_Gli emigrati fiorentini si riuniscono sotto la protezione di
Venezia ed attaccano con infelice successo i Medici: ingiustizie
del governo fiorentino: morte di Pietro de' Medici. — Inquieta
ambizione di Paolo II che vuole acquistare l'eredità del
Malatesti; egli cerca invano alleati; muore detestato dai Romani
e dai dotti._
1466 = 1471.
La libertà, anche non esente dal suoi abusi, faceva sentire a Firenze la
sua creatrice potenza, e in mezzo alle sventure, prodotte dall'impero
delle fazioni, consolava ancora i cittadini. La città veniva sconvolta
da burrascose passioni; i partiti si animavano, si provocavano, si
battevano, e nell'ebbrezza della vittoria il vincitore stendeva la sua
proscrizione su tutti i vinti, li privava della loro patria, e riempiva
tutta l'Italia di esiliati. Non si può senza dolore vedere così
detestabili vendette, e tanta dimenticanza dei diritti dei cittadini; ma
la pietà inspirata da queste violenti scene è mista di stupore. Ci
chiediamo come mai un così piccolo stato poteva sostenere così grandi
perdite; come potevano da una sola città uscire tanti potenti ed
illustri uomini; come Firenze avesse in allora più nomi storici che
tutta l'intera Francia; come ognuno de' suoi cittadini, che vedevasi
innalzato o atterrato, era più conosciuto nell'Europa, più ricco, più
realmente potente che un pari d'una grande monarchia, il di cui feudo
forse pareggiava in estensione tutto lo stato fiorentino. Ci domandiamo
che cosa faceva grandeggiar tanto gli uomini in alcune repubbliche
d'Italia, mentre sembravano tuttavia tanto piccoli nel restante del
cristianesimo, che cosa così profondamente imprime in noi la memoria
delle loro azioni, lega la loro vita alla storia dell'umano
incivilimento, e coprì la loro terra natale di que' maravigliosi
monumenti, ne' quali il gusto e la magnificenza di quegli illustri
borghesi superano tutto quanto hanno fatto i principi ed i re; e
conviene ben essere ciechi, per non ravvisare in questi prodigj l'opera
della libertà[320].
[320] A ciò contribuì ancora potentemente quell'entusiasmo per le
cose delle belle arti, che allora risorgeva, e che, senza far torto
agli altri popoli d'Italia, fu al certo più vivamente sentito dai
Fiorentini dal XIII.º a tutto il XVI.º secolo. _N. d. T._
Questa libertà era in allora gagliardamente lacerata; essa più non aveva
nelle leggi, nelle istituzioni una sufficiente garanzia; più non
assicurava ai cittadini i beneficj che dovevano da essa ripromettersi,
una imparziale giustizia, un'inviolabile sicurezza personale; e tante
scosse la minacciavano d'una prossima e totale ruina; pure le sue
abitudini si mantenevano tuttavia in tutti i cuori. I cittadini
fiorentini più non sapevano quali fossero i loro diritti, ma non avevano
dimenticato quale fosse la loro dignità; un nobile orgoglio serviva loro
di guarenzia, e quantunque nella lotta contro lo stabilimento della
tirannia dei Medici, siamo oramai per vederli quasi sempre soccombenti,
se non altro questa lotta fu lunga e si rinnovò per due in tre
generazioni, fino alla totale distruzione di tutti coloro ch'erano stati
allevati nelle generose massime; ed anche quando i patriotti fiorentini
soggiacquero per non più rialzarsi, caddero almeno nobilmente.
La rovina e la dispersione dei Soderini, degli Acciajuoli, di Luca
Pitti, e del loro partito lasciò in balìa di Pietro de' Medici il
dominio nella città di Firenze; ma l'Italia si riempì d'emigrati
fiorentini. Coloro ch'erano stati scacciati da Cosimo nel 1434 si
unirono agli espulsi da suo figlio Pietro nel 1466. Giovanni Francesco,
figlio di Palla Strozzi, poteva essere considerato come il capo de'
primi, perciocchè le ricchezze, ch'egli aveva colla mercatura acquisiate
grandissime, gli procacciavano quello stesso credito ch'era stato il
principio della grandezza de' Medici. Angelo Acciajuoli trovavasi capo
dei secondi; egli però non volle associarsi ai figliuoli di coloro
ch'egli aveva perseguitati, prima d'aver tentato di riconciliarsi co'
suoi antichi amici; ma Pietro gli rispose irrisoriamente, unendo alle
proteste di filiale rispetto il consiglio di sottomettersi pazientemente
all'esilio ed alla persecuzione[321]. Tutti i fuorusciti fiorentini si
recarono in allora a Venezia, e domandarono alla repubblica di
proteggere uomini proscritti per quella nobile causa della libertà,
nella quale essa medesima riponeva la sua gloria. Ebbero frequenti
conferenze col consiglio de' Pregadi, e con Bartolomeo Coleoni, generale
dei Veneziani. I Fiorentini, avuta di ciò notizia, condannarono tutti i
loro esiliati come ribelli, e taglieggiarono le loro teste[322]. Nello
stesso tempo si apparecchiarono alla guerra, e rinnovellarono la loro
alleanza col duca di Milano e col re di Napoli.
[321] _Appendix to Roscoe's Life of Lorenzo n.º 10, p. 38. — Nic.
Macchiavelli Ist., l. VII, p. 315. — J. Mich. Bruti, l. III, p. 78._
[322] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 100._
Per altro gli emigrati non avevano potuto ottenere che Venezia
apertamente sposasse la loro causa. Quella repubblica erasi accontentata
di licenziare dal suo servigio Bartolommeo Coleoni, e di permettere loro
di assoldarlo. In allora questo generale soggiornava in Bergamo; sebbene
egli non si fosse mai acquistato gran nome con istrepitose azioni,
essendo sopravvissuto a tutti gli altri, risguardavasi come il più
rinomato generale d'Italia[323]. I Veneziani gli anticiparono
segretamente del danaro, e gli emigrati fiorentini, arricchiti dal
commercio, adunarono facilmente considerabili somme. Essi non si
accontentarono del Coleoni, che doveva essere il loro supremo generale e
che aveva di già adunati sotto le sue bandiere alcune migliaja di
soldati; ma trattarono con Ercole d'Este, legittimo fratello del duca di
Ferrara, e lo presero al loro soldo con mille quattrocento cavalli[324].
Arruolarono inoltre i signori di Carpi, della Mirandola e di Forlì,
Marco Pio, Galeotto Pico e Pino degli Ordelaffi, stendendo in tal modo
le loro alleanze intorno ai confini della Toscana. Astorre Manfredi,
signore di Faenza, si era obbligato ai servigj dei Medici e doveva
custodire le gole di Val di Lamone di concerto con Federico di
Montefeltro. Non pertanto, dopo avere ricevuto il loro danaro, mutò
bruscamente partito, dichiarossi a favore degli emigrati, e pose in
grandissimo pericolo l'armata fiorentina che aveva ricevuto nel suo
territorio[325]. Per ultimo la stessa famiglia Sforza non si mantenne
tutta intera attaccata ai Medici. Alessandro, signore di Pesaro,
fratello dell'ultimo duca di Milano, mandò suo figlio Costanzo
all'armata degli emigrati. Tutto sembrava piegare a seconda degli
ultimi; gli antichi amici della repubblica avevano abbracciata la loro
causa, e contavansi nella loro armata ottomila cavalli e sei mila pedoni
di buona e vecchia truppa, quando il Coleoni passò il Po il 10 maggio
del 1467, e si avanzò fino a Dovadola nel territorio d'Imola con
intenzione d'entrare in Toscana dalla banda della Romagna[326].
[323] Antonio Cornazzano, uscito dalla medesima famiglia del feroce
Ottone de' Terzi, tiranno di Parma, scrisse in sei libri i
commentarj della vita di Bartolommeo Coleoni: aveva lungamente
vissuto in sua compagnia nel castello di Malpaga, presso Brescia,
ove questo vecchio capitano ai suoi antichi commilitoni univa i
dotti e gli artisti. Egli lo dipinse qual uomo di elevato e colto
ingegno, e versato assai nella filosofia, non dimenticando il
racconto delle gloriose imprese del suo eroe, onde farlo risguardare
come il migliore capitano del secolo. Talvolta la sua parzialità
interessa; ma non va d'accordo colla storia. Il Cornazzano venne
stampato nella VI parte del tomo IX del Burmanno: _Thesaur. Ant. et
Hist. It., p. 1-40_. Il Coleoni morì in Venezia il 4 novembre 1475.
Era nato del 1400.
[324] _Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 908. — Gio. Battista Pigna
Stor. de' principi d'Este, l. VIII, p. 730._
[325] _Comm. Jac. Card. Papiens., l. III, p. 384. — Jo. Mich. Bruti,
l. IV, p. 83._
[326] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 101._
I Fiorentini avevano opposto al Coleoni Federico da Montefeltro, conte
d'Urbino, che formato nella scuola di Francesco Sforza, univa un'alta
riputazione militare a quella delle lettere. Non altrimenti che il suo
avversario più non trovavasi nel vigore dell'età, ed ambedue si
prendevano maggior cura di non pregiudicare l'antica loro riputazione,
per cui talvolta usavano un'esagerata prudenza, che di terminare
sollecitamente la guerra con ardite operazioni. Quanto i Medici da un
lato e gli emigrati dall'altro bramavano un'azione decisiva, onde
approfittare degli immensi armamenti che esaurivano i loro tesori,
altrettanto i due generali pareva che cercassero di evitarla. Frattanto
il giovane duca di Milano, Galeazzo Sforza, erasi affrettato di recarsi
al campo fiorentino per attestare nel più solenne modo che si
conserverebbe fedele alle alleanze di suo padre coi Medici e colla
repubblica. Il suo rango voleva che gli si dasse un comando non dovuto
alla sua inesperienza. Non meno impetuoso di quel che cauto fosse e
considerato il Montefeltro, era inoltre riscaldato dalle basse
adulazioni de' suoi cortigiani, sicchè, credendo tutto sapere, tutto
osava intraprendere; ma il vero coraggio non si accoppiava alla sua
audacia, e vile mostravasi poi nel pericolo in cui si era temerariamente
posto. Due volte trasse Federico di Montefeltro a presentare battaglia
al nemico, e due volte, preso da panico terrore, l'abbandonò
nell'istante dell'azione; sicchè due volte l'armata fiorentina sarebbe
stata distrutta, se il Coleoni fosse stato più giovane e più confidente,
ed avesse saputo approfittare de' suoi vantaggi[327].
[327] _Jacobi Card. Papiens., l. III, p. 387._
I decemviri della guerra a Firenze sapevano che il Montefeltro non
rispondeva della sorte dell'armata affidatagli, finchè aveva un tale
collega. Altronde essi conoscevano la presunzione di Galeazzo Sforza, e
temevano di offenderlo. Presero adunque il partito d'invitarlo a Firenze
per assistere alle pubbliche feste, colle quali la repubblica voleva
attestargli la sua riconoscenza ed il suo rispetto[328]; e Federico di
Montefeltro ebbe ordine di approfittare della sua lontananza per venire
a battaglia. Infatti il 25 luglio del 1467, poco dopo il mezzogiorno,
attaccò il Coleoni alla Molinella. Ostinata fu la battaglia, e soltanto
l'oscurità potè separare i combattenti dopo una mischia di otto ore fino
a notte inoltrata. L'artiglieria leggiera adoperata in questa battaglia,
per quanto si racconta contribuì a renderla più sanguinosa;
appoggiandosi a questa circostanza si cercò di attribuire al Coleoni
l'invenzione de' cannoni di campagna; ma è certo che vennero adoperati
nelle due armate col nome di _spingarde_ senza dare un deciso vantaggio
all'uno o all'altro generale[329].
[328] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 101. — Nicc. Machiavelli, l.
VII, p. 320._
[329] _Jac. Card. Papiens., l. III, p. 389. — Gio. Battista Pigna,
l. VIII, p. 731._
Ritirandosi dal campo di battaglia della Molinella, i due generali si
scoraggiarono calcolando le proprie perdite, come se ambidue fossero
stati battuti. Per altro il Coleoni aveva perduti più uomini e più
cavalli: onde pochi giorni dopo sottoscrissero un armistizio ed
intavolarono negoziati[330].
[330] _Cron. di Bolog., l. XVIII, p. 767. — Guernieri Bernio, t.
XXI, p. 1013. — Ant. de Ripalta An. Placent., t. XX, p. 921. — Jo.
Mich. Bruti, l. IV, p. 90._
Nello stesso tempo messer Filippo di Bressa, fratello del duca di
Savoja, era entrato negli stati del marchese di Monferrato, e minacciava
quelli di Milano. Galeazzo tornò sollecitamente in Lombardia con quattro
mila cavalli e cinque mila fanti per impedirgli di avanzarsi; ma le due
armate si osservarono e minacciarono senza venire a battaglia, mentre il
re di Francia trattava tra le parti il ristabilimento della pace, che in
fatti venne soscritta il 14 novembre del 1467 fra il duca di Savoja, il
duca di Milano ed il marchese di Monferrato[331].
[331] _Benvenuto da san Giorgio Ist. del Monferrato, t. XXIII, p.
739. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 910. — Marin Sanuto Vite dei
Duchi, t. XXII, p. 1185._
Le due repubbliche di Firenze e di Venezia avevano ancora maggior
bisogno della pace, non avendo ritratto verun vantaggio da così
dispendiosi armamenti, nè fatto verun acquisto. Gli emigrati, che si
erano ruinati per mettere in campagna l'armata del Coleoni, avevano col
danaro perduta ogni considerazione. La guerra più non aveva uno scopo, e
non pertanto riuscì difficile la conchiusione della pace. Borso d'Este,
duca di Modena, e papa Paolo II si offrirono come mediatori. Il primo,
non deviando dalla politica della sua famiglia, che dopo il
cominciamento del secolo era stata la pacificatrice dell'Italia, cercava
di buona fede i mezzi di conciliazione; ma Paolo II per lo contrario
tentava segretamente di imbarazzarlo. Ora rappresentava al duca di
Modena, che la discordia delle grandi potenze d'Italia formava la
sicurezza delle piccole, e dava maggiore considerazione al
pontefice[332]; ora cercava di persuadere al Fiorentini d'essere
apparecchiato di unirsi a loro contro Venezia: onde Francesco Naselli,
ambasciatore di Ferrara, provò maggiore difficoltà nello sventare le
segrete pratiche del papa senza offenderlo, che a conciliare
gl'interessi delle potenze nemiche[333].
[332] _Gio. Batt. Pigna, l. VIII, p. 733._
[333] _Ivi, p. 734-739._ Sono le stesse espressioni del Naselli, che
sotto le forme di rispetto e di timore religioso, disvela tutta
l'immoralità del pontefice.
Finalmente il duca di Modena, dopo avere discussi tutti gli articoli
colle parti contraenti, lasciò al solo pontefice l'onore del trattato di
pace. Paolo II lo pubblicò il 2 febbrajo del 1468 sotto la forma d'una
sentenza pontificia, minacciando la scomunica a chiunque non vi si
assoggetterebbe. Gli articoli convenuti dalle due parti erano poco
complicati; non era stata fatta alcuna conquista e non eravi nulla da
restituire; rispetto agli emigrati fiorentini, pei quali erasi
cominciata la guerra, e che quasi soli ne avevano sostenute le spese,
nulla fu convenuto a loro favore, e furono vilmente abbandonati dai loro
alleati. I sovrani, la di cui morale pubblica non ha che la sanzione
della forza, non risguardano i loro impegni verso le private persone
come facenti parte del diritto politico. Ma agli articoli di pace
concordemente stipulati, Paolo II aggiunse l'inaspettata condizione di
nominare Bartolomeo Coleoni generale della Cristianità, per sostenere la
guerra contro i Turchi in Albania con una paga di cento mila fiorini a
carico di tutti gli stati d'Italia[334]. I sovrani, chiamati a
concorrere al mantenimento del Coleoni, erano persuasi che il papa non
aveva altrimenti intenzione di mandarlo in Albania, ma piuttosto di
valersene per opprimere l'Italia, dopo averlo fatto sua creatura. I
Fiorentini promisero di pagare il loro contingente, ma solo quando il
Coleoni avrebbe posto piede nel territorio dei Turchi. Il duca di Milano
ed il re di Napoli protestarono altamente contro una convenzione per la
quale non avevano dato alcun potere ai mediatori; minacciarono di farsi
ragione colle armi, appellandosi della scomunica del pontefice ad un
futuro concilio. Paolo II sconcertato modificò la sua sentenza del 25
aprile, togliendone tutto quando risguardava il Coleoni. Venne allora
accettata e pubblicata in tutta l'Italia[335].
[334] La proporzione stabilita per questa contribuzione è uno dei
dati per giudicare dello stato comparativo delle ricchezze e della
potenza dei sovrani dell'Italia.
La santa sede dovea contribuire, fior. 19,000
Il re di Napoli » 19,000
I Veneziani » 19,000
Il duca di Milano » 19,000
I Fiorentini » 15,000
I Sienesi » 4,000
Il duca di Modena » 3,000
Il marchese di Mantova » 1,000
La repubblica di Lucca » 1,000
-------
Totale fior. 100,000
Il decreto trovasi tutto intero presso il _Rayn. Ann. Eccl. 1468, §
15-21, p. 192. — Comm. Jacob. Card. Papiensis, l. IV, p. 392. —
Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 103. — Navagero Stor. Venez., p. 1127._
[335] _Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 911. — Scip. Ammirato, l.
XXIII, p. 103. — Gio. Batt. Pigna Stor. de Principi d'Este, l. VIII,
p. 743._
Non solo il governo dei Medici punto non restituì agli emigrati
fiorentini i loro beni ch'egli aveva presi, e non li richiamò in patria,
ma prese anzi occasione da questa guerra per farsi più tirannico ed
arbitrario, e per estendere le sue persecuzioni sopra una folla di
cittadini non compresi nelle prime sentenze. Le più ragguardevoli
famiglie di Firenze vennero trattate con eccessivo rigore. I Capponi,
gli Strozzi, i Pitti, gli Alessandri ed i Soderini, ch'eransi sottratti
alle prime condanne, furono compresi in quella del mese d'aprile del
1468[336]. Vere o pretese congiure per occupare ora Pescia, ora
Castiglionchio, vennero punite col supplicio di moltissimi imputati. La
giustizia erasi renduta totalmente venale; le magistrature, lungi dal
proteggere il popolo, omai non sembravano istituite che per soddisfare
le private passioni, opprimendo alternativamente tutti coloro che
avevano la sventura di eccitare la gelosia o la cupidigia degli uomini
potenti[337]. Pietro de' Medici, tenuto quasi continuamente nella sua
villa di Careggi dalla violenza della sua malattia, non conosceva che
imperfettamente i disordini che per sua autorità ed in suo nome si
andavano moltiplicando; ed altronde non sapeva come apporvi rimedio. La
gotta lo aveva renduto paralitico, non lasciandogli altro di sano che la
mente. I suoi figli, sebbene ancora fanciulli, annunciavano veramente
quei talenti, che poi li resero illustri, ma l'età loro non permetteva
loro di partecipare al governo dello stato, o di reprimere i tirannici
modi della loro fazione. Le brillanti feste, le giostre, i tornei, nei
quali si distinsero questi giovinetti[338], distrassero alcun tempo il
popolo dal pensiero della propria miseria; e siccome gli eruditi, che
soli in questo secolo erano i dispensieri della riputazione,
continuavano a ricevere piccoli doni e pensioni da Pietro, come ne
avevano ricevuto da Cosimo suo padre, non fecero difficoltà di
attribuirgli il nome di Mecenate, e di celebrarne il carattere, i
talenti, le cognizioni, facendolo risguardare come il primo cittadino
dell'Italia, perchè ne era il più ricco[339].
[336] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 104._
[337] _Machiavelli, l. VII, p. 322. — Cron. di Leonardo Morelli, t.
XIX, Deliz. degli Erud. Tosc., p. 184._
[338] Questi tornei hanno una celebrità comune colle lettere, avendo
dato l'argomento a due poemi: la _Giostra di Lorenzo_ del Pulci, e
la _Giostra di Giuliano_ di Poliziano. Stando al Giornale di
Leonardo Morelli (_t. XIX, p. 185_), che probabilmente non fu veduto
da Roscoe, il torneo di Lorenzo fu dato il 13 febbrajo del 1468 anno
fiorentino, 1469 anno volgare.
[339] Il signor Roscoe raccolse tutte queste adulazioni prodigate ai
Medici, con una parzialità per tutta la famiglia del suo eroe,
indegna della savia sua critica e del suo amore per la libertà.
Esclude attentamente dalla sua storia tutto ciò che può nuocere alla
memoria di Cosimo, di Pietro o di Lorenzo, e non vuole prestar fede
in loro svantaggio nemmeno agli storici ligi a questa famiglia, ed
obbligati ad adularla. _Life of Lorenzo, t. I, p. 88-106._
Diede motivo al rinnovamento di queste feste e di questi spettacoli il
matrimonio del primo figlio di Pietro, Lorenzo de' Medici, con Clarice,
figliuola di Jacopo Orsini, principe romano. I Fiorentini non videro
senza gelosia un loro concittadino ricercare questo esterno parentado
con un gran signore. Più prudente era stato il vecchio Cosimo, che non
aveva ammogliati i suoi figliuoli fuori della patria, per non esporsi
all'accusa di sdegnare l'eguaglianza repubblicana. Questo matrimonio si
celebrò con grandissima pompa il 4 giugno del 1469[340], quando già
Pietro sentiva venir meno le sue forze, e vedeva avvicinarsi il fine
della sua vita; egli non poteva non sentire che la cattiva condotta dei
capi del suo partito provocava sulla di lui famiglia l'odio pubblico, ed
esponeva alle passioni popolari que' giovanetti, ch'egli bentosto
lasciar doveva senza difensori. Assicura il Machiavelli che chiamò
presso di sè coloro che governavano la repubblica, per dar loro questi
ultimi avvisi. «Io non avrei mai creduto, disse loro, che e' potesse
venir tempo, che i modi e costumi degli amici mi avessero a far amare e
desiderare i nemici, e la vittoria la perdita, perchè io mi pensava
avere in compagnia uomini che nelle cupidità loro avessero qualche
termine o misura, e che bastasse loro vivere nella loro patria sicuri ed
onorati, e di più de' loro nemici vendicati. Ma io conosco ora come io
mi sono di gran lunga ingannato, come quello che conosceva poco la
naturale ambizione di tutti gli uomini, e meno la vostra; perchè non vi
basta essere in tanta città principi, ed avere voi pochi quegli onori,
dignità ed utili, de' quali già molti cittadini si solevano onorare; non
vi basta avere in tra voi divisi i beni dei nemici vostri; non vi basta
potere tutti gli altri affliggere con i pubblici carichi, e voi liberi
da quelli avere tutte le pubbliche utilità, mentre voi con ogni qualità
d'ingiuria ciascheduno affliggete. Voi spogliate de' suoi beni il
vicino, voi vendete la giustizia, voi fuggite i giudizj civili, voi
oppressate gli uomini pacifici, e gl'insolenti esaltate. Nè credo che
sia in tutta l'Italia tanti esempj di violenza e di avarizia, quanti
sono in questa città. Dunque questa nostra patria ci ha dato la vita,
perchè noi la togliamo a lei? Ci ha fatti vittoriosi, perchè noi la
distruggiamo? Ci onora, perchè noi la vituperiamo? Io vi prometto per
quella fede che si debbe dare e ricevere dagli uomini buoni, che se voi
seguiterete di portarvi in modo ch'io mi abbia a pentire d'avere vinto,
io ancora mi porterò in maniera, che voi vi pentirete d'aver male usata
la vittoria[341].» In fatti, queste ammonizioni riuscendo inefficaci,
Pietro fece venire celatamente Angelo Acciajuoli in Caffagiuolo per
trattare con lui del richiamo degli esiliati e dei mezzi di reprimere
l'insolenza del partito vincitore; ma la morte che lo sorprese in
principio di dicembre del 1469 prevenne l'esecuzione di tali suoi
onestissimi pensieri[342]. In tempo della sua amministrazione il
territorio della repubblica fiorentina erasi ingrandito con un solo
acquisto fatto in un modo totalmente pacifico. La signoria acquistò il
28 febbraio del 1467 da Luigi di Campo Fregoso Sarzana e la fortezza di
Sarzanello pel prezzo di trentasette mila fiorini. Questa piccola città
signoreggiava la Lunigiana e l'apertura dei due importanti passi che
conducono in Toscana, l'uno da Genova, l'altro da Parma per Pontremoli,
ed era stata data in feudo alla casa Fregoso il 2 novembre del 1421 da
un trattato tra la repubblica di Genova ed il duca di Milano[343].
[340] _Cron. di Leon. Morelli. Deliz. degli Erud., t. XIX, p. 183. —
Ricordi di Lorenzo de' Medici, Append. in Roscoe 12, t. III, p. 44._
[341] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 326. — Jo. Mich. Bruti Hist.
Flor., l. IV, p. 94._
[342] Il 2 dicembre, secondo Lorenzo, il 3 secondo Scipione
Ammirato, il 13 secondo Morelli. _Ricordi di Leone Morelli, p. 185.
— Ricordi di Lorenzo, N.º 12, p. 44. — Jo. Mich. Bruti, l. IV, p.
98. — Scipione Ammirato, l. XXIII, p. 106._
[343] _Cron. di Leon. Morelli, t. XIX, p. 184. — Ricordi di Lorenzo
de' Medici, p. 43._
Di questi tempi i sovrani del mezzogiorno d'Italia aggravavano il giogo
dei loro sudditi. Ferdinando, dopo avere colpite le più illustri
vittime, aveva potuto facilmente sorprendere tutti coloro che nella
guerra civile gli avevano dato qualche momentanea inquietudine, ma che
egli aveva saputo addormentare con vane speranze e falsi giuramenti. Da
principio aveva tenuta questa tortuosa politica d'accordo con Paolo II.
Alcuni grandi feudatarj della santa sede erano caduti vittima della
perfidia del papa, mentre i baroni di Napoli soggiacevano a quella del
re. I conti dell'Anguillara avevano dato ombra agli immediati
predecessori di Paolo II. Dolce erasi distinto come condottiere, Averso,
sotto Eugenio IV aveva più volte portata la guerra civile fin presso
Roma; aveva poi lasciata l'alleanza degli Orsini per quella de' Colonna,
e tentato d'ottenere colle armi la successione di Tagliacozzo[344]. Uno
de' figliuoli d'Averso era stato levato al fonte battesimale da Paolo
II, il quale nel principio del suo regno approfittò di questa relazione
per intavolare con lui e con suo fratello amichevoli negoziazioni,
eccitandolo a passare al suo servigio piuttosto che impegnarsi col
Piccinino. Erano omai d'accordo rispetto al soldo, ma non erano per anco
convenuti intorno a tutti gli articoli: frattanto il papa faceva avanzar
truppe verso i confini del re di Napoli, e questi faceva lo stesso dal
canto suo: ed era appunto nella circostanza in cui il Piccinino giugneva
presso di Ferdinando, e veniva accolto con così splendide feste.
Credevasi che la guerra fosse per iscoppiare tra il re e la santa sede,
e che il Piccinino verrebbe posto a fronte del conte dell'Anguillara,
quando improvvisamente il Piccinino fu imprigionato ed ucciso; i figli
del conte d'Aversa colpiti nel tempo medesimo da sentenza di scomunica,
e le truppe del re, unitesi a quelle del papa, presero in undici giorni
ai loro legittimi padroni dodici fortezze credute inespugnabili.
Francesco Averso dell'Anguillara fu arrestato co' suoi figliuoli e
custodito nelle prigioni del papa; Deifobo, suo fratello, potè fuggire;
e Paolo II, che aveva combinato questo tradimento con quello di
Ferdinando contro il Piccinino, divulgò che la morte di quest'ultimo
aveva renduta la libertà all'Italia[345].
[344] _Comm. Pii Papae II, l. II, p. 39._
[345] _Mich. Cannesius Viterbiens. in Vita Pauli II, Rer. It., t.
III, p. II, p. 1013-1018._
Frattanto il papa pretendeva un tributo dal regno di Napoli. Le antiche
investiture ne determinavano il valore in otto mila once d'oro, ossiano
sessanta mila fiorini per le due Sicilie; ma dopo la separazione
dell'isola dalla terra ferma il tributo di quest'ultimo regno era stato
ridotto a quaranta mila cinquecento fiorini[346]. Paolo II ne chiedeva
il pagamento, e Ferdinando per dispensarsene pretestava la miseria del
suo regno e le spese della sua spedizione contro i conti
dell'Anguillara, intrapresa per servigio del papa[347]. Altre
contestazioni intorno alla sovranità di Terracina, del ducato di Sora e
delle miniere d'allume di Tolfa inasprirono bentosto le due vicine
potenze, che cominciavano a non più aver bisogno de' mutui soccorsi.
Ferdinando non volle dichiarare la guerra al papa, ma sperava di
atterrirlo ostentando le proprie forze. Di suo ordine suo figlio Alfonso
occupò, armata mano, i territorj in lite, mentre Paolo II gli
rimproverava amaramente la sua ingratitudine verso la santa sede, cui
doveva la sua corona[348].
[346] _Mich. Cannesius Viterbiens. in Vita Pauli II, Rer. It., t.
III, p. II, p. 1022._
[347] _Giannone Ist. Civ., l. XXVII, c. 2, p. 563._
[348] _Comm. Jacob. Card. Papiensis, l. IV, p. 395. — Raynald. Ann.
Eccl. 1468, § 29-31, p. 196._
La successione ai feudi dei Malatesti in Romagna, cui aspirava Paolo II
per essere estinta la legittima linea, sparse nuovi semi di discordia
tra questo impetuoso pontefice, il re di Napoli, e gli altri vicini. I
due fratelli Domenico e Sigismondo Malatesta avevano egualmente
incontrata la disgrazia dei pontefici. Questi avevano acconsentito a
stento a lasciarli godere parte de' loro stati finchè vivessero; ma
impazientemente aspettavano che morissero questi principi, per
richiamare le loro signorie sotto l'immediato dominio della chiesa, o
per assegnarle in retaggio ai loro nipoti. Paolo II aveva nel 1463 fatto
conoscere il suo malcontento per avere Domenico Malatesta, signore di
Cesena, venduta la piccola città di Cervia e le sue saline ai Veneziani.
Quando venne a morte questo Domenico, il 20 novembre del 1465, Paolo II
fece occupare la sua eredità, e non volle accordarne che una piccola
parte a Roberto, figliuolo di Sigismondo[349].
[349] _Guernieri Bernio Stor. d'Agobbio, p. 1010. — Claramontii
Hist. Caesenae, l. XVI, p. 434 in Thes. Rer. Ital. Burmanni, t. VII,
p. II._
L'eredità di Sigismondo Pandolfo Malatesta era di molto maggiore
importanza. Questo principe morì il 13 ottobre del 1468 dopo un regno di
trentanove anni, ne' quali aveva spiegati più talenti militari che niun
altro capo di questa casa così feconda di grandi capitani[350]. Da prima
Sigismondo aveva guerreggiato per proprio conto presso Rimini, poscia
militato al soldo dei re di Napoli, de' Fiorentini e de' Veneziani. Ma
la sua perfidia era ancora più celebre che la sua abilità o il suo
valore; perciocchè veruna promessa aveva mai avuto forza di legarlo.
Genero di Francesco Sforza e zio del conte d'Urbino, gli aveva tutti e
due traditi; aveva meritato colla sua perfidia verso il papa
l'accanimento di Pio II per ispogliarlo del suo stato; e se la tortuosa
sua politica poteva pur trovare qualche apologia in quella di tutti i
principi suoi contemporanei, la sua politica nell'interno della sua
famiglia l'aveva mostrato uno scellerato. Ammogliatosi tre volte, aveva
crudelmente fatte perire le due prime mogli, ed Isotta, la terza, che
gli sopravvisse, aveva sortiti oscuri natali, ed era stata lungo tempo
la sua amica[351]. Niuna consorte gli aveva dati figliuoli, ma da due
altre amanti ne aveva avuti due, Roberto II e Sallustio, che Pio II
aveva legittimati nel 1450. Quest'uomo per altro sentiva quel gusto per
le lettere, le arti e la magnificenza, che tanto onorò i principi
Italiani del XV.º secolo. Aveva abbellita la sua città di Rimini di
palazzi e di chiese che tutta sentivano la purità della rinascente
architettura, e vi aveva fondata una biblioteca con enorme dispendio,
imperciocchè, sebbene a' suoi tempi si fosse inventata la stampa, non
erasi ancora tanto diminuito il prezzo dei libri, che, per raccogliere
le scritture degli antichi autori, non abbia dovuto impiegarvi una
considerabile parte del danaro guadagnato nelle battaglie e nel servizio
di stranieri principi[352]. Le corti d'Italia non s'accostavano di lunga
mano al lusso che vi si vede nell'età nostra; la casa del principe non
contava che un piccolo numero di guardie e di semplici servitori; non si
conoscevano i grandi ufficiali della corona, ed anche i più piccoli
stati non erano ruinati dal fasto de' sovrani. Invece di marescialli, di
ciambellani, di grandi cacciatori, il Malatesta aveva presso di sè
alcuni uomini distinti, cui non chiedeva verun servigio. Aveva egli
stesso composte alcune poesie italiane, e volentieri s'intratteneva coi
poeti e coi dotti. Trovava ne' loro discorsi quell'istruzione che sapeva
cercare ancora nei libri; entrava volentieri in dotte dispute, e
permetteva di contraddirlo; aveva un particolar gusto per le più oscure
quistioni della filosofia naturale, e queste vivaci conversazioni
formavano la delizia de' conviti del suo palazzo, o dei pranzi in casa
de' suoi sudditi, cui interveniva familiarmente[353].
[350] _Annales Forolivienses, t. XXII, p. 227._
[351] _Jacobi Card. Papiens., l. V, p. 403._
[352] Il primo privilegio accordato ad uno stampatore è del mese di
settembre del 1469. Fu il consiglio de' Pregadi di Venezia che
concesse a Giovanni di Spira l'esclusivo diritto di stampare per
cinque anni le lettere di Cicerone e di Plinio. _Vite dei Duchi di
Marin Sanuto, p. 1189._ È cosa notabile che al più quindici anni
soli dopo l'invenzione della stampa un librajo abbia avuto bisogno
d'un privilegio.
[353] _Robert Valturio de re militari. Orat. ad Sigismundum
Malatestam, l. I, c. 3. — Tiraboschi Stor. della Letterat. Ital., t.
VI, l. I, c. II, § 23, p. 53._
Quando morì Sigismondo Malatesta, suo figlio Roberto, da lui chiamato
erede de' suoi stati, trovavasi ai servigj del papa e lontano da Rimini.
Ebbe un corriere da sua madrigna Isotta, che gli dava avviso della morte
del principe, e l'invitava a venire a prendere possesso della sua
successione. Isotta non amava Roberto, pure più confidava in lui che nel
papa, e preferiva di ubbidire a suo figliastro anzichè di vedere spenta
la sovranità in cui ella aveva regnato. Ma non era cosa facile a Roberto
l'uscire di mano al pontefice; egli cercò di sedurlo con una falsa
confidenza; gli fece vedere la lettera d'Isotta, promettendogli di
tradire la matrigna, e di darla in sei giorni con tutte le fortezze agli
ufficiali del papa. Gli furono promesse in ricompensa le signorie di
Sinigaglia e di Mondovì; gli si diedero mille fiorini per le spese di
questa spedizione, ed il papa credette essersi di lui assicurato con
trattati suggellati dai giuramenti. Ma questa garanzia è troppo debole,
quando l'oggetto stesso del trattato è una perfidia ed uno spergiuro.
Roberto, che giurava al papa di tradire la sua matrigna, prometteva a sè
medesimo di tradire anche il papa. Giunto a Rimini vi fu accolto con
entusiasmo e proclamato signore dal popolo. Ai talenti di suo padre
aggiugneva le più amabili maniere; altronde gli abitanti di Rimini
temevano di essere incorporati alla Chiesa, e con ciò di vedere la città
loro ridotta al rango di città di provincia. Tutti i vicini stati
s'interessavano alla conservazione della casa Malatesta. Federico da
Montefeltro, ch'era stato tanto tempo nemico di Sigismondo, aveva
maritata sua figlia a Roberto; i Fiorentini ed il re di Napoli volevano
che la Romagna restasse divisa tra piccoli principi, e sarebbe loro
spiaciuto che fosse caduta sotto l'immediato potere del papa. Roberto,
assicuratosi di questi alleati, ricusò di dare la città ai commissarj
del papa, ed anzi ne domandò l'investitura alle medesime condizioni cui
era stata accordata a suo padre[354].
[354] _Comment. Jacobi Card. Papiens., l. V, p. 205-206._
Paolo II, rimasto vittima de' proprj intrighi, non proruppe in
rimproveri; mostrò di riconoscere Roberto, e non volle minacciarlo,
prima d'avere tutto apparecchiato per privarlo dello stato. Il 28 maggio
del 1469 conchiuse un'alleanza coi Veneziani che doveva durare
venticinque anni[355], in forza della quale gli furono dati quattro mila
cavalli e tre mila fanti, che entrarono nella Romagna. Fece nello stesso
tempo offrire ad Alessandro Sforza, signore di Pesaro, parte delle
spoglie del suo vicino, e fece marciare verso Rimini Napoleone Orsini e
molti altri capitani della Chiesa. Quando tante forze furono da ogni
banda in movimento, fece in giugno sorprendere il sobborgo di Rimini
dall'arcivescovo di Spalatro, governatore della Marca. A questo segno
l'armata pontificia si raccolse sotto le mura della città, per
cominciarne l'assedio[356].
[355] Il trattato viene riferito dal _Rayn. Ann. Eccl. 1469, § 24,
25, p. 205._
[356] _Guern. Bernio Cron. d'Agobbio, p. 1017. — Ann. Forolivienses,
t. XXII, p. 228._
Di già il re di Napoli ed i Fiorentini mandavano truppe a Federico di
Montefeltro per soccorrere il Malatesta. Il papa lo aveva preveduto, e
le sue pratiche non tendevano a niente meno che ad accendere una guerra
generale per questa piccola eredità. Pensava di dividere la Romagna coi
Veneziani, accordando loro ancora Bologna, ch'essi dovevano strappar di
mano ai Bentivoglio, e possedere alle medesime condizioni. Paolo II
prometteva il trono di Ferdinando a Renato d'Angiò ed a suo figlio
Giovanni, ch'egli richiamava in Italia. Ferdinando, diceva il papa nel
suo concistoro, aveva meritato colla sua ingratitudine di perdere la
corona; e che, bastardo ancor esso, erasi affrettato di armarsi a favore
d'un altro[357]: ma gli alleati cui appoggiavasi il papa erano più
lontani che quelli dei suoi avversarj. Da una parte il duca Alfonso di
Calabria, dall'altra Tristano Sforza, fratello del duca di Milano,
vennero personalmente ad unirsi all'armata di Federico da Montefeltro,
il quale, sentendosi il più forte, attaccò il 29 agosto l'esercito
pontificio, e lo ruppe compiutamente. I principi di Romagna, che ne
facevano parte, combattevano con dispiacere contro un loro fratello,
temendo di essere come lui spogliati uno dopo l'altro. Costoro opposero
una così debole resistenza, che non rimasero uccisi nella battaglia che
circa cento uomini, sebbene il Montefeltro facesse tre mila prigionieri,
tra i quali si trovavano i più distinti ufficiali dell'armata. Furono
abbandonati al saccheggio gli equipaggi ed il campo, e l'artiglieria,
ch'era assai bella, venne in mano de' vincitori[358]. Federico di
Montefeltro avrebbe potuto approfittare assaissimo di questa vittoria;
ma, rispingendo l'armata pontificia non volle attaccare la Chiesa. Si
accontentò di forzare una trentina di castelli dei territorj di Rimini e
di Fano a riconoscere per loro signore Roberto Malatesta; poi licenziò
in novembre la sua armata[359].
[357] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 105._
[358] _Comm. Jac. Card. Papiens., l. V, p. 416. — Rayn. Ann. Eccl.
1469, § 26, p. 206._
[359] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 777._
La mala riuscita di questa spedizione contro Rimini calmò alquanto
l'ardore guerriero di Paolo II; egli sentì che in Italia non aveva
superiorità, e cominciò a concepire alcuni timori intorno alle
negoziazioni d'oltremonti ancora vaghe e mal combinate, nelle quali si
andava impegnando. Prima d'avere posti in movimento gli alleati che
cercava al di là dei monti, potev'essere oppresso dai suoi più prossimi
vicini. Altronde lo stato dell'Europa prometteva poco buon esito alle
nuove leghe che Paolo II aveva voluto formare. Borso d'Este, duca di
Modena, versato molto più di lui ne' sistemi, negl'interessi e nelle
alleanze della grande repubblica europea, approfittava delle proprie
cognizioni per illuminare il papa intorno ai veri suoi interessi,
facendogli sentire che aveva molto a temere e nulla a sperare dagli
oltremontani, onde così ricondurlo a quelle pacifiche disposizioni, che
ugualmente convenivano al suo rango di sovrano ed alla sua qualità di
padre dei fedeli[360].
[360] _Gio. Batt. Pigna Stor. dei Principi d'Este, l. VIII, p.
755-764._
L'imperatore era il primo de' sovrani, cui il papa poteva proporre la
sua alleanza. Ma Paolo appunto allora era stato da lui visitato, e la
personale conoscenza di Federico III non era tale da ispirargli troppa
confidenza. Federico era precipitosamente partito dai suoi stati alla
volta d'Italia in sul declinare del 1468; era passato il 10 dicembre per
Ferrara con ristretto corteggio, ed era giunto a Roma per la vigilia del
natale, senz'altro scopo che quello di soddisfare ad un suo voto. Il
papa, che non poteva darsi a credere che la sola divozione dirigesse le
azioni dei re, era persuaso che questo viaggio nascondesse qualche
grande progetto politico, ed aveva concepito un'estrema diffidenza;
aveva ingombrata Roma di soldati, ed erasi messo in guardia contro ogni
sorpresa, come se il successore degli Enrici dovesse essere non meno di
loro nemico della tiara. Aveva peraltro potuto presto riconoscere che
l'indolente monarca di Vienna veniva alla di lui corte per adorare e per
ricevere leggi, non per dettarle. Federico erasi affrettato di baciare i
piedi non altrimenti che le mani ed il volto del papa[361]. Erasi
mostrato più geloso dell'onore di leggere innanzi a lui il vangelo in
abito da diacono, che della sua imperiale corona[362]; aveva tenuta la
staffa del papa, quando questi montava a cavallo; e tutte le piccole
umiliazioni della sua alta dignità furono diligentemente raccolte e
descritte nella storia della corte di Roma[363]. Del resto sino dalle
prime sue conferenze con Paolo II egli aveva mostrata la debolezza e la
versatilità del suo carattere. In breve erasi renduto in Roma tanto
spregevole quanto già lo era da lungo tempo agli occhi de' Tedeschi, de'
Boemi, degli Ungari. Federico non aveva saputo conservare, nè le
prerogative della sua corona, nè i confini del suo impero. Tutti i suoi
diritti erano stati invasi dagli stati della Germania: di trent'anni,
ch'egli regnava, la Cristianità vedevasi sempre esposta a crescenti
calamità; i Turchi erano finalmente giunti ai confini de' suoi stati
ereditarj, e niente aveva egli ancora fatto per difenderli. In così
manifesta impotenza aveva per altro l'ambizione di far valere le antiche
pretese dell'impero sullo stato di Milano; onde non aveva voluto
riconoscere Francesco Sforza, nè adesso suo figlio Galeazzo. Aveva
rimandati bruscamente gli ambasciatori di Galeazzo, dichiarando ch'egli
solo era il duca di Milano e non altri. «Colla spada, rispose uno di
loro, il duca Francesco acquistò questo ducato, e suo figlio aspetterà
per perderlo che gli sia tolto colla spada[364].» Ma Federico era ben
lontano dal tentare un'impresa di tanta importanza. Vero è che
desiderava di entrare in lega colla santa sede, che contava Galeazzo tra
i suoi nemici; ma, lungi dal riuscirvi, inspirò a Paolo II tanta
diffidenza della sua debolezza, che questi avrebbe piuttosto accettata
l'alleanza dello stesso Galeazzo, se a tale prezzo avesse potuto farsi
guarentire le conquiste che meditava di fare in Romagna[365].
[361] _Jac. Card. Papiens., l. VIII, p. 439. — Ann. Eccl. 1468, §
48, p. 199._
[362] _Ann. Eccl. 1468, § 45, p. 199._
[363] _Diario di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1141. —
Augustini Patritii Senensis de Adventu Friderici III, t. XXIII, p.
205-216. — Ann. Eccl. 1469, § 3, p. 201._
[364] _Cron. d'Agobbio di Guern. Bernio, p. 1017._
[365] _Gio. Batt. Pigna, l. VIII, p. 762._
Galeazzo Sforza poco temeva l'imperatore e non pensava pure ad amicarsi
il papa. Erasi attaccato alla Francia. Luigi XI aveva saputo solleticare
la sua vanità, mostrando di valutare assai la di lui alleanza, che
rendeva più intima con un matrimonio. Il 6 luglio del 1468 Galeazzo
Sforza sposò Bonna di Savoja, sorella di Carlotta moglie di Luigi XI.
Per fare questo matrimonio mancò di fede al marchese Gonzaga, che da
lungo tempo gli aveva promessa sua figlia. Bonna era stata educata nella
corte di Francia, e Luigi XI ne disponeva come se dipendesse da lui
solo. Non interpellò pure il di lei fratello, Amedeo IX, duca di Savoja,
o piuttosto la reggenza che governava a nome di questo principe, reso
quasi affatto imbecille da frequenti insulti epilettici. Luigi XI
assegnò per dote a Bonna di Savoja la città di Vercelli, autorizzando
Galeazzo Sforza ad acquistarla colle armi; ma questi vide tornar vani i
suoi tentativi in ottobre del 1468[366].
[366] _Cristof. da Soldo Ist. Bresc., t. XXI, p. 912._ Qui termina
la storia bresciana di Cristoforo da Soldo. L'autore era stato
magistrato nella sua patria, e riferisce colle più minute
particolarità le cose accadute sotto i di lui occhi; ma il suo
linguaggio, i pregiudizj e l'importanza che dà alle voci popolari,
lo dimostrano affatto mancante di educazione. La sua storia è
stampata nel tom. XXI, _Rer. Ital., p. 789-914._
Il duca di Milano, altero del parentado che lo faceva cognato del re di
Francia, si rese intollerante di qualunque freno, e più non volle
ascoltare i consigli di sua madre Bianca Visconti, che si era sempre
mostrata tenera e generosa verso di lui. La maltrattò indegnamente
sforzandola ad abbandonare la corte ed a ritirarsi a Cremona. Colà morì
bentosto il 19 ottobre del 1468, e si aveva di già una tale opinione
della scelleratezza di Galeazzo, che venne accusato d'averla avvelenata,
per impedire il progetto che supponevasi avere Bianca di dare Cremona ai
Veneziani[367].
[367] _Ant. Galli Comment. Rer. Gen., t. XXIII, p. 264. — Bernard.
Corio Hist. Mil., p. VI, p. 970._ «Si disse ch'era morta più di
veleno che di mal naturale;» ma il Corio, paggio di Galeazzo, non
osa indicare su chi cadessero i sospetti. È più aperto il Galli.
Paolo II, respinto dal duca di Milano, nulla poteva sperare da Luigi XI
dopo l'intima sua alleanza col duca. Per altro era propriamente alla
corte di Francia che il papa aveva sperato di trovare un difensore, un
vindice, e colà aveva intavolati i suoi primi trattati. Ma Giovanni
d'Angiò, duca di Calabria, cui erasi rivolto per armarlo contro il re di
Napoli, trovavasi in allora occupato in un'altra guerra con quegli
stessi Arragonesi, cui aveva precedentemente contrastata la corona di
Napoli, e questa guerra più non permetteva al papa di sperare nè i
soccorsi de' Francesi nè quelli degli Spagnuoli. Il fratello del grande
Alfonso, Giovanni re di Navarra, gli era succeduto sul trono d'Arragona
senza voler rinunciare lo stato di Navarra, ereditato dalla prima sua
moglie, a suo figlio Carlo, conte di Viana, come aveva promesso di fare.
La sola domanda fattagliene aveva in lui risvegliato un violento
risentimento verso i figli del primo letto, e la seconda sua consorte,
Giovanna Enriquez, che gli aveva dato per figlio il troppo famoso
Ferdinando il Cattolico, non aveva mancato d'inasprire questo
risentimento, cambiandolo in un implacabile odio. A Ferdinando pensava
Giovanni di trasmettere le corone ereditate da Alfonso. Aveva fatta la
guerra al conte di Viana, la di cui causa era stata abbracciata dal re
di Castiglia. I Catalani eransi sollevati a favore del loro principe
ereditario, ed il re per disfarsi di lui si era valso del tradimento.
Aveva sotto la fede pubblica chiamato suo figlio alle _Cortes_ d'Ilerda,
dove lo aveva poi fatto arrestare con aperto disprezzo del suo
salvacondotto, e quando universali insurrezioni lo forzarono a
rilasciarlo, egli non gli diede la libertà che dopo avergli dato un
veleno, che lo condusse a morte il 24 agosto del 1461[368]. Due sorelle
legittime, eredi del conte di Viana, imbarazzavano ancora il cammino di
Ferdinando. Il re Giovanni sagrificò la maggiore, Bianca, sposa separata
del re di Castiglia, alla cadetta, Eleonora, che fu poi regina di
Navarra, la quale aveva sposato il conte di Foix. Bianca fu data in mano
ad Eleonora, e perì avvelenata nel castello d'Orthès nel 1464[369].
Tanti delitti non fecero che accrescere la ripugnanza dei popoli per
tali sovrani. I Catalani, piuttosto che riconoscere Giovanni o suo
figliuolo, chiamarono al trono don Pedro, infante di Portogallo, e morto
questi nel 1466[370], si volsero finalmente al vecchio re Renato
d'Angiò, che per sua madre Yolanda d'Arragona veniva ad essere nipote di
Giovanni I d'Arragona, morto nel 1395. Renato, troppo vecchio per
prendere parte a nuove guerre, cedette l'eventualità di questa
spedizione a suo figliuolo Giovanni, duca di Calabria: Giovanni fu
infatti proclamato re di Barcellona; e colà aveva ricevute le prime
proposizioni di Paolo II; siccome l'intrapresa guerra non procedeva
troppo prosperamente, forse non sarebbe stato lontano dal pensiero di
sperimentare un'altra volta la sua fortuna nel regno di Napoli; ma,
sorpreso da una malattia epidemica in Barcellona, vi morì il 16 dicembre
del 1470, in età di 45 anni[371], e pose con ciò fine alla resistenza
dei Catalani, alle negoziazioni del papa, ed alle ultime speranze del
partito d'Angiò[372].
[368] _Ann. Eccl. Raynaldi, 1461, § 130, p. 116. — Ant. Galli
Comment. Rer. Genuens., t. XXIII, Rer. Ital., p. 247._ Ferdinando il
Cattolico, cui era stato sagrificato il conte di Viana, volle
purgare i suoi genitori dalla infame taccia di tanti delitti, ed
incaricò Lucio Marinco Siciliano di scrivere la storia di
quest'avvenimento (_l. XIII, p. 415_). Per altro trapela ancora la
verità nella narrazione di questo mercenario storico. Carlo di Viana
fu arrestato alle Cortes d'Ilerda il 2 dicembre 1460 (_Marin.
Siculus, l. XIII, p. 418. — Mariana de Reb. Hisp., l. XXIII, c. 2,
p. 61_). Venne rilasciato il 1.º marzo del 1461 a Barcellona (_Mar.
Siculus, l. XIII, p. 422. — Mariana, p. 62_); e morì, secondo il
Mariana, il 24 settembre dello stesso anno; secondo Gallo il 24
agosto (_Mariana, l. XXIII, c. 3, p. 62. — Marin. Sicul., l. XIII,
p. 424_). — Marinco Siciliano attribuisce le vociferazioni di veleno
alla superstizione di coloro che credettero di udire nelle strade di
Barcellona l'ombra del conte di Viana accusare sua matrigna. Il
Mariana annunzia con maggiore franchezza il sospetto, almeno di
tutto un partito; sospetto che fu cagione di spaventose guerre
civili.
[369] _Mariana, l. XXIII, c. IV, p. 63._
[370] _Ivi, c. VI, p. 65. — Marin. Siculus, l. XVI, p. 451._
[371] _Mariana, l. XXIII, c. XVI, p. 80. — Marin. Siculus, l. XVII,
p. 455._
[372] _Ant. Galli Comm. Rer. Genuens., t. XXIII, Rer. It., p.
245-262. — Gior. Napol., p. 1135. — Gaillard, Hist. de la rivalité
de la France et de l'Espagne, l. III, chap. III. — Marin. Siculus,
l. XV, p. 439, l. XVI, p. 452 e l. XVII, p. 455._
Anche prima della morte del duca di Calabria i progressi dei Turchi,
ch'empirono l'Italia di spavento, l'invasione della Croazia nel 1469, la
conquista di Negroponte nel 1470, fecero all'ultimo sentire a Paolo II
quanto imprudente cosa sarebbe l'accendere una nuova guerra alle porte
di Roma, impiegando contro un feudatario della santa sede quei soldati e
quelle ricchezze, di cui potrebbe tra poco aver bisogno per difendere la
propria esistenza. Acconsentì adunque di lasciare a Roberto Malatesta i
feudi che aveva posseduti suo padre, e coll'intervento di Borso, duca
d'Este, propose a tutti gli stati d'Italia una lega per la difesa
generale, ed il mantenimento d'ognuno nella propria indipendenza; lega
che venne finalmente da tutti accettata, e pubblicata il 22 dicembre del
1470[373].
[373] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 783. — Guern. Bernio Cron.
d'Agobbio, l. XXI, p. 1020. — Gio. Batt. Pigna, l. VIII, p. 769._
Paolo II aveva compiutamente tradite le speranze de' cardinali e di
tutta la Chiesa; l'unanimità de' suffragi in suo favore nell'istante in
cui cercavasi un uomo degno di succedere a Pio II, uno de' più grandi
pontefici che abbia avuto la Chiesa, faceva da Paolo sperare sommi
talenti e grandi virtù; ed egli per lo contrario facevasi conoscere
ambizioso, collerico, perfido nelle sue negoziazioni, ingrato verso la
sua patria, imprudente nella sua politica, poco curante dei veri
interessi della Cristianità. Nell'istante in cui suo malgrado ridonava
la pace all'Italia, abbandonossi a nuovi progetti di vendetta contro
altri nemici, che credeva d'avere scoperti. Erano questi i letterati di
Roma, che, in sull'esempio di altre città d'Italia, avevano di fresco
fondata un'accademia. Una feroce diffidenza fece da Paolo II risguardare
la loro associazione come una trama contro la sicurezza del papa e
contro la pace della Chiesa. Assoggettò alla tortura uomini il di cui
nome in allora pronunciavasi con venerazione; volle essere presente egli
medesimo ai loro tormenti per incalzare ii loro interrogatorio, e lasciò
che i carnefici eccedessero in modo i limiti prescritti in questa
orribile processura, che Agostino Campano, uno de' dotti, ch'egli aveva
fatti imprigionare, morì tra le loro mani. Pure tante crudeltà non gli
svelarono alcuna trama, che potesse giustificare la sua collera, alcuna
eresia contro la Chiesa, alcuna cospirazione contro lo stato[374].
Provocarono soltanto sopra di lui l'odio de' suoi contemporanei e quello
dei letterati, ed avrebbero tolto ogni difensore alla sua memoria, ad
eccezione di quelli che difendono per professione tutti gli atti della
santa sede, se un beneficio da lui accordato alla casa d'Este, o
piuttosto un titolo d'onore, onde lusingò la di lei vanità, non gli
avesse acquistati degli apologisti tra i beneficati di questa casa.
[374] _Platina in Vita Pauli II, p. 449. — Ginguené Hist. Litter.
d'Italie, t. III, chap. XXI, p. 411._
Borso d'Este era stato dall'imperatore creato duca di Modena e di
Reggio; ma in Ferrara non aveva ancora altro titolo che quello di
vicario pontificio. Le prime due città dipendevano dall'impero, l'altra
dalla santa sede. Spiaceva a Borso di non prendere il suo più onorevole
titolo dalla città in cui abitualmente dimorava, e che da più lungo
tempo ubbidiva alla sua famiglia. Borso aveva meritata la riconoscenza
del pontefice pel suo zelo come mediatore dell'ultima pace. Egli aveva
tratto Paolo II dall'imbarazzo ov'erasi imprudentemente posto
coll'aggressione di Rimini e colle negoziazioni col duca di Calabria. Il
papa per attestargli la sua gratitudine acconsentì d'innalzare Ferrara
al rango di ducato _dipendente_ dalla santa sede. Chiamò Borso a Roma
pel giorno di Pasqua, 14 aprile del 1471 per investirlo di questa nuova
dignità con una straordinaria pompa. In principio della cerimonia il
papa lo armò cavaliere di san Pietro, gli diede a tenere la spada
sguainata in tempo della messa per difendere la Chiesa e per confondere
gl'infedeli. Gliela fece in appresso cingere da Tommaso, despota della
Morea, fratello dell'ultimo imperatore d'Oriente. Gli si fecero porre
gli speroni da Napoleone Orsini, generale della Chiesa, e da Costanzo
Sforza, figlio del signore di Pesaro. Fin allora Borso aveva avuto posto
cogli arcivescovi; ma quando il papa gli ebbe in appresso dato il
mantello ducale, lo fece sedere tra i cardinali, quasi lo avesse renduto
loro eguale; finalmente Paolo II gli presentò la rosa d'oro, che il
pontefice costuma di dare il dì di Pasqua ad alcuno de' più grandi
signori della Cristianità[375]. Pare che veruna bolla autenticasse
questa nomina, o almeno niuna ne viene riferita dall'annalista della
Chiesa, o da quello della casa d'Este[376]. Non pertanto fu per cagione
di tal nuovo titolo, che questa casa venne in appresso spogliata d'uno
stato, cui aveva posseduto più di quattro secoli. Il vicariato perpetuo
della santa sede, estinguendosi la legittima linea, doveva ricadere al
supremo signore. Originariamente i signori di Ferrara avevano
riconosciuto l'alto dominio della Chiesa per sottrarsi a quello
dell'imperatore: ma i signori di Ferrara non avevano ricevuta da costoro
l'autorità sopra Ferrara, ma da un antico contratto col popolo. La vana
pompa, che diede un titolo alla casa d'Este, la cinse di catene fin
allora non vedute. La sovranità di Ferrara e la dignità ducale vennero
risguardate come beneficj della santa sede, i quali essa aveva potuto
limitare con condizioni, e poteva ritirare a di lei beneplacito. Don
Cesare d'Este perdette il ducato di Ferrara, il 13 gennajo del 1598,
perchè Borso ebbe la debolezza di ricevere la corona ducale il 14 aprile
del 1471.
[375] _Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VIII, p. 775._
[376] _Ann. Eccl. Rayn. 1471, § 56, p. 231. — Diario Romano di Stef.
Infessura, t. III, p. II, p. 1142. — Diario Ferrarese, t. XXIV, p.
228._
Del resto questa pompa teatrale fu press'a poco l'ultimo atto dell'uno e
dell'altro. Paolo II morì di subita morte il 26 luglio di quest'anno,
lasciando un ragguardevole tesoro in danaro, e sopra tutto una grande
quantità di pietre preziose, per le quali nutriva un gusto puerile.
L'estrema sua avarizia lo aveva renduto odioso alla sua corte ed a tutti
i signori d'Italia. Riteneva giacenti tutti i ricchi beneficj de'
prelati che morivano, pel solo desiderio di ammassare; perciocchè non
arricchì altrimenti i suoi congiunti, nè impiegò i suoi tesori per
ostentazione di lusso, o pel vantaggio della Chiesa, o pel compimento
de' suoi progetti[377]. Borso primo, duca di Ferrara, che aveva seco
portata da Roma una continua febbre, che si ascrisse ad un lento veleno,
morì ancor esso il 20 agosto del 1471[378]. E così la scena del mondo
erasi totalmente rinnovata. Alfonso di Napoli, Cosimo dei Medici e suo
figlio Pietro, Francesco Sforza e sua moglie Bianca, Giovanni Unniade e
Scanderbeg, Giovanni d'Angiò, Sigismondo Malatesta, infine tutti coloro
che avevano avuta una parte importante nelle rivoluzioni accadute circa
la metà del quindicesimo secolo, mancarono quasi nello stesso tempo; e
ritirandosi fecero piazza a nuovi personaggi, animati da nuovi interessi
e da nuove passioni[379].
[377] _Rayn. Ann. Eccl. 1471, § 61-65, p. 282. — Cron. di Bologna,
t. XVIII, Rer. It., p. 788._
[378] In fatto di cronologia io non mi scosto da Muratori che con
estrema diffidenza, ed in particolare quando trattasi della casa
d'Este, di cui era lo storiografo in titolo. Per altro egli dice che
Borso giunse a Ferrara, di ritorno da Roma, il 18 maggio, e vi morì
il 27 dello stesso mese (_Annali ad annum_). Per lo contrario la
cronaca di Bologna, che di que' tempi scrivevasi giorno per giorno,
parla sotto il 3 luglio d'un'ambasciata che gli fu mandata mentre
era infermo (_t. XVIII, p. 787_), e il diario Ferrarese fissa
egualmente la morte di Borso al 20 agosto, _t. XXIV, p. 229._
[379] Nello stesso tempo che ci fugge la precedente generazione,
siamo altresì abbandonati dagli storici che ci hanno fin qui
condotti. La Cronica di Bologna, che abbraccia circa quattrocento
anni, e che fu continuata da una serie di scrittori quasi sempre
contemporanei, finisce col 1471 (_t. XVIII, Rer. Ital., p.
240-792_). È questa un'istoria popolare, in cui le vociferazioni
della città, il prezzo delle derrate, infine tutte le novelle del
volgo vi hanno luogo come i più importanti avvenimenti. Pure quando
una maggior coltura degli spiriti fece abbandonare questa grossolana
maniera di scrivere la storia, si perdette nello stesso tempo uno
dei punti di vista sotto il quale presentavansi gli avvenimenti, e
si cessò di avere la naturale espressione dei sentimenti del popolo.