quella iscrizione, a giudizio del padre Spotorno, che ne aveva

ragionato da pari suo fin dal 1837 sul «Giornale Ligustico», indicava

un’ustrina, ossia il luogo dove s’incineravano i cadaveri, secondo

l’uso pagano. Ma, per acquetarsi al giudizio del dotto barnabita,

bisognava vedere il luogo, se proprio era da ciò; bisognava assicurarsi

che quel colle d’Albaro, tanto lontano dalla città, e rimasto ad

ogni modo agreste fino a tempi relativamente moderni, offrisse pure

qualche indizio d’essere stato abitato nei tempi romani. Certo, quel

titolo pagano era stato rinvenuto nella chiesuola, detta antichissima

dall’istesso culto dei due santi apostoli della Liguria. Ma non poteva

esserci stata trasportata d’altrove, insieme coi primi materiali

di fabbrica, come in tanti altri luoghi e per casi consimili? La

congettura dello Spotorno era plausibile; ma era anche ragionevole il

dubbio del Rauchen. Si andasse dunque sulla faccia del luogo: sarebbe

stata anche una buona occasione per prendere una boccata d’aria sana,

e una porzione di pesce fritto lì per lì in qualche osteria di lassù,

dov’è sempre fresco, e dove anche gode d’una certa riputazione il vin

bianco di Marassi; cose tutte da non dispiacere a nessuna classe di

persone, dotte od ignoranti che siano.

Saliti colle vetture un po’ più su del Paradiso (un palazzo,

intendiamoci, che fu già dei Saluzzo), si smontò per prendere una

viottola a destra, e di là riuscire al mare, ossia ad un piccolo

promontorio sul mare. Laggiù, per l’appunto, era stata in altri tempi

la chiesuola dei Santi Nazario e Celso, le cui mura maestre durarono

fino al 1860, per esser poi ripigliate ad uso di abitazione. Poesia di

rovine, sparita; ci fiorisce ora la prosa robusta degli utili affitti.

Ad ogni modo, il luogo era sempre quello: sulla faccia del luogo il

dotto archeologo poteva meditare. E meditò, e sentenziò in piena forma,

dopo aver meditato.

— Ammetto l’ustrina, ma non penso che fosse mai di notevole

importanza. Il luogo è troppo lontano dalla città, che, come ora è

accertato, nei tempi romani si restringeva al colle di Sarzano, e,

se anche ne fosse uscita fuori, per allargarsi intorno alle falde di

quello, sarebbe stata sempre separata da questo promontorio per il

largo colle di Carignano, per la foce del Bisagno e per la collina

di San Vito. Piuttosto, — e qui brillarono gli occhi del sommo

archeologo, lampeggiando di sotto agli occhiali d’oro un’idea feconda

di svolgimenti ulteriori; — piuttosto sarà stata l’ustrina di un

_vicus_, ossia ceppo di case coloniche di un latifondo Albarense. Me

lo Lascerebbe sospettare l’uso di villeggiare in queste eminenze, che

mi dite essersi tanto diffuso tra il Cinquecento e il Secento. Già

intorno al Mille vediamo apparire in documenti la chiesa di San Martino

_de Hircis_, lassù a settentrione; mentire qui, a mezzogiorno, pare

anche più antica la chiesa dei Santi Nazario e Celso. Di livellarii

del Vescovo, sempre intorno al Mille, è prova larghissima su queste

colline, nel Registro della Curia genovese, che ho sfogliato ieri

per cortese condiscendenza del vostro arcivescovo. Tutti quei livelli

erano evidentemente pezzi e bocconi d’un latifondo, caduto in potestà

ecclesiastica. Il latifondo suppone il _vicus_ colla sua modesta ma pur

sempre notevole agglomerazione di popolo, per cui utilità, quando esso

fu convertito al cristianesimo, sorsero le due chiese, riconosciute

infatti antichissime, di San Martino de Hircis e dei Santi Nazario

e Celso. Quanto al latifondo, dal nome rimasto a questa eminenza

sospetterei che appartenesse ad una gente Albia. Rifiuto, osservate,

rifiuto l’_Albium_, che è pure ligustico, e che si vede preposto ad

_Ingaunium_ e ad _Intemelium_, ma che, se avesse avuto qui lo stesso

significato topografico, avrebbe pure avuto la stessa importanza

demografica, e Strabone ce ne avrebbe lasciato un cenno, e ne avremmo

nella tavola Peutingeriana o nell’Itinerario d’Antonino l’indizio

onomastico. Rifiuto egualmente ogni accenno a luogo di delizie, per

l’apparente e casuale somiglianza del nome coll’Albana, una delle due

piazze di Capua, ov’era il luogo di delizie di Annibale. Spero poi

non mi si deriverà Albaro da Albia, città vicina a Nicomedia, siccome

abbiamo da Tolomeo. Altro non resta di plausibile, per mia opinione,

che un f_undus Albius_, da una gente Albia, fiorente per ricchezze

nei primi tempi dell’èra imperiale. Il nome _Albinius_, ed anche

_Albidius_, apparisce di famiglie plebee fin dai primi secoli della

Repubblica; ed anche _Albinus_, ma questo come cognome della gente

Postumia. Solo più tardi vediamo la forma _Albius_, in quel Caio Albio

Carinate, che fu dei tribuni del partito consolare ai tempi di Silla, e

poi giunse ancora alla dignità di console. —

Questo sacco di dottrina non fu vuotato tutto quanto sul promontorio

dei Santi Nazario e Celso, che forse n’avrebbe sofferto la casa,

edificata sull’orlo della rupe, col rischio di sdrucciolare nell’acqua.

Fu in quella vece distribuito saviamente per tutto quel tratto di

sentiero che dal promontorio discende alla piccola spiaggia tra San

Nazario e San Vito. Laggiù c’invitava una frasca, insegna d’osteria;

dove appunto la vicinanza del mare e lo spettacolo d’una comitiva di

pescatori che traevan le reti, ci promettevano a gara la frittura di

pesce, su cui avevamo fatto assegnamento.

L’osteria aveva buon aspetto. Non ricordo più come s’intitolasse;

e forse non ci ho neanche badato. Ricordo in quella vece che destò

la mia attenzione una scritta burlesca, condotta frettolosamente

a pennellate di rosso, accanto all’uscio dell’osteria, ad altezza

d’uomo, o piuttosto di ragazzo, e certamente di ragazzo impertinente

quanto sgrammaticato, poichè ci si leggeva abbastanza chiaro: «cuesta

e losteria del retoricha.» Non era da badare all’ortografia più che

tanto; piuttosto era da pensare che andasse scritto «della rettorica».

Ma sconcordanza non è delitto; e certamente, dacchè l’uomo ha l’uso

dello scrivere, se ne son viste di peggio.

Sorrisi di gioventù · 第 7 / 22 题