L’AUTORE.

Figure femminili.

All’alba dei miei ricordi, bella, rosea, bionda immagine di costante

giovinezza, arride la mia nonna dolce. Dico la nonna da parte di

padre; che l’altra non l’ho conosciuta, essendo ella morta prima ch’io

venissi alla luce. Intorno al quale evento modesto sarà bene che io

dica qui il mio pensiero una volta per tutte. È stata una buona cosa il

capitare da queste parti, per le belle curiosità che il mio spirito ha

potuto appagare, per le utili lezioni che il mio intelletto ha potuto

ricevere, e per la calma serena con cui l’anima mia è disposta a vedere

un altro pianeta, ora che è stata sufficientemente istruita di questo.

Io sono dunque riconoscente del dono, quantunque non ne abbia fatto il

miglior uso del mondo; specie negli anni più giovani. Ma questo succede

il più delle volte dei doni ottenuti, che subito lavoriamo a sciuparli,

per la inconcepibile manìa del vederci dentro. Ma queste sono inezie,

da non guastarcisi più il sangue, oramai. Non solamente son grato al

babbo e alla mamma, che mi han fatto quel dono; ma ancora alla nonna,

che me ne ha confermato il possesso, in un brutto quarto d’ora, e me ne

ha reso il godimento più ameno. Com’era buona, la nonna! Babbo e mamma

mi sgridavano qualche volta; lei non mi sgridava mai, me le passava

tutte, non riuscendo con quelle care luminose pupille azzurrine a

farmi gli occhiacci. Mamma e babbo mi stavano sempre addosso per farmi

studiare; lei non mi pose mai un libro tra le mani. Provvida, forse!

Ma fors’anche è da credere che non lo facesse lei, perchè a questo ci

pensavano gli altri. A buon conto, poichè da bambino dormivo nella sua

camera bella, era lei che mi faceva ogni mattina star su di buon’ora.

Ma questo lo faceva con una frottola in versi, mezzo italiani e mezzo

genovesi; ond’io, per virtù sua, incominciavo sempre le mie giornate

ridendo.

L’amavo molto, vi ho detto, anzi, per confessarvi ogni cosa, l’amavo

sul principio anche più della mamma. Ancora non sapevo che il dar vita

costasse dolori. Per sentito dire, io ero venuto dall’India e stato

ritrovato al piè d’un olivo: gran fatica, farmi prendere in collo da

una levatrice e portare a casa per erede del trono! Sapevo invece che

un anno dopo il mio arrivo dall’India, la mia piccola vita era stata in

pericolo grande, e che dal pericolo mi aveva scampato la nonna. Questo

si ricordava ad ogni tanto in famiglia; ed era anzi questa la ragione

per cui la mia mamma lasciava correre spesso e volentieri qualche

parola acerba della nonna. Si sa, nelle famiglie, tra suocera e nuora

tempesta e gragnuola; ma in casa nostra non erano altro che scosse di

pioggia; le nubi, così facili a sorgere sull’orizzonte domestico, erano

ancor più facilmente dissipate dal grato episodio della mia salvazione

miracolosa. Sicuro, accanto al sostantivo c’era sempre l’epiteto.

Figuratevi, ero stato messo a balia, contrariamente ai precetti di Gian

Giacomo; e mi avevano mandato a vivere nell’alta valle di Albisola,

un po’ più su del convento della Pace, in una casa colonica detta la

Vedrera, piantata assai pittorescamente, ma non troppo saldamente,

tra la via della Stella e il torrente Riobasco. La mia balia era

bellissima, per quanto ne ho udito dire più tardi (allora, per ragioni

facili ad intendersi, ad onta di tutta la confidenza che ci avevo,

non feci attenzione alla cosa); ma era anche giovanissima, e sbadata

parecchio. Mi trascurava, a quanto pare, lasciandomi solo per ore ed

ore di seguito, a strillare in una cesta da cavoli; per giunta, dopo

qualche mese di pensione, prese a darmi il latte cattivo.

La nonna capitava spesso lassù; da principio per sincerarsi che non

pericolasse la casa, così fuor di squadra come era; poi per vedere

se fossi ben governato. Una volta, giungendo fuor d’ora, mi aveva

trovato solo a strillare; e la balia, tutta confusa, quando, finalmente

arrivò, aveva balbettata una scusa. Ma di questi casi ne seguirono

parecchi; e le scuse, sempre tutte d’un colore, contentavano poco la

nonna. S’aggiunse il latte cattivo; ma di questo non si sospettò a

tutta prima, attribuendosi il mio deperimento a tante piccole cause

passeggiere, ora al caldo, ora ai bachi, ora allo sforzo del primo

dente. Per altro, il primo dente non accennava a spuntare; non potevo

avere i bachi ogni settimana; il mio sfiorire così a vista d’occhio

non poteva essere effetto del caldo. La nonna ebbe presto un sospetto

del vero, e corse tosto agli estremi rimedii; capitò una mattina con

la vettura fino all’ingresso della Vedrera; mi fece prendere in collo

dalla balia, e mi portò di volo a Savona, nella nostra villetta del

Bricco, sulla rocca di Lègino, consegnandomi al seno meglio provveduto

di una nostra massaia; donna matura, che aveva avuta una tarda ripresa

di maternità, e che, svezzato di quei giorni il suo ultimo rampollo,

aveva ancor latte per un succedaneo.

Passavo da una ventenne a una quadragenaria; tanto per cambiare, ma

anche per cavar profitto di una differenza che non pensavo a studiare,

Lauretta Sambarino, che tale era il nome della mia nuova balia, lavorò

di buzzo buono a ristorarmi; e prima di tutto mi fece rialzare la

testa, una gran testa, Dio santo! che già cominciava a spenzolare come

un fico brogiotto quando è maturo, e il picciuolo vizzo non basta più

a reggerlo. Ma essa non mi rimise in gambe egualmente; anche levato da

balia e ricondotto in città, ne strascicavo una, toccando terra con la

noce del piede; tanto che si temette non avessi a restarne storpio per

tutta la vita. Sia lode al cielo, che non si è avverato il presagio, e

respirino le ombre di lord Byron e di Walter Scott. Ma c’è scattato di

poco, che quei due zoppi non avessero un famoso rivale.

Questi sono ricordi, per così dire, di mattonella. I miei proprii,

quelli che mi dànno la sensazione della cosa veduta, sono dell’età

di due anni e mezzo. Mi ricordo ancor oggi, come ero allora, sul

lastrico della piazza del Duomo, tenuto per le falde di una buona

donna, chiamata Angelina, il cui nome, e più il vezzeggiativo, si

adattava male alla sua gran mole carnosa. Era alta come un corazziere,

e stentava a piegarsi nella vita; grossa, tonda di fianchi come un’orca

olandese; e si dondolava sulle anche, facendomi muovere davanti a sè,

come un povero burattino dalle gambe cedevoli. Ma aveva un bel sorriso,

quella barcaccia di donna; ed anche una bella voce, di buon metallo,

non estesa di registro, ma pastosa e flessibile, quasi lisciata,

inumidita da quell’ammasso di sugna ond’era costretta ad uscire, e in

cui mi pareva sempre di affondare, quando ero stanco di ciampicare

e l’orca olandese m’issava benignamente in coperta. Davanti a me,

camminando a ritroso come i gamberi, per invitarmi al passo, era sempre

una fanciullina di quattro o cinque anni. La conoscevo per Gigina, ed

era invece Filippina. In casa nostra la chiamavano anche «la figlia

della Graziosa» perchè questo era infatti il nome della madre, moglie

ad un tal Giribone, cuoco, o maestro di casa che fosse, certamente

_factotum_ dei signori Multedo, gente nobile e ricca di Savona.

Gigina, anzi «Gigin Patata Poton» come la grossa bambinaia m’insegnava

a dire, per aiutarmi a rincorrerla, era bionda, gentile, gracilina a

quel modo, ma ritta se Dio vuole; io mezzo storpio, e in procinto di

rimaner tale per tutta la vita. Capricci della sorte! io mi raddrizzai,

rincorrendola; ella si raggrinzò, crebbe a stento rachitica, e qualche

anno più tardi, morti i parenti suoi, mentre io facevo le capriole

sulle rive del Paglione, a Nizza, dove i miei erano andati a metter

dimora, fu ricoverata tra i Madonnini. Così chiamano a Savona i

poverelli, ricoverati nell’ospizio della Madonna, attiguo al santuario

suburbano di Nostra Donna della Misericordia.

Anche lontano, e nell’età in cui più facilmente si dimentica, ebbi

sempre la buona Filippina nell’anima. All’età di cinque anni, o poco

meno, ritornato con la famiglia a Savona, chiedevo ancora di «Gigin

Patata Poton». Quando mi dissero che era stata messa tra i Madonnini,

non capii nulla; ma istintivamente piansi molto, tanto che fu

necessario condurmi a vederla. Abitava in un bel palazzone, sopra una

gran piazza alberata, la mia buona Filippina; e l’ingresso del portone

era fiancheggiato da statue di gran personaggi, che gettavano monete

a bizzeffe, avendone dei mucchi da’ piedi, che si potevano toccare con

mano, ma non altrimenti levar di là per metterle in tasca. L’ingresso,

il vestibolo, lo scalone, tutte le bellezze monumentali del palazzo, mi

diedero un’idea maravigliosa dell’alloggio di Filippina. Ed anche lei,

quando la vidi, mi parve contenta. Povera piccina! lavorava di cucito,

come avrebbe fatto a casa sua; ma anche mangiava e dormiva alle sue

ore, come a casa sua non avrebbe potuto più fare. Vestita di bordato

turchino, con un grembiulino bianco, mi parve che stesse anche bene.

E così la vedevo ogni anno, nelle grandi solennità, come quella del

Corpus Domini, quando i Madonnini, uomini e donne, vecchi e giovani,

venivano in processione a Savona. Bella festa, con quei parati di

damasco rosso e verde a tutte le finestre, con quei nembi di fiori di

ginestra che cadevano a far tappeto lungo le strade, con gl’incensi che

fumavano, con la musica che suonava, seguitando il Santissimo! Ma io

avevo occhi soltanto per i miei Madonnini, e tra essi non distinguevo

altro che Filippina. Tre, quattro volte, quante ne permettevano i giri

lunghi della processione, ora da un crocicchio, ora da un altro, vedevo

passar Filippina: e tutte le volte, vedendomi, Filippina mi sorrideva,

facendosi rossa. Perchè quel sorriso m’inteneriva, destandomi dentro

una gran voglia di piangere? Non lo intendevo, allora; non conoscevo

ancora il segreto del riso malinconico, del riso che nasconde le

lagrime. Più facilmente notavo il color di fiamma che le tingeva le

guance, rendendo più bello il suo visino smunto. Sicuramente, quelle

vampate di sangue erano le uniche di cui si rifiorisse un poco, durante

l’anno, il suo involucro di cera.

Poi venne per lei l’età giovanile, quando la fanciulla incomincia a

sentirsi donna. A quell’età il povero involucro di cera si disfece;

Filippina morì. Povera bambina, che della vita ha conosciuto solamente

il dolore! Ma se Dio è giusto, quella povera carne gli sarà molto

vicina, perchè ha molto sofferto. Per me, se mi avverrà mai di andare

lassù, e di trovarmi faccia a faccia con quello che i nostri dotti

nei loro momenti di bontà si degnano di chiamare l’Inconoscibile, gli

domanderò per la prima cosa:

— Padre nostro, dov’è Filippina? —

Ritorno alla nonna. Ero il suo nipotino; mi aveva salvata la vita:

naturalissimo adunque che io fossi due volte il suo idolo. Veramente,

nella sua idolatria non mancava un po’ di amarezza. A quattro anni, o

giù di lì, non avevo più i bei capelli biondi ricciuti, che erano la

sua delizia. E se la prendeva spesso con mia madre, con le serve, con

tutte le persone di casa, che accusava formalmente di avermi rovinati

i capelli con l’unto, facendoli diventar neri e stecchiti. Aveva delle

idee tutte sue, in materia di chimica. «Ed era nato coi capelli d’oro

come i miei!» gridava ella, stizzita. «Vedete un po’ come me l’hanno

assassinato!»

La nonna si teneva molto dei suoi capelli d’oro. Quando io giunsi

dall’India, ella aveva già cinquantanove anni, ed io me la ricordo

appena dai sessantadue in giù; ma io la vidi sempre coi suoi bei

capelli dorati, coi riflessi di zecchino, come quelli delle dame del

Cinquecento, eternati dai pennelli di Tiziano e di Paris Bordone. Ed

erano suoi, ben suoi, quantunque posticci; poichè il suo frontino,

fatto di due larghe staffe, spartite nel mezzo e rigirate sopra

gli orecchi, era tutto di capelli nati sulla sua testa, raccolti

diligentemente a mano a mano che restavano impigliati nel pettine, e

messi insieme da un parrucchiere artista. Quel frontino poteva dirsi il

suo richiamo di gioventù, del tempo felice in cui era stata bellissima.

Ed era ancor bella in vecchiaia, colla sua faccia ovale di perfetti

contorni; la fronte bianca senza una ruga, sotto quelle due staffe

dorate; il naso diritto e fine; stupenda la bocca vermiglia, che non

aveva ancor l’aria di succhiarsi le labbra, quantunque i denti fossero

andati via tutti; rosea la carnagione, quasi perlata nei suoi dolci

riflessi; gli occhi azzurri e limpidi, che brillavano lietamente ad

ogni sorriso del volto. A ottant’anni, la sue mani, le braccia, le

spalle, apparivano ancora una maraviglia di conservazione.

Era nata dei Bosco; una famiglia genovese, forse discesa da Bosco

Marengo, certamente illustrata nel Quattrocento da quel Bartolomeo

Bosco, famoso giureconsulto, che le sue molte ricchezze aveva lasciate

per testamento alla fondazione dell’ospedale di Pammatone. Impoveriti

(e non se ne dolsero) da questa grande liberalità, gli eredi del suo

nome non avevano più raggiunta l’altezza di lui sull’altalena della

cieca fortuna; ma parecchie generazioni di onesti mercanti e banchieri

fecero testimonianza di operosità non mediocre. Le vicende politiche e

commerciali, nella seconda metà del Settecento, ne avevano tratto un

ramo a Savona, donde assai più tardi alcuni rampolli dovevano ancora

restituirsi a Genova, ma lasciandone altri nella lor sede temporanea.

Tra questi la signorina Francesca, andata sposa al mio nonno paterno.

Di un altro parente lontano ho ricordo, che per tale me lo dava

il casato dei Bosco, e lo stesso nome di Giulio, comune in quella

famiglia. Caduto in bassa fortuna, non era altrimenti precipitato in

umile condizione: io lo conobbi e lo amai, distributore di libri, nella

civica biblioteca della mia terra natale.

La nonna bella non sapeva stare senza di me. Piombata un giorno

improvvisamente a Nizza, dove come ho detto, si era ridotto mio padre

per invigilar da vicino certi interessi di famiglia, tanto disse e

tanto fece, che persuase il figliuolo a ritornare in Savona. Durante il

soggiorno di lei a Nizza io imparai, fanciullino, a smontare orologi.

La nonna ne aveva uno bellissimo, di stile antico, tra il Consolato

e l’Impero, col quadrante a giorno, contornato d’una fila di perle

orientali, e il coperchio posteriore tutto di smalto turchino, con

una gran cappellina di paglia dipinta nel centro, e nella cappellina

un amorino mezzo nascosto tra le tese allargate. Quell’orologio era

il mio sogno: che cosa non avrei fatto, per possederlo! almeno almeno

per brancicarlo un poco! Ma il caso venne presto in aiuto al mio

desiderio. Andando una domenica a messa in Santa Reparata, la nonna lo

aveva dimenticato sulla lastra di un cassettone. Adocchiata la preda,

mi arrampicai su d’una seggiola; abbrancai l’orologio; lo guardai per

tutti i versi; trovai il modo di aprirlo, e, non so come, anche di

smontarne la cassa. Niente atavismo, badate; non ci sono mai stati

orologiai in famiglia: del resto, io non venni a capo di ricomporre ciò

che avevo così bene disfatto, e la mia precocità nella orologeria fece

in quella occasione la sua unica prova. Di molti orologi posseduti in

processo di tempo feci sempre un uso più saggio.

Per ritornare a quello, ecco che cosa intervenne. Rientra la nonna,

e cerca il suo orologio. Ahimè! l’orologio non si trova. Chi lo ha

preso? Tempestano di domande la gente di servizio, ma invano; la

coscienza offesa freme nelle risposte; l’innocenza traluce dagli occhi.

Ma non dai miei, pur troppo, quando sono interrogato a mia volta.

Nego, nondimeno, e si è già sul punto di credermi; allorquando, oh

confusione! rovistando febbrilmente da per tutto, la mamma trova il

corpo del reato, nascosto nel mio tettuccio, tra la materassa e il

saccone. Avrei dovuto ricevere una correzione, tanto salutare quanto

sollecita. La giustizia era pronta; ma la parte lesa si oppose, domandò

grazia per me. Cara nonnina bella, come ti ho abbracciata quel giorno!

Quando si ritornò sulle rive del Letimbro, feci la strada accanto a

lei sul davanti della diligenza. Rammento, di quel poetico viaggio tra

il verde e l’azzurro, una fermata di poche ore a San Remo, e certe ova

sode sgranocchiate in un giardino, a colazione, dal canonico Bonetti,

vecchio amico di casa. Quel giorno mi innamorai d’un calice con la

sua patena d’argento dorato, e dichiarai solennemente di voler fare il

canonico. Anzi, dirò di più, quella passione mi durò qualche anno: ma

quando poi mi fu detto che per diventar canonico dovevo incominciare

dal farmi prete, mi passò tosto la voglia; e il canonicato finì, come

era finita l’orologeria.

A Savona venne presto il tempo di mettermi a scuola. Mi piaceva lo

studio, ma non eccessivamente; piuttosto il giocare alla palla, e il

far la sassaiola. Pure, bisognava studiare, far bene i còmpiti e saper

la lezione, per vincere. Infatti, era una battaglia anche quella. Ma

io trovavo il modo di aver qualche oretta per me, tenendo compagnia

alla nonna. Dormivo nel suo quartierino, che era un piano sotto a

quello dei miei. La nonna andava spesso e volentieri a passare le belle

giornate in villa, anche nelle mezze stagioni; ed io, allora, non che

dormire, pranzavo e cenavo da lei. Quando in villa ci si veniva tutti,

per l’estate e l’autunno, anche la nonna abitava nel palazzotto, sul

colmo del Bricco, dugento passi più indietro da quel gran pino ad

ombrello che vigila ancora la mia dolce Savona. Ma quando ci andava per

conto suo, la nonna si recava ad abitare presso certi suoi fittaiuoli;

non dai Sambarino, che avevano il podere in alto, ma dai Cheti, che

tenevano quello più al basso della collina, verso ponente. In quella

casa colonica si era fatte aggiustare un paio di camerette, con un

terrazzino; ed io, naturalmente, ero sempre con lei. Che giorni felici!

Mi alzavo a bruzzico, per ripassar la lezione e fare in fretta il mio

còmpito; poi, alle sette e mezzo, con una galoppata di venti minuti,

ero alla scuola in città. Alle undici, altra galoppata in su, per far

colazione: al tocco da capo in iscuola, per risalire, dopo le cinque,

e sempre galoppando, in collina, e per cenare alle sette, ma dopo

aver scalati tutti i ciliegi, tutti i peri, secondo le stagioni, o

i fichi, i peschi, gli albicocchi della villa. E ciò senza far torto

alle siepi, ai roveti, ai corbezzoli, per levare il pane quotidiano

ai tordi, ai pettirossi, ai cardellini, agli scriccioli. Quella vita

di parecchi anni in moto continuo era la mia gioia, e fu anche la

mia fortuna. Non c’era fossato, non fratta, non angolo di bosco, che

io non conoscessi. E conoscevo ancora tutte le serpi del vicinato,

che andavo a disturbare, con la mia mania di raccogliere gli sparagi

selvatici per ripe e ciglioni. Anch’esse mi conoscevano; probabilmente

si erano avvezzate a me, perchè mi lasciavano fare. Un giorno ne vidi

due, artisticamente avviticchiate, e stetti lungamente immobile ad

ammirarle, immaginando che dèssero spettacolo per me, credendomi il

dio Mercurio. Ero fresco di mitologia, capirete; ma non giunsi fino

al capriccio di fabbricarmi un caducèo, quantunque avessi in pugno una

bella verghetta di frassino, che pareva fatta a posta per ciò.

Quella stupenda maniera di vivere non poteva durare eternamente. Finiti

gli studi classici, dovevo passare a Genova. La famiglia mi mandò

solo; ma poi si risolse di tenermi dietro. La nonna, già avanti negli

anni, e naturalmente ligia alle sue consuetudini, non seppe adattarsi

a quell’èsodo. Ma io partivo spesso da Genova per andarla a trovare.

Cara nonnina bella! ora che ci penso, debbo confessare a mia vergogna

eterna, che accanto al piacere di rivederla si muoveva in me il vile

desiderio di toccare qualche genovina, o qualche doppia di Savoia, in

aggiunta agli scudi che di tanto in tanto venivano a trovarmi, nascosti

nel fondo di qualche paio di calze. Ero la speranza di quella donna;

a contentarla, a pagarla di tutti i suoi sacrifizi, bastava che io

diventassi un grande avvocato. Non l’ho contentata, pur troppo; ma per

contro non le ho fatto il torto di diventare un avvocato piccolo, un

mezzorecchio, un cavalocchio, un paglietta.

Le ho dato in quella vece un dolore, senza volerlo, e grandissimo,

nel ’59, arruolandomi soldato nell’esercito piemontese. La mia

cara nonnina si era formato in testa un suo particolare concetto

della vita militare. Ne aveva veduti dei soldati; ne aveva veduti

a centinaia di migliaia, dal Bonaparte in giù; perchè il marito suo

era stato fornitore di truppe in tutta la lunga zona della Riviera

occidentale, da Nizza a Genova, prima sotto i Francesi repubblicani

e l’Impero che ne seguì, poi sotto i Reali di Sardegna, lasciando nel

’31 in quell’ufficio gli eredi. Forse per ciò, non vedendo i soldati

sott’altro aspetto fuor quello dei tempi andati, ella non poteva

immaginarseli nel ’59 altrimenti che come povera carne destinata

a servire, a soffrire. Ed ancora; si mise forse in mente che io,

morto da pochi anni il babbo, mi fossi fatto soldato per bisogno?

La poesia dei volontarii non era fatta per entrar più nel suo capo?

Avrei dovuto correr da lei, prima di avviarmi in caserma, e tentare

almeno di spiegargliela io. Non lo feci, e me ne chiamo in colpa;

perchè ella si accorò di una risoluzione che le giungeva così nuova

e così inesplicabile, me lo scrisse, e si ammalò subito dopo. Ebbi

notizia della gravità del suo stato, quasi nel medesimo tempo che aveva

ricevuto la sua lettera di amoroso rimprovero. Disperato, temendo

di non veder più quella cara vecchina, che era entrata allora nel

suo ottantaduesimo anno, mi feci presentare al generale comandante

la divisione di Genova, che era il conte Biscaretti di Ruffia; gli

esposi il mio caso tristissimo, ed ottenni da quel degno gentiluomo

una licenza di tre giorni; rarissimo favore, in quei momenti di

preparazione febbrile. Rubavo tre giorni alle esercitazioni frettolose,

che in due settimane dovevano farci soldati, e mandarci utilmente

al fuoco. Ma erano così facili, quelle esercitazioni! specie per me,

che già, precoce guerriero, avevo impugnato il fucile della guardia

nazionale e fatte le mie ore di sentinella al palazzo municipale di

Genova. Montai in diligenza la mattina seguente; dopo cinque ore di

viaggio ero a Savona; corsi a casa, trafelato; troppo tardi! troppo

tardi! Era spirata da pochi minuti, e non potè vedermi al suo letto di

morte, la mia cara nonnina.

Ma se ella non mi vide più con gli occhi azzurri, mi sentì certamente

con ciò che sopravvive di noi più sereno e più puro. E così mi sente

ella sempre; perchè non passa giorno che io non pensi a lei. E un certo

che vaporoso e gentile, profumato ed arcano, mi accarezza le tempia,

mentre rivedo il volto roseo di lei, le labbra vermiglie, i begli occhi

azzurri, i capelli biondi, ben suoi, sotto la cuffiettina di tulle e

sotto il lembo del pezzotto di mussolina, l’antica e graziosa foggia

delle donne genovesi.

Cara nonnina dolce, quanti anni son passati oramai! Pure, sei sempre

qui, sempre qui. Non son diventato niente di ciò che volevi tu, niente

di ciò che io medesimo sperai, ne’ miei giorni migliori. Ma se tu

vedessi almeno che bella novità! Non ho più, sai? non ho più quei

capelli così neri, che ti spiacevano tanto.

Il maestro Segni.

Era l’anno.... Ma no, non me lo fate dire. Quando penso ai fatti

della mia prima età, li vedo tanto lontani nel tempo, attraverso

una varietà così inviluppata di eventi, che davvero mi sembra di

aver raggiunta l’età di Matusalem. Lasciatemi usare piuttosto di

un prudente eufemismo. Era l’anno che imparai a leggere; e il mio

maestro in quell’arte era il signor Segni, il nobile signor Luigi

Segni, datosi per disperato al più nobile tra tutti i mestieri, ma

sempre un mestiere, ed ingrato, che è quello d’insegnare l’abbicì

alle nuove generazioni. C’è della gente che nei più umili uffizi reca

una dignità così semplice, o una semplicità così dignitosa, da far

pensare al prete, quando dice la messa. E infine, che cosa fa il prete,

all’altare, se non l’offerta a Dio di tutte le miserie dell’umanità?

Quella gente offre le sue, e tutte quelle de’ suoi pari, senza dolersi,

senza imprecare, senza far paragoni.

Pure, se si fosse lagnato, il nobil uomo ne avrebbe avuto, non una, ma

parecchie ragioni. Il casato doveva ricordargli ben altare promesse

della vita; e la sua gioventù meglio ancora. Egli aveva vissuto,

da giovane, un bel sogno glorioso; era stato soldato di Napoleone,

e col grande guerriero aveva passeggiata rumorosamente l’Europa.

Fantaccino? cavaliere? artigliere? Non so. Da bambini, si osservano

molto i particolari, ma non si ha ancora la curiosità, nè l’usanza

di chiederli. Comunque avesse viaggiato e combattuto, il nobile

Segni poteva compiacersi delle sue grandi memorie. È una bella cosa

avere nella propria vita qualche pagina eroica; serve, se non altro,

a consolarci di tante pagine volgari, che ci dobbiamo leggere, o

scrivere.

Ora che ci penso, mi pare di poter dire che avesse servito in

cavalleria. Rimpicciolito, ai miei tempi, quasi raggranchito dall’età,

sicuramente era stato più alto; e quelle sue spalle curve indicavano

l’uomo che è vissuto lungamente in arcione, all’eterno sbatacchio

della cavalcatura. Su quelle spalle pareva che il poveraccio portasse

il peso della campagna di Russia. Ma nel fatto ci portava ancora un

ferraiuolo di panno turchino, spelacchiato, sì, ma senza una macchia,

sormontato da un gran, bavero di velluto, non più nero da un pezzo, ma

senza traccia da untume, o di forfora. Di mezzo agli orecchioni di quel

bavero appariva un fazzoletto di tela batista, girato due volte intorno

al collo e annodato sotto la gola con un nodettino minuscolo; e sopra

quel bavero, sopra quel fazzoletto, tondeggiava una faccia di mela

carla, già vizza, ma rosea, ravvivata da due occhietti neri, luccicanti

nelle palpebre rossicce, e contornata da un’aureola di capegli bianchi

dorati, che sbucavano a ciocche da una berretta di panno nero, con la

visiera di cuoio lucido, molto somigliante a quella dei generali russi

e prussiani. Berrettacce antipatiche! preferisco l’elmo, nei militari;

nei borghesi, Dio mi perdoni, mi adatterei piuttosto alla tuba.

Era dunque pulitino a quel modo, il signor Segni; e non aveva da

vivere! Non pensione di riposo, se ben ricordo; non parenti ricchi,

non famiglia, nè persone di servizio. Nella via Quarda Superiore della

mia città natale, è una casa, a man destra, detta la Torre; quella

casa ha un pianterreno, sollevato di parecchi gradini dal piano della

strada; a quel piano terreno, di contro all’ingresso, si apre un uscio

che mette in uno stanzone, non so bene se solo, o accompagnato da

qualche bugigattolo. Là dentro abitava il signor Segni, e c’insegnava

a leggere ad una ventina di ragazzi, che gli pagavano, per cotanto

uffizio, chi una e chi due lire al mese. Non rammento più se insegnasse

anche a scrivere; mi pare di no. Era un digrossatore d’intelligenze;

preparava la materia prima, per gli sbozzatori di seconda mano. I babbi

e le mamme che avevano troppa molestia in casa dai loro folletti, e

ancora non potevano farli ricevere alle scuole elementari, li mandavano

volentieri dal signor Segni. Quei folletti ci andavano la mattina,

intorno alle otto; ne uscivano al mezzodì, per rientrarci al tocco e

restarci fino alle quattro, o alle cinque, secondo le stagioni. Di

libri non c’era di bisogno; si portava la colazione, o la merenda,

in un canestrino, come fanno ora i ragazzi degli asili infantili.

Con noi viveva, e di noi, il povero vecchio, avanzo delle guerre

napoleoniche. L’insegnamento suo non aveva mestieri di lavagna, nè di

abbecedario; consisteva nella esposizione di tanti quadratini di legno

bianco, sui quali erano scritte le ventiquattro lettere dell’alfabeto,

nella loro doppia forma, maiuscola e minuscola. Scompigliava i suoi

pezzetti; poi ne prendeva uno a caso, lo alzava alla vista di tutti, e

domandava: che cos’è questo? Tutti ad una voce si doveva rispondere. Se

qualcheduno sbagliava, egli con una facilità meravigliosa distingueva

nel concerto delle voci l’autore dello sbaglio; e allora si fermava

a fargli osservare le particolarità della lettera mal conosciuta,

aiutando la nostra memoria con gli esempi, le somiglianze ed altri

artifizi mnemonici. Dovevamo ricordare che la S somigliava al serpente;

la X alla croce di Sant’Andrea; il B a due gobbe sovrapposte, e

via discorrendo. Poi ripigliava a far leggere; e quando metteva

due legnetti di costa, dovevamo leggere la sillaba. Così mi sono io

impratichito nelle lettere; coi legnetti! Il mio critico inglese, che

anco attraverso agli esercizi traditori di qualche graziosa _blue

stocking_ ha saputo riconoscere il mio «stile legnoso», saprà ora

dond’esso mi viene, per trasmissione ereditaria; e vada superbo della

sua perspicacia.

Finita la scuola, capitavano le fantesche a ripigliarsi i folletti.

Il signor Segni, immancabilmente ogni giorno, accompagnava lo sciame

all’ingresso, raccomandando di non ruzzolane per la gradinata e di non

far chiasso per via. Ma era più facile non ruzzolare, che astenersi dal

far chiasso. Regolarmente ogni giorno si faceva la ridda sull’uscio,

attaccando la cantilena beffarda:

Signor Segni

Mostra legni!

ripetuta un centinaio di volte, dal portone della Torre, fino alla

svolta della strada. Ed anche regolarmente ogni giorno il signor Segni

andava in collera, minacciando con la mano distesa uno scappellotto,

che, ad onor suo debbo dirlo, non dètte mai a nessuno. Ci voleva

bene, quel vecchio solitario; e quand’anche non ci avesse voluto bene

per noi, doveva volercelo per quelle due lire, per quella liretta

mensile. Povero naufrago della vita! Era ancora una fortuna per lui,

aver trovata l’annua sequela di quei venti o trenta folletti, che gli

assicuravano il pane quotidiano, e l’alloggio nella Torre.

Come mangiava, il nobile signor Segni? Già ero uscito dalla sua scuola

per innalzarmi a cose maggiori, e ancora, non sapevo nulla dei suoi

pasti. Noi gli avevamo sbocconcellato sotto gli occhi ogni ben di Dio,

pan francese, frutta, ciambelle, dolciumi, non offrendogli mai nulla,

non pensando neppure che gliene potesse correr l’acquolina alla bocca.

E il giorno di Natale, il gran giorno delle allegrezze di tavola, dove

lo faceva egli? Ci pensai una volta, e proprio un mattino di Natale,

quando la mamma mi disse: «Senti? saresti capace di fare un’imbasciata,

ma per benino, senza perderti tre ore in istrada, secondo il tuo

solito? Dovresti andare fino al porto, a bordo del «Lazio», e invitare

da parte nostra il cugino Francesco a far Ceppo con noi. È un giorno

che va fatto in famiglia; e chi non ci ha la famiglia, deve farlo dai

parenti.» Promisi di far presto e bene, tanto mi piaceva di andare a

bordo del «Lazio», che era un bastimento del mio nonno paterno, e dal

mio cugino Francesco, che ne era il capitano. Ma prima di correre,

avevo domandato a mia madre: «E chi non ha parenti dove lo fa?»

— Dagli amici; — mi rispose mia madre.

— E chi non ha amici? — incalzai.

— Tristo chi non ne ha, perchè non ha meritato di averne, o è stato

tanto disgraziato da non trovarne! —

Così aveva replicato la mamma; ed io, parendomi di aver mascherata

abbastanza con quei discorsi la mia voglia di scappar fuori, insaccai

le scale per correre al porto. Dalla piazza della Maddalena al

porto non era un gran tratto. Si rasentava il palazzo dei Multedo,

si lasciava la via degli Orefici a destra e la Quarda Superiore a

sinistra; s’infilava un archivolto, si riusciva in piazza Colombo, e

la calata era là, in fondo alla piazza, coi suoi bastimenti accostati.

Era un affar di due minuti, con le gambe di sette anni che avevo. Ma

alla svolta di via Quarda mi tornarono a mente le parole della mamma.

E dissi tra me: «Povero signor Segni, quest’oggi! Non ha famiglia, non

parenti, nè amici.»

Non amici! Ah, questo, poi! E mi avvenne, così pensando, di non infilar

l’archivolto, ma di svoltare a mancina, verso la Torre. Dove sarà il

signor Segni, a quest’ora? Lo troverò in casa? Casa, per modo di dire;

sapete già che era uno stanzone, d’aspetto così così, tra la cantina e

il granaio.

L’uscio era chiuso; bussai. Venne il signor Segni ad aprirmi, il signor

Segni senza il peso del ferraiuolo sulle spalle, ma sempre con quello

della campagna di Russia. E doveva anche, così, in maniche di camicia,

aver freddo come al passo della Beresina, quantunque in mezzo alla

camera ci fosse un caldano acceso, su cui il nobile vecchio aveva messo

a bollire un pentolino, donde, insieme col fumo, saliva alle nari odor

d’aglio e cipolle.

— Vedi? — mi disse il mio antico maestro. — Si fa Natale anche noi, col

pan cotto.

— No, signor Segni, — balbettai, — mia madre....

— Ebbene, che cosa vuole tua madre?

— Che lei venga a far Natale da noi. Si pranza al tocco, sa?

— Ma io....

— Badi, l’aspettano. Io ora debbo correre al porto, per avvisare il

cugino Francesco.... il capitano del «Lazio»... Anche lui, qua di

passaggio, è senza famiglia; fa Natale con noi. —

Il signor Segni voleva aggiungere qualche cosa; ma io gli guizzai dalle

mani, per timore che mi dicesse ancora di no. Corsi al porto; montai

a bordo del «Lazio»; feci l’imbasciata dei miei al cugino Francesco;

trovai ancora il tempo d’inerpicarmi sulle sartie, facendomi abbaiare

dietro dal cane di bordo e rincorrere dal nostromo fin sopra alla

crocetta dell’albero di mezzana; dopo di che, ricevuto un amorevole

scapaccione dal capitano e il biscotto dell’ospitalità dal dispensiere,

balzai sulla calata, e due minuti dopo ero a casa.

— L’hai fatte le cose per bene? — domandò mia madre.

— Sì, e verranno tutti e due.

— Tutti e due? C’è qualcun altro, dei nostri parenti? Il Domenichino

forse?

— No, nessun parente.

— Allora?....

Allora, bisognò raccontare ogni cosa. E mi esciva male, dalla gola, il

racconto della mia duplice impresa.

— Infine, — conchiusi, — non mi hai detto che chi non ha famiglia,

o ne è lontano, va oggi dai parenti? e che chi non ha parenti, va

dagli amici? Il signor Segni non n’ha neanche di questi, e non se l’è

meritato. —

Mamma non mi rispose nulla, e non mi lasciò neanche veder la sua

faccia; andò nella camera del babbo, probabilmente a raccontargli la

mia alzata d’ingegno, ed io andai a nascondermi nel canto più lontano

della casa. Ora viene la musica! pensavo. Ma non venne nulla. Cioè,

correggiamo: venne alla sua ora il cugino Francesco, e dopo di lui

il nobile Segni, con la sua campagna di Russia sul groppone e col suo

ferraiuolo di panno turchino sulla campagna di Russia. Il pover’uomo

si confondeva ancora in complimenti, quando mi chiamarono a tavola.

Egli era là, seduto alla destra di mamma, che seguitò a non dirmi

nulla. Neanche babbo mi parlò, se non per domandarmi se volevo ancora

della tal cosa o della tal altra. Ma finito il pasto, mi diede qualche

cosa che non avevo domandato; uno scappellotto, nel quale mi parve di

sentire una intenzione sommamente benevola.

Il signor Segni, quella sera, prima di congedarsi, mi prese una guancia

tra l’indice e il medio.

— Folletto! — mi diceva frattanto. — Ti perdono, sai?

— Mi perdona?... — balbettai. — Che cosa?

Ed egli allora, rifacendo la cantilena infantile de’ suoi scolaretti,

mi mormorò all’orecchio:

Signor Segni

Mostra legni!

Capii finalmente; ma non mi parve giusto, neanche col perdono, il

rimprovero.

— Ma la cantavano tutti; — osservai.

— Sicuro; ma tu l’avevi inventata, briccone!

Ed era vero, pur troppo; era stato quello il mio primo saggio di rime.

— Va là! — soggiunse il nobile signor Luigi Segni. — Ti perdono

egualmente i tuoi versi. —

E così siano perdonati i vostri, o lettori, dovunque li abbiate

perpetrati, comunque vi siano riesciti, a qualunque scuola

appartengano.

La prima capannuccia.

Le mie tenerezze per il Natale non hanno preso argomento dai confetti,

nè dal panettone, bensì dalla capannuccia e da Gesù bambino. Milano,

vecchia ed illustre città, che fu bambina anche lei, custodisce in

Sant’Eustorgio l’area sepolcrale dei tre Re; io, mezzo vecchio e

niente illustre, conservo con egual religione un pecoraio della mia

prima capannuccia. Avevo anche serbato Gesù bambino, quantunque un po’

sbreccato e con la raggiera di meno; ma ora non so più dove sia. Forse

non mi ha creduto degno, ed è passato in mani migliori. Pure, io l’ho

amato molto, quel Dio così dolce e così mite, nato povero, vissuto

d’amore per gli uomini, morto in croce per compenso dell’amor suo, ma

fatto solenne esempio a tanti animosi, che lieti morirono, confessando

il suo nome. Sentite.... Ma no, basta così: vo’ darvi un racconto, non

farvi una predica.

Avevo otto anni e dieci giorni, quando ebbi in casa mia la prima

capannuccia. In casa mia, capite? e tutti i miei compagni sarebbero

venuti a vederla, a recitarle il discorsetto in versi. Da due anni

mio padre me la prometteva; ma un po’ per questa ragione, un po’ per

quest’altra, non aveva mantenuta la promessa. Finalmente, al terzo

anno, mi disse, ed io ripetei tosto ai compagni: — questa volta, si fa.

Venne il giorno di Santa Lucia, e mio padre non parlò punto di

comperare i pastorelli, nè il resto. Debbo dirvi qui che il giorno di

Santa Lucia, a Savona, c’è mercato di figurine da presepio, tutte di

terra cotta, dipinte ad olio, d’ogni forma e misura. I miei compagni,

coi quali avevo fatta la scappata sulla via di San Giacomo, per

ammirare le mostre dei figurinai, mi dissero: — come? non comperi

nulla?

— Ci pensa mio padre; — risposi con gran sicurezza.

Ma dentro di me non ne avevo poi tanta. Si andò al 23 di dicembre, cioè

alla vigilia dell’Avvento, senza che ci fossero le figurine in casa.

Che figuraccia, coi compagni! Ma proprio quel dì, ritornando da scuola,

vidi nell’anticamera, presso la finestra, un gran fascio di verde.

Lo aveva portato dal podere il vecchio Menico, un nostro fittaiuolo.

Mi buttai su quel prezioso fastello, e contai quattro bei tronchi

d’alloro, vestiti di lunghi e folti rami, due tronchi di corbezzolo,

due di ginepro, da dieci a dodici cespi di pugnitopo, e musco e

borraccina a tutto pasto. Ballai davanti a quel fascio di verde, come

il re David davanti all’Arca del Signore.

— E i pastori? — chiesi a mio padre, quando fu l’ora del pranzo.

— I pastori.... sono in Betlemme. Aspetta che scendano. —

Non ne ero persuaso, ma dovetti aspettare egualmente. La mattina

appresso, mio padre mi diede quaranta soldi e mi disse: — va dal Bianco

a provvederti d’ogni cosa.

Quaranta soldi, era una gran somma, allora! Strinsi forte, per paura

che mi fuggisse, e corsi dal Bianco: un uomo alto, tarchiato, barbuto

e butterato, che formava le figurine da presepio in una botteguccia

della salita di Monticello, sul canto dei Pico. Allora i pastori dei

due sessi, con capretti, polli, canestri d’uova e simili sulle braccia,

costavano un soldo l’uno. Un pecoraio, perchè seduto contro un ceppo

d’albero, con un ramo sulla testa e la piva sulle ginocchia, costava

due soldi, come l’asino e il bue. Giuseppe e Maria, perchè più alti,

e perchè decorati, questa di raggiera indorata, e quello di bastone

fiorito, costavano tre soldi ciascheduno. Il bambino, piccolissimo, ma

con la raggiera dorata anche lui, scendeva solamente a due soldi.

Il conto fu presto fatto: dodici soldi per i personaggi principali

e per i loro due complementi; due per un pecoraio, quattordici; uno

per cinque pecore, quindici: mi avanzavano quattrini per venticinque

pastori dei due sessi. Il Bianco mi diede l’angiolo soprammercato.

Mancava la scritta; ma a questa avrei pensato io, calligrafo insigne.

L’essenziale era che il babbo mi facesse la capannuccia.

— Questa sera, dopo cena; — mi disse egli, prendendo il cappello per

andarsene.

Ah, quella sera, come fu lunga! E come noiosi quei parenti, quegli

amici, venuti a far la vigilia con noi, e che non dicevano mai di

andarsene! Cosa inaudita in una cena savonese di quei tempi, alle dieci

erano ancora a tavola. Li avrei strozzati con le mie mani, se essi

fossero stati serpenti, ed io Ercole.

Finalmente partirono. Alle undici mio padre si decise.

— Contentiamo questo impaziente! — esclamò. — Hai carta straccia?

Ne avevo, e molti fogli, già incollati insieme, poi spruzzati di rosso,

di nero, di bianco, perchè simulassero il granito.

Mio padre aveva preso l’uno dopo l’altro i quattro bei tronchi di

alloro; li aveva legati saldamente con certe funicelle ai quattro piedi

di un tavolino; quindi ne aveva ripiegate ad arco le vette, e congiunte

e legate, perchè facessero cornice. Sulla lastra del tavolino pose due

scatole da cappelli, generosa offerta di mamma, che dovevano formare

il nocciolo di due montagne; le congiunse con una lista di legno,

che faceva ponte nel mezzo; vi stese sopra la carta straccia, un po’

stazzonata, acciaccata e ripiegata come veniva, affinchè simulasse

meglio le anfrattuosità della roccia; poi musco e borraccina da per

tutto: ginepri, corbezzoli e pugnitopi a incoronare i greppi, lungo

la parete, per far da boscaglia; lì sotto al ponte, diventato un arco

naturale della rupe, un pezzo di specchio per fare la lontananza; e

così il paese in tre quarti d’ora era fatto.

— Mancherà Betlemme! — disse mio padre.

— Oh no, eccola qui; — gridai, tirando fuori un ceppo di case di

cartone, che m’era costato una settimana di lavoro. L’opera era

condotta secondo certe leggi statiche e norme prospettiche tutte mie;

i colori stridevano, ma ridevano anche; le torri pendevano in istile

bolognese; i merli non fischiavano, aspettando forse d’esser fischiati.

Ma che importava ciò? C’era anche la capanna per il divino Infante,

e così alta, che raggiungeva quasi il colmo della montagna. Ma mio

padre non badò a queste inezie; collocò Betlemme sovra l’eminenza

più lontana, mascherandola a mezzo tra i pugnitopi, che facevano da

abeti; piantò la capanna dall’altro lato, celandola un pochettino

nella frappa degli allori; poi seminò pastori e pastore da per tutto,

sul piano e sul declivio dei monti. Il pecoraio ebbe alloggio in una

cavità, naturalmente offerta da una piega della carta straccia; le

cinque pecore gli si ammucchiarono da’ piedi, contendendosi la stessa

zolla di borraccina; l’angiolo spenzolò da un fil di seta, davanti alla

capanna fortunata, levando in alto la scritta: «Gloria in excelsis Deo

et in terra pax hominibus bonæ voluntatis.» Ci avevo fatto capir tutto,

io; per contro, era così fitto il carattere, che non ci avrebbero

capito nulla i visitatori. Giuseppe e Maria furono posti ai due lati

dell’ingresso; l’asino e il bue ai loro piedi; ma l’orologio del Duomo

scoccò le dodici ore, e il bambino Gesù non era ancora deposto sul

pannilino di raso bianco, guarnito di trine, che aveva preparato per

quella occasione mia madre.

— Ahimè! — gridai. — Mezzanotte!

— Ebbene? — disse il babbo; — aspetta che suoni da capo; il punto

giusto è nel mezzo. —

Infatti, non erano ancora ribattute le ore, e il bambino era messo a

posto, tra i due animali accoccolati. Io mi accostai col lumino, che

posi nel mezzo a rischiarare la scena, e recitai il complimento:

De’ puri affetti miei,

O pargoletto Iddio,

Darti un pegno vorrei....

Ma son fanciullo anch’io.

Non ho capretti, agnelli,

Nè fior’ nè pomi belli;

Ho un cor che tutto è mio,

Tutto tel dono, o pargoletto Iddio.

Il pargoletto Iddio mi sorrideva. Sicuramente egli accettò il dono

del mio cuore, ma non lo prese; me lo lasciò in deposito, e quel suo

sorrisetto aveva l’aria di dirmi: — Va, me lo riporterai più tardi, a

quella tal ora. —

Ahimè, povero cuore, in che stato glielo riporterò io! O non era

meglio che me lo accettasse subito? Era un cuoricino di otto anni,

tenero, vermiglio, senza la più piccola tacca; mentre ora, tra lividi,

incisioni e graffiature.... Io, già, sentite, da un pezzo non lo guardo

più. Mi cascherebbero le braccia.

La mia presa di Peschiera.

La mattina del 5 giugno 1848 uscivo di casa coi miei libri e quaderni

sotto il braccio, ma non per andare alla scuola. C’era tempo, per

questo, ed io volevo dar prima una capatina sul Fosso. Si chiamava

a Savona con questo nome una spianata fuor delle mura, non ancora

intieramente abbattute, davanti alla porta di San Giovanni: più

tardi, fabbricatovi il teatro Chiabrera, si chiamò piazza del Teatro:

da ultimo, per essere smontato un giorno il generale Garibaldi ad

alloggio nell’albergo Svizzero che la fiancheggia da tramontana, si

chiamò piazza Garibaldi. Sul Fosso facevano capo le tre vie nazionali,

di Torino, di Nizza e di Genova; sul Fosso venivano per conseguenza

a fermarsi le diligenze, e tutte le vetture da nolo; veicolo d’ogni

forma, cavalli d’ogni pelo, ed anche senza pelo, vetturini d’ogni

risma, tafani, mosche d’ogni razza, concorrevano a dargli anima e

vita. Con le vetture capitavano sempre forestieri, e notizie del mondo

circostante: quell’anno, poi, fioccavano le novità, e il Fosso ne era

diventato quasi una fiera. La politica primeggiava; anzi, diciamo pure

che era tutta politica. E il fiore delle notizie ci veniva da Genova, a

cui si era più vicini, con cui erano più frequenti gli scambi.

Tre, quattro volte al giorno, come mi permettevano le ore di scuola, io

solevo capitare sul Fosso, in busca di novità; ed anche sul porto, alla

calata della Marinella, quando era avvistato il «Giulio II», vaporino

a ruote, che faceva ogni giorno il suo viaggio da Savona a Genova, e

da Genova a Savona. Povero «Giulio II», piccolo pontefice messaggero,

che teneva la nostra quieta città, sua terra natale, in comunione di

pensieri col maggior centro dell’agitazione ligustica! Non si rideva

ancora, a vedere quel guscio di noce, che giungeva ansando, sbuffando

e sparnazzando l’acqua salsa con le sue pale rosse, in tre ore di

tragitto, spesso perdendo la scommessa con certi diavoli di calessini,

partiti da Genova, e dalla piazza dell’Annunziata, nella stessa ora

ch’egli sferrava dal porto della città sullodata.

Quella mattina, giungevo in buon punto sul Fosso, mentre di sotto alla

galleria sbucava un calesse, venuto a furia da Genova, col vetturino

a cassetta, che seguitava a frustare senza misericordia i cavalli, e

gridava come un ossesso, agitando certi foglietti spiegazzati con la

stessa mano che teneva la frusta. Bollettini del campo! bollettini

del campo! Io conoscevo il vetturino; egli conosceva me, per ragione

del mio babbo, che spesso si serviva del suo trespolo; ebbi perciò

facilmente uno di quei bollettini, e senza costo di spesa. Lo lessi, o

per dir meglio lo divorai; e via di corsa alla mia volta, per il viale

della Passeggiata, fino a piazza Castello, dove, in fondo ad una lunga

piantata di acacie, sorgeva il collegio delle Scuole Pie. Volevo essere

il primo a portare la grande notizia: non alla scuola, per altro; ai

compagni, che in quell’ora si trovavano ancora di fuori, giuocando

alle palline, alle piastrelle, ai puntoni, in attesa del _sero_. Il

_sero_, chi nol sapesse, era lo spazio di tempo, mezz’ora all’incirca,

tra le due scampanate che ci chiamavano a scuola. Suonava la prima,

ed eravamo tutti nei pressi del collegio, a giuocare, a saltare,

a rincorrerci: suonava la seconda, segnando l’estremo limite della

tolleranza magistrale, e tutti, lasciati i giuochi in tronco, levati i

nostri libri di sopra il parapetto, di sopra i piuoli e i sedili della

passeggiata, correvamo allo studio.

Quell’anno io facevo grammatica. Per grammatica, intendete la

latina. Le scuole d’allora non conoscevano la divisione odierna di

ginnasio e liceo: dalle classi elementari si passava il primo anno

in lingua italiana, e il secondo in prima grammatica latina, detta

comunemente grammatichetta, dove c’insegnavano gli elementi del

latino e ci facevano tradurre l’«Epitome Historiae Sacrae, auctore

Lhomond». Seguiva l’anno della seconda grammatica, detta grammatica

senz’altro, in forma antonomastica, dove, fortificandoci nelle regole,

incominciavamo a battagliane col «De Viris illustribus» e finivamo

misurandoci con Cornelio Nipote. Poi c’erano i due anni di umanità,

minore e maggiore, dove si attaccava Ovidio e qualche poeta italiano;

quegli e questi servivano per addestrarci al magistero del distico

latino e della strofa italiana. Il doppio esercizio si faceva coi

«versi rotti» che parevano prosa, e che noi dovevamo ricostruire, in

latino secondo le leggi della prosodia, in italiano secondo quelle del

ritmo. In umanità non erano d’obbligo i due anni; si poteva saltarne

uno, mostrando di avere approfittato abbastanza nel primo, entrando

a fin d’anno in gara cogli alunni del secondo e superando com’essi

l’esame. Erano invece obbligatorii i due anni di rettorica, dove tra

parecchi poeti e prosatori latini, Virgilio, Cicerone, Orazio, Giulio

Cesare e Tacito, tra parecchi poeti e prosatori italiani, Dante e Dino

Compagni, l’Ariosto e il Machiavelli, il Tasso, l’Alfieri, il Monti,

il Leopardi, si diventava poeti e prosatori per nostro conto, più o

meno terribili. L’uso delle lezioni libere, cioè dei passi recitati

a memoria, ma scelti da noi, ci portava a conoscere assai più autori

che non richiedesse l’insegnamento; e noi a questo modo ci prendevamo

anche una satolla di scrittori moderni, anche viventi. L’altro uso dei

lavori liberi, cioè di soggetto a scelta nostra, senza pregiudizio

dei soliti temi di scuola, esercitava la vena dei più valenti. Lo

spirito di emulazione era anche più esaltato dalle «provoche», sfide e

giostre poetiche, italiane e latine. Di queste se ne facevano quante si

voleva; bastando che uno si levasse a provocare in nome della sua banda

la banda avversaria, perchè s’interrompesse la lezione, il maestro

dettasse un tema, e tutti ci mettessimo all’opera per guadagnare il

maggior numero di punti alla nostra banda e a noi stessi. Venivano

ultimi due anni di filosofia; nei quali si imparava algebra, geometria

piana, qualche po’ di fisica, logica, etica, e metafisica per giunta

alla derrata.

Sento il bisogno di dire che storia e geografia, convenientemente

graduate, accompagnavano tutte le classi. E sento anche quello di

soggiungere che di aritmetica, fondamento e istradamento all’algebra,

ci davano lezioni in rettorica. Se vi parrà che per l’aritmetica fosse

un po’ tardi, pensate che eravamo almeno più maturi per la soluzione

di tanti problemi complicati, che oggi ammazzano i cervellini neonati

delle classi elementari; pensate inoltre che tutti i vecchi finanzieri

d’Italia hanno studiata l’aritmetica come noi, non apparendo alla prova

più ignoranti dei nuovi. Quanto allo studio della fisica, certamente

era ristretto a quel modo; e questo per difetto di strumenti da ciò;

ma si sarebbe potuto rimediare. A buon conto non avevamo la storia

naturale, che imparare a fondo nei licei non si può, e imparare per

iscarsi elementi non giova. Nè c’era la geometria solida a far girare

la testa dei futuri medici, avvocati, procuratori e notai; non c’era

il metodo euclidèo per funestare le anime adolescenti, rallegrando

i traduttori del famoso maestro di Tolomeo Filadelfo e i rispettivi

editori; a benefizio dei quali, oramai, sembrano fatte le scuole

del «bello italo regno». Per contro, e in rettorica, tra una lezione

e l’altra, il maestro c’insegnava il greco; studio libero, che non

portava obbligo d’esame, ma a cui per emulazione attendevamo tutti, e

non c’era caso che uno mancasse. Dio benedica quelle scuole classiche,

di cui oggi si dice tanto male, ed anche quei programmi, che nessuno

oggi ricorda. Erano scuole classiche, e la cultura classica ci aveva

il sopravvento. Se ne usciva sapendo il greco quanto ora, cioè poco, ma

quel poco non inutile ora nè allora; di latino e d’italiano s’imparava

assai più che non si faccia adesso, e per usarne largamente, così

in verso come in prosa. Dell’uno e dell’altro si saprà certamente un

po’ meglio, e non sarà più il caso di annuali piagnistei sullo studio

insufficiente della lingua patria, quando si sfolleranno davvero i

nostri licei, non già del latino e del greco, o solamente di questo,

ma di tutta la congerie di studi particolari, farraginosamente e

perciò scarsamente scientifici, onde sono ingombrati gli orarii e

aggravati i cervelli. Perchè le scabrosità della brattea e le finezze

della stipula, gli arcani del pòlline e i misteri delle generazioni

alternanti non si mandano al luogo loro, nei primi corsi di medicina

e di scienze naturali? Perchè le bellezze delle figure piane, delle

proporzioni e delle loro mirabili proprietà, non si rimandano, insieme

con le quantità incommensurabili e col metodo di esaustione, ai primi

corsi di matematiche, dove hanno a cavarne profitto i futuri ingegneri?

Ci vuol coraggio, capisco, molto coraggio; e nessuno l’avrà. Ma allora,

non ci lagniamo di quel che avviene; e sullo scadimento della cultura

letteraria, in Italia, si lascino piangere i coccodrilli, in Egitto.

Dove mi ha condotto il tema delle scuole! Ma che farci? questo è un

cavallo, che appena inforcato vi piglia la mano e vi porta dove vuol

lui. Per fortuna, si è stancato, si rifà maneggevole, e mi riconduce

al mio ’48. Ero in grammatica, vi ho detto; abbastanza avanti, per gli

anni che avevo. E già facevo assai volentieri il chiasso per le strade,

partecipando a tutte le dimostrazioni di piazza, che veramente erano

all’ordine del giorno, e perfino a quel della notte. Si gridava abbasso

i Gesuiti; si correva per la città «con l’azzurra coccarda sul petto,

con italici palpiti in core» e con tutti gl’inni di quel tempo sulle

labbra; a lume di fiaccole si andava attorno con musiche, portando in

processione grand’uomini litografati, e principi riformatori di gesso.

Giornali se ne avevano pochi; io, poi, a quell’età, non ne leggevo

affatto. Non c’era il telegrafo elettrico, e le notizie venivano

sempre con un po’ di ritardo, ordinariamente in certi bollettini,

foglietti volanti stampati a Genova, ed oramai quotidiani, che per

lo più sentivamo leggere ad alta voce in piazza Colombo, da qualche

negoziante, armatore o spedizioniere infervorato, ritto in piedi su

d’una seggiola, per dominare le turbe. Momenti solenni! rivedo i noti

aspetti; sento ancora le voci.

Ma quella mattina.... quella mattina ero io il portatore della lieta

novella; quella mattina lo avrei letto io il bollettino. I compagni,

non sapendo nulla, non indovinando le grandi cose che m’infiammavano

il viso, credettero che io venissi a loro con tanta furia per fare

ai puntoni. Quello era il mio giuoco prediletto: anche oggi, quando

vedo fare ai puntoni, dovunque io sia, qualunque cura mi frastorni,

mi fermo a guardare. Sapete come si fa? Ci vuole anzitutto una

coppia di ragazzi: uno sotto, per far da cavallo, l’altro sopra, per

far da cavaliere, coi ginocchi nei fianchi al compagno. Quello di

sotto stende le braccia avanti ed incrocicchia le dita; quello di

sopra fa altrettanto, ma calzando delle sue braccia e delle sue mani

incrocicchiate le braccia e le mani del compagno. Il puntone è fatto;

il cavallo si muove, carico di quel peso, e con la forza che gli viene

dal peso cresciuto si avventa sopra un’altra coppia, egualmente formata

a puntone. Di queste coppie in battaglia ce ne possono esser molte,

tutte libere di colpir dove vogliono, ed esposte ad esser colpite

d’ogni banda. È battaglia sparsa, come di navi che vengano ai cozzi, ed

una di loro riesca a mandarne sotto parecchie, magari tutte, se forza,

destrezza e fortuna l’aiutano.

Bella cosa, i puntoni, non è vero? Ma che puntoni, quel giorno? C’era

ben altro in aria. Bollettini del campo! bollettini del campo! I

nostri.... i nostri soldati avevano.... avevano presa Peschiera.

E lì, col rantolo in gola, con la voce soffocata dalla commozione,

leggevo il famoso bollettino che m’aveva fatto correr tanto, dalla

piazza del Fosso a quella del Castello.

— «Milano, 2 giugno, mezzodì. Il giorno 30, alle ore 11 di notte

Peschiera capitolò. Conchiusi i patti, entrarono nel forte per la

porta di Verona parecchi ufficiali italiani, con una compagnia di

artiglieri, una di bersaglieri, ed una del 13.º di Pinerolo. Sul far

del giorno del 31, al suono dell’inno nazionale, ci entrarono, tutto

il suddetto reggimento ed il corpo Parmense. Al mezzodì gli Austriaci,

difilando innanzi ai nostri lungo la caserma, uscirono da porta di

Brescia con le loro armi, le quali deposero poi e cessero in mano dei

Piemontesi sul ciglio della ripa, alla presenza del Duca di Genova,

di un eletto stato maggiore e del 14.º reggimento. I soli ufficiali

ebbero licenza di conservare la spada. La guarnigione uscita, composta

di 1600 Croati, continuò sotto buona scorta la via per Desenzano e

giunse ieri a Brescia. I nostri rinvennero nel forte gran quantità di

materiale da guerra, palle da cannone ammucchiate, bombe, mortai d’ogni

calibro. Le cose nell’interno presentano uno spettacolo di rovina. Il

nemico volle resistere fino all’estremo, ed aveva consunto quasi del

tutto le provvigioni. Ogni cannoniere era costretto al servizio di due

cannoni: guasti i mulini, s’adopravano macine a mano: si erano mangiati

pressochè tutti i cavalli: non c’era più sale, e si faceva uso di

salnitro: i soldati mettevano a ruba le case, che le bombe del nemico

incendiavano.... La resa di Peschiera e la vittoria, o piuttosto le

tre vittorie degli ultimi dì di maggio, sembrano far sicura la riuscita

della guerra dell’indipendenza. —

Semplice il racconto, senza inutili vanti la chiusa. Il bollettino era

del Governo provvisorio della Lombardia: estensore, per incarico del

segretario generale, era Giulio Carcano, segretario, il cui nome si

leggeva stampato in fondo alla pagina.

La mia lettura aveva sortito un effetto maraviglioso. Tutti

s’affollavano intorno a me, pendendo dalle mie labbra, fremendo,

giubilando, gridando evviva; tanto che per un momento credetti di aver

preso io Peschiera, io in persona, non il Duca di Genova. Anch’io, del

resto, avevo toccato l’apice della gloria, leggendo un bollettino alle

turbe, come facevano ogni giorno i pezzi grossi di piazza Colombo. Ah,

la gioia di un popolo, come è bella, come è dolce, quando è destata e

nutrita dalle vostre parole! Ma la gioia d’un popolo si suol dimostrare

con qualche novità. Che cosa avremmo fatto noi, popolo minuscolo delle

classi di grammatichetta, di grammatica, di umanità e di rettorica?

Passavano i filosofi, così detti perchè erano gli alunni della classe

di filosofia, perchè stavano da soli, oramai, non prendendo parte ai

nostri giuochi, e ragionando sempre tra loro di Gioberti e di Rosmini.

Quella volta, vedendo la calca dei compagni minori, anche i filosofi

dovettero accostarsi, obbedendo ad un sentimento di curiosità naturale

ed umana; accostatisi, dovettero anche sentire di che si trattava,

e partecipare alla nostra allegrezza. Ma quando io ebbi finito di

leggere, niente li trattenne più nel consorzio dei «piccoli». Si

allontanarono, dunque; ma io potei sentire uno di loro, che diceva ai

suoi compagni di Peripàto:

— Con una notizia simile, bisognerebbe far vacanza, quest’oggi. —

Non aveva detto a sordo. Fatto mio il pensiero del peripatetico, mi

volsi conchiudendo ai compagni:

— Si fa vacanza? —

L’idea era nuova, e strana, come tutte le idee nuove.

— Perchè? — mi chiese uno di loro.

— Perchè? me lo domandate? Siamo entrati in Peschiera. È una gran

vittoria degli Italiani. Chi siamo noi? non forse Italiani? «Res nostra

agitur». Come staremmo noi in iscuola, quest’oggi, se già non possiamo

più star nella pelle?

— Dici bene, dici bene. Ma come la vedrà il padre Escrìu?

— Oh bella, come noi. È spagnuolo; ma vive da tanti anni in Italia. Gli

si dice la cosa, e non potrà far altro che approvarci.

— Ti senti di parlargliene tu?

— Sicuramente; — gridai, parendomi lì per lì la cosa più naturale del

mondo.

La turba si mosse, acclamando; ed io alla sua testa, che parevo un

colonnello in piazza d’armi. Si andava verso il collegio. Ma giunto

all’ingresso, e nell’atto di montare i tre scalini di marmo del

portone, incominciavo a non essere tanto sicuro del fatto mio. Posto

il piede nel corridoio delle scuole, mi trovai anche solo, o quasi. I

miei compagni si fermavano fuori, aspettando l’esito dei negoziati.

Ma che paura avevano? Il padre Escrìu era un brav’uomo, finalmente.

Sapeva bene il latino, e ce lo insegnava bene. Con un metodo severo,

per altro! Quando si fallava la desinenza di un caso, o la concordanza

di un adiettivo col suo sostantivo, faceva certi occhiacci! Nè sempre

si contentava di far gli occhiacci; specie quando non si sapeva la

lezione, o si faceva qualche grosso solecismo, lasciava correre anche

scappellotti. Non ne abusava, no; bisognava avergli fatto scappar la

pazienza. Ma qualche volta gli era scappata, e i ricordi ne duravano in

classe.

Ci pensai ancor io, inoltrandomi nel corridoio. E rammentai che proprio

allora avevo un grave torto agli occhi del maestro. Il padre Escrìu

aveva portata nella sua scuola una gran novità, che prima di lui si

usava soltanto nelle scuole dei Gesuiti. Da noi la classe si divideva

in due bande: ogni alunno, guadagnando punti, o perdendoli, guadagnava

o perdeva per sè e per la banda a cui era ascritto. Il padre Escrìu

aveva aggiunta la novità di dare un nome alle bande: da una parte si

era Romani, e Cartaginesi dall’altra. Mercè questa trovata, non so

come, certo senza merito mio, avevo conseguita la dignità d’Imperatore

Romano. Se poi alla mia effigie non si coniarono monete, incolpatene

i tempi grossi, e la brevità del mio regno. Un giorno, di fatti, per

una mia marachella (non la ricordo più bene; mi pare si trattasse

di ciliege che io mangiavo sul mio trono, facendone tra il pollice

e l’indice schizzare i noccioli su teste di amici e nemici) il padre

Escrìu mi degradò issofatto da Imperator dei Romani, mandandomi per

gran degnazione legato dei Cartaginesi. Immaginate il mio dolore,

e l’ira dei Romani, che perdevano un campione per le battaglie dei

punti, e l’odio dei Cartaginesi, che alle future vittorie non pensavano

ancora, ma sentivano la presente vergogna dell’esser considerati come

una compagnia di disciplina. E le ciliege erano ancor troppo fresche:

non era ancor venuta per me l’occasione di riconquistare il mio seggio

in Roma: alla presa di Peschiera io ero ancora Cartaginese; e non

Suffèta, che era il primo grado; legato, semplicemente legato.

Come si fa? pensavo tra me, inoltrandomi nel gran corridoio. Come si

fa, a persuadere il padre Escrìu di questa vacanza in lunedì? Pensando,

mi veniva meno il coraggio; ma anche mi veniva incontro, col suo passo

risoluto, il padre prefetto. Un lampo balenò allora alla mia mente; e

quel lampo era un’idea.

— Padre, — gli dissi, avanzandomi, — padre prefetto....

— Ebbene? Che cosa vuoi tu?

— Peschiera.... — risposi, con la mia voce soffocata dalla commozione;

— Peschiera è in mano dei nostri.

— Ah! — gridò egli fermandosi e facendosi rosso in volto come un

rosolaccio dei campi. — Come lo sai?

— Qui.... qui.... il bollettino; legga. —

Il padre prefetto me lo aveva già strappato di mano. Leggeva, e gli

sfavillavano gli occhi; leggeva a mezza voce, profondamente commosso,

balbettando. Con lui mi venne il coraggio che temevo di non aver più

col padre maestro.

— E noi, padre, per questa vittoria, vogliamo prender parte alla

dimostrazione che si farà in piazza di Càneva.... —

Si chiamava solamente di Càneva, cioè della Canapa, la piazza Colombo,

in vicinanza del porto, dove erano a quel tempo i banchi degli

spedizionieri, degli armatori, dei cambiavalute, ma dove probabilmente

in un tempo anteriore erano state botteghe di canapini, venditori di

tela di canapa per le vele dei bastimenti.

— Sì, — proseguivo, pigliando la rincorsa, mentre egli continuava a

leggere rottamente. — sarà una dimostrazione di tutta la città. Che

entusiasmo vuol essere! Faremo vacanza, non le pare? La notizia è

troppo bella.... importante.... strepitosa....

— Strepitosa davvero; — rispose il padre prefetto. — Mi lasci il tuo

bollettino, che lo faccio leggere ai Padri?

— Sì, lo tenga, lo tenga; io lo so già tutto a memoria. —

Era dunque il permesso di far vacanza. Non lo dava il maestro di

grammatica, veramente: lo dava il prefetto, «studiorum praefectus», che

aveva per le scuole un’autorità superiore, e che a buon conto poteva

conceder vacanza, non ad una sola classe, ma a tutte. Forte di questa

argomentazione interiore, salutai il frate e corsi a gambe levate verso

l’ingresso.

I compagni mi aspettavano là, parte sulla gradinata, parte in istrada,

come in agguato.

— Vacanza! — gridai.

Vacanza! vacanza! risposero venti o trenta voci. Vacanza! vacanza!

echeggiarono quaranta o cinquanta, di scolari e scolaretti accorrenti.

E via tutti, allegra torma di pecchie quando prendono a sciamare;

via tutti, verso la piazza, raccogliendo per cammino i più tardi,

informando della vittoria dei nostri soldati, e della nostra ad un

tempo. Peschiera vinta! Peschiera italiana, finalmente! Che bella

cosa, che grande notizia, da far ribollire il sangue nelle vene! Così

riscaldati, esaltati, pazzi dalla gioia, avevamo intuonata la canzone

del tempo:

Sorgete Italiani

A vita novella;

D’Alberto la stella

Risplende nel ciel.

La prima idea era d’incominciarla noi, la dimostrazione, voltando a

sinistra verso il Molo, e andando per le calate del porto fino a piazza

di Càneva. Ma io ebbi il torto di lasciarmi tirare a destra, sulla

passeggiata, per giuocare da capo ai puntoni. Prevalevano gl’istinti

guerrieri, quel giorno. E poi, stanchi di fare ai puntoni, accettammo

l’idea di andare nei fossi della Fortezza, per giuocare a rimpiattino,

alla barra, al tabarro. Eravamo nel più bello delle nostre prodezze,

quando fu dato il segno d’allarme. Lassù, dall’orlo dello spalto, si

affacciava il cappello del padre prefetto; solita e molesta apparizione

per tutti coloro che avevano salata la scuola.

— Che cosa vuole, il padre prefetto, quest’oggi? — domandarono a me i

compagni di giuoco. — Non glielo avevi detto tu, che si faceva vacanza?

— Gliel ho detto, sì.

— E allora perchè vien qua, minacciando con la mano? Senti, ci chiama

anche.

— Ma.... che ne so io?

— Avrà cambiato opinione; — disse un altro.

L’idea di ribellarci fuggendo, non venne a nessuno di noi. Eravamo

diavoli scatenati, alle nostre ore; ma bastava un nulla per richiamarci

al sentimento della disciplina. Mogi mogi, ci avviammo tutti verso una

gradinata a scarpa, che metteva dal fosso allo spalto.

— Perchè avete salata la scuola? — tuonò il padre prefetto, quando

fummo a portata di voce.

— Padre.... non lo sa?... Le è pur rimasto il bollettino!... I nostri

hanno preso Peschiera.

— Ebbene? c’è forse bisogno di lasciare la scuola, perchè è stata presa

Peschiera?

— Ma io.... se si rammenta.... Le avevo anche detto....

— Che cosa?

— Che era festa nazionale, oggi.... e si poteva far vacanza....

— Si poteva.... si poteva fare anche questo; — borbottò il padre

prefetto. — Ma bisognava prima di tutto domandarne licenza ai maestri.

— Credevamo che dicendo a Lei....

— Non so cosa abbiate detto a me.... La notizia era tanto strepitosa!...

— Già, lo dicevo infatti, strepitosa. E noi allora Le abbiamo soggiunto

che si sarebbe fatta una grande dimostrazione.

— Nel fosso della Fortezza, non è vero? Mariuoli! Pigliatemi il

portante, e via. Per la scuola del mattino è tardi; andate a casa, a

studiare. Chi mancherà alla lezione pomeridiana, faccia conto di venir

domani accompagnato dai suoi parenti. —

La minaccia era grave. Dispiaceva a tutti d’esser mandati a casa

con l’obbligo di farci riaccompagnare alla scuola dal babbo o dalla

mamma. Al tempo nostro queste due autorità non ischerzavano. Bisognava

avvertirle dell’incomodo che si cagionava loro, e confessar le ragioni

del fatto; donde avveniva che ricevessimo una salutar correzione anche

prima di esser condotti al collegio. Perciò, immaginate che tutti,

«nemine excepto», si fosse nel pomeriggio alla scuola. Quando noi

grammatici entrammo in classe, il padre Escrìu era là in piedi, davanti

alla cattedra, duro, accigliato, con la sua riga tra mani, che pareva

un bastone di comando.

— Perchè non siete venuti a scuola, stamane? — chiese egli, dopo un

lungo silenzio, quando noi fummo tutti seduti nelle nostre panche. —

Parlate; lo voglio! — incalzò, vedendo che nessuno di noi si alzava per

rispondere.

E il bastone di comando, che da principio ballava, incominciò ad

agitarsi convulsamente tra le sue dita.

— Mi avete capito? — riprese. — Vuol finir male, quest’oggi; molto male

per qualcheduno.... e per tutti i suoi complici. —

Eravamo esterrefatti. Lo intendevamo benissimo, che qualcheduno,

l’istigatore, sarebbe stato mandato via, «nec sine colaphis», cioè a

dire non senza scappellotti, e che a tutta la classe sarebbe toccato un

«pensum» da doverci perdere le ore di ricreazione per un mese.

— L’hai presa Peschiera! — mi mormorava intanto sottovoce un compagno.

La crudeltà del sarcasmo mi rivoltò il sangue, e fece quello che non

aveva ancora potuto su di noi la sgridata del frate. Mi alzai in piedi

e stesi la mano, quantunque non ce ne fosse bisogno, poichè egli stesso

m’invitava a parlare.

— Padre, non castighi nessuno dei miei compagni; — gli dissi. — Sono

io, il colpevole; io che ho letto questa mattina, uscendo da casa, il

bollettino della presa di Peschiera. Mi pareva che con una notizia

simile.... Capirà; siamo italiani.... L’avevo detto anche al padre

prefetto.... che si era commosso anche lui. Forse, nella commozione,

non ha sentito quando gli dicevo della vacanza.... Ora sa tutto, padre

maestro.... punisca me, ma non altri.

— Non altri! non altri! — ripetè il maestro imbizzito. — Farò quello

che mi parrà conveniente. E voi, frattanto, in ginocchio! —

In ginocchio! Era grossa, e tutti i miei sentimenti si rivoltarono. In

ginocchio! Da tre anni che ero alunno delle Scuole Pie, non c’ero mai

stato messo; nè dal padre Sanguineti, nè dal padre Conio, nè dal padre

Cigliuti. Qualche volta in castigo nei corridoi, non lo nego; ma in

piedi. E in ginocchio, allora! in ginocchio! era grossa, era orribile;

non potevo mandarla giù; non mi ci sarei adattato, no davvero;

piuttosto a casa, e ritornar magari coi miei parenti, dopo aver preso

un paio di ceffoni _a priori_, o di calci _a posteriori_, dal babbo.

Quell’altro intanto ripeteva il comando; ed anche accennava di

muoversi, certamente per cavarmi a forza dal posto. Precorsi l’offesa;

mi mossi, scesi dalla panca (la seconda dei Cartaginesi, ahimè!)

per calare in mezzo alla scuola; ma come fui giunto là, scambio

d’inginocchiarmi, voltai verso l’uscio, colla ferma intenzione di

andarmene. Ma quell’altro, che forse mi aveva letto negli occhi il

proposito ribelle, mi fu addosso d’un salto, mi gravò la sua larga

mano sulle spalle, facendomi andar giù, se non proprio come voleva lui,

sulle ginocchia pur troppo.

— Hai dato cattivo consiglio; — soggiunse poscia, mentre ancor lavorava

per farmi inginocchiare davvero; — lo confessi, e vuoi sfuggire la

pena? In ginocchio, ti dico. Tanto meglio, se ti dispiace. E qui, —

riprese, dopo un istante di pausa, sentendomi dare in uno scoppio di

pianto, — ci hai la posizione più conveniente per pregare. Prega Dio,

— conchiuse, — prega Dio fervidamente, per tutti quelli che han preso

Peschiera; prega Dio che riescano a prender Verona!

Il primo errore.

Giunto dalla sua natale Germania a Parigi, e prendendo da viaggiatore

coscienzioso a visitarne i monumenti, Enrico Heine non tralasciò

di dare una capatina nei dintorni, fino alla celebre abbazia di San

Dionigi. Colà, osservando il luogo dove il santo era stato decapitato,

e meravigliandosi forte al racconto dello scaccino, che il santo

sullodato avesse fatto ancora una ventina di passi dopo aver perduta la

testa, si sentì soggiungere, quasi a spiegazione del miracolo: «Vous

savez bien, monsieur, il n’y a que le premier pas qui coûte». Quello

scaccino aveva ragione, ed io lo so per prova, che senza testa, o senza

cervello, che negli effetti è tutt’uno, ho fatto il mio primo passo;

donde avvenne che facessi poi tutti gli altri, ahimè, sulla via del

Parnaso.

Avevo io otto anni? nove? dieci? Non so più bene. Potrei forse

orientarmi chiedendo ai miei concittadini in che anno monsignore

Riccardi di Netro fosse stato nominato vescovo di Savona e avesse fatta

la sua visita pastorale per tutti i borghi della sua diocesi. E forse

il saperlo mi gioverebbe poco, essendo anche possibile che il degno

uomo fosse andato parecchie volte in volta, e più d’una, a buon conto,

fino al monastero della Pace, sopra Albisola, dov’io ragazzo ebbi

l’onore di avvicinarlo; e fu quello il giorno fatale del primo errore,

del primo peccato letterario, che portò poi tutti gli altri,

onde sovente

Di me medesmo meco mi vergogno.

Mi confesserò di quel primo, e voi mi darete la penitenza; se pure

non crederete che io n’abbia già fatte abbastanza. Ma raccontiamo con

ordine, e premettiamo quanto è da premettere.

Il mio babbo era un gran filarmonico nel cospetto di Dio e degli

uomini; tanto che, non contento di suonare per suo conto e diletto

parecchi istrumenti, aveva formato un concerto musicale, e diciamo

pure una banda, provvedendo del suo gli arnesi sonori alla più parte

dei soci dilettanti. Io, naturalmente, partecipavo a tutte le comparse

della Banda Nuova (era questo infatti il suo nome, per contrapposto

alla Musica Vecchia), andavo a tutte le feste cittadine, a tutte le

funzioni di chiesa, a tutte le sagre dei dintorni, a Lavagnola, a

Zinola, ad Albisola, sempre affidato al braccio amico (vedete come

mi fiorivano fin d’allora le rime) di Ninetto Cerisola. Il Ninetto,

come più comunemente lo chiamavano, tralasciando il cognome, era un

ometto (e dàlli con le rime!) piccoletto, ma forzuto e barbuto, che

appunto per quella sua barba folta e nera, aveva meritato il posto di

zappatore nelle gloriose legioni della guardia civica. Di professione

era staderaio, cioè a dire fabbricava, vendeva, aggiustava bilance; a

tempo avanzato suonava il trombone, quel bel trombone antico, senza

chiavette, che dava le note secondo l’allungarsi e il raccorciarsi

delle sue canne di ottone. Ricordo che il giorno della festa solenne

al convento della Pace, dovendo suonare sull’orchestra della chiesa,

io avevo trovato il modo di ficcare nel tronco interno di quelle canne

mobili un turaccioletto di sughero; onde l’amico Ninetto, per soffiar

che facesse, non riusciva a mandar fuori una nota. E non protestava

neanche, il poverino; che anzi faceva le viste di non avvertire

l’impedimento. S’era fatta, prima della Messa cantata, una colazione

desinatoria; ed egli forse dubitava di aver alzato un po’ il gomito,

di esser brillo, insomma, e di averne impacciate le labbra; cose che

càpitano ai suonatori, che sono uomini come tutti gli altri del seme

d’Adamo, e sanno che il buon vino non rispetta nessuno. Fors’anche, un

po’ alticcio davvero, non aveva badato più che tanto se il suo trombone

suonasse o non suonasse? Certo è che quando gli amici, avvisati della

burla, gli fecero complimenti per la sua cavata, che quel giorno era

stata magnifica, egli subito, con bella modestia, rannicchiando le

labbra tra i peli della barba, rispose:

— Si fa quel che si può. —

Solo più tardi, levando dalla ritorta le canne dello strumento, ne

visitò le due bocche.

— Ah birichino! Siete stato voi? — mi gridò, mentre si disponeva a

levare da una di quelle il turacciolo traditore.

Ma egli mi voleva tanto bene, che quella mia burla atroce gli parve la

trovata più bella e più spiritosa del mondo.

Monsignore aveva pontificato, e dopo il vespro era sceso in refettorio

coi frati. La banda, allineata nel corridoio, aveva rallegrati i

principii, la zuppa e credo anche il fritto, col coro dei «Lombardi» e

con l’altro del «Nabucco», non dimenticando la preghiera dei «Foscari»

per assòlo di trombone. Non c’era più turacciolo, e il Cerisola aveva

fatto prodigi. Inorgoglito del suo trionfo, si era levato a più superbi

voli; aveva intravveduto un’idea, l’aveva inseguita, afferrata al

varco, e la presentava calda calda ai compagni.

— Non si può mica suonar sempre! — diss’egli. — Se alle frutta tutto

il corpo filarmonico si presentasse in refettorio per cantare un

complimento al vescovo?...

— Un complimento! — si gridò, colti all’impensata. — E cantarlo! Che

cosa sarà?

— Un coro, un coro d’opera conosciuta, con parole adattate; — riprese

il Cerisola.

— Allora ci vogliono i versi. E chi li fa i versi?

— Eh, se il signor Luigi volesse....

Così dicendo, il Cerisola s’era rivolto al mio babbo. Ma il mio babbo

accoglieva la proposta con un’alzata di spalle, che mandava il Cerisola

a farsi benedire. E il Cerisola, scambio di andarci, si rivolse a me,

che gli stavo vicino.

— Li farete voi, allora; — soggiunse.

Ninetto Cerisola mi sapeva studioso, e mi credeva capace di tutto.

Infatti, dopo il turacciolo!....

— E perchè no? — risposi. — Se mi date la musica....

Era fresca la memoria della «Lucia di Lammermoor», cantata al teatro

Sacco, allora il primo di Savona, essendo anche l’unico. Un coretto

del second’atto di quell’opera parve la man di Dio. Lo sapevano tutti

a mente; e non domandava altro al poeta che una strofetta di quattro

settenarii. Anch’io, per bacco baccone, mi sentivo capace di tutto.

Cavai la matita, e sul primo pezzetto di carta che mi venne alle mani

scrissi i miei versi, senza pur dimandare la necessaria ispirazione

ad Apollo. Ninetto Cerisola li lesse, li trovò sublimi, e li portò a

leggere al mio babbo, che fece un gesto di orrore, e poi, rivolgendosi

a me, accennò con la palma levata la voglia imperiosa d’un solennissimo

scapaccione. Ma egli era abbastanza lontano, ed io stetti a grinta

dura, mentre Ninetto Cerisola, il primo e credo anche l’ultimo

predicatore della mia gloria, rileggeva ad alta voce i maravigliosi

miei versi al corpo filarmonico, che in atto di curiosità, gli si

stringeva d’attorno.

«Salve, pastor Sabazio,

Nostro sostegno e onore;

I palpiti del core

Noi consacriamo a Te.»

Di peggiori non si poteva farne, lo riconosco: ma allora pensavo come

Ninetto Cerisola; li trovavo anch’io maravigliosi, sublimi, specie

rivestendoli già nella mia mente con le note del Donizetti. Erano,

dopo tutto, cantabili a quel dio; e il Ninetto li attaccò bravamente

con la sua vocina di tenore bari.... stonato. Il Forzani, il Ghisolfi,

il Lanza, il Casella, il Bibolini, tutti insomma quanti erano i nostri

filarmonici, si affrettarono a ricopiarli. Ed aiutavo anch’io (vedete

degnazione d’autore!); sicchè in pochi minuti ne tirammo giù una

ventina di copie. E quando si videro uscire dal refettorio gli avanzi

dell’arrosto cogli avanzi dell’insalata, segno evidente che là dentro

si passava alle frutta e al formaggio, fatta giungere discretamente

all’orecchio del padre guardiano la voce che i suonatori della banda

volevano cantare un complimento a Monsignore, si spalancarono i

battenti dell’uscio, e la banda penetrò, fortunatamente inerme, nella

sala dei banchettanti; ma ognuno degl’irrompenti avea tra mani spiegato

il suo pezzetto di carta, da farli parer tutti camerieri che portassero

il conto. Al rumore di quella entrata improvvisa, Monsignore alzò la

sua bella faccia petrarchesca, che m’è rimasta impressa nella memoria,

tanto che mi pare di averla sempre negli occhi. Ci fu un momento di

silenzio: i filarmonici si erano messi in fila. Poi, apriti cielo,

venti bocche si schiusero ad un cenno, e fu un grido allora, un urlo

solo:

«Salve, pastor Sabazio,

Nostro sostegno....»

e il resto, che per amore di brevità si omette, ma che laggiù, in

quell’ora solenne, fu cantato a squarciagola, bissato, rinterzato, se

ben ricordo, senza richiesta, ma non senza una benevola rassegnazione

dei commensali assordati. Qualcuno, di certo, si sarà doluto in cuor

suo; ma, da buon cristiano, n’avrà fatto, come si usa di tutti i

dolori, un’offerta al Dio degli afflitti.

Monsignore di Netro non aveva da liberarsi in quel modo da nessuna

afflizione. Appariva dolcemente commosso da quella dimostrazione,

tanto più affettuosa quanto più rumorosa. Certamente per modestia

s’era fatto rosso in volto come una fravola montanina, e tratto tratto

dondolava il capo, così in atto di ringraziare, come di nascondere

la sua confusione. Finito il canto, lodò con belle parole i cantori

del cortese pensiero che li aveva mossi; ma voleva anche lodare il

poeta, e per lodarlo, per ringraziarlo particolarmente, gli bisognava

conoscerlo. Io, veramente, non avevo preveduto quel desiderio

episcopale. Ero così lontano dal credere che in quella dimostrazione

canora ci potessi entrar io per qualche verso, che non avevo dubitato

di ficcarmi ancor io tra i cantori, prendendo sbadatamente il mio

posto in fila, tra il Ninetto, ch’era un cosettino tant’alto, e il

Casella, che era un mezzo gigante. Il Casella, per l’appunto, sentito

il desiderio di Monsignore, mi afferrò amorevolmente pel colletto, e mi

cacciò avanti, dicendo:

— Signor vescovo, eccolo qui il poeta.

Monsignore sorrise al «signor vescovo» e poi volle veder da vicino

il poeta. Non c’era più modo di scapolarla: ci andai, come la biscia

all’incanto: ci andai, confuso e tremante, girando dietro a dieci

o dodici schiene. Alla sinistra del vescovo una sedia si trasse un

pochettino da lato, tanto che v’ebbi un po’ di spazio per accostarmi

al mio «pastor Sabazio» e per baciargli l’anello pastorale, che s’era

benignamente sollevato all’altezza delle mie labbra. Beata età, che la

bocca dell’uomo può ancora esser fatta per baciare anelli di vescovi e

destre di nonni!

Ma il mio «pastor Sabazio» voleva anche discorrere, sapere dei miei

studi, della classe, del collegio, dei maestri, dei libri prediletti,

perfino della via che mi proponevo di scegliere quando fossi entrato

nel mondo.

— Studia sempre, ragazzo; questo serve per ogni via; — mi disse, quando

gli ebbi tra male e peggio barbugliate quattro o cinque risposte. — E

dimmi, intanto, sai già bene il latino?

— Sì, Monsignore, un poco; — risposi a faccia fresca.

Infatti, perchè no? Ero già uscito dai latinucci, sfranchito dalle

concordanze, e poteva parermi che non ci fosse più altro da spartire

tra me e la difficoltà della lingua di Cesare.

— Bene; — ripigliò Monsignore; — conoscerai dunque il proverbio:

«Carmina non dant panem....»

— «Sed aliquando famem;» — soggiunsi io inanimito, compiendo il

pentametro.

— Lo sai tutto? Me ne compiaccio. Ma sappi ancora, che quel proverbio è

falso; ed io mi sento di fartene la dimostrazione. —

Così dicendo, il mio bel Petrarca in mezzetta si levò da sedere, prese

un coltello, stese la sua bella mano bianca e morbida verso una gran

torta dolce che stava davanti a lui, ancora intatta, nel mezzo della

tavola; e colla punta del coltello ne tagliò a fondo il cuore, che

portava il suo nome in lettere di rilievo e di zucchero. Ciò fatto,

ficcò sotto quel rocchio la punta del coltello, e d’un colpo lo fece

balzare nel suo piatto, che con l’altra mano era stato pronto ad

accostare.

— Vedi? — riprese allora, porgendomi il piatto. — I carmi dan pane; ed

è pan di Spagna, salvo errore, o qualche cosa di simile. —

Poi, col rovescio della mano, anzi diciamo col sommo delle dita

affusolate, mi diede un colpettino sulle guance. Era il commiato; ed

io, fatto un mezzo inchino, mi affrettai a prendere il largo. Cioè,

dico male; non potei affrettarmi, poichè ero allo stretto, fra la

parete e quella fila di sedie, che s’erano tutte un po’ mosse, per dar

modo ai sacri commensali di voltarsi sul fianco e di farmi anch’essi

il loro complimento. Il padre guardiano, prima di tutto, m’aveva

fatto un sorriso di vecchio conoscente; ed io lo sentii, mentre uscivo

dalla stretta, che diceva a Monsignore com’io fossi stato a balia poco

distante di là. Insomma, un primo trionfo, un trionfo inaudito; ed io

non ne portai le spoglie opime a Giove Feretrio, perchè facevo conto di

sgranocchiarmele, appena fossi giunto nel corridoio.

Il mio babbo era là, non troppo scontento, a dir vero, ma ancora un po’

buzzo, come fa il tempo quando non vuol mettersi d’un tratto al sereno.

— È dolce il primo pane che guadagni coi versi; — mi diss’egli,

con accento canzonatorio. — Ma non t’ingannare; potrebbe anco esser

l’ultimo. —

Io non volevo scapaccioni, cose che in verità non sarebbero state da

trionfatori. Chinai il capo sotto la ràffica, e scappai all’aperto

col mio buon rocchio di pan di Spagna. Laggiù, mentre lo sgretolavo

allegramente, mi venivano certi pensieri di gloria, che me lo facevano

parere anche più dolce. «Per una strofetta di quattro settenarii!»

dicevo tra me. «Che sarà mai quando farò i quattordici endecasillabi

d’un sonetto? o le sei stanze, le otto, le dieci d’una canzone?»

Sonetto e canzone mi ronzarono nel cervello un bel pezzo; ed anche

mi provai quell’anno a farne su parecchi argomenti; ma mi riuscivano

troppo difficili per la giusta collocazione delle rime. Quanto ai

versi, niente paura; ne avevo le sillabe sulla punta delle dita, dove

potevo contarle nei casi dubbi; e già avevo messa in endecasillabi

sciolti l’Epitome della Storia Sacra. Ne ricordo un verso per

l’appunto:

Qui venne a morte Giosìa il gran rege;

un verso cane, anzi un verso da cani, che meritava d’esser legato.

Infatti lo sciolto era ancora un osso duro per me. Ma dal giorno

del pan di Spagna in poi, quanto durarono i miei studi classici alle

Scuole Pie di Savona, feci versi a tutto spiano, di tutte le misure,

ogni giorno. Mi fortificavano nel proposito le cortesie episcopali,

che non s’erano mica fermate a quella vistosa rotella di torta dolce.

Figuratevi che una volta per settimana, e magari due volte, mentre

io giuocavo alla palla, e mi era stadio la piazzetta del Vescovato,

capitava il buon Tommaso, il vecchio servitore di Sua Eccellenza (mi

par di vederlo ancora, con le sue brache corte, le calze nere, le

fibbie d’argento alle scarpe e la sua smilza faccia incartapecorita

sotto i ciuffetti della parrucca biondiccia), e passandomi rasente

mi faceva scivolare tra le mani una palla, spesso nuova, fiammante,

ora di cuoio d’una tinta, ora a spicchi di pelle variamente colorata.

Monsignore non le faceva fare a bella posta per me, intendiamoci

bene. Erano palle sperse, che da una parte o dall’altra, ma più

frequentemente dalle spalle del Duomo, in certe volate di giuocatori

mal destri, andavano a cascare entro i giardini dell’episcopio. Rimaste

là senza padrone, era giusto che si regalassero a me, dopo la scena

della Pace. Ma quei regali, che mi riempivano il cuore d’allegrezza, mi

procacciarono invidie non poche; ed ebbi allora i miei primi Zoili, e

Mevii e Bavii «sine fine dicentes». Nè voglio tacere un’altra cortesia

di Monsignore, che quante volte, uscendo a passeggio, m’incontrava per

via coi miei libri ad armacollo, mi fermava amabilmente per domandarmi

notizia delle mie «dotte fatiche» e con un «da bravo, continua a

studiare,» mi dava il piacevol commiato del suo colpettino sulla

guancia; specie di cresima transitoria, che non aveva più da imprimer

carattere, ma che valeva a confermarmi la sua benevolenza.

Povero mio «pastor Sabazio!» Egli era certamente animato da una buona

intenzione, usando cortesia al suo piccolo poeta. Ma se io non mi

fossi inuzzolito per quel troppo dolce premio al primo saggio della mia

Musa in fasce, tutt’altri guai non sarebbero mica avvenuti; il babbo

m’avrebbe avviato al commercio, e magari ci sarei diventato milionario.

Dicono che sia così facile! E onestamente, badate, onestissimamente.

Si comincia a trafficare; si tiara avanti un bel poco; poi si

fallisce, offrendo ai creditori l’ottanta per cento. Abboccano tutti, e

promettono a sè medesimi, tanta è la loro maraviglia, di farvi fido per

un’altra volta. Voi ripetete il giuoco, s’intende; lo ripetete magari

una diecina di volte, sempre col medesimo frutto, del venti per cento

in tasca. «Poveraccio!» gridano a gara; «è disgraziato, ma galantuomo.

Che si canzona? l’ottanta per cento! chi è che lo dà più, a questi lumi

di luna?»

Il mio racconto ha un’altra morale; ed è questa. Ragazzi, studiate,

se vi pare; lo studio ha qualche utilità nella vita, e non bisogna poi

fidarsi tanto di certi esempi fortunati. L’essenziale è che studiando

non vi pigli la manìa di far versi. Guardatevi bene dal primo errore;

si sa come si comincia e non si sa.... Cioè, mi spiego, si sa pur

troppo dove si vada a finire.

Ceppo in famiglia.

«Ricòrdati che Ceppo si fa in famiglia» mi scriveva mia madre. «E dove

mai si è più in famiglia che dal nonno?»

Mia madre ha sempre ragione; ma quel giorno l’aveva due volte. Sicuro,

si è più in famiglia nella casa del nonno, quando ci sono intorno a

lui le due generazioni, raccolte alla sua mensa. Ceppo è una gran gioia

domestica, in cui si associano e si compenetrano due religioni; quella

dell’acqua che ci ha battezzati, e quella del fuoco intorno a cui siamo

cresciuti. Aggiungete che sotto Natale fa freddo, e quando fa freddo

ci si stringe volentieri gli uni di costa agli altri, e volentieri ci

si scalda a quel ceppo, che è simbolico quanto si vuole, ma che arde

davvero; e si mangia di buon appetito a quella tavolata, dove si è

tutti congiunti di sangue, e per un’ora, se Dio vuole, anche d’idee.

Quello è il giorno che niente rimane sullo stomaco, neanche il panforte

di Siena, e niente dà al capo, neanche la malvasìa di Sardegna.

La mensa del mio nonno materno era celebre per un certo vino del Sinai,

dorato come il Cipro, ma anche più asciutto. Gliene ho assaggiato

tanto, di quel vino! e non ho date le tavole della Legge sulle corna

di nessuno. È vero, per altro, che non mi era mai stato affidato

l’incarico di far sentire a nessuno che la legge è dura.

Ma per quella volta, ricevuta la lettera della mamma, non pensai punto

al vino del Sinai. Mi si offerse in quella vece agli occhi della

mente la vecchia casa del nonno, là sulla marina di Finale, tra la

mole giallognola del palazzo Buraggi, che cresceva da levante, e lo

smisurato masso ferrigno della Caprazoppa che cresceva da ponente, con

la distesa del mare davanti, e con la riva sonante, dove io bambino

avevo edificati tanti castelli, contornati di fosso, protetti da

sproni, cavalieri e palizzate di ciottoli. Perchè io, grazie al cielo,

non ho mai fatto castelli in aria, e sempre ho fabbricato sul sodo.

Ma, ohimè, veniva la sera; il mare cresceva, e un maroso più lungo

incominciava a seppellirmi la palizzata; un altro, anche più lungo, mi

spazzava lo sprone; un terzo mi colmava il fosso; un quarto, più lungo

di tutti, mi entrava dai merli, e mi mandava a casa mogio mogio come un

pulcin bagnato.

Ed anche il viaggio a Finale, che gioia! Si partiva ogni anno due volte

da Savona, con la vettura di Belloro (così chiamato, perchè il suo

vero nome era Podestà, e nei nostri paesi non c’era caso che uno fosse

chiamato col suo vero nome); si vedeva Zinola, colla sua esposizione di

pentole al sole; Vado, coi suoi fortini e la sua rada sicura («statio

bene fida carinis», dicevo già io, peccatore precoce di citazioni

latine); Spotorno con le sue fornaci di calci e col suo parroco,

che pretendeva essere stato là per rifugio il re dei Rutuli vinto da

Enea, tanto che rimase alla terra il suo nome: «ultima spes Turni;»

e davanti a Spotorno la verde isoletta di Bergeggi, con le rovine del

famoso convento di Sant’Eugenio e col suo misterioso tumulo preromano

sulla vetta; poi Noli turrita, davanti a cui si suol recitare un verso

di Dante, e sulla cui spiaggia io ricorderò sempre di aver salvata

la vita ad un pesce. Passavo un giorno di là, nella solita carrozza,

mentre alla spiaggia si tiravan le reti. Smontai, curioso, per andare a

vedere la pesca miracolosa. Furono magri affari, poichè in fondo alla

rete non era rimasto altro che un pesce. Lo comperai. Era una triglia

adolescente. «Va» le dissi, gettandola in acqua «cresci e moltiplica».

Non so se abbia principio da quella mia liberalità l’abbondanza di

pesce sulla spiaggia di Noli.

E poi, dopo Noli e il suo rosso promontorio, la penisola grigia di

Varigotti, della rupestre Varigotti, che piace tanto a me, quanto

spiacque a Rotari, e alla amministrazione delle strade ferrate

italiane. Il primo la distrusse; e questa per molti anni non volle

considerarla come rifabbricata. Poi Final Pia, con la sua valle di

mandorli, che la fanno parere un paesaggio giapponese alla stagione

dei fiori, e col suo bel ponte su cui si faceva la fiera, il giorno

dell’Assunzione. Insomma, che dirvi di più? Tutte le gioie di tanti

viaggi, concentrate in uno, che io avrei fatto, dopo molti anni

d’assenza dalle rive beate della beatissima età. E lo avrei fatto

come per l’addietro, quel viaggio, cioè a dire in carrozza; perchè in

quell’anno, che fu il 1870, la strada ferrata da Genova a Ventimiglia

non era compiuta, e giungeva solamente a Savona. Avrei sentito l’odore

dell’argilla fresca sulla riva di Zinola; quello dei rami di pino

davanti alle fornaci di Spotorno; quello delle alghe rigettate dal mare

alla spiaggia di Varigotti; a farla breve, tutte le fragranze del buon

tempo antico. E avrei sorriso per giunta davanti a quell’«Ultima necat»

di una certa meridiana di Spotorno, che m’aveva dato tanto da pensare

nel mio primo anno di latinità, volendo io tradurre da me, senza

chiedere aiuto a nessuno.

Con queste promesse di gioia, partii la mattina istessa del Natale,

da Genova, dopo aver dato licenza alla cuoca di andarsene per i fatti

suoi. La brava donna mi aveva ringraziato, lieta di far Natale col suo

maritino. «Benissimo!» le dissi. «Anche voi farete Ceppo in famiglia.

Statemi allegra.»

E m’avviavo alla stazione, con una splendida aurora. Il cielo era

di cobalto; l’aria niente fredda; pareva un bel mattino d’autunno.

E a nessuno veniva la voglia di viaggiare, quel giorno! Ma già, si

capiva, era Natale; e ognuno stava più volentieri a casa sua. Quelli

che dovevano andarla a cercare per quella occasione solenne, già

l’avevano trovata, essendo partiti la vigilia. Così avvenne che quella

mattina, al primo treno, io non avessi altri compagni che cinque o sei

viaggiatori di terza classe, due o tre di seconda, e nessuno di prima.

Tanto meglio, infine! regnavo da solo nel mio scompartimento «per

fumatori».

E non si partiva mai! Chi aspettavano ancora? Io, prima che il treno si

movesse, avevo già letto i pochissimi giornali usciti quella mattina,

pieni zeppi di fatti varii con tanto di barba, scarsi di notizie

politiche e senza ombra di telegrammi. Nei giorni di festa, si sa,

e nelle vigilie dei giorni solenni, non accade mai nulla nel mondo,

o l’Agenzia Stefani non permette che accada. Finalmente il treno si

mosse. E usciti di sotto alla tettoia, povero cobalto dei cieli! s’era

fatto grigio; mistura di bianco e nero fumo, per mezzo a cui tremolava

cadendo qualche fiocco di neve.

— Ah bene! — esclamai. — È natalizia in sommo grado, la neve; ben venga!

E venne, a mano a mano più fitta. A Sampierdarena i fiocchi apparivano

più grossi; a Sestri non eran più fiocchi, ma falde, a Voltri, dov’è

tanta fuliggine di camini per la frequenza degli opifici, non si vedeva

altro che bianco; ad Arenzano, non so come, la neve mi entrava nella

carrozza. L’ebbi per un miracolo, poichè i finestrini erano tutti

chiusi, con quel tanto d’impenetrabilità che l’amministrazione delle

strade ferrate assicura al suo materiale viaggiante. Miracolo, adunque,

e miracolo noioso. Ma infine, ero solo, e potevo sedermi su d’uno

dei bracciuoli di mezzo, poichè già dai due lati mi si erano formati

dentro lo scompartimento due bei poggi di neve. Ridevo, alla stranezza

del caso, e fumavo; fumavo, come un altro Mongibello, con la neve da’

piedi.

Di fuori non si vedeva una spanna più in là, tanta era la furia del

nembo. Come si giunse a Savona, calai prontamente, e fuggii dalla

stazione, senza fermarmi neanche a domandare per qual ragione mi fosse

nevicato in carrozza. Arrivai sulla piazza del Fosso, come si diceva

anticamente, con la neve a mezza gamba; e là, senza perder tempo a

salutare il mio illustre concittadino Chiabrera, scolpito sul timpano

del teatro che porta il suo nome, entrai nell’ufficio dei signori

Botta e Passeggi, per ordinare una vettura. Niente vetture. — O come!

— Scusi, ma è Natale. — Ebbene, non è dunque possibile viaggiare, nel

dì di Natale? Se ci fossero degli ammalati, e il bisogno urgente di

un medico? — Verissimo; e si potrebbe anche attaccare per lei, che non

è medico; ma con questo tempo? Sarebbe da matti. — Mettete che io sia

matto, e fate attaccare; a qualunque prezzo. Venti, vi bastano? — No.

— Trenta.... quaranta.... sessanta? — No, neanche per cento. — Ah, per

tutti i settecento.... settantasette mila diavoli! come si fa? —

Mi rivolsi ad un crocchio di vetturini, che stavano chiusi nei loro

mantelli, su d’un portone, fumando la pipa e meditando sulla tristizia

dei tempi. C’era tra essi il vecchio Piuma (così detto perchè veramente

di cognome si chiamava Cerisola), il vecchio Piuma, amico mio, che

m’aveva conosciuto bambino, e tante volte mi aveva portato, studentello

in vacanza, da Genova a Savona, e viceversa. — O Piuma, gli dissi, se

dura in cuor vostro una favilla dell’amor primiero, portatemi voi a far

Ceppo in famiglia. Anche la mamma, per cui avete tanta divozione, ve ne

sarà molto grata.

— Impossibile, — mi rispose. — Non vede che tempo? I cavalli non ce

lo farebbero. E poi, dove s’andrebbe? Giù da una balza, di sicuro, a

far Natale coi pesci. Una cosa posso fare, e la faccio di cuore....

invitandola a venire a far Ceppo da me. —

Ringraziai, non intenerito, e andai a rifugio sotto i portici della via

Paleòcapa. Non mi piaceva restare sul Fosso, dove ero già la favola di

tutti i vetturini. Ma là, sotto i portici, diventai presto la favola

di cento amici d’infanzia. — Come tu qui, oggi? che buon vento? Ah

sì, cattivo, non è vero? Poveraccio! e volevi andare a far Ceppo in

famiglia? Abbi pazienza. Un’altra volta partirai la vigilia. Vieni da

me, a far Natale. Da me! da me! Si vuol ridere! —

Ah, sì? ridere? niente affatto; riderete da soli. E liberatomi da tutti

gli inviti, da tutte le canzonature, andai alla stazione, dove aspettai

il treno delle quattro, che doveva riportarmi a Genova. Al nonno e alla

mamma avevo mandato un telegramma, raccontando la mia disgrazia. Quello

partiva, almeno; quello andava a far Ceppo in famiglia.

Alle quattro, santa puntualità, il treno si mosse. Anche quella volta

fui solo. Il ritorno fu peggiore dell’andata. La neve continuava a

penetrare nello scompartimento, e faceva i suoi mucchi; ma io non

fumavo più, perchè avevo oramai consumata la provvista dei sigari; e i

tabaccai di Savona, come quelli di ogni altra terra italiana, facevano

Ceppo in famiglia; donde la necessità di tener chiuso l’appalto, più

ermeticamente d’una carrozza di prima classe. Ah, il mio ritorno! Se

io son pure arrivato a Genova, n’ho debito alla cortesia del tempo, che

fece strada con me.

Giunsi intorno alle sei. E là, sul lenzuolo bianco della piazza

Acquaverde, non c’era altri che Cristoforo Colombo, occupato con

una mano a scoprire l’America, e coll’altra a reggere un’áncora.

Non poteva, per conseguenza, indicarmi una vettura di piazza. Non ce

n’erano, del resto; ed io, per la strada più corta, in un’ora di stenti

inauditi, mi trascinai fino a casa, con la neve fin sopra al ginocchio.

Abitavo nella via di San Luca, figuratevi! Pure, poichè volere è

potere, ci giunsi, e indovinai anche il portone, ma senza toccare la

bella soglia di rosso antico, che due palmi di neve sottraevano alla

vista e alla cupidigia degli inglesi. Gli inglesi, si sa, voglion

comperare tutto a peso d’oro; e sono i ciceroni che lo affermano.

E a Genova, tra le cose che gli inglesi vogliono sempre comperare a

peso d’oro, ci sono i leoni dell’Università, il portale del palazzo

di Andrea Doria in piazza di San Matteo, e la soglia del mio portone

in via San Luca. Dico mio, così per dire; ma qui l’aggettivo non è, a

rigor di termine, possessivo; non indica o piuttosto non indicava altro

che l’uso, il diritto di passaggio.

Quando fui alle scale non ne potevo più dalla fatica, e fu miracolo

davvero se mi arrampicai fino al terzo piano, dov’era il mio

quartierino. E là, niente cuoca; niente cucina; niente sotto la mano,

da mettere sotto il dente. La cuoca io l’avevo mandata a far Ceppo

in famiglia; nè mai avevo posto piede in cucina, e non sapevo dove la

brava donna tenesse in serbo la roba. Mi sarei contentato di così poco!

Una crosta di pane, a quell’ora, mi sarebbe parsa la man di Dio.

Potevo escire, e andare alla ventura, o in qualche osteria, o da

qualche famiglia d’amici. Ma con quel metro di neve! conciato com’era!

e come mi avrebbe conciato dell’altro quella bianca poltiglia, se pure

avessi avuta la forza di mutar abiti! E poi, non avrei fatto ridere a

Genova, come avevo fatto ridere a Savona? Ceppo in famiglia! Sì, ancora

una volta, Ceppo in famiglia. Dovevo starci, e ci stetti. E digiunai,

per conseguenza.

Solo il mio spirito si era nutrito, quel giorno; solo il mio intelletto

si era arricchito di una cognizione utile, raccolta dai frenatori, alla

stazione di Genova. Quando nevica così fitto, non basta tener chiusi i

finestrini; bisogna chiudere ancora gli sfiatatoi.

Ma tutto ciò non fece tacere gli stimoli di una fame da lupi. Ed anche

ora, quando ci penso, quella fame io la vedo; e riconosco facilmente di

non avere nessuna disposizione per seguire l’esempio del Succi.

Camene ligustiche.

I miei genovesi della nuova generazione respirano bene, quando vanno

passeggiando sui larghi marciapiedi della via Roma, aperta per essi in

una collina di tufo, attraverso alle viottole di Piccapietra e delle

Fucine. Respirano meglio, quando giungono sulla gran piazza, a cui non

si è ancora pensato di dare un gran nome; nella gran piazza, io dico,

inquadrata nel verde di due colline in declivio, dove hanno da ammirare

tanta ricchezza di piante, tanti bei giuochi di luce, mentre Vittorio

Emanuele li saluta cortesemente dall’alto del suo cavallo di bronzo,

avendo l’aria di dire: «Avanti, signori, senza cerimonie, vadano dove

vogliono. Dietro a me si aprono a ventaglio tre vie, anzi quattro,

anzi cinque, tutte signorili ed ariose. Possono anche salire di qua,

sulla loro diritta per andare all’Acquasola; ma io, se permettono,

consiglierei di prendere a mancina, per di qua, dove si sale alla

Villetta, dietro al mio amico Mazzini».

Respiro anch’io, accettando il consiglio, e volgendomi alla Villetta;

ma cambio facilmente il respiro in un sospiro tanto fatto. Quei viali,

quei sentieri, quelle redole che si vanno inerpicando lassù, erano

campo, anzi labirinto, alle passeggiate romantiche d’un tempo che

fu; del tempo in cui le signore genovesi amavano ancora portare il

pezzotto, quel velo d’aria tessuta che le rendeva così belle, come si

può vedere e giudicare dall’ultima che si ostina nobilmente a portarlo,

lassù, nella chiesa dell’Immacolata, e in un quadro di Nicolò Barabino.

Sui giardinetti dell’Acquasola, come allora si chiamava quel poggio,

incombeva lo sprone di una fortezza; quello sprone oggi mutato in

una rupe artificiale, dove l’acqua della Scrivia è salita per darci

l’illusione di una cascata, e far prendere, dicono, una boccata d’aria

sana ai suoi dolci microbii. La fortezza è sparita; la Villetta che

c’era dentro s’è trasformata in un parco di piante esotiche; il palazzo

che era fabbricato nella Villetta, e che offriva un nobile asilo alle

Muse nella prima metà di questo secolo morente, non ha più il suo

cultore, il suo poeta, «Musarum sacerdos»; ma non si può dire che abbia

mutata del tutto la sua destinazione, se si è trasformato in Museo. In

mezzo alle palme, che lo nascondono agli occhi della gente, il civico

Museo di Storia Naturale è sempre, e forse più di prima, una bella

cosa; è l’oasi scientifica della prima città commerciale del regno.

Quanto intelletto d’amore ha presieduto alla fondazione di questo

Museo! Tutti coloro che ci hanno lavorato, e hanno dovuto lasciarlo,

ne sentono la nostalgia: ci pensano vivendo, se ne ricordano morendo.

Perchè ivi è una sola colonia felice di studiosi, capitanata dal

marchese Giacomo Doria, uno scienziato valente e modesto, diventato

celebre a suo mal grado, che un bel giorno il Senato e la presidenza

della Società Geografica sono venuti quasi contemporaneamente a

sequestrarci, come gloria italiana, e non solamente di Genova. Io non

racconterò la vita di Giacomo Doria. Dal viaggio in Persia ad oggi sono

passati circa trent’anni, tutti spesi ad esplorare, a raccogliere,

a studiare, a classificare le men conosciute specie zoologiche, a

trovarne di sconosciute, a dar notevoli contributi alla scienza,

fuor d’ogni aiuto governativo e quasi d’ogni plauso del pubblico. Il

Museo, che finalmente col concorso del Municipio genovese il Doria

era riuscito a fondare, dopo averci speso oltre a centomila lire

del proprio, è il deposito ordinato di veri tesori scientifici; gli

«Annali del Museo Civico di Storia Naturale» di Genova, diventati per

tipi, tavole e importanza di memorie, una delle prime pubblicazioni

zoologiche d’Europa, ne sono la illustrazione continua. Il dotto e

benemerito uomo è stato fatto anche consigliere, assessore municipale,

poi sindaco della sua città natale.

Da tutti questi uffici egli è uscito, per sua grande fortuna. Così

almeno mi pare. Alla patria, finalmente, si può servire in più modi;

e il migliore, per mio avviso, è quello che non dipende dal voto di

qualche milione d’elettori. Eletti, rieletti, non più eletti, siete in

balìa delle turbe e dei loro mutevoli criterii. L’ingegno, se ne avete,

non ve lo levano le urne; non ve lo dànno, se ne patite difetto. Io

anzi porto opinione (e non soffro osservazioni, soggiungeva quel tale)

che più un uomo vale per sè medesimo, e più sia disadatto agli uffici

elettivi. C’è dissidio mortale tra il valore intrinseco di un uomo e

i criterii estrinseci di mediocrità tollerata, per cui si mandano gli

uomini alle sommità del potere. E questo sia detto senza intenzione di

offender nessuno. Perchè infatti, lo riconosco ancor io, qualche volta

gli elettori s’ingannano; e allora scambio di scegliere i lor soliti

mediocri, che è che non è, vi mandano alle assemblee deliberanti (crepi

l’avarizia!) un certo numero d’uomini d’ingegno. Su questo errore è

fondata anzi la maggior fortuna che in certi periodi storici sembra

assistere la politica, la finanza e la coltura intellettuale di un

popolo.

Giacomo Doria ha fatto miracoli, lassù, nel museo della Villetta. Si

dice elitticamente la Villetta, e si sottintende la Villetta Di Negro.

Da principio, come vi ho detto, non era neanche una villetta, ma un

fortilizio eretto dalla eccelsa Repubblica a proteggere uno degli

angoli settentrionali delle mura di Genova; quelle, io dico, della

penultima cinta, che fu del secolo XV. Il forte, se ben ricordo, si

chiamava di San Giorgio. Era fuori dalla città; ora c’è proprio nel

cuore, poichè, senza contare l’ultima cinta, condotta nel Secento sulla

vetta dei monti, l’abitato della città si è esteso anche in alto, e

molte strade s’inerpicano alle spalle della Villetta; prima tra le

quali la bellissima via di circonvallazione a Monte.

Gl’inutili avanzi del forte furono nel 1805 comperati dal marchese

Gian Carlo Di Negro. Il quale mutò la piattaforma del castello in un

belvedere; e più giù, in mezzo al verde, alla vista del mare e dei

diecimila tetti di lavagna della sottoposta città, edificò la sua

palazzina, «ospizio delle Muse». Lui morto, il Municipio comperò la

Villetta; e l’ospizio delle Muse, lasciate solamente in piedi le mura

maestre, ridotto di dentro a più ordini di gallerie, fu tramutato in

Museo. Come vedete, siamo sempre lì con le Muse.

Quando io vado lassù, pei viali aperti a pubblico passeggio, penso

sempre a Gian Carlo, mia conoscenza di quaranta e più anni fa. Io ero

giovinetto, ed egli stravecchio, quando andai la prima volta in casa

sua. Ignoto ed infelice cultore delle Camene, volli conoscerlo anch’io,

facendomi presentare da Enea Gardana, un esule bresciano, famoso

dilettante di chitarra. Così il buon vecchio patrizio potè credermi

un seguace d’Euterpe, anzi che di Calliope, o d’altra delle vergini

Castalie. Gli bastò forse il sospetto, e non mi chiese nulla delle mie

occupazioni.

Alla mia età, che cosa potevo aver fatto, che meritasse di ragionarne?

Sapevo ascoltare, e fui bene accolto. M’invitò anche a pranzo; ma

seppi schermirmene, per gran paura che avevo. Ai pranzi del marchese

Gian Carlo andavano letterati magni; ad ognuno dei quali, via via che

morivano, egli faceva erigere un busto di marmo, su pei viali del suo

piccolo Pincio.

Il marchese Gian Carlo di Negro era un curioso tipo di gentiluomo,

poeta e protettor di poeti. La protezione, intendiamoci, non andava

oltre i pranzi, che avevano principio e prendevano il nome dal solito

«piatto di ravioli», un piatto che il suo cuoco aveva fama di preparare

assai bene. La sala da pranzo non era vasta: i commensali erano pochi

ma scelti. D’italiani ci passarono, nel corso di mezzo secolo, il

Monti, il Perticali, il Giordani, il Gagliuffi e tant’altri, tra i

quali anche Luigi Biondi, oggi dimenticato, forse a’ suoi tempi famoso

verseggiatore. Di stranieri, poi, quanti illustri ne capitavano a

Genova: noto, dei francesi, il Méry e Paul de Musset, fratello ad

Alfredo: ma la serie incominciava con nomi di maggior levatura; per

esempio con quello della signora di Staël.

Gian Carlo faceva versi, a tutto spiano, e li leggeva volentieri a’

suoi ospiti. Da giovane aveva scritto molto in francese, ed amava

spesso citare un suo «petit Carême» che non m’è mai avvenuto di

ritrovare dai librai, e neanche sui muricciuoli. Di versi italiani ne

aveva moltissimi, per ogni occasione; ma più specialmente epigrammi.

«Epiglammi» diceva lui, che, o fosse per vizio naturale o per la

perdita dei denti, non riusciva a proferir l’erre. Ne aveva scritti

ottomila, tutti rimasti inediti, nè so dove siano andati a finire.

Parecchi erano felici, ma tutti innocui: così poche punte aveva lo

spirito del benigno signore! Vissuto coi cigni, con le aquile, e magari

coi passerotti, volava come poteva.

Ho detto ch’egli leggeva volentieri i suoi versi; ma, cortese com’era,

convitava spesso gli amici per sentir leggere gli altrui. Un giorno,

dopo il ’40, si era sparsa la voce che Lorenzo Costa da Beverino avesse

data l’ultima mano al suo aspettato poema in dieci canti, il «Colombo».

Ma qui, prima di andare avanti, bisognerà fare una lunga parentesi, e

dirvi qualche cosa dell’autore del «Colombo».

Era un altro bel tipo, quel Lorenzo Costa, da Beverino, com’egli usava

firmarsi, prendendo nome dalla terra dov’era nato, nel 1798, e donde

era venuto a vivere in Genova. A vederlo passare per via, alto, di

grandi spalle, tutto d’un pezzo, incravattato, accigliato, si sarebbe

detto un presidente dell’eccellentissimo Senato. Non guardava nessuno,

e non si avvedeva di essere guardato; aveva quasi sempre qualcheduno

in compagnia, o prete o secolare, con cui parlava rado, a parole

pesate, senza volgere il collo intirizzito. Gran galantuomo, cattolico

osservante, sacrificava tutto il santo giorno alle Muse; anche per

istrada pareva intento ad ascoltare quello che gli bisbigliavano le

Pimplee nelle orecchie, ispide di peli come le grandi sopracciglia

olimpiche. Le Pimplee potevano dettargli in greco, poichè egli aveva

bene imparata la lingua dell’Ellade; ma più volentieri le faceva

cantare in latino: testimoni un «Theatrum Genuense», carme esametro

ispirato dalla apertura del nuovo teatro Carlo Felice, e un poema sulle

gesta di Andrea Doria, che poi non condusse a compimento. Ma presto

alle Muse latine sottentrarono ispiratrici le italiche, facendone

fede un «Inno» a Nicolò Paganini, di cui mi par utile riferirvi la

descrizione di una serata musicale del grande violinista, col pubblico

che fa silenzio nell’apparire di lui.

. . . . . . . attesi

Stanno gli sguardi nella man, che impugna

Il magico istrumento, e innamorato

L’animo corre degli orecchi al varco.

Ei, dagli atti spirando e dal sembiante

Tutta l’aura del Dio che lo governa,

Procede a mezzo della scena e rompe

L’alta quiete. All’arduo tocco impresso

Dalle dita versatili, guizzanti

Dal collo della cetra in fin là dove

S’inizia un suono di più acuta tempra;

All’atteggiarsi del pieghevol braccio,

Ch’or dolce dolce i ben protesi nervi

Liba volando, or li affatica e morde

Subito e spesso, inusitato intorno

Melodïoso fremito percote

L’aer tremante. Egli talor d’un solo

Tratto dell’arco le tre corde avvinghia;

Talora in sulla grave egli s’appunta,

E l’intima e l’estrema abbandonando,

Il vario suono delle quattro in una

Raccoglie intero. Con alterna vece

Spesso adopra la manca, e alle soavi

Liquide note fa seguire, in tempra

Di giga o d’arpa, armonizzar concorde,

E voci d’eco, e dei pennuti un canto,

E umani accenti, ed un fragor di tesi

Timpani, ed un sottil dolce tintinno

D’argentee squille; nè mai cade in fallo

Tenor d’accordi; e, sian veloci o lente,

Acute o gravi, dal sonoro legno

Volan le note ad incolpabil metro,

Obbediente sì, ch’ognuno a tanto

Poter di sovrumana arte impaura!

La citazione m’è venuta lunga: ma era necessaria, per dimostrarvi

l’arte squisita fin troppo, anche un po’ faticosa, che non vi lascia

modo di respirare, specie quando tutto, da capo a fondo, sia del

medesimo tono, della medesima squisitezza. Lorenzo Costa aveva il

difetto di far bello, ricercato, sublime, come altri ha quello di

far triviale, sbrodolato e bruttino parecchio. Su quel tono aveva

anche sentito un «Cosmo», poema in terza rima «ove la Creazione, la

Redenzione e la Glorificazione del Cristianesimo doveano mostrare i

tre regni temporali della grandezza di Dio, correnti ad unità verso

l’eterna beatitudine». Uso le parole del cardinale Alimonda, non avendo

io letto i pochi canti che del «Cosmo» furono pubblicati a suo tempo.

Dovevano essere trentadue, i canti; ma il poeta lasciò l’opera in

tronco, addolorato per avere inavvedutamente gittati ben dieci di quei

canti alle fiamme. Gran fatica davvero sarebbe stata a rifarli.

Riuscì in dieci canti il «Colombo». E quando Lorenzo Costa ebbe finito

il poema, fu una grande aspettazione sul Ligure Parnaso, o, per parlare

in lingua povera, alla Villetta Di Negro. Lorenzo era un ospite, un

assiduo; ci voleva un invito alla lettura solenne. Lorenzo si adattò,

giunse col suo scartabello, e lesse. Ma la lettura, era lunga (dieci

canti, che si canzona?) e Gian Carlo, sempre desto per leggere i suoi,

non era tale egualmente per sentir leggere i versi degli altri; perciò

si appisolava spesso e volentieri. Lorenzo, quando vedeva l’anfitrione

chinar la testa insonnolita sul petto, usava l’artificio di spinger la

voce; con che riusciva a fargli levar la fronte e aprir gli occhi. Ma

il povero Gian Carlo non reggeva alla fatica. Ad un certo punto, non

so bene se al sesto o al settimo canto, si addormentò senz’altro. Se

ne avvide Lorenzo, e calcò più che mai nella lettura, gridando tra gli

altri l’emistichio finale di un verso — «e dall’occaso all’orto» — con

voce che pareva di tuono; tanto che l’altro si svegliò di soprassalto,

e colte le ultime parole a volo, come per mostrare all’amico di essere

stato attentissimo gli disse:

— Scusate, Lo_l_enzo, scusate; in questo caso di_l_ei....

gia_l_dino. —

Il buon marchese, nei suoi verd’anni, aveva imparato a pizzicar l’arpa,

ed amava accompagnare i suoi versi col suono dell’istrumento davidico.

Era spesso ripetuta in Genova la sua frase, diretta al servitore:

— F_l_ancesco, _l_ecami l’a_l_pa, che mi viene l’est_l_o. —

Sorrisi di gioventù · 第 5 / 22 题