_Mal intesa politica de' Veneziani nella amministrazione delle
loro province d'oltremare. Perfidia di Ferdinando di Napoli, il
quale fa perire Jacopo Piccinino. — Ultimi anni e morte di
Francesco Sforza. — Turbolenze di Firenze sotto
l'amministrazione di Pietro de' Medici; progetti e debolezza di
Luca Pitti_.
1464 = 1466.
I veri interessi dell'Italia si decidevano di quest'epoca sull'altra
riva del mare Adriatico. Colà guerreggiavasi non per sapere se ogni
stato aggiungerebbe ai suoi confini qualche città, qualche piccolo
distretto, se ogni corpo nel governo, ogni fazione tra i cittadini
conserverebbe le sue prerogative, ma per sapere se ancora vi sarebbe
un'Italia, dopo che più non eravi nè Grecia, nè Macedonia, nè Illiria,
se la religione, la nobiltà e l'onore nazionale non sarebbero distrutti,
se i mercati non sarebbero saccheggiati, bruciate le città, gli uomini
adulti presi come armenti, e venduti per una lontana schiavitù, i
fanciulli strappati dal seno delle loro madri per reclutare la milizia
de' giannizzeri, e diventare i nemici di quegli stessi che loro avevano
data la vita. Il pericolo s'avvicinava, la potenza dei Turchi andava
crescendo; inevitabile pareva la loro invasione, ed intanto l'Italia era
ancora dormigliosa. Non erasi stretta alcuna lega tra le potenze per
difenderla, non allestito un esercito, non apparecchiato un tesoro per
sostenere le spese di un'imminente guerra; e se le bandiere della mezza
luna avessero una volta varcato il mare Adriatico, tutti gli stati posti
dall'estremità della Calabria fino alle Alpi sarebbero stati più
rapidamente conquistati, e con molta maggiore facilità che i bellicosi
regni dell'Epiro, della Macedonia, della Servia, della Bosnia, della
Schiavonia, posti sull'opposta riva. Dobbiamo adesso esaminare quali
interessi distraevano allora gl'Italiani, quai diverse cagioni facevano
sì che non s'apparecchiassero a questa gran lotta. Ci resta a vedere il
ducato di Milano passare ad un principe voluttuoso e crudele, le di cui
viste non andavano più in là della sua vanità e de' suoi piaceri; il
regno di Napoli indebolito dalla perfida politica di Ferdinando, che non
ruinava i suoi domestici nemici che all'ombra dei trattati; la
repubblica di Firenze in preda a fazioni, i di cui capi avevano perdute
le virtù che illustravano i loro padri; papa Paolo II seminare la
discordia, intento ad accendere una guerra universale per unire al
dominio ecclesiastico alcuni piccoli feudi, che n'erano stati separati
per giusti titoli. Ci sorprenderanno tante misere cose preferite a così
alti interessi, ci sorprenderà questa dimenticanza così estrema della
prudenza e della politica presso persone tanto famose per la loro
saviezza, questa pazza sicurezza dei popoli che riposavano sull'orlo dei
precipizj, e non potremo omettere d'osservare, che nelle epoche segnate
da grandi rivoluzioni la cagione che le produsse deve meno ricercarsi
nella forza di coloro che le eseguiscono, che nella debolezza di coloro
che le soffrono, in quello spirito di stordimento e di vertigine che
infetta talvolta le nazioni ed i loro capi, come una fatale epidemia, e
che, accecandoli intorno al pericolo che li minaccia, li trae spesse
volte nel precipizio che più dovrebbero temere.
Tra gli stati d'Italia, che abbandonavano la causa della Cristianità,
forse i più colpevoli erano i Veneziani; pure di già si trovavano in
guerra coi Turchi, e già erano attaccati nelle loro colonie e minacciati
ai confini continentali: vero è che, abbandonati da tutti i Latini,
sostennero soli la guerra, e che posero in mare flotte degne della
potenza della loro repubblica; ma essi accrebbero il pericolo per sè
medesimi e per gli altri con una mal intesa politica, e con un fallace
sistema di guerra. Essi mai non risguardarono i loro possedimenti del
Levante come parti integranti dello stato; mai non li governarono in
modo di farli fiorire, mai non li difesero in modo di salvarli; nè mai
procurarono ai popoli quel grado di prosperità e di pace che avrebbe
attaccati i sudditi alla repubblica, e loro avrebbe conciliato l'affetto
degli stati vicini, e fattili risguardare come alleati e difensori
naturali di tutti i Cristiani soggetti ai Turchi.
La repubblica di Venezia era in certo qual modo composta di tre nazioni:
dei Veneziani, dei popoli di terra ferma, e dei Levantini. Gli abitanti
di Venezia stessa e delle lagune risguardavansi come il popolo re; e
sebbene le prerogative della sovranità non appartenessero che ad un
corpo di nobiltà, formato in seno a questa numerosa popolazione, pure
tutti i Veneziani sentivansi ancora membri della repubblica, e
dominatori de' paesi conquistati. Il governo gli adulava e gli
accarezzava, e presso questi soli trovava in caso di bisogno fedeli
marinaj, e cittadini pronti a sagrificarsi. La seconda classe de'
sudditi era formata dagli abitanti di terra ferma; questi per la maggior
parte soggetti alla repubblica da meno di un secolo, avevano conservate
alcune antiche prerogative ed un governo municipale; essi non
risguardavansi come Veneziani, ma Bresciani, Bergamaschi, Veronesi,
Padovani; non pensavano pure a chiedere di avere qualche parte alla
sovranità, ma diligentemente conservavano i loro privilegj, ed erano
tali che per loro fiorivano il commercio e l'agricoltura, e le ricchezze
e la popolazione andavano crescendo. Per ultimo gli abitanti delle
province poste oltremare formavano una terza classe, disprezzata,
oppressa e sempre sagrificata alle altre due. I loro porti erano mercati
esclusivi dei Veneziani, ove questi facevano senza rivali un odioso
monopolio; le loro fortezze dovevano perpetuare ne' sudditi il timore,
ed assicurare a Venezia il dominio dell'Adriatico, ma queste non
coprivano i confini, nè proteggevano l'agricoltura, nè mantenevano la
pace in un ricinto inviolabile; le loro milizie non erano regolarmente
armate, i soldati tolti in paesi così guerrieri non venivano incorporati
al rimanente dell'armata veneziana, ed erano cacciati nell'ultimo rango
dello stabilimento militare.
Pure ove si consideri l'estensione del dominio veneto al di là del golfo
Adriatico, nell'Istria, nella Dalmazia, in una ragguardevole parte
dell'Albania e della Grecia, ove si rifletta al felice clima di quasi
tutte queste province, alle ricche produzioni del loro suolo, allo
spirito industrioso di una parte degli abitanti, al carattere guerriero
degli altri, alla forza delle situazioni, al numero e grandezza dei
porti, si sente bentosto che la repubblica di Venezia avrebbe dovuto
andare superba di diventare una potenza illirica, piuttosto che
italiana; che avrebbe dovuto estendere a tutte le coste dell'Adriatico i
beneficj del commercio, dell'agricoltura, dell'opulenza e della
sicurezza, accogliervi sotto la protezione di savie e giuste leggi la
popolazione de' vicini stati sempre disposta a rifugiarvisi,
equipaggiare le sue flotte co' marinaj che avrebbe potuto formare nelle
infinite isole seminate nel golfo del Quarnero, inspirare un nuovo
ardore ai suoi eserciti, ammettendovi quella razza di uomini vigorosi ed
arditi che popolavano le montagne della Morlachia e dell'Albania, e per
ultimo associare alla sua gloria, alla sua ricchezza, al suo governo,
gl'Illirici, gli Albanesi ed i Greci.
Ma gli stati più prudenti sono essi medesimi spesse volte piuttosto
diretti dai loro pregiudizj che dal loro giudizio. Tutti gli agenti
dell'autorità dividevano le prevenzioni nazionali contro tutti i sudditi
levantini della repubblica. Tutti i Greci venivano riputati senza fede e
corrotti, barbari tutti gl'Illirici. I Veneziani si sarebbero sentiti
umiliati, se fossero stati confusi con questa gente. Essi non potevano
affezionarsi a que' lontani possedimenti, ove mai non si fissavano
stabilmente, volendo esservi sempre considerati come stranieri. Colà si
recavano per far fortuna, e quando questa era fatta, si affrettavano di
portarla altrove. Quest'avidità d'ammassare danaro diventava nelle
colonie il carattere nazionale; tutto ciò che poteva arricchire non era
vergognoso; la giustizia diventava venale, le finanze erano ruinate
dalle malversazioni, gli approvvigionamenti di guerra erano scarsi e di
cattiva qualità, le armate composte di assai minore numero di soldati di
quello che appariva ne' ruoli, in somma l'onore e la sicurezza dello
stato erano sempre sagrificati alla cupidigia de' suoi ministri.
I Veneziani nella guerra contro il duca di Milano avevano posti in
campagna diciotto mila cavalli di pesante armatura, e quasi altrettanta
buona fanteria. Lungi dall'opporre così forte armata ad un nemico assai
più pericoloso, non ebbero mai in Morea due mila uomini sotto le armi:
vero è che non erano comprese in questo numero le milizie del paese; ma
i Greci, ond'erano formate, così spesso vinti dai Turchi, tanto
atterriti dal vittorioso ascendente della mezzaluna, erano inoltre così
sprezzati e maltrattati dai comandanti veneziani, che non potevano
prendere a cuore i vantaggi della repubblica.
Mentre questa miserabile armata rappresentava sola al di là dei mari
tutta la potenza degl'Italiani, ed impediva l'avanzamento de' loro
nemici, i sovrani, godendo di una mal sicura pace, come se abbandonare
si potessero alla più inalterabile sicurezza, ad altro non pensavano che
a tirare vendetta delle loro antiche offese, a schiacciare i loro
segreti nemici, ed a far pagare con usura gli arretrati della passata
loro indulgenza a coloro che avevano dovuto risparmiare.
Ferdinando, re di Napoli, aveva trionfato del suo competitore, staccando
l'uno dopo l'altro dalla casa d'Angiò i grandi del suo regno, che
avevano fatto causa comune colla medesima. Loro aveva accordate
vantaggiosissime condizioni, rese sacre dai più solenni giuramenti. Ma
nè i trattati, nè le promesse lo legavano; perciò, sebbene fosse in pace
con tutto il mondo, ragunava la sua armata nella Campania in principio
del 1464 come aveva fatto ne' precedenti anni. Nello stesso tempo invitò
i signori, coi quali erasi riconciliato, a raggiugnerlo. Evidente era il
pericolo della disubbidienza, dubbioso quello di fidarsi a lui, e gli
uomini deboli preferiscono di accecarsi intorno alla propria situazione,
piuttosto che riconoscere preventivamente il pericolo. Venne pel primo
in giugno Marino Marzano, duca di Suessa, a rendergli omaggio nel suo
campo, dopo essersi fatta dare la guarenzia di Francesco e di Alessandro
Sforza. Era cognato del re, e suo figlio era promesso sposo alla
figliuola di Ferdinando. Questo doppio parentado davagli una sicurezza
che i soli trattati non gli avrebbero forse inspirata. Ma Ferdinando non
aveva dimenticato che Marzano era stato il primo a dichiararsi per
Giovanni d'Angiò; quindi lo fece arrestare e lo mandò prigioniere a
Napoli in onta ai proprj giuramenti ed alla parola data ai suoi più
fedeli alleati: fece nello stesso tempo imprigionare tutti i di lui
figliuoli, ed occupare tutti i di lui stati[287].
[287] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 762._
Questa violazione della pubblica fede colmò di spavento tutti coloro che
avevano fatto guerra a Ferdinando, e che avevano creduto di potersi
riposare sui trattati con lui conchiusi. Il più inquieto di tutti era
Jacopo Piccinino, ch'era stato lungamente capo del partito d'Angiò, e
che si era trovato in sul punto di rovesciare Ferdinando dal trono. Il
Piccinino era in allora universalmente riconosciuto pel migliore
generale d'Italia: era rimasto solo alla testa di quell'antica scuola
militare di Braccio, ch'era in appresso passata a suo padre Niccolò, poi
a suo fratello Francesco, e che pel corso di settant'anni erasi
mantenuta rivale della scuola dello Sforza; essa distinguevasi per una
maniera più pronta di fare la guerra, più impetuosa e talvolta più
temeraria. Questa milizia erasi conservata indipendente, e continuava
indifferentemente a prendere soldo da coloro che volevano impiegarla,
mentre l'innalzamento dello Sforza al ducato di Milano aveva fatto
scendere i suoi antichi compagni d'armi al rango di suoi sudditi, ed
aveva loro tolta la facoltà d'offrirsi all'incanto a diverse potenze. Il
Piccinino, riconciliandosi con Ferdinando, aveva da lui ricevuto per
ricompensa il principato di Sulmona ed altri ragguardevoli feudi. Ma le
grazie accordate da un re spergiuro potevano essere da lui riprese, ed
il Piccinino credette che un vecchio guerriero non mancherebbe così
facilmente alla sua parola d'onore. Malgrado la lunga rivalità della sua
famiglia con quella dello Sforza, malgrado le vicendevoli offese, il
Piccinino fidavasi al duca di Milano, e risolse di mettersi tra le sue
mani. Da lungo tempo lo Sforza gli aveva offerta in matrimonio sua
figlia naturale Drusiana, come pegno di riconciliazione tra i
_Bracceschi_ e gli _Sforzeschi_. Il Piccinino l'accettò; disse che
andava egli medesimo a prenderla, e per dare nello stesso tempo al duca
di Milano un pegno della sua fede, diede nelle mani di Tomaso Tebaldi,
suo luogotenente, la stessa città di Sulmona, tutte le altre fortezze e
l'armata che serviva sotto di lui. Presi seco per suo corteggio soltanto
dugento cavalli, partì in tal modo alla volta della Lombardia[288].
Ferdinando, che con dispiacere lo vedeva allontanarsi, lo chiamò invano
colle più lusinghiere lettere, ma nello stesso tempo attaccava la
famiglia Caldora, alla quale non era dai trattati meno legato di quello
che lo fosse al Piccinino; costringeva il capo di questa casa, Antonio,
a stabilirsi in Napoli colle donne ed i fanciulli di sua famiglia;
obbligava tutta la gioventù dello stesso casato a vivere in esilio, e
quando gli aveva fatti passare ad un servizio straniero, loro toglieva
le fortezze e quasi tutti i beni[289].
[288] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 762._
[289] _Ivi, p. 763._
Frattanto il Piccinino, giunto a Milano, era stato accolto dal duca
colle più vive dimostrazioni di stima e di affetto. Tutta la nobiltà
milanese gli si mostrò ancora più propensa: questa aveva con lui avute
lunghe relazioni, quando sotto gli ordini di suo padre egli serviva
l'ultimo dei duchi della casa Visconti, e quando in appresso era stato
generale della repubblica milanese. Tutti i gentiluomini si recarono ad
incontrarlo fuori delle porte a non breve distanza, e vi accorse anche
il popolo. Egli attraversò Milano tra le acclamazioni d'infinito popolo,
ed il suo ingresso parve un trionfo[290]. Fu celebrato modestamente il
suo matrimonio con Drusiana, perchè la fresca morte di Cosimo de'
Medici, il vecchio amico di Francesco, avrebbe resa sconveniente una
maggior pompa. Lo Sforza s'incaricò di rendere meno sospetta l'amicizia
tra il re di Napoli ed il suo generale, e gli fece continuare per un
altro anno il comando delle armate del regno con un soldo di cento mila
fiorini. Fu mandato a Napoli Brocardo Persico, suo luogotenente, il
quale ebbe dal re onoratissimo accoglimento, e ricevette tutto il danaro
dovuto ai soldati. Per suo mezzo Ferdinando invitava il Piccinino a
tornare presso di lui, e Brocardo Persico, vinto dall'accoglimento che
aveva ricevuto, assicurava il suo padrone in tutti i suoi dispacci, che,
lungi dall'avere nulla a temere, sarebbe al suo ritorno colmato d'onori.
[290] _Niccolò Machiavelli, l. VII, p. 293._
Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, doveva sposare Alfonso,
figlio del re di Napoli. In primavera del 1465 Federico, secondo
figliuolo di Ferdinando, s'avvicinò a Milano con seicento cavalli per
chiederla e servirle di scorta. Il Piccinino preferì di non aspettarlo;
partì alla volta di Napoli con Pietro di Pusterla, suo parzialissimo
amico, sotto la di cui salvaguardia il duca aveva cercato di metterlo,
nominandolo suo ambasciatore. Il Piccinino, strada facendo, visitò Borso
d'Este a Ferrara, e Domenico Malatesta a Cesena, che disapprovarono il
suo viaggio, e cercarono di ritenerlo. Ferdinando erasi bastantemente
fatto conoscere per non inspirare veruna confidenza. Lo stesso Piccinino
era di quando in quando agitato da violenti inquietudini, ma una sorta
di fatalità lo strascinava a Napoli. Brocardo Persico lo aveva
raggiunto, e d'altro non gli parlava che de' ricevuti onori. Intanto il
Piccinino viaggiava, e quand'ebbe toccati i confini, gli omaggi che gli
vennero tributati dissiparono i concepiti timori. La principale nobiltà
di Napoli era venuta a riceverlo alla distanza di tre giornate dalla
città, in ogni borgata festeggiavasi il suo passaggio, e lo stesso re
venne con numeroso seguito ad incontrarlo fuori delle porte; l'abbracciò
affettuosamente e lo trattò come fratello. Per ventisette giorni si
celebrarono continue feste in suo onore, e le cortesie di Ferdinando non
si smentirono un solo istante. Finalmente il Piccinino chiese ed ottenne
la sua udienza di congedo per tornare a Sulmona; era il 24 giugno,
giorno della festa di san Giovanni Battista: venne introdotto presso il
re in Castelnovo; questi gli diede le stesse dimostrazioni d'affetto e
di confidenza, e si separò abbracciandolo. Ma erasi appena Ferdinando
ritirato, che alcuni arcieri si gettarono sopra il Piccinino, e lo
trassero in un carcere. Nello stesso tempo venne arrestato ancora suo
figlio Francesco, il suo luogotenente Brocardo ed alcuni altri. In tempo
delle feste celebrate in suo onore, erano stati mandati ordini su tutte
le strade a tutti i comandanti delle province d'arrestarlo, se mai
cercasse di fuggire, onde occupare i suoi beni e piombare sopra le di
lui truppe improvvisamente; queste vennero infatti svaligiate, e i suoi
soldati, senza capi, e spogliati dei loro equipaggi, si ritirarono a
stento presso Domenico Malatesta a Cesena[291].
[291] _Jo. Simonetae, l. XXXI, p. 765, 766. — Giornali Napoletani,
t. XXI, p. 1134._
Tutta l'Italia accusava Francesco Sforza d'avere avuto parte in questo
tradimento; dicevasi che non si era vergognato di sagrificare sua
figliuola per trarre nella rete un rivale ch'egli temeva; che la sua
gelosia era cresciuta a dismisura per gli onori renduti dai Milanesi al
Piccinino; che finalmente egli aveva temuto, dopo la sua morte, per suo
figliuolo la concorrenza d'un capitano così accreditato, che avria
potuto disputargli il favore del popolo. Queste accuse vennero riportate
dalla maggior parte degli storici, e lo stesso Machiavelli, adottandole,
diede loro maggior peso[292]. Per altro il circostanziato racconto del
Simonetta, segretario del duca di Milano, e l'indignazione che questi
esprime contro tanta iniquità, contrabilanciano a' miei occhi le altrui
testimonianze. Se il suo padrone fosse stato complice del re, il
Simonetta non avrebbe trascurato di dar peso alla trama del Piccinino,
che Ferdinando pretese d'avere scoperta, e di cui scrisse lettere
circolari a tutti i principi dell'Europa. Per lo meno avrebbe simulato
di dar fede all'asserzione del re di Napoli intorno alla sorte del
prigioniere. Diceva questo re, che il Piccinino, tratto dalle grida del
popolo per l'ingresso della flotta reale, erasi attaccato ai cancelli
d'una finestra assai alta della prigione, per vedere ciò che accadeva, e
che cadendo erasi rotta una coscia, per cui era morto dopo dodici
giorni. In tal modo il Simonetta non trascurò di giustificare gli
arresti di Carlo Gonzaga, di Guglielmo di Monferrato, di Tiberio
Brandolini, e la morte dell'ultimo. Ma rispetto al Piccinino fa sentire
quanto assurda fosse la supposizione d'una cospirazione, quanto era
ridicola la favola del suo accidente, quanto il complesso della condotta
di Ferdinando, di cui ne mette in chiaro tutte le circostanze, era
perfida e vergognosa[293]. Altronde la macchinazione, che si ascrive al
duca di Milano, era troppo complicata e troppo azzardosa per lo scopo
che gli si vuole supporre. Mentre ch'egli ebbe in Milano il suo rivale
con soli dugento cavalieri, lontano dalla sua armata e dalle sue
fortezze, gli sarebbe stato troppo facile il farlo arrestare o perire;
l'entusiasmo del popolo per lui gli avrebbe somministrato un probabile
pretesto di supposte congiure, ed in ogni caso il pugnale d'un oscuro
assassino non avrebbe permesso di riconoscere il vero colpevole; ma dare
la propria figlia al Piccinino, lasciarlo in seguito attraversare libero
tutta l'Italia, abbandonarlo a' consiglj, che fino all'ultimo giorno del
suo viaggio potevano allontanarlo dal laccio, è questa una mescolanza
d'imprudenza e di scelleratezza, di cui parmi non potersi
ragionevolmente macchiare la memoria di Francesco Sforza.
[292] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 291-294. — Muratori An. d'Ital.
1465, p. 308. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 903._
[293] _Jo. Simonetae, l. XXXI, p. 769. — Bern. Corio Hist. Milan.,
p. VI. p. 965_. Questi nell'atto di confutare l'accusa di
complicità, parla dell'inquietudine concepita da Francesco Sforza
per gli onori tributati al Piccinino, in guisa di far nascere dei
dubbj.
Quando il duca di Milano ricevette la notizia di questo tradimento fece
altamente conoscere quanto dolore e collera ne provasse[294]. Fece
subito partire un corriere, apportatore di un ordine a sua figlia
Ippolita di trattenersi dovunque quest'ordine le giungesse. Ove si
presti fede al Simonetta, il corriere l'incontrò a Siena verso la fine
di giugno, di dove Ippolita non partì che in sul declinare
d'agosto[295]. Quando il duca di Milano, riflettendo che non poteva
tornare in vita suo genero Piccinino, e che sarebbe imprudente consiglio
il rompere per un avvenimento irreparabile un'alleanza per cui aveva
fatti prodigiosi sagrificj in tempo della guerra di Napoli, permise alla
figliuola di proseguire il viaggio. Nell'intervallo aveva mandato suo
figlio Tristano a Napoli per domandare il Piccinino, ch'egli supponeva
ancora vivo. Tristano, cui fu risposto che suo cognato era morto,
dubitando che fosse rinchiuso in qualche prigione, chiese che si
diseppellisse il suo cadavere, e volle vederlo. Per tal modo si accertò
che il Piccinino era stato ucciso il secondo o il terzo giorno dopo il
suo arresto[296]. Il duca di Milano non protrasse ulteriormente il
progettato parentado: la figlia Drusiana tornò tristamente a Milano, ove
diede in luce poco tempo dopo un figlio del Piccinino[297]. Mentre
questa attraversava l'Italia con un corteggio dolente tornando da
Napoli, sua sorella vi si recava con magnifico e pomposo
accompagnamento. Aveva seco i fratelli Filippo e Sforza Maria, il primo
de' quali venne in tale occasione investito del ducato di Bari.
[294] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 760._
[295] Qui si presenta una circostanza sospetta. Stando ai giornali
di Siena, Ippolita giunse in quella città il 29 di giugno, e partì
il 4 luglio. _Cron. d'Allegretti, t. XXIII, Rer. Ital., p. 772._
Forsecchè si trattenne infatti nella provincia sienese fino alla
fine d'agosto.
[296] _Jo. Simonetae, l. XXXI, p. 768._
[297] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 761. — Crist. da Soldo Ist.
Bresc., p. 904._
Il duca di Milano, sicuro della sua alleanza con Napoli, non era meno
sollecito di rassodare quella che aveva conchiusa colla Francia. La
parte che aveva presa nelle guerre di Genova e di Napoli, e le pretese
della casa d'Orleans sullo stato di Milano, avrebbero potuto da quella
banda procurargli pericolosi nemici; ma Luigi XI, che allora regnava,
aveva una singolare predilezione per gli uomini innalzati da bassa
condizione. Il duca di Milano era a' suoi occhi un principe nuovo, e
sotto quest'aspetto tanto più degno della sua confidenza. Strettissima
era la loro unione, ed il re, che confondeva la falsità colla politica,
credeva di potere istruirsi in quest'arte seguendo i consiglj d'un
principe italiano. Era scoppiata in Francia la guerra che poi fu detta
_del ben pubblico_: Luigi XI invocò l'assistenza di Francesco Sforza, il
quale gli mandò subito suo figliuolo Galeazzo con mille cinquecento
uomini d'armi e tre mila fanti[298]. Galeazzo entrò pel Delfinato nel
Forez, che apparteneva al duca di Borbone, uno de' più deboli tra i
principi confederati. Egli lo pose a fuoco e a sangue, mostrò la
superiorità degl'Italiani nell'arte di attaccare le città, rincorò i
partigiani del re e gittò la discordia nell'armata dei principi[299].
Intanto Luigi XI negoziava con suo fratello e coi grandi del suo regno,
e, a seconda de' consiglj dello Sforza, loro prometteva ogni cosa per
isciogliere la loro lega, essendo internamente disposto a mancar loro di
parola. In tal modo si conchiuse e si pubblicò il trattato di Conflans
in sul finire del 1466. Galeazzo Sforza non era per anco uscito dalla
Francia, quand'ebbe avviso della morte di suo padre, accaduta l'8 marzo
del 1466. La disposizione all'idropisia che erasi manifestata in
Francesco Sforza alcuni anni prima, gli aveva lasciata una precaria
salute; ma l'ultima sua malattia non durò che due giorni. Bianca
Visconti, sua moglie, comprimendo il suo dolore, adunò il senato a mezza
notte, l'avvisò della vicina morte del marito, e fece prendere le
necessarie disposizioni per tenere la città tranquilla, nell'istante in
cui si pubblicherebbe la morte del sovrano. Nello stesso tempo mandò
ambasciatori al re di Napoli, ai Fiorentini, a Paolo II ed ai Veneziani,
per domandar loro di proteggere in caso di bisogno suo figlio, e di
conservarsi fedeli alla sua casa[300].
[298] _Machiavelli Istor. Fior., l. VII, p. 291. — Memoires de
Philip. de Comines, l. I, chap. VIII, p. 379._
[299] _Jo. Simonetae, l. XXXI, p. 773._
[300] _Jo. Simonetae, l. XXXI, p. 776. — Crist. da Soldo Ist.
Bresc., p. 905._
Nobile e vivace volto aveva Francesco Sforza; era grande della persona e
ben proporzionato, ed aveva una singolare forza ed agilità in tutti gli
esercizj del corpo; pochissimi lo pareggiavano al salto, alla corsa,
alla lotta, o nel lanciare vigorosamente il giavellotto. Marciava col
capo scoperto alla testa della sua armata sia tra i ghiacci
dell'inverno, sia sotto il cocente sole della state. Sopportava
pazientemente la fame, la sete ed il dolore; pure non ebbe che poche
occasioni di porre la sua costanza a quest'ultima prova, perciocchè,
sebbene avesse passata la sua vita in mezzo alle battaglie, non fu quasi
mai ferito. Non aveva bisogno di lungo sonno per riposare; ma per quanto
fosse grande l'agitazione del suo spirito, o il tumulto da cui era
circondato, egli dormiva colla medesima calma. Nè le grida, nè i canti
de' soldati presso la sua tenda, nè il nitrire de' cavalli o il suono
delle chiarine e delle trombe, parevano turbarlo; perciò compiacevasi
del rumore che facevano i suoi compagni d'armi, anzi che ordinar loro di
tacere mentr'egli dormiva. Singolarmente sobrio alla sua mensa, non era
egualmente ritenuto per gli altri piaceri; amava appassionatamente le
donne, e non pertanto visse sempre in buona unione con Bianca Visconti,
che aveva la condiscendenza di condonargli le sue frequenti infedeltà.
Generoso e talvolta prodigo, divideva tutto ciò che aveva tra i poveri,
i soldati e i dotti, che chiamava alla sua corte. Rigettava fors'anco
con qualche alterigia i consiglj di prudenza e d'economia che gli dava
Cosimo de' Medici, dicendo che non sentivasi fatto per essere mercante.
Era affatto padrone di sè medesimo, e sapeva nascondere la sua
inquietudine, il dispiacere, la gioja o la collera. Premurosissimo di
conservarsi una buona opinione, s'informava con molta cura di ciò che
dicevasi di lui, e spiegava sollecitamente quelle sue azioni che credeva
sospette, o mal accette al pubblico[301].
[301] _Jo. Simonetae, l. XXXI, p. 778, 779._
Quando Galeazzo Sforza ricevette la notizia della morte del padre,
affidò il comando della sua armata a Giovanni Pallavicino, e facendosi
credere il compagno d'un mercante milanese stabilito in Lione, tornò con
lui privatamente e senza seguito. Non senza ragione egli cercava di non
essere conosciuto nelle province che doveva attraversare: i suoi vicini
aspettavano l'istante in cui si aprirebbe la successione dello Sforza
per rifarsi del timore e de' riguardi, cui questo grand'uomo gli aveva
ridotti. Luigi, duca di Savoja, figliuolo d'Amedeo VIII era morto in
Lione il 29 gennajo del 1465; suo figlio Amedeo IX, soprannominato il
Beato perchè d'altro non si occupò che di elemosine, di fondazioni di
conventi e di pratiche religiose, andava soggetto ad attacchi
d'epilessia, che avevano debilitata la sua testa, e rendutolo incapace
di governare. I suoi consiglieri vollero far arrestare Galeazzo in onta
del salvacondotto che gli avevano dato, sperando di approfittare della
sua prigionia in tempo delle turbolenze che credevano dover agitare lo
stato di Milano. Si credette di ravvisarlo nel suo passaggio per la
Novalese ed i contadini attruppati vollero arrestarlo. Galeazzo si
chiuse entro una chiesa, ove sostenne per due giorni una specie
d'assedio. Ne venne tratto da Antonio Romagnani giurisperito, che aveva
in Piemonte grandissima autorità, e che lo condusse sano e salvo a
Novara. In appresso Galeazzo fece il solenne suo ingresso in Milano il
20 marzo del 1466, e fu senza veruna difficoltà riconosciuto dal popolo
per legittimo sovrano[302].
[302] _Jo. Simonetae, l. XXXI, p. 780-782. — Ant. de Ripalta An.
Placent., t. XX, p. 916. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p. 967._
Qui finisce la storia del Simonetta: quest'eccellente storico era
segretario di Francesco Sforza, da cui quasi mai non fu disgiunto
dal 1444 al 1466. Trovossi sempre a portata di conoscere a fondo la
politica del proprio sovrano e quella degli altri stati d'Italia. La
sua narrazione è chiara, elegante, circostanziata, e generalmente
imparziale. Lascia dopo di sè nella storia un vuoto, che ne'
susseguenti anni ci si farà spesso sentire.
La morte di Francesco Sforza influì altresì sul governo di Firenze, ove
fece debole il partito dei Medici, e rialzò i loro nemici. Una stretta
amicizia aveva uniti Cosimo e Francesco; i loro figliuoli nè avevano le
stesse relazioni, nè talenti uguali a quelli di que' sommi uomini. Non
pertanto Pietro de' Medici pretendeva essere capo della repubblica
fiorentina, come lo era stato suo padre: ma gli uomini di stato di
Firenze, che si conoscevano a lui superiori per età, per talenti, per la
memoria de' loro servigj, pel rango occupato dai loro antenati, erano
ben lontani dall'accordargli quella deferenza che non avevano voluto
disputare a suo padre. Pietro loro non si raccomandava per alcuna bella
azione; nè il suo ingegno, nè il suo carattere erano tali da prometterne
per l'avvenire; la stessa sua salute non gli acconsentiva di adoperarsi
utilmente per la repubblica. I cittadini fiorentini lo vedevano non
senza indignazione riclamare delle prerogative ereditarie, in uno stato
libero e fra uomini tutti uguali fra loro. In seno allo stesso partito
dei Medici erasene formato uno, che mostravasi contrario alla sua
famiglia, ed era diretto da Luca Pitti. Dopo che questi aveva adunato
l'ultimo parlamento, egli riguardava sè stesso quale capo dello stato, e
voleva richiamare a sè il potere esercitato da Cosimo. Distinguevasi la
fazione a lui attaccata dal luogo in cui aveva fabbricato il suo
palazzo, _il poggio_, mentre che quello de' Medici dicevasi il partito
_del piano_[303].
[303] _Comment. del Nerli, l. III, p. 50. — Scip. Ammirato Stor.
Fior., l. XXIII, p. 93._
Ma Luca Pitti non aveva talenti proporzionati alla sua ambizione. I suoi
aderenti approfittavano della sua riputazione e della sua ricchezza per
dare maggiore imponenza al loro partito, e si proponevano ad un tempo di
non acconsentirgli giammai di giugnere ad un alto potere. Distinguevansi
tra questi Diotisalvi Neroni, il più riputato degli antichi colleghi di
Cosimo de' Medici, e quegli che per la sua capacità era più in istato di
governare la repubblica, Niccolò Soderini, di tutti i cittadini il più
affezionato alla libertà, ed infine Angelo Acciajuoli, il di cui
malcontento veniva esacerbato da un'ingiustizia che gli aveva fatta
Cosimo de' Medici[304].
[304] _Machiavelli Ist. Fior., l. VII, p. 298. — Jo. Michaelis
Bruti, l. II, p. 26, apud Burmannum Thesaur. Rer. Ital., t. VIII, p.
II, ibid. p. 33._ Egli espone diversamente che non fa il Machiavelli
l'ingiustizia fatta all'Acciajuoli.
Pietro de' Medici sempre ammalato, e nemico d'ogni applicazione,
trascurava non solo i pubblici affari, ma ancora quelli del commercio,
che suo padre aveva esteso per tutta l'Europa. Di già alcune perdite,
che gli erano accadute, gli annunziavano la sorte che lo aspettava in
una mercatura ch'egli non poteva dirigere. Si consigliò con Diotisalvi
Neroni, nel quale sommamente fidava, e questi lo esortò a ritirare i
suoi fondi in circolazione, per impiegarli in acquisto di terreni. Era
questo veramente il solo rimedio col quale i Medici potessero porre in
sicuro le loro sostanze; ma era ad un tempo il più vantaggioso alla
repubblica. Le relazioni d'interesse che Cosimo aveva formate con tutti
gli ordini de' cittadini gli avevano attaccate numerose e pericolose
creature. Pietro, eseguendo troppo bruscamente il progetto suggeritogli,
scontentò tutti gli amici di suo padre. Levò tutt'ad un tratto e senza
avviso ragguardevoli somme alle case che i Medici sostenevano colle
commandite, e fu in tal modo cagione di numerosi fallimenti tra i suoi
concittadini, non solo a Firenze, ma ancora in Venezia ed in
Avignone[305]. I proprietarj di terre ed i capi manifatturieri, cui
Cosimo aveva fatte grosse prestanze, trovaronsi ancora in maggiore
imbarazzo, quando suo figlio ne domandò il rimborso. Ovunque egli faceva
esporre alla vendita per atti di giustizia dei beni affetti da ipoteche;
e mentre gettava i suoi debitori in una condizione assai peggiore che se
non gli avesse mai ajutati, mutava la passata riconoscenza nel più
violento odio[306].
[305] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 761._
[306] _Machiavelli, l. VII, p. 297. — Jo. Mich. Bruti Hist.
Florent., l. II, p. 28._
Ne' primi due anni che corsero tra la morte di Cosimo de' Medici e
quella di Francesco Sforza, i due partiti sperimentarono più volte ne'
consiglj le forze loro senza però venire alle mani. In conseguenza di
questa lotta il potere della balìa, che terminava in settembre del 1465,
non venne rinnovato; ed i consiglj ordinarono, quasi all'unanimità, che
in cambio d'eleggere i magistrati si ricomincierebbe, secondo l'antica
costumanza, a tirarli a sorte dalle borse chiuse. Questa legge fu
cagione d'una gioja universale, come se rendesse alla repubblica la sua
libertà[307].
[307] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 94._
Per altro queste borse della magistratura erano state composte dalla
stessa fazione dei Medici, e non contenevano che nomi di persone alla
medesima affezionate. I tribunali erano perciò sempre dipendenti da
loro, e le finanze stavano nelle loro mani; essi disponevano pei loro
privati interessi dell'entrate della repubblica; un sistema di
corruzione e di clientela erasi di già stabilito nello stato, e Firenze
ubbidiva sempre a Pietro in forza di una gratitudine che più non aveva
per fondamento nè la stima nè la gratitudine. Ma i capi di quelle
antiche famiglie, che avevano fondata la libertà, e che sdegnavano i
Medici quali nuovi ricchi, gli uomini di stato, che avevano coi loro
talenti e colla lunga abitudine degli affari acquistata la confidenza
dei loro concittadini, non potevano senza indignazione vedersi
soppiantati da un uomo debole di spirito e di corpo, giunto per
infermità ad immatura vecchiezza, ed il di cui credito non aveva verun
fondamento. Quando il primo novembre del 1465 la sorte fece toccare il
gonfalone di giustizia a Niccolò Soderini, tutta la città, confidando
nel di lui coraggio, nella sua vasta erudizione, nella sua eloquenza,
nel suo amore di libertà, sperò che approfitterebbe della sua
magistratura per distruggere inveterati abusi, per rendere il debito
vigore alle leggi, e mettere nuovamente d'accordo, le instituzioni coi
costumi. Il desiderio, che avevano i Fiorentini vivissimo di sottrarsi
alla tutela di Pietro, era tanto unanime, che la nomina di Niccolò
Soderini fu una festa nazionale. Tutto il popolo lo accompagnò al
palazzo pubblico ed applaudì con trasporto, quando, cammin facendo, gli
fu presentata una corona d'ulivo, simbolo della pacifica vittoria che da
lui si aspettava, e del riposo ch'egli doveva fondare sopra la
libertà[308].
[308] _Machiavelli, l. VII, p. 305. — Scipione Ammirato, l. XXIII,
p. 94. — Jo. Mich. Bruti, l. III, p. 51._
Il quarto giorno della sua magistratura il Soderini adunò un consiglio
di cinquecento cittadini per deliberare intorno allo stato della
repubblica. Lo aprì con un bellissimo discorso sui pericoli della
discordia, e sui mali ond'era minacciata una città divisa in partiti. Ma
si conobbe allora che mancavagli fermezza di volontà, senza la quale non
si governano gli stati. Egli non erasi formato nel suo capo un
determinato piano di riforma; diceva soltanto ciò che dovevasi schivare,
non quello che far si doveva; chiedeva consiglio, quando a lui si
apparteneva il darlo; e vana riusciva la sua eloquenza, poichè il suo
scopo non era quello di convincere e di persuadere. Il consiglio, dopo
un'inutile deliberazione e l'urto di opinioni affatto contrarie, si
sciolse senza avere niente conchiuso. Otto giorni dopo si adunò un nuovo
consiglio di trecento cittadini, ed il Soderini per la seconda volta
eccitò tutti gli amici della pace, dell'ordine e della libertà, a
proporre ciò che troverebbero più conveniente alla salvezza della
repubblica. Coloro che avevano sperato che il Soderini avrebbe fissate
le loro incerte opinioni, restavano sorpresi che il capo dello stato non
avesse maggiore stabilità di carattere, e ritirarono quella confidenza
che gli avevano da prima tanto liberalmente accordata. Dall'altro canto
i suoi associati, gelosi del favore con cui era stato accolto in
principio, amavano piuttosto che la repubblica venisse riformata da un
altro che da lui. Per ultimo suo fratello Tomaso era affezionato ai
Medici, ed adoperava tutta la sua destrezza ed il suo seducente ingegno
per impedirgli di operare. Finalmente, d'accordo con questo fratello,
Niccolò Soderini risolvette d'intraprendere egli stesso la riforma dello
stato. Da vero amico della libertà volle farlo nelle vie legali, e
perciò lentamente; onde la sua breve magistratura gli fuggì di mano,
prima che la cominciata opera avesse acquistata alcuna solidità. Egli
erasi limitato a due oggetti, a rivedere i conti della precedente
amministrazione, ed a cominciare un nuovo scrutinio. Nella prima
operazione, che doveva rimontare le finanze, venne contrariato da Luca
Pitti, arricchitosi per mezzo degli antichi abusi; nella seconda, che
doveva legalmente rinnovare tutte le autorità costituzionali, dovette
lottare con tutti i privati interessi di coloro che entravano nei vecchi
scrutinj, e cagionò un generale malcontento. E per tal modo quando uscì
di carica senza aver nulla eseguito, senza avere data stabilità
all'incominciata opera, aveva perduto il favore popolare, e quell'alta
riputazione di cui godeva due mesi prima[309].
[309] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 94. — Machiavelli, l. VIII, p.
306. — Comm. di Filippo de' Nerli, l. III, p. 51._
La repubblica trovavasi tuttavia agitata dai suoi progetti di riforma,
quando in Firenze si ebbe avviso della morte di Francesco Sforza. Nel
susseguente luglio gli ambasciatori di suo figliuolo vennero a domandare
la continuazione del trattato di alleanza fra i due stati, e quella
dell'annuo sussidio pagato dai Fiorentini. Pietro de' Medici favoreggiò
altamente l'inchiesta dello Sforza. La repubblica, egli disse, aveva
fatti infiniti sagrificj per innalzare e per mantenere la casa Sforza
sul trono ducale di Lombardia, perchè questa casa serviva di contrappeso
alla potenza veneziana, ed assicurava l'equilibrio d'Italia. Era d'uopo
guardarsi dal perdere per una meschina avarizia un amico, che tanto
aveva costato per istabilirlo; e se, come lo dicevano i suoi avversarj,
mancavano a Galeazzo Sforza i talenti e la riputazione del padre, aveva
tanto maggior bisogno dei soccorsi, che si voleva levargli. Rispondevano
gli amici della libertà, che Francesco Sforza non aveva ricevuti sussidj
che come generale d'armata, ed a condizione d'essere sempre
apparecchiato a servire i Fiorentini; che suo figlio Galeazzo, non
essendo altrimenti generale, non aveva diritto ad una paga totalmente
militare. Altronde era cosa affatto chiara, che i Medici volevano
continuargli i sussidj per opporre in appresso questo duca a coloro che
crederebbero di liberare la loro patria da vergognoso giogo. Così
Francesco Sforza erasi mostrato l'amico non di Firenze, ma dei Medici;
l'entrate della repubblica erano bensì state cagione della sua
grandezza, ma non per questo aveva alla medesima consacrata la sua
riconoscenza[310].
[310] _Machiavelli, l. VII. p. 301, 302. — Scip. Ammirato, l. XXIII,
p. 95. — Jo. Mich. Bruti Hist. Flor., l. II, p. 38._
Ma la mancanza di risoluzione nel Soderini, mentre era stato
gonfaloniere, aveva screditato il suo partito. Coloro che per timidità
eransi fin allora mantenuti neutrali, si unirono alla casa dei Medici,
perchè più non dubitarono che all'ultimo non riuscisse vittoriosa. La
plebe era guadagnata dalla liberalità di quei ricchi mercanti, ed era
sempre loro favorevole; e coloro che difendevano la causa pubblica
videro con sorpresa, che non formavano che la minorità ne' consiglj. Per
mantenere i diritti d'un popolo sovrano, e la legittima autorità, furono
forzati di tramare una congiura, come se si trattasse di scuotere il
giogo di un tiranno. Cercarono pure stranieri appoggi per opporli a
Galeazzo Sforza: si allearono col duca Borso di Modena, che promise di
mandare in loro ajuto suo fratello, Ercole d'Este, con mille trecento
cavalli. Niccolò Soderini aveva adunati trecento cavalli tedeschi, e
doveva con questi attaccare Pietro de' Medici, cacciarlo dal suo palazzo
e dalla città, e forse anche farlo morire, ricordandosi quanto gli
Albizzi si fossero pentiti di avere risparmiato Cosimo suo padre[311].
[311] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 96. — Nicc. Machiavelli, l. VII,
p. 307. — Jo. Mich. Bruti, l. II, p. 50. — Comment. Jacobi Card.
Papiens., l. III, p. 381._
Sebbene Pietro de' Medici fosse inferiore a suo padre o a suo figliuolo
per talenti e per carattere, in questa circostanza si appigliò
prontamente al più savio e più vigoroso partito. Giovanni Bentivoglio,
che press'a poco esercitava sopra la repubblica di Bologna la stessa
autorità che il Medici in Firenze, lo avvisò che Guido Rangoni, Giovan
Francesco della Mirandola ed i signori di Carpi e di Coreggio
avanzavansi verso le montagne del Frignano con molte milizie, raccolte
negli stati di Modena e di Reggio, per passare a Firenze in soccorso de'
suoi avversarj. Dal canto suo Pietro de' Medici ottenne dal duca di
Milano la licenza di disporre di un'armata, che tenevano adunata in
Bologna Costanzo Sforza ed i Sanseverini, e nello stesso tempo levò più
di quattro mila uomini di milizie bolognesi[312]. Partì in appresso
dalla sua villa di Careggi con pochi uomini armati per recarsi a
Firenze: egli facevasi portare in lettica, preceduto da suo figliuolo
Lorenzo a cavallo. Il Valori, che scrisse la vita dell'ultimo, pretende,
che, avendo Lorenzo veduti molti armati e grandissimo movimento sulla
strada che teneva, temette di qualche intrapresa contro la vita di suo
padre, e che gli fece dire di prendere un'altra strada; mentre ad un
tempo calmò l'aspettazione di que' soldati, dicendo loro che suo padre
lo seguiva a breve distanza. Da ciò si volle dedurne che vi fosse una
trama per assassinare Pietro; ma ciò non è altrimenti provato[313].
[312] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 763._
[313] _Valori in vita Laurentii, p. 10._ Fu copiato dall'Ammirato,
_l. XXIII, p. 96_, e da _Roscoe, Life of Lorenzo, t. I, p. 80_; ma
confutato da J. Michele Bruto, _l. III, p. 52._
Pietro aveva ottenuto con segrete pratiche, condotte a fine da Antonio
Pucci, di staccare Luca Pitti dal partito de' malcontenti, facendogli
sperare di unirlo con un parentado alla propria famiglia[314]. Dopo
avere disuniti i suoi nemici Pietro entrò in Firenze. Molti uomini
armati stavano aspettandolo in casa sua, e non pochi altri suoi
partigiani vennero a raggiugnerlo poichè fu arrivato. Allora mandò alla
signoria la lettera del Bentivoglio, per giustificarsi d'aver prese le
armi: i suoi avversarj, diceva egli, avevano cominciato prima di lui, e
lo avevano forzato a difendersi. Ma i suoi nemici non erano ancora
apparecchiati; ed il solo Niccolò Soderini, compensando in
quest'occasione colla sua attività e risolutezza ciò che gli era mancato
essendo gonfaloniere, aggiunse duecento suoi amici alle tre compagnie
tedesche, adunò tutto il popolo del quartiere di santo Spirito, dove
egli abitava, ed andò a casa di Luca Pitti a supplicarlo di prendere le
armi e attaccare i Medici, prima che si fossero fortificati cogli
esterni soccorsi che aspettavano. La vittoria sarebbe ancora stata per
loro, se avessero saputo coglierla; ma Luca Pitti pretestò il suo
rispetto per la memoria di Cosimo, suo amico, e dichiarò di voler
salvare la sua famiglia dal furor popolare[315]. In appresso si conobbe
che era stato ingannato dai trattati cominciati per suo privato
interesse. Diotisalvi Neroni andò al palazzo pubblico: il gonfaloniere e
quattro priori erano attaccati al suo partito; pure si comportavano da
buoni magistrati insieme ai loro colleghi, per terminare la lite
all'amichevole, e far deporre le armi. Colla loro mediazione si
conchiuse una specie di armistizio; le due parti si mantennero in armi
nel loro quartiere, mentre si stava negoziando; ma con tale negoziazione
Pietro ad altro non pensava che a guadagnar tempo. La signoria in allora
regnante stava per terminare i suoi due mesi, ed il gonfaloniere, capo
di quella che stava per subentrare pochi giorni dopo, doveva essere
preso nel quartiere di santa Croce, quasi tutto devoto a casa Medici. In
fatti il 28 del mese fu estratto a sorte Roberto Lioni, uno de' più
caldi partigiani di Pietro, e tutta la signoria gli era egualmente
favorevole. Gli amici della libertà s'accorsero allora, ma troppo tardi,
d'avere commesso un grandissimo errore perdendo tanto tempo. Diedero
orecchio a proposizioni d'accomodamento, fatte dalle due signorie
riunite, e furono soscritte da Luca Pitti, e da Lorenzo e da Giuliano
de' Medici[316].
[314] _Jacopo Nardi, delle Ist. Fiorent., l. I, p. 10. — Comment. di
Filippo Nerli, l. III, p. 52._
[315] _Comment. Jacobi Card. Papiens., l. III, p. 381, 382._
[316] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 98. — Machiavelli Istor., l.
VII, p. 309. — Jo. Mich. Bruti Hist. Flor., l. III, p. 59._
Pietro era stato forzato ad accettare condizioni, perchè fin tanto che
la magistratura, mantenevasi imparziale, i movimenti del suo partito
potevano essere puniti come atti di ribellione; ma egli violò
sfrontatamente queste condizioni, tostocchè vide i suoi amici installati
nella signoria. Roberto Lioni, fingendo di credere che Niccolò Soderini
volesse riprendere le armi, adunò il parlamento il 2 settembre del 1466,
quattro giorni dopo la soscrizione degli articoli di pace, sebbene la
più essenziale condizione della medesima fosse la promessa dei Medici di
non adunare parlamento e di non domandare la balìa[317]. Egli aveva
occupata la piazza con soldati affezionati ai Medici, e per forza
ottenne dal popolo la creazione d'una balìa composta di otto creature di
Pietro. Questa balìa dichiarò subito che l'estrazione a sorte della
magistratura rimarrebbe sospesa per dieci anni, e vi sostituì elezioni
fatte dalla sola fazione dei Medici. A tale notizia gli amici della
libertà, prevedendo di già i rigori che si eserciterebbero contro di
loro, fuggirono a precipizio da tutte le bande; ma non si poterono però
sottrarre alle sentenze rivoluzionarie della balìa: l'Acciajuoli ed i
suoi figli vennero relegati per venti anni a Barletta; Neroni ed i suoi
fratelli in Sicilia, ed un altro dei suoi fratelli, ch'era arcivescovo
di Firenze, ritirossi a Roma; il Soderini ed i suoi figliuoli furono
relegati in Provenza; Gualtiero Panciatichi fu per dieci anni esiliato
dagli stati di Firenze. Molte altre meno illustri famiglie vennero nello
stesso tempo condannate a somiglianti pene[318]. In capo a pochi giorni
i rigori andarono crescendo a ridoppio; e mentre la signoria ordinava
processioni e rendimenti di grazie per una rivoluzione, che diceva
essere la salute dello stato, si arrestarono in mezzo a queste stesse
processioni molti cittadini, per gettarli nelle carceri, o per
abbandonarli ai carnefici[319]. Luca Pitti fu il solo eccettuato da
questa universale persecuzione; ma, caduto in sospetto d'avere venduti i
suoi amici, e di avere data a Pietro la nota di coloro ch'eransi
dichiarati contro di lui, disprezzato da tutti i repubblicani, mal visto
dalla parte vittoriosa, egli strascinò il rimanente della sua vita
nell'obbrobrio, fuggito da tutti, ruinato, inabilitato a terminare i
superbi palazzi che aveva cominciati con tanto fasto, ed uno de' quali,
comperato dopo un secolo dal primo gran duca, si conservò, quale
monumento del di lui orgoglio e della di lui imprudenza.
[317] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 98._
[318] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 99. — Guernieri Bernio Storia
d'Agobbio, t. XXI, p. 1012._ Questi dà una lunga nota dei
condannati. — _Jo. Mich. Bruti Hist. Flor., l. III, p. 67._
[319] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 313. — Jacopo Nardi Ist. Flor.,
l. I., p. 10. — Comment. del Nerli, l. III, p. 52. — Scip. Ammirato,
l. XXIII, p. 100. — Jo. Mich. Bruti, l. III, p. 72. — Comment.
Jacobi Card. Papiens., l. III, p. 382._