_Continuazione della guerra de' Turchi; loro guasti nella
Carniola e nel Friuli; quelli de' Veneziani nella Grecia e
nell'Asia minore. — Rivoluzioni di Cipro, che riducono questo
regno sotto la dipendenza della repubblica di Venezia._
1469 = 1473.
Paolo II non aveva voluto in tempo del suo pontificato conservare la
pace d'Italia, procurata dal suo predecessore; ma pensò ancora meno a
difendere la Cristianità contro le invasioni sempreppiù minaccianti dei
Turchi. Uno de' principali motivi che aveva avuto il conclave per
riunire su di lui tutti i suffragi era la sua nascita veneziana. Si era
creduto che la carità verso la sua patria, che l'influenza de' suoi
congiunti, de' suoi amici, avrebbero secondate le intenzioni della
Chiesa, che voleva riunire tutta la Cristianità alla repubblica di
Venezia contro gli Ottomani. Erasi veduto Pio II apparecchiato a salire
sulla flotta del vecchio doge, e si sperava che il di lui successore
anderebbe ancora più d'accordo col primo magistrato della repubblica, in
cui era nato. Ma Paolo II, incerto nelle sue relazioni colla sua patria,
fu in tempo della spedizione del Coleoni in procinto di dichiararsi
contro di lei; e quando poi strinse un'intima alleanza coi Veneziani, lo
fece per soddisfare alla propria ambizione, volgendo ad altri usi le
armi ch'essi impiegavano contro i Turchi. E non arrecò minor danno alla
loro causa, dirigendo contro gli eretici di Boemia le forze di Mattia
Corvino, loro unico alleato.
Mattia Corvino era figliuolo del gran Giovanni Unniade, ch'era stato
vent'anni lo scudo dell'Ungheria. Ladislao di Polonia, ch'egli aveva
fatto re, gli aveva per gratitudine data la dignità di Wayvoda di
Transilvania. Durante la minorità di Ladislao il Postumo, o l'Austriaco,
che Federico III teneva prigioniero nella sua corte, Giovanni Unniade
aveva governato dodici anni il regno in qualità di reggente e di
capitano generale. Un mese prima, che morisse aveva ancora, nel 1456,
respinto Maometto II da Belgrado[380]. Ladislao il Postumo, figlio
d'Alberto d'Austria, lungi dal mostrarsi riconoscente verso la famiglia
di così grand'uomo, gettò, appena salito sul trono, Mattia Corvino in
una prigione a Praga, e fece uccidere suo fratello[381]. Corvino fu
cavato di prigione dopo due anni da Giorgio Podiebrad, nell'istante
dell'improvvisa morte di Ladislao, accaduta a Praga il 23 novembre del
1457; ed aveva tuttavia i ferri ai piedi ed alle mani, quando venne
proclamato re d'Ungheria in luogo di Ladislao, nello stesso tempo che
Giorgio Podiebrad era proclamato re di Boemia. Sposò la figlia di
quest'ultimo, e questi due sovrani, nominati dalle due nazioni
riconoscenti, mostraronsi ambidue degni del trono[382]. Bentosto il
regno di Mattia Corvino fu illustrato da vittorie non meno brillanti di
quelle di suo padre. Nel 1462 ricuperò Jaicza, capitale della Bosnia, e
la difese l'anno susseguente contro Maometto II[383]. Essendosi a tale
epoca accesa la guerra tra i Veneziani ed i Turchi, Corvino strinse
un'intima alleanza colla repubblica, la quale gli pagò ogni anno cento
mila ducati, per supplire in parte alle spese de' suoi armamenti[384].
Il re d'Ungheria portò alternativamente le sue armi nella Rascia, nella
Valacchia, nella Croazia, nella Transilvania, vi ottenne luminose
vittorie sui Maomettani, e più ancora sui principi cristiani loro
vassalli.
[380] _Spiegel der Ehren. B. V., c. X, p. 626. — Thomae Ebendorfferi
de Haselbach. Chron. Aust., l. IV, p. 880._
[381] _Spiegel der Ehren B. V., c. XI, p. 633._
[382] _Ivi, c. XII, p. 644. — Thomae Ebendorfferi de Haselbach
Chron. Austr., l. IV, p. 889._
[383] _Spiegel der Ehren B. V., c. XVIII, p. 734._
[384] _Bonfinius Ber. Ungar., dec. III, l. IX, p. 533._
La fama di tali vittorie diede al papa un'alta idea della potenza di
Mattia Corvino, e la corte di Roma lo eccitò a rivolgere le sue armi
contro un nemico meno temuto, ma più odiato dei Turchi, Giorgio
Podiebrad re di Boemia. La setta di Giovanni Huss mantenevasi sempre nel
suo regno assai numerosa; e Podiebrad, portato sul trono dai suffragj
della sua nazione, era forzato di tollerare i settarj che formavano il
più fermo suo appoggio. La corte di Roma non lo rimproverava di sentire
come loro, ma soltanto di non volere perseguitarli. Per allontanare ogni
sospetto d'eresia egli aveva offerto di dichiarare solennemente che non
credeva necessario ai fedeli di ricevere il sacramento sotto le due
specie; ma il papa gli aveva risposto, che la sua dichiarazione non
bastava, s'egli non autorizzava l'arcivescovo a punire severamente
coloro che darebbero o riceverebbero la comunione sotto le due specie.
«Ch'egli espressamente dichiari, soggiugneva il papa, se il braccio
secolare eseguirà le sentenze dell'arcivescovo per punire i preti che
favorissero gli errori, se gli si darà tutta l'assistenza reale ed
attuale per ridurre all'ubbidienza della sede apostolica tutti i
traviati, e per estirpare tutte le eresie[385].» Giammai il re di Boemia
non volle abbandonare ai tribunali Rochizane, arcivescovo scismatico di
Praga, e questo rifiuto di unirsi ai persecutori, risguardato da Paolo
II come una ribellione odiosa contro la Chiesa, gli procurò finalmente
dalla corte di Roma una sentenza di deposizione. Giorgio Podiebrad fu
condannato il 20 dicembre del 1466, come colpevole d'eresia e dichiarato
decaduto dal trono di Boemia[386]. Questo trono fu offerto a Casimiro,
re di Polonia, che non volle accettarlo[387]. Pochi mesi dopo, una
seconda scomunica colpì tutti i sudditi conservatisi fedeli a Podiebrad,
e tutti coloro che gli prestassero ajuto o favore. Nello stesso tempo
tutti i principi cristiani vennero sciolti da tutti i giuramenti che
potessero avere emessi a di lui favore, e da tutti i trattati con lui
stipulati; finalmente Rodolfo, vescovo di Lavenza, fu incaricato di
predicare una crociata contro la Boemia[388]. Era questo l'anno
posteriore alla morte di Scanderbeg; la Macedonia era stata posta a
fuoco ed a sangue, ed invasa la Bosnia; e non pertanto il papa accendeva
agli stessi confini della cristianità un'insensata guerra civile, che
giovava agli avanzamenti dei Turchi. Mattia Corvino lasciossi sedurre
dalla speranza d'una nuova corona; nel 1468 dichiarò la guerra a Giorgio
Podiebrad, suo alleato, suo suocero e suo liberatore; sguarnì i confini
dell'Ungheria per guastare e conquistare la Boemia, ed abbandonò i
Veneziani nella lotta intrapresa di comune accordo. Pel corso di sette
anni continuò i suoi attacchi impolitici, non più contro Podiebrad,
morto nel 1470, ma contro Uladislao, figliuolo del re di Polonia, che i
Boemi gli avevano sostituito, e mentre consumava inutilmente le sue
forze in questa guerra, Maometto II dava ruinosi colpi alla
Cristianità[389].
[385] _Articuli et modus super reductionem Regni Bohemiae in veram
Apostolicae Sedis obedientiam, Responsio ed tertium paragraph. Pauli
II Liber Brevium. Ann. 7.º, p. 130. — Rayn. Ann. Eccl. 1471, §
17-26, p. 224._
[386] _Spiegel der Ehren V. Buch., XIX capitel, p. 744._
[387] _Rayn. Ann. Eccl., 1466, § 26-30, p. 185. — Jacobi Card.
Papiens., l. VI, et ejusdem epistola 282._
[388] _Rayn. Ann. Eccl. 1467, § 8, p. 186._
[389] _Bonfinius Rer. Hung. Dec. IV, l. II, p. 574. — Rayn. Ann.
Eccl. 1468, § 9, p. 185. — Dugloss. Hist. Polon., l. XIII, p. 465._
Quello che più atterrì gl'Italiani fu una spedizione diretta da Hassan
Bey, cristiano rinegato e pascià della Bosnia. Era stato chiamato in
Croazia da un gentiluomo di quella provincia, che voleva vendicarsi di
suo fratello; egli vi entrò in luglio del 1469 con venti mila cavalli,
prima che fosse stato fatto alcun apparecchio di difesa: otto mila
Cristiani, ch'eransi rifugiati in una città della Croazia furono passati
a fil di spada, e tre mila fatti schiavi. L'armata turca, continuando i
suoi progressi, attraversò e guastò la Carniola: erasi di già avanzata
cento sessanta miglia nell'interno delle terre, e più non aveva che una
breve giornata di cammino per giugnere a Trieste o ai confini del Friuli
e per entrare in Italia. Ma i vincitori, trovandosi bastantemente
carichi di bottino, ed imbarazzati dai prigionieri, diedero a dietro
senza aver presa alcuna fortezza. Erano stati uccisi diciotto mila
Cristiani, e quindici mila condotti in Turchia per essere venduti come
schiavi; non eransi risparmiati nè vecchi, nè fanciulli, erano state
bruciate tutte le messi e scannati tutti gli armenti che i Turchi non
avevano potuto esportare; onde sarebbesi detto che non nemici, ma furie
avevano guastato il paese[390]. I Turchi per rientrare nella Bosnia
avevano passato un fiume che il cardinale di Pavia chiama
_Lupratia_[391]. Erasi in modo gonfiato questo fiume per le continue
pioggie, che l'esercito turco dovette trattenersi otto giorni presso le
sue rive prima di poterlo passare. In questo tempo sarebbesi potuto fare
una giusta vendetta della loro barbarie, e riavere i prigionieri ed il
bottino; ma era questa appunto la stagione in cui gli Ungari lasciando
il proprio paese scoperto, saccheggiavano la Boemia. Mattia Corvino
faceva allora prigioniere Vittorino, suo cognato, figliuolo di Giorgio
Podiebrad, e riceveva in Olmutz le corone del regno di Boemia e del
marchesato di Moravia, che supponeva d'avere conquistato[392].
[390] _Comm. Jacobi Card. Papiens., l. VII, p. 449. — Ejusdem ep.
394. — Ann. Eccl. 1469, § 14, p. 203. — Spiegel der Ehren des
Erzhauses Oesterreich. Buch. V, cap. XIX, p. 752._
[391] Fugger lo chiama _Cavacane_. Separa la Bosnia dalla Croazia.
_Spiegel der Ehren, p. 753._
[392] _Bonfinius Rer. Hung. Dec. IV, l. II, p. 587. — Ann. Eccl.
1469, § 10, p. 202._
La repubblica di Venezia, che tremante aveva veduto l'armata turca
avvicinarsi ai suoi confini di terra ferma, non volle attaccare da
questo lato i Musulmani, temendo d'insegnar loro in tal maniera la
strada per la quale penetrar potevano nel cuore dell'Italia. Essa non
voleva guerreggiare cogl'infedeli che per mare. Niccolò Canale, ch'era
succeduto nel comando delle truppe veneziane in Grecia a Jacopo
Loredano, adunò a Negroponte una flotta di ventisei galere, colla quale,
dopo avere minacciate molte isole dell'Egeo, sorprese la città d'Eno nel
golfo Saronico, cui prese d'assalto. Non sembra che i Turchi avessero
guarnigione in Eno, città commerciante assai ricca, ed abitata solamente
da Greci. Venne abbandonata a tutti gli orrori del saccheggio, ed
all'ultimo ridotta in cenere; e non furono rispettati i luoghi sacri, nè
le religiose chiuse ne' conventi, che gli stessi Turchi avevano
rispettate. Furono condotti schiavi a Negroponte due mila prigionieri,
tra i quali vedevansi molte rispettabili matrone greche, ed i soldati si
divisero un ricchissimo bottino[393]. La notizia del sacco d'Eno fu
portata a Roma nello stesso tempo dell'altra d'un vantaggio ottenuto
sugli eretici boemi; per i quali prosperi avvenimenti il papa ordinò in
tutte le chiese rendimenti di grazie[394].
[393] _Comm. Jacobi Card. Papiens., l. VII, p. 452. — Ejusd. Epist.
N.º 227, p. 637. — M. A. Sabellici Hist. Venetae Dec. III, l. VIII,
f. 207. — And. Navag., p. 1127._
[394] _Ann. Eccl. Rayn. 1469, § 12, p. 203._ I Comment. del card. di
Pavia finiscono alla morte del cardinale Carvajale, l'anno 1469,
pochi mesi dopo la presa d'Eno. Formano in VII libri la
continuazione di quelli di Pio II. Il racconto della spedizione e
della morte di questo pontefice è molto interessante; in appresso
trovansi pure alcuni fatti ben osservati, ed interessanti
particolarità; ma il cardinale di Pavia non aveva i talenti di Pio
II per la redazione e la disposizione del soggetto, e per l'arte di
dipingere gli uomini ed i luoghi. _Nell'ediz. in fol. di Francoforte
del 1614 dalla pag. 353 alla 454._
Sebbene le piraterie de' Veneziani non recassero ordinariamente danno
che ai sudditi cristiani di Maometto II, questo terribile monarca era
disposto a non più soffrire somiglianti insulti. Il 2 agosto del 1469
egli pronunciò a Costantinopoli e fece ripetere in tutte le moschee del
suo impero il seguente giuramento: «Io Maometto, figlio d'Amurat,
sultano e governatore di Baram e di Rachmaele, elevato dal Dio supremo,
collocato nel circolo del sole, coperto di gloria più di tutti
gl'imperatori, felice in ogni cosa, temuto dai mortali, potente nelle
armi, per le preghiere dei santi che sono in cielo e del gran profeta
Maometto, imperatore degl'imperatori e principe de' principi che
esistono dal Levante al Ponente; io prometto a Dio unico, creatore
d'ogni cosa, col mio voto e col mio giuramento, che non accorderò sonno
ai miei occhi, che non mangerò cose delicate, che non cercherò ciò che è
aggradevole, che non toccherò ciò che è bello, che non volgerò la mia
fronte dall'Occidente all'Oriente, se io non rovescio e non calpesto coi
piedi de' miei cavalli gli Dei delle nazioni, quegli Dei di legno, di
rame, d'argento, d'oro o di pittura, che i discepoli di Cristo sonosi
fatti colle loro mani; giuro che sterminerò tutta la loro iniquità dalla
faccia della terra, da Levante a Ponente, per la gloria del Dio di
Sabaoth e del gran profeta Maometto. E perciò faccio sapere a tutti i
popoli circoncisi, miei sudditi, che credono in Maometto, ai loro capi
ed ai loro ausiliarj, s'essi hanno il timore del Dio fondatore del cielo
e della terra, ed il timore dell'invincibile mia potenza, che tutti
debbano recarsi presso di me, il settimo della luna di Ramadan, di
quest'anno 874 dell'Egira (11 marzo 1470), ubbidendo al precetto di Dio
e di Maometto, il primo dei quali colla sua provvidenza, il secondo
colle preghiere, ci assistono senza dubbio[395].»
[395] _Card. Papiens. Epist. 380, p. 723. — Rayn. Ann. Eccl. 1470, §
11, p. 210._
Dietro tale invito un esercito ed una formidabile flotta, quali mai non
avevano avuti i Musulmani, adunossi a Costantinopoli. I Latini
esageravano sempre a dismisura la forza delle armate musulmane,
apparecchiandosi per tal modo una scusa delle loro sconfitte, e maggior
gloria nelle vittorie. In quest'occasione non parlano niente meno che di
quattrocento navi uscite dall'Ellesponto, il 31 maggio del 1470, e di
trecento mila uomini che dalla Tracia si avanzavano nella Grecia[396].
Minorandosi ancora molto questo numero, è sempre certo che l'armata di
Maometto superava di molto tutto quanto potevano opporgli i Veneziani.
Niccolò Canale, loro ammiraglio, trovavasi a Negroponte con trentacinque
galere. Quando gli fu detto che la flotta turca era comparsa presso
Tenedo, s'avanzò pel canale che separa Lenno ed Imbro, e mandò avanti
Lorenzo Loredano con dieci galere per riconoscere i nemici. Gli ordinava
di non evitare la battaglia quando i Turchi non avessero più di sessanta
vele, perciocchè non tarderebbe egli medesimo a soccorrere la sua
vanguardia, ed aveva fiducia di battere gl'infedeli, purchè questi non
fossero più di due contro uno. Ma se i Turchi avevano più di sessanta
vascelli, gli ordinava di far forza di vele e di remi per evitarli[397].
Bentosto il Loredano e lo stesso Canale scoprirono la flotta musulmana,
che copriva tutto il mare. I Turchi, che per la prima volta
sperimentavano la loro marina, sentendo la loro inferiorità nelle
evoluzioni e nella grandezza delle navi, avevano compensati questi
svantaggi alla maniera de' barbari, duplicando il loro numero. I
Veneziani credettero che altro partito loro non restasse a prendere che
quello della fuga, e, approfittando dell'oscurità della notte, si posero
al coperto dietro l'isola di Sciro, mentre che i Turchi vi eseguivano
una discesa per saccheggiarla e bruciarla. Allora previde il Canale che
quest'armamento era destinato contro di Negroponte; e mandò tre galere,
con quanti viveri potè ragunare a Calcide, capitale dell'isola; pochi
giorni dopo ne mandò altre due; ma in allora più non era possibile
d'entrare nello stretto, avendone i Turchi fortificati tutti i passaggi.
[396] _Francisci Philelphi, l. 32, Epist. ad Bern. Justinianum._ —
Antonio di Ripalta negli Annali di Piacenza, assicura che i Turchi,
tra la flotta e l'armata, contavano 500,000 combattenti. _Ann.
Placent., t. XX, p. 929._ Ma gli Annali dei Turchi non indicano
un'armata formidabilissima. «Maometto, vi si dice, non potendo
sopportare un lungo ozio, incamminossi per terra verso l'Eurypo,
mentre mandava Mahmud pascià con una flotta, che portava 12,000
uomini.» _An. Turcici Leunclavii, t. XVI, p. 258. — Demet. Cantemir
Hist. Oth., l. III, c. I, § 23, p. 110. Coriolano Cepione gli dà
120,000 uomini. De reb. Venet., l. I, p. 341._
[397] _M. A. Sabellici Dec. III, l. VIII, f. 207._
L'isola d'Eubea o di Negroponte stendesi lungo le coste della Tessaglia,
della Beozia e dell'Attica cento quaranta miglia; in niun luogo conta
più di venti miglia di larghezza, ed il suo circuito, allungato molto
dalle sinuosità, è di 365 miglia. Le molte città ond'era in altri tempi
tutta coperta, erano state presso che tutte distrutte. Conservavasi sola
in piedi quella di Negroponte o Calcide in riva allo stretto
dell'Eurypo, dov'è più angusto. Luigi Calvo comandava in questa città
come capitano, Giovanni Bondumieri come provveditore, e Paolo Erizzo
come podestà, i quali avevano sotto i loro ordini una debole guarnigione
con alcuni nobili veneziani. Frattanto Maometto II giunse nella Beozia,
in faccia a Negroponte colla sua armata di terra, che il Sabellico, il
più moderato degli scrittori latini, porta a 120,000 uomini. La flotta
turca era di già signora del canale, ed aveva cercato di chiuderne
l'ingresso con catene, attaccate a vascelli colati a fondo di tratto in
tratto[398]. Allorchè il sultano si trovò in faccia all'isola, i Turchi
cercarono di unire con un ponte di battelli l'Eubea alla Beozia; e dopo
alcuni attacchi valorosamente sostenuti dagli abitanti, questo ponte fu
stabilito avanti alla chiesa di san Marco, discosta un miglio dalla
città[399]. L'assedio fu subito cominciato; scoprironsi molte batterie;
ed in allora risguardavasi come prodigiosa l'attività dell'artiglieria
turca, perchè ogni bocca tirava contro ai muri cinquantacinque colpi per
giorno.
[398] _Philelphi epist. ad Feider. Urbinati Comitem, l. 32._
[399] _M. A. Sabellici Dec. III, l. VIII, f. 208. — And. Navagero
Stor. Venez., p. 1128._
Intanto erasi avuto avviso a Venezia che Negroponte era assediato, e
conoscevasi il pericolo di quest'isola, risguardata come il principale
luogo di tutte le colonie militari de' Veneziani nell'Arcipelago. Il
senato fece armare a precipizio tutte le galere che aveva, e di mano in
mano che furono pronte, le spedì a raggiugnere Niccolò Canale,
ordinandogli di tutto avventurare per liberare Negroponte. Dal canto suo
Girolamo Molini, che col titolo di duca governava Candia per la
repubblica, aveva mandate alla flotta sette grosse galere cariche di
viveri. Dopo avere ricevuti tali rinforzi, l'ammiraglio veneziano poteva
credersi a portata di misurarsi coi Turchi. Più non eravi tempo a
perdere per liberare gli assediati, cui erano già stati dati tre assalti
successivi, il 25 e 30 giugno, ed il 5 luglio[400]; e sebbene i
Veneziani cercassero di prendere coraggio, affermando che ne' due primi
assalti erano stati uccisi 16,000 turchi, e 5,000 nel terzo; le perdite
degli assediati, meglio avverate, erano spaventosissime. Niccolò Canale,
spinto da favorevole vento, e secondato dalle correnti, ruppe finalmente
le catene che chiudevano l'ingresso dell'Eurypo, e presentossi l'11
luglio in faccia alla città, alla flotta turca e a ponte, dal quale non
era lontano più di un miglio. Gli assediati nel colmo della gioja si
credettero liberati: Maometto, temendo di vedere tagliato il ponte e di
trovarsi chiuso nell'isola, fu, per quanto dicesi, in procinto di
fuggire. Ma il Canale non era stato seguito che da quattordici galere e
da due vascelli, avendo la paura o qualche altro motivo trattenuto il
rimanente della flotta al di fuori dell'Eurypo. Non pertanto il suo
pilota, Candiano, e due capitani di vascello, i fratelli Pizzamani, lo
consigliavano ad urtare nel ponte, credendosi sicuri di romperlo
coll'ajuto della corrente e del vento, che li favoriva; e poco temevano
la flotta turca, posta dietro al ponte in luogo troppo angusto per
muoversi. Ma il Canale mancò di risoluzione; vietò al suo pilota di
andar più oltre, finchè non giugnesse il rimanente della flotta, cui
mandava per affrettarla messi sopra messi. Mentre l'aspettava
inutilmente, Maometto II diede un quarto assalto, e nello stesso tempo
fece avvicinare la sua flotta alle mura dalla parte di Borgo alla
Zuecca. Gli assediati tenevano gli occhi immobili sul luogo in cui
avevano veduto apparire le vele veneziane, la di cui immobilità formava
l'oggetto della loro disperazione. Pure si difesero con estremo valore,
finchè la notte divise i combattenti. Allo spuntare del giorno 12
ricominciò l'assalto, cui gli assediati opposero sempre la stessa
resistenza. Di già le brecce erano praticabili; soldati sempre nuovi si
presentavano all'attacco; ed i Calcidiesi trovavansi oppressi dalla
fatica. Verso la seconda ora del giorno furono respinti dalle mura; ma
perchè tutte le strade erano barricate, continuarono a difendersi in
città fino alla morte dell'ultimo di loro. Tutti perirono, perciocchè il
feroce Maometto aveva fatto pubblicare nel suo campo, che manderebbe al
supplicio chiunque risparmiasse un solo prigioniero di oltre
vent'anni[401]. I cadaveri, ammucchiati sulla piazza di san Francesco, e
sopra quella del Patriarca, furono in appresso gettati in mare.
[400] _Marin Sanuto Vite del Duchi di Venez., p. 1190._
[401] _M. A. Sabellici Dec. III, l. VIII, f. 209. — Andrea Navagero
Stor. Venez., p. 1128. — Crusii Turco Graeciae Hist. polit., l. I,
p. 25. — Sansovino dell'Origine e Impero de' Turchi, l. II, f. 167._
Mentre ancora durava così spaventosa carnificina, il rimanente della
flotta venne a raggiugnere l'ammiraglio, ma era troppo tardi; le
bandiere di san Marco erano staccate dalle mura; la città era perduta,
ed i soldati delle galere affatto scoraggiati. I Veneziani ritiraronsi a
precipizio dal canale dell'Eurypo, fremendo di dolore e di rabbia per
avere lasciata distruggere sotto i loro occhi una così importante
colonia. Due dei comandanti veneziani, che si trovavano in Calcide,
erano morti combattendo; il terzo, Paolo Erizzo, stava chiuso nella
cittadella, e si arrese a condizione d'avere la testa sicura. Maometto
ordinò che fosse segato a mezzo il corpo, aggiugnendo l'atroce facezia,
di non avergli garantita che la testa, e che perciò gliela
lasciava[402].
[402] _Ann. Eccl. 1470, § 12-36, p. 210. — M. A. Sabellici Hist.
Venet. Dec. III, l. VIII, f. 208-209. — Marin Sanuto Vite dei Duchi
di Venezia, p. 1190._
Il dolore cagionato a Venezia dalla perdita di Negroponte fu
accompagnato dalla più violenta indignazione verso Niccolò Canale.
Invece d'incoraggiare i soldati alla battaglia, aveva ritenuti dei
guerrieri di lui più animosi, ed aveva rifiutato di tentare di rompere
il ponte de' vascelli turchi, nel momento in cui avrebbe così potuto
salvare la città. Fin allora il di lui coraggio non era mai venuto meno
nelle battaglie; ma si pretese che in quest'occasione la presenza di suo
figlio sulla flotta gli avesse inspirato un insolito timore. Dopo la
caduta di Calcide niente egli fece per riparare l'insulto fatto alla
bandiera di san Marco. Frattanto Giacomo Veniero ed altri gli avevano
condotti tali rinforzi, che finalmente aveva raccolte cento galere sotto
i suoi ordini. Questa flotta era più formidabile che quella de' Turchi,
quand'ancora la musulmana fosse stata effettivamente composta di
quattrocento vascelli, come affermano diversi storici. Il sultano aveva
riuniti tutti quelli del commercio, tutti quelli che potevano servirgli
pei trasporti, e la sua flotta, male agguerrita, nè sapeva agire nelle
battaglie, nè ubbidire ai segnali, mentre che i Veneziani erano i più
arditi marinaj del mediterraneo, perchè i più esperti.
Dopo la conquista di Negroponte la flotta ottomana si ritirò verso i
Dardanelli, e Niccolò Canale l'inseguì fin presso a Scio; colà adunò un
consiglio di guerra, e dietro il parere de' suoi capitani si astenne
dall'attaccare i Turchi, che di già credevansi perduti. Tornò in
appresso a Negroponte, che tentò di riprendere; ma non essendo stato
combinato l'attacco delle truppe da sbarco con quello delle galere, egli
venne respinto con perdita. Mentre ancora durava quest'azione, Pietro
Mocenigo giunse presso a Canale, e disse, che per non isconcertare col
suo arrivo piani anticipatamente combinati egli era apparecchiato a
combattere sotto gli ordini di Canale se questi voleva rinnovare
l'attacco. Il Canale vi si rifiutò, dichiarando che se Mocenigo voleva
combattere era disposto a servire sotto di lui. Pareva che l'uno e
l'altro temesse la responsabilità d'un'impresa troppo pericolosa; e
l'uno e l'altro ricusarono di tentare la fortuna: ma il Mocenigo, avendo
invano offerto al suo predecessore un'occasione di reabilitarsi, prese
il comando della flotta, fece conoscere la commissione, ond'era
incaricato dal consiglio dei dieci, e fatto arrestare il Canale, lo
mandò incatenato a Venezia; dopo di che ricondusse i suoi vascelli ne'
porti della Morea, per isvernarvi[403].
[403] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 209-210. — Andrea
Navagero Stor. Venez., p. 1129. — Coriolanus Cepio de rebus Venetis,
l. I, p. 341._
Niccolò Canale non restò senza apologista: papa Paolo II scrisse al doge
di Venezia per giustificarlo; Francesco Filelfo, cui un'alta riputazione
letteraria dava in politica un credito quasi uguale a quella che il
Petrarca aveva esercitato nel precedente secolo, compose pure
un'apologia di questo generale; ma il Canale venne relegato a vita a
Porto Gruaro.
La perdita di Negroponte cagionò uno spavento universale in tutta la
Cristianità. Fin allora i Veneziani si erano risguardati come i padroni
del mare. Per qualsifosse superiorità che dal numero o da una forza
brutale avessero potuto trarre i Turchi, eransi trovati impediti dal
continuare le loro imprese dal più piccolo canale; un braccio di mare
pareva un insuperabile baluardo alle insegne della mezzaluna. Sebbene la
conquista dell'Illirico gli avesse avvicinati al centro de' paesi
inciviliti, supponevasi sempre che sarebbero trattenuti dalla doppia
linea di montagne, che loro si affaccerebbero prima d'entrare in Italia,
e nè pure si pensava al pericolo di quella lunga estensione di coste da
Reggio di Calabria fino a Venezia, di dove si aveva ovunque a vista
d'occhio paesi musulmani. Siccome queste coste non erano state mai
insultate dopo il decimo secolo, credevansi al coperto di ogni sorpresa.
La subita creazione d'una formidabile marina musulmana fece sentire a
tutti i paesi bagnati dal mare, che i loro porti erano aperti ad un
conquistatore, determinato di distruggere la sede della religione
cristiana[404]. Ferdinando, i di cui stati non erano separati dalla
Turchia che da un canale di dodici leghe di larghezza, fu a ragione il
più atterrito: Maometto gli aveva comunicato con insultante arroganza la
sua vittoria di Negroponte, pregandolo a rallegrarsene con lui. Rispose
il re di Napoli, che una vittoria ottenuta sopra Cristiani suoi alleati
non potev'essere per lui occasione di gioja; ch'egli non poteva
conservare amicizia per sua altezza; mentre la sua fede era in pericolo;
ch'egli non verrebbe meno ai bisogni della sua religione, e che
ordinerebbe alla sua flotta di unirsi ai Veneziani, per combattere gli
Ottomani[405].
[404] _Ant. de Ripalta An. Placent., t. XX, p. 929._
[405] Le due lettere vengono riportate nella Cronica d'Agobbio di
Guernieri Bernio, _t. XXI, p. 1019._
Bessarione, cardinale di Nizza, uno de' più illustri tra i Greci che
avevano assistito ai concilj di Ferrara e di Firenze, invitava di già
gli altri Greci, suoi compatriotti, a fuggire lontano da quell'Italia,
ove più non potevano sperare sicurezza[406]. Pure aveva altresì dirette
eloquenti esortazioni ai principi italiani per aprire loro gli occhi
sullo spaventoso pericolo che li minacciava[407]. Papa Paolo II, che
sapeva che Maometto la prendeva in particolar modo contro di lui e
contro della sua sede, si rivolgeva a tutti gli stati cristiani,
cercando di riunirli. Galeazzo Sforza aveva attaccato i signori di
Coreggio e loro aveva tolto Brescello: Paolo lo supplicò di deporre le
armi, di non perseguitare più oltre i piccoli principi, i di cui feudi
erano sotto la protezione del duca di Modena[408]. I Veneziani facevano
fare certi lavori in sul Mincio, che inquietavano il marchese di
Mantova, e lo avevano costretto a ricorrere alla garanzia del duca di
Milano: Paolo II scrisse loro per farli desistere da un'intrapresa, che
poteva turbare la pace d'Italia[409]. Abbiamo veduto che rinunciò egli
stesso ai suoi progetti d'invasione nel territorio di Rimini, ed alla
sua vendetta contro Ferdinando. Non trascurò nè meno i piccolissimi
potentati; Luigi, marchese di Mantova, Guglielmo di Monferrato, Amedeo
IX di Savoja, i Sienesi, i Lucchesi, e Giovanni, re d'Arragona, padrone
della Sicilia. Ottenne all'ultimo di ridurre i loro ambasciatori a
rinnovare la lega d'Italia, alle stesse condizioni sotto le quali era
stata conchiusa a Venezia nel 1454, e confermata a Napoli il 26 gennajo
seguente. Quest'alleanza di tutti gli stati d'Italia per la vicendevole
loro difesa si pubblicò a Roma, il 22 dicembre del 1470, e fu
festeggiata in ogni luogo dal popolo[410].
[406] _Lettera del card. Bessarione ad un abate Bessarione. Ap.
Rayn. Ann. Eccl. 1470._
[407] _Ivi, § 24, p. 213, e § 29, p. 214._
[408] _Bulla Pauli II., 17 septemb. 1470, in libro Brevium anno VII,
p. 3. — Rayn. Ann., § 39, p. 216._
[409] _In lib. Brevium et apud Rayn., § 40, p. 217._
[410] _Rayn. Ann. Eccl. 1470, § 42, p. 217._
Paolo II aveva pure rivolte le sue mire alla Germania; approvò il 14
gennajo del 1471 la pace conchiusa tra Mattia Corvino e l'imperatore
Federico III, che tutti e due, dietro i suoi eccitamenti, avevano
pretesa la corona di Boemia, e contrastatala colle armi[411]. Mandò
Francesco, cardinale di Siena, che fu poi Pio III, alla dieta convocata
a Ratisbona pel 25 aprile del 1471[412]. Lo incaricò d'una doppia
missione; di affrettare per una parte i necessarj soccorsi per
preservare la Germania da invasioni simili a quelle che avevano di
fresco guastate la Carniola e la Carinzia, ed impedire dall'altra che i
principi dell'impero non prendessero qualche favorevole risoluzione per
Giorgio Podiebrad. La morte di questo re di Boemia rese inutile questa
parte della missione del legato[413].
[411] _Pauli II lib. Brevium an. VII, p. 75. — Rayn. Ann. Eccl.
1471, § 1, p. 221._
[412] _Spiegel der Ehren B. V., c. XX, p. 757._
[413] _Rayn. Ann. Eccl., § 3, p. 221._
La prima assemblea di questa dieta, da cui si speravano così poderosi
soccorsi, non si tenne che il 24 giugno. Il vescovo di Trento fu il
primo a parlare, esponendo ai principi i guasti commessi dai Turchi ai
confini della Germania ne' due precedenti anni[414]. Il cardinale di
Siena, ch'era stato in Germania con suo zio Pio II, e conosceva tutti
gl'interessi di quel paese, parlò ancor esso con molta forza per
persuadere i Tedeschi a difendere la comune loro patria[415].
All'indomani Paolo Morosini, ambasciatore dei Veneziani, così parlò alla
nazione germanica: «Da più di dugent'anni i Veneziani hanno cominciato a
fare la guerra ai Turchi; essi sostennero soli, e segnatamente negli
ultimi otto anni, i continui loro attacchi nella Tracia e nell'Illiria.
Essi sonosi presentati soli come difensori della Cristianità, e pure, in
un pericolo a tutti comune, trovansi abbandonati dal rimanente de'
Cristiani. Il sonno dell'Europa ha cresciuta la potenza del nemico: e
piaccia a Dio che l'Europa, risvegliandosi, sia tuttavia abbastanza
forte per resistergli. Questo nemico si avanza egualmente per
l'Illirico, per la Pannonia e per il golfo Adriatico, e non lascia
sperare sicurezza nè sulla terra, nè sul mare. Finalmente i Tedeschi
aprano gli occhi, ed osservino da quale specie di guerra sono
minacciati. I vecchi sono uccisi, strozzati i fanciulli, e tutti coloro,
che, fatti prigionieri, possono essere venduti, vengono strascinati dai
barbari in fondo all'Asia; i templi sono bruciati coi sacerdoti che vi
si trovano; tutti i prodotti dell'agricoltura e delle arti distrutti dal
ferro e dal fuoco.... Pure, soggiunse, non dobbiamo ancora disperare,
purchè i Tedeschi dispieghino in guerra quel valore con cui devesi
difendere la propria vita e la libertà de' suoi congiunti. I Veneziani
hanno ancora una numerosa flotta, e guarnigioni sparse su tutte le coste
dell'Illirico e della Grecia, e venticinque mila uomini servono sotto le
loro insegne. Il re Ferdinando aggiugnerà 23 galere alle nostre
sessanta; il resto dell'Italia porterà facilmente la flotta veneziana a
cento venti vascelli: se i Tedeschi li secondano per terra con eguale
vigore, in breve saranno fuori di pericolo, e sicuro tutto il rimanente
della Cristianità[416].»
[414] _Spiegel der Ehren B. V., c. XX, p. 758._
[415] _Ivi._
[416] Relazione di Campano, vescovo di Teramo, ch'era mandato alla
dieta col card. di Siena. _Epist., l. VI, N.º 12. Rayn. Ann. 1471, §
9, p. 222._
In un'altra sessione si lessero lettere indirizzate alla dieta dalla
Carniola. In tutto il paese aperto, vi si diceva, più non rimane alcuna
chiesa, nè casa di coltivatori. I cadaveri de' fanciulli e dei vecchi,
scannati dai Turchi, perchè non isperavano di trovare compratori, non
erano ancora stati sepolti e guastavano l'aria col loro fetore; non
pertanto erano stati condotti via da questa sola provincia più di venti
mila schiavi. I Turchi avevano fortificate alcune piazze, ove riponevano
in sicuro il loro bottino, dopo avere ruinato tutto il vicinato. Poscia
furono lette le lettere ricevute da Strigonia e dai magnati d'Ungaria:
annunciavano queste, che l'armata dei Turchi, divisa in due corpi,
minacciava i paesi cristiani; uno aveva presa la strada della Carniola,
ed entrava nella Germania per gli stati di Federico III; si era l'altra
fermato alla Sava, ove pareva che volesse formare un ponte ed una
fortezza per dilatare da quella banda i suoi guasti in Ungaria.
Aggiugnevano gli Ungari, che da cent'anni combattevano contro i Turchi,
che il loro regno trovavasi esausto di uomini e di danaro, e che, se non
ricevevano esteri soccorsi, non potrebbero lungamente sostenere gli
attacchi di così potente ed ostinato nemico; ch'essi combattevano tanto
per sè che per la causa comune; e che, sebbene fossero i primi esposti
al pericolo, non perirebbero soli; che si volgevano all'imperatore ed ai
principi della Germania, come coloro che trovavansi i primi allo
scoperto, se essi rimanevano perdenti; e che inoltre spettava a colui,
che il titolo d'imperatore faceva capo della repubblica cristiana, a
porsi il primo tra i difensori della Cristianità[417].
[417] _Jo. Ant. Campani Epist., l. VI, N.º 13. — Jacobi Card.
Papiens. epist. 375, p. 718. — Rayn. Ann. 1471, § 11, p. 223._
Ma quest'imperatore era ben lontano dal corrispondere col suo zelo a ciò
che da lui si chiedeva. Mentre si stava deliberando, i Turchi guastavano
la Carniola, ed egli nulla faceva per difenderla o per vendicarla[418];
non pensava a dar soccorso nè agli alleati, nè ai vicini, ma soltanto
chiedeva alla dieta di accordargli dieci mila uomini, di cui un quarto
fosse di cavalleria, per difendere i suoi confini[419]; poco dopo non ne
voleva più di quattro mila, forse atterrito dall'obbligazione, che
gl'imporrebbe una più numerosa armata, di fare una guerra più attiva, e
di dovere spesare quest'armata, mentre attraverserebbe i suoi stati.
Dopo lunghissime deliberazioni la dieta decise nella seduta del 19
luglio, che tutto l'impero contribuirebbe in proporzione delle sue
entrate; di modo che ogni migliajo di fiorini di capitale
somministrerebbe e manterrebbe un cavaliere. Venne partecipato ai legati
ed all'ambasciatore veneziano, che questa leva potrebbe produrre dugento
mila uomini equipaggiati e mantenuti. Risposero con diffidenza a così
esagerato calcolo, che, ove potessero aversi, basterebbero ottanta mila
uomini[420]. Ma era troppo difficile il dare esecuzione a così generico
decreto, e di fare eseguire tale riparto in tutti gli stati dell'impero;
ed appena sarebbe bastata l'attività del più ambizioso e più riputato
imperatore. Federico III nemmeno ci pensò, non d'altro occupandosi in
allora che della sua rivalità coll'elettore palatino[421]. La dieta
venne trasportata a Norimberga; niuna delle sue ordinanze ebbe
esecuzione, e la Germania, l'Ungheria e l'Italia furono abbandonate
senza difesa al furore de' Turchi[422].
[418] _Dugloss. Histor. Polon., t. XIII, p. 476._
[419] _Spiegel der Ehren B. V., c. XX, v. 750._
[420] _Rayn. Ann. Eccl. 1471, § 12, p. 223._
[421] _Spiegel der Ehren B. V., c. XX, p. 761._
[422] _Campanus, l. VI, epist. 22. — Rayn., § 13-14, p. 223._
Paolo II aveva incaricato il cardinale di Siena di sollecitare la dieta
di Ratisbona, perchè facesse la guerra ai Boemi non meno che ai
Turchi[423]. Confutò come calunniosa la supposizione ch'egli avesse mai
acconsentito a qualsifosse accordo con Podiebrad, se questo monarca
fosse vissuto[424]. Le deliberazioni de' Tedeschi non ebbero verun
effetto; ma Mattia Corvino, cui il papa aveva accordata la corona di
Boemia, spingeva i suoi progetti di conquista su questo regno. I Boemi,
piuttosto che sottomettersi a lui, avevano offerta la corona ad
Uladislao, figlio del re di Polonia, che venne a porsi alla loro testa.
Nello stesso tempo Casimiro, suo padre, chiamato dai malcontenti
d'Ungheria, venne ad attaccare Corvino ne' suoi proprj stati, e si
avanzò fino a Nitria, ove in appresso sostenne un assedio[425]. E per
tal modo, lungi che l'Ungheria fosse assistita dal rimanente della
Cristianità, il papa l'indeboliva con una potente diversione, mentre
opprimeva i Polacchi con una formidabile invasione. Ma la campagna
contro i Turchi riuscì meno infelice di quello che temevasi. Essi
avevano terminato sui confini della Sirmia, al passo della Sava, le
fortificazioni d'una cittadella, cui diedero il nome di _Sabatz_, ossia
l'_Ammirabile_[426]. Ma Maometto nel presente anno non fu alla testa de'
suoi eserciti, e le spedizioni de' suoi pascià erano molto meno
formidabili che le sue. Parve inoltre che covasse qualche pensiero di
pace coi Veneziani. La vedova d'Amurat II, figlia di Giorgio Bulkowitz,
ultimo despota della Servia, si offrì mediatrice; e due ambasciatori
veneziani, Niccolò Cocco e Francesco Cappello, furono spediti presso
questa principessa, indi alla corte di Maometto. Questo monarca avea
avuto avviso degli armamenti della lega, e pensava d'intiepidirli con
una negoziazione: a questo solo oggetto aveva chiamati i deputati
veneziani alla Porta, e li rinviò senza aver nulla convenuto[427].
[423] _Lettera di Paolo II dell'8 aprile. Lib. Brev. an. VII, p.
128. — Rayn., § 26, p. 225._
[424] _Breve di Paolo II del 25 giugno. Rayn. § 28, p. 226._
[425] _Bonfinius Rer. Ung. Dec. IV, l. III, p. 690. — Dlugossi Hist.
Polon., l. XIII, p. 471._
[426] _Bonfinius Rer. Ung. Dec. IV, l. II, p. 583. — Spiegel der
Ehren B, V., c. XX, p. 763._
[427] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 210. — And. Navagero, t.
XXIII, p. 1130. — Coriol. Cepio, l. I, p. 342._
Ma Paolo II ed i Veneziani non avevano cercati ausiliarj contro i Turchi
solamente tra gli Europei ed i Cristiani; avevano intavolata una più
straordinaria negoziazione con Hassan Beg, o Ussun Cassan, che aveva
conquistata la Persia nel 1468, scacciandone i discendenti di Timour, e
fondandovi la dinastia del Monton Bianco[428]. Un frate francescano,
Luigi di Bologna, si portò per la via di Caffa presso il conquistatore
della Persia per eccitarlo a far valere i diritti di quell'impero,
ch'egli ristaurava, sopra la Colchide e Trebisonda, e per promettergli
ad un tempo i soccorsi degli Occidentali in una guerra contro i Turchi.
Ussun Cassan prese infatti parte a questa confederazione; scrisse a
Paolo II una lettera enfatica, tutta di stile orientale, per
promettergli la sua cooperazione. Dopo avere per sè presi i più pomposi
titoli, ne accordò pure d'assai magnifici al papa, ne' quali l'annalista
della Chiesa vide una confessione della grandezza de' pontefici,
strappata di bocca ad un infedele dalla forza della verità[429]. La
sfida che Ussun Cassan mandò poco dopo a Maometto II era tutta
simbolica. L'ambasciatore persiano versò innanzi al trono del sultano un
sacco di miglio, ch'egli in appresso scopò, per significare che la scopa
di Ussun doveva facilmente portar via tutta la moltitudine dell'armata
ottomana. Maometto rispose nello stesso stile; dopo avere di nuovo fatto
stendere il miglio, fece portare alcuni polli, che lo mangiarono. «Dì al
tuo padrone, o ambasciatore, aggiunse egli, che come i miei polli hanno
mangiato il suo miglio, così i miei giannizzeri mangeranno i suoi
pastori della Tartaria, di cui ha creduto poterne fare dei
soldati[430].»
[428] Herbelot _Bibliothèque orient. al vocabolo Uzun Hassan Beg_.
L'_H_ aspirata dagli Orientali confondesi col _C_. Il nome turco
d'_Uzun_, come quello di _Al Thaui_, che gli danno gli Arabi, vuol
dire _lungo_.
[429] Riportata negli _Ann. Eccl. 1471, § 48. p. 229._
[430] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1197._
Il papa, che aveva cominciate queste negoziazioni non potè vedere le
conseguenze delle vicendevoli minacce, essendo morto, come si disse nel
precedente Capitolo, il 26 luglio del 1471[431]. Francesco della Rovere
di Savona, che Paolo II aveva levato dall'ordine di san Francesco, di
cui era generale, e fatto cardinale di san Pietro _ad vincula_, gli fu
dato per successore il 9 agosto del 1471, sotto il nome di Sisto
IV[432]. La Rovere trovavasi in allora nell'età di 57 anni; era nato
bassamente; ma dopo la sua esaltazione, cercò di confondere la sua
origine con quella della nobile casa della Rovere di Torino. Questa
casa, avendo aggradite le sue proposizioni, egli ne ricompensò la
condiscendenza con due cappelli di cardinale[433]. Questo papa, che in
seguito sagrificò scandalosamente gl'interessi della Chiesa alla
grandezza di sua famiglia, che, come osserva il Machiavelli, «mostrò il
primo tutto ciò che poteva un sovrano pontefice, e come molte cose, che
prima dicevansi errori, potevano celarsi sotto l'autorità
pontificia[434],» si fece vedere ne' primi mesi del suo regno tutto
inteso ai pubblici affari ed alla difesa della Cristianità. Parve pure
disposto d'accordare alla Boemia una pacificazione, o tregua, per poter
disporre di più grandi forze contro i Turchi[435]. Ma mentre stava
intento a calmare queste lontane turbolenze, poco mancò che una guerra
civile, accesa nel ducato di Ferrara, non isforzasse la repubblica di
Venezia a dividere le sue forze per far rispettare i suoi confini.
[431] La subita morte di Paolo II, che parve cagionata dall'avere
mangiati troppi meloni, fu dai molti suoi nemici risguardata come un
giudizio del cielo. Guernieri Bernio, lo storico d'Agobbio, che
termina la sua cronaca nel susseguente anno, racconta come un fatto
avverato, che questo papa fu strozzato dal diavolo. Si trovò il suo
corpo tutto nero e steso per terra, e la porta della sua camera
chiusa al di dentro. _Cron. d'Agob., t. XXI, p. 1021._
[432] _Diario di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1143._
[433] _Ann. Eccl. 1471, § 66-70, p. 233._
[434] _Machiavelli, Ist. l. VII, p. 324._
[435] _Diploma ap. Rayn. 1471, § 77, p. 235._
Borso d'Este era morto il 20 agosto, nemmeno un mese dopo il papa, che
lo aveva fatto duca di Ferrara. Questo amabile principe non lasciava
figliuoli, ed aveva mostrata la medesima predilezione verso suo nipote e
verso suo fratello. Il primo, Niccolò d'Este, era figlio legittimo di
Lionello, predecessore di Borso e bastardo come lui; il secondo, Ercole
d'Este, era figlio legittimo di Niccolò III, padre di Borso. Il diritto
di successione, male stabilito nella casa d'Este, pareva chiamare
soltanto alla corona ducale quello tra i principi ch'era in istato di
governare. Tra i figliuoli di Niccolò III i due bastardi erano andati
innanzi ai due legittimi soltanto perchè questi, nati da Ricciarda di
Saluzzo, erano ancora in tenera età, quando morì il loro padre. Il
figlio di Lionello, nato di legittimo matrimonio con una principessa
Gonzaga, aveva per la medesima ragione fatto luogo al suo zio Borso. Ma
alla morte di questi Niccolò ed Ercole erano ambidue in età di poter
governare, ed eguali sembravano i loro diritti. Nè l'istituzione dei
ducati di Modena e di Reggio, fatta dall'imperatore, nè quella di
Ferrara, fatta dal papa, avevano deciso tra di loro, e lo stesso Borso
non erasi meglio dichiarato. Quando la sua malattia fece prevedere la
prossima apertura della successione, i due pretendenti cercarono di
occupare le fortezze, per essere in istato di dare la legge, e nello
stesso tempo si procurarono esterne alleanze. Ercole, il primo,
s'impadronì di Castelnovo sul Po, e vi pose molla infanteria; inoltre
domandò l'assistenza de' Veneziani, nelle di cui armate aveva servito.
La signoria di Venezia fece di fatti avvicinare a Ferrara tre galere,
due fuste e settanta barche, mentre che adunava quindici mila uomini nel
Polesine di Rovigo. Dal canto suo Niccolò si era fortificato nello
stesso palazzo del duca, ove lo raggiunsero i suoi amici. Intanto aveva
sollecitati i soccorsi di Luigi Gonzaga, suo cognato, e di Galeazzo
Sforza, duca di Milano. L'ultimo aveva raccolti quindici mila uomini nel
Parmigiano, per favorire il figlio di Lionello; ma la morte di Paolo II
guastò i progetti di Galeazzo. Egli non voleva arrischiarsi d'entrare in
guerra, prima di conoscere la politica del nuovo pontefice. Niccolò,
costernato da questa immobilità e dalla vicinanza de' Veneziani, andò a
Mantova presso suo cognato, onde ravvivare lo zelo de' suoi alleati.
Intanto Borso morì; Ercole entrò nella capitale, accompagnato da più di
due mila uomini armati, e fu proclamato duca di Ferrara e di Modena;
molti partigiani di Niccolò furono uccisi nelle strade, e questi altro
più non fu agli occhi del vincitore che un esiliato ed un ribelle[436].
[436] _Diario Ferrarese, t. XXIV, Rer. Ital., p. 230. — Gio. Batt.
Pigna Stor. de' Principi d'Este, l. VIII, p. 783. — Cron. di
Bologna, t. XVIII, p. 788-789._
Il 24 di novembre susseguente più di ottanta tra gentiluomini e borghesi
di Ferrara, che si erano attaccati a Niccolò, e che lo avevano seguito
nel suo esilio, furono in contumacia condannati a morte; ed alcuni di
loro caduti in potere di Ercole furono appiccati[437].
[437] _Diario Ferrarese, l. XXIV, p. 236-238._
Frattanto la successione di Ferrara non fu che un passaggiero movimento,
che procurò alla repubblica un vicino a lei affezionatissimo. D'altra
parte un nuovo doge, Niccolò Tron, venne dato per successore a
Cristoforo Moro, morto il 9 di novembre[438]. Tranquilla nell'interno,
Venezia cercò di approfittare delle diverse negoziazioni del precedente
anno, e di attaccare Maometto II con ragguardevoli forze da più parti
simultaneamente. Catarino Zeno era stato nell'inverno mandato ad Ussun
Cassan per avvisarlo degli apparecchi de' Veneziani, e domandare la sua
cooperazione[439]. Il re di Persia era nello stesso tempo eccitato da
sua moglie, la quale era cristiana, e figlia dell'ultimo imperatore di
Trebisonda. Entrò nella Georgia con trenta mila cavalli, uccise
moltissimi Turchi, e fece un ricco bottino; ma, tranne Tocat, da lui
presa nella provincia di Siwas, nell'Armenia, non assediò verun'altra
fortezza, e ripatriò senza aver fatto un'importante conquista[440].
[438] _Marin Sanuto, p. 1195. — And. Navagero, p. 1130._
[439] Catarino Zeno aveva una qualche parentela con Ussun Cassan, o
almeno con sua moglie Despina, figlia di Davide Comneno, imperatore
di Trebisonda. Despina aveva una sorella maritata a Niccolò Crespo,
duca del mare Egeo. Le cinque figlie di costei avevano tutte sposati
nobili veneziani: la maggiore, moglie d'un Cornaro, fu madre di
Catarina, regina di Cipro, e la terza, Violante, moglie di Catarino
Zeno. Ussun Cassan, che aveva quasi settant'anni, aveva vissuto in
una rara unione con sua moglie, sempre rimasta cristiana, e
testificò a Catarino Zeno tutto l'affetto d'uno zio e d'un amico.
_Petri Bizarri Histor. Rer. Persicarum, l. X, p. 261._ Questo stesso
Catarino Zeno fu poi rimandato da Ussun Cassan al re di Polonia,
indi a tutti i principi cristiani per riunirli contro Maometto II.
Egli visitò la corte di Casimiro, re di Polonia, l'an. 1474.
_Dlugoss, Hist. Polon., l. XIII, p. 509._ Queste negoziazioni sono
l'oggetto d'un trattato di Callimaco Experiens: _de his quæ a
Venetis tentata sunt, pro Persis ac Tartaris contra Turcos
movendis_: trattato stampato in Francoforte, 1461 _in fol._, con la
_Storia della Persia di Bizarro_. Callimaco Experiens, attaccato
come storico al re di Polonia, ebbe egli stesso non piccola parte in
questi negoziati. Egli descrive pure la strada tenuta da Catarino
Zeno, p. 408.
[440] _And. Navagero, l. XXIII, p. 1131. — Dlugoss. Hist. Polonicae,
l. XIII, p. 481._ Secondo Cantemir non fu già Ussun Cassan, ma il
suo generale Ynsuftche, che prese Tocat, e fu in appresso battuto.
_Dem. Cantem., l. III, c. 1, § 25._
Dall'altra banda Pietro Mocenigo, sapendo che il gran signore
sguarnirebbe l'Arcipelago per opporsi ad una invasione e difendere le
sue province dell'Asia, partì da Modone dove aveva svernato; imbarcò
molti Stradioti o soldati greci a Napoli di Romania, ed andò a
saccheggiare Militene e Delo[441]. Gli Stradioti cominciavano allora a
formare una parte essenziale delle armate veneziane; perciocchè
vent'anni di disgrazie e di oppressione avevano costretti i Greci a
riprendere le abitudini militari. Essi avevano imparato a formare una
cavalleria leggiera, armata di scudi, di lance e di spada; in vece di
corazze guarnivano le loro vesti con una grande quantità di bambagia per
ammorzare i colpi; velocissimi erano i loro cavalli, e sostenevano
lunghe corse; ed il vigore di que' cavalli fece presto conoscere il
merito della nuova milizia. Quelli della Morea, ed in particolare del
circondario di Napoli, furono i più stimati, e la parola greca che
significa soldato, diventò il nome proprio di questa cavalleria
leggiera[442].
[441] _And. Navagero, p. 1132. — Coriol. Cepio, l. I, p. 343._
[442] Στρατιώτης. _M. A. Sabellici, Dec. III, l. IX, f. 211._
Il Mocenigo volle quest'anno portare le sue armi verso l'Asia, quasi
abitata soltanto dai Musulmani, piuttosto che verso le isole ed il
continente di Romania, ove il grosso della popolazione era Cristiana. La
guerra marittima, quando si fa tra due flotte, è di tutte la più nobile,
perchè non compromette che la vita e le ricchezze di coloro che
guerreggiano; ma i guasti d'una flotta lungo le coste, sempre macchiati
da una vergognosa pirateria, non recano danno al sovrano nemico, ma al
popolo, non al soldato, ma al borghese. Lo scopo delle spedizioni
marittime è la distruzione, non la conquista; i marinaj antepongono la
sorpresa alla battaglia, attaccano coloro che non si trovano in su le
difese e fuggono all'avvicinarsi de' nemici; e si avvezzano in tale
maniera ad un'odiosa mescolanza di timore e di crudeltà. Per quanto
spaventosi fossero i guasti, pei quali i Turchi eransi meritati delle
rappresaglie, non possiamo affezionarci all'ammiraglio cristiano che
promette un ducato per premio d'ogni testa di Musulmano che gli viene
portata; la quale ricompensa fece massacrare molti Greci, le cui teste
erano poi vendute come appartenenti a Musulmani. Non possiamo prendere
interesse a favore della flotta del Mocenigo, quando eseguisce uno
sbarco presso Pergamo per ispogliare sventurati contadini, e per
innalzare vergognosi trofei di teste innocenti; o quando in appresso
saccheggia la Caria, ne' contorni di Cnido, poi le opposte rive
dell'isola di Coo[443]. In queste spedizioni di pirateria la sola cosa
che tuttavia interessa sono que' nomi un tempo tanto famosi, che non si
pronunciano mai senza risvegliare la memoria del trionfo delle arti,
della poesia, dell'eleganza del gusto; ma quando questi nomi non si
presentano nella storia che per dirci che queste antiche città vennero
rapite dai barbari ad altri barbari; quando soprattutto è il popolo
ridotto a maggior civiltà che cerca di distruggerle, ed il popolo più
feroce che ancora difende quegli antichi monumenti dell'incivilimento;
una profonda tristezza si associa ai fasti di quest'orribile guerra.
[443] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 211. — Corol. Cepio, de
reb. Venet., l. I, p. 343._
Pietro Mocenigo aveva di già estese le sue stragi alle coste d'una gran
parte dell'Asia Minore, ed aveva fatto acquisto di molte teste
musulmane, quando il 15 giugno del 1472, si unì a lui, presso a Capo
Mallio, Requesens con diciassette galere napolitane. Poco dopo il
cardinale Oliviero Caraffa gli condusse pure diciannove galere del papa.
L'uno e l'altro generale dichiarò, che null'ostante il superiore rango
dei loro sovrani avevano ordine di ubbidire ai generalissimo veneziano,
e di attestare in tal modo la riconoscenza de' Cristiani verso la
repubblica, che sosteneva sola la causa comune[444].
[444] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 212. — Rayn. Ann. Eccl.
1472, § 42, p. 244. — Vita Sixti IV Platinae tributa, t. III, p. II,
Rer. Ital., p. 1057. — Jac. Volaterrani Diarium Rom., t. XXIII, Rer.
Ital., p. 90. — Coriol. Cepio, l. I, p. 346._
I varj storici di questa guerra non vanno d'accordo intorno alla forza
della flotta cristiana, ma i più moderati calcoli la portano ad
ottantacinque galere. I Turchi però non uscirono dai Dardanelli ad
incontrarla; onde un così formidabile armamento, che al solo papa
costava più di cento mila fiorini, non ebbe altro risultamento che la
ruina d'alcune città dell'Asia Minore. La prima ad essere attaccata dai
Latini fu Attalea, o Satalia, ricca città della Pamfilia, posta in
faccia a Cipro, che serviva di mercato agli Egizj ed ai Sirj. Soranzo
superò con dieci galere la catena che chiudeva il porto, e se ne
impadronì. Le truppe da sbarco, comandate da Malipiero, occuparono la
prima linea delle mura che circondavano i sobborghi, i quali furono
saccheggiati egualmente che il porto, essendosi trasportata sulle galere
una grandissima quantità di pepe, cannella e garofani. Ma le interne
mura della città si difesero vigorosamente, e perchè la flotta cristiana
non portava artiglieria di assedio, non furono attaccate. Il Mocenigo
fece guastare la Pamfilia fin dove le sue truppe potevano giugnere, poi
fece appiccare il fuoco ai sobborghi di Satalia, e ricondusse la flotta
a Rodi[445], ove trovò l'ambasciatore che Ussun Cassan mandava al papa
ed ai Veneziani[446]. Questo Persiano informò i generali cristiani delle
vittorie del suo signore, il quale aveva preso agli Ottomani Tocat,
città del Ponto, ai confini dell'Armenia, e faceva chiedere agli Europei
artiglieria, senza la quale il Sofì non poteva assediare altre
città[447].
[445] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 212. — Coriol. Cepio, l.
I, p. 347._
[446] _Callimachi Hist. de Venet. contra Turcos, p. 409._
[447] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 213. — And. Navagero
Stor. Ven., p. 1132. — An. Turcici Leunclavii, t. XVI, p. 258. —
Coriol. Cepio, l. I, p. 348._
Avendo la flotta veneziana spiegate di nuovo le vele, andò a
saccheggiare l'antica Jonia in faccia alle coste di Chio. Non si
trovarono nemici da combattere, ma i Cristiani svelsero le viti e
bruciarono gli ulivi di quelle ridenti campagne; ed il legato pagò cento
trentasette ducati per altrettante teste, che gli furono portate sulla
sua galera. Gli altri sventurati, che furono rapiti dalle loro capanne,
o trovati nascosti nelle foreste, furono venduti come schiavi[448]. Dopo
tale spedizione, Requesens abbandonò, presso Nasso, la flotta veneziana,
e ricondusse le galere di Ferdinando a Napoli per passarvi l'inverno. Ma
il Mocenigo ed il legato vollero approfittare degli ultimi giorni della
bella stagione, per portare ancora più lontano la desolazione.
S'informarono dello stato di Smirne, e seppero che questa città, la più
ricca e la più mercantile dell'Jonia, siccome quella ch'era posta in
fondo ad un golfo, ove da lungo tempo non aveva veduti nemici, non si
era presa cura di rifare le sue mura o di farle custodire. Il 13
settembre del 1472 presentaronsi in sul fare del giorno avanti Smirne;
le truppe celeramente sbarcate, appoggiarono le loro scale alle
muraglie, e le attaccarono bruscamente. I borghesi, spaventati, salirono
sulle loro mura per difenderle, ma erano così poco accostumati alle
armi, ed erano rimaste aperte tante brecce, che non ritardarono che
pochi istanti l'invasione de' soldati e de' marinaj. Gli abitanti,
vedendo la città presa, fuggirono con lamentevoli grida; le donne,
recandosi i loro fanciulli in braccio, si rifugiavano nelle chiese e
nelle moschee; alcuni uomini difendevano ancora i tetti ed i terrassi
delle loro case, onde moltissimi furono uccisi, altri presi come
schiavi. Le donne specialmente vennero inseguite, svelte dai luoghi
sacri, disonorate, indi vendute. I vincitori non vollero far distinzione
dalle chiese cristiane alle moschee; finsero di credere tutti gli
abitanti musulmani, per trattarli tutti collo stesso rigore; e pure
anche al presente quasi la metà degli abitanti professa ancora il
Cristianesimo, sebbene si trovino da tanto tempo sotto il giogo de'
Turchi. Balaban, pascià della provincia, quand'ebbe avviso dello sbarco
de' Veneziani, accorse per respingerli colle poche truppe che potè
adunare, ma venne ancor esso disfatto. I vincitori, rientrando in città,
vi appicarono il fuoco, e la patria d'Omero fu in poco tempo incenerita.
Non furono portate sulle galere che duecento quindici teste, perchè i
soldati avevano trovato in così ricca città come caricarsi di più utile
preda, che fu venduta all'incanto, dividendone il prezzo tra i soldati
ed i marinaj[449].
[448] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 214._
[449] Le particolarità che di questa campagna ci dà il Sabellico
(_Dec. III, l. IX, f. 214_) sono tolte da una relazione,
elegantemente scritta in latino e divisa in tre libri, di Coriolano
Cepio, dalmatino, che comandava una delle galere del Mocenigo, e che
accompagnò questa spedizione. È stampata nel 1556 a Basilea in
foglio in seguito a _Laonico Chalcocondyles, p. 341-368. — Rayn.
Ann. Eccl. 1472, § 42, p. 244._
Di ritorno dal sacco di questa città, i Veneziani sbarcarono ancora a
Clazomene sull'istmo della penisola che chiude il golfo di Smirne; ma
gli abitanti atterriti si erano ritirati nelle montagne, e non vi si
trovarono che camelli e pochi altri animali da esportare. Allora le
galere, approfittando d'un favorevole vento, fecero vela verso Modone:
l'ammiraglio veneziano svernò nella Morea; il legato del papa, Oliviero
Caraffa, tornò in Italia, e fece il suo ingresso in Roma il 23 gennajo
del 1473. Si condussero innanzi a lui quindici camelli montati da
venticinque Turchi, che egli aveva tenuti in vita per ornare il suo
trionfo; oltre di che fece appendere avanti alle porte del Vaticano
alcuni pezzi della catena che chiudeva il porto di Attalea[450].
[450] _Stef. Infessura Diario Rom., p. 1143._
Le stragi de' Veneziani nell'Asia Minore erano vendicate da quelle dei
Turchi ne' possedimenti veneti, ed in questo cambio di ferocia e di
assassinio, non è facile il riconoscere qual era il popolo più barbaro,
qual era quello che fu dai primi oltraggi provocato ad usare dell'infame
diritto di rappresaglia. Le città dell'Albania, ch'erano rimaste ai
Veneziani come parte dell'eredità del grande Scanderbeg, vedevano il
loro territorio periodicamente guastato due volte all'anno,
all'avvicinarsi della messe e della vendemmia, fino alle mura di
Scutari, d'Alessio e di Croja: ma queste rapide corse di cavalleria non
erano mai seguite da regolare attacco[451].
[451] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 213._
L'apparizione del pascià di Bosnia nello stato veneto fu ben cagione di
maggior terrore. Dopo avere rapidamente attraversata la Carniola, o
l'Istria, questo pascià entrò a mezzo autunno nel Friuli. La cavalleria
turca arrivò in sul fare della notte alle rive dell'Isonzo, e si fece
subito a passarlo a guado. La cavalleria veneziana, accantonata
sull'opposta riva, si riunì bentosto e respinse vivamente al di là del
fiume i primi Musulmani che lo avevano attraversato; ma, sebbene rimasta
in possesso delle rive, cedette poco dopo ad un terrore panico, e si
ritirò prima che facesse giorno nell'isola di Cervia, formata da due
rami del fiume avanti Aquilea. Al levare del sole i Turchi passarono
l'Isonzo senza incontrare resistenza, e si sparsero per le ricche
campagne del Friuli. L'incendio delle case e delle capanne, che andavano
scontrando, avvisò da lontano gli altri abitanti di ritirarsi ne' luoghi
murati. Le porte di Udine, capitale della provincia, erano ingombrate
dalle famiglie de' contadini fuggitivi, dai loro carri, dai loro
bestiami. Le chiese erano piene di donne supplicanti, le mura coperte di
mal armati cittadini, e se i Turchi avessero spinta più in là la loro
cavalleria, questa città poteva essere presa in quel primo terrore. Ma
si fermarono in distanza di tre miglia, dando a dietro carichi di preda,
e cacciandosi avanti truppe di schiavi[452].
[452] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 214._ Questo medesimo
storico era rinserrato in Udine, quando comparvero i Turchi. —
_Guern. Bernio Stor. d'Agobbio, p. 1022._
Mentre che Pietro Mocenigo, ritiratosi durante l'inverno a Napoli di
Romania, attendeva a porre la flotta in istato di cominciare
vigorosamente la prossima campagna, un giovane siciliano, chiamato
Antonio, che i Turchi avevano fatto prigioniero nell'isola d'Eubea e
condotto a Costantinopoli, trovò modo di fuggire, e venne a presentarsi
all'ammiraglio veneziano. Gli chiese un battello ed alcuni compagni
coraggiosi, impegnandosi col loro ajuto d'appiccare il fuoco alla flotta
turca, a traverso della quale era passato a Gallipoli. Dichiarò d'avere
vedute su quella rada cento galere, che, non essendo guardate in tempo
di notte, potevansi facilmente incendiare. Il Mocenigo, lodato assai il
coraggioso giovane, gli promise le più magnifiche ricompense. Gli fece
dare una barca carica di frutta, con alcuni de' più coraggiosi marinai
della sua flotta. Antonio si annunciò ai Turchi come un mercante di
frutti, e rimontò senza difficoltà i Dardanelli. Giunto a Gallipoli,
cominciò a vendere le sue frutta ai soldati, e perchè non diffidavasi in
alcun modo di lui, gli si permise di starsi la notte presso la flotta.
Ne approfittò per appiccare il fuoco ai vascelli a lui più vicini; ma le
persone accorse per ispegnerlo non gli permisero di continuare, e lo
forzarono a fuggire sulla sua barca, cui erasi pure comunicato
l'incendio. Il fuoco lo costrinse ad abbandonarla, per fuggire co' suoi
compagni nel primo bosco che trovò lungo lo stretto. Avendo lasciata la
barca mezzo consunta dal fuoco nel luogo in cui era sbarcato, questa
fece scoprire il suo ritiro ed egli fu arrestato co' suoi compagni. Il
sultano volle vederlo e gli domandò se aveva ricevuta qualche ingiuria,
che lo avesse consigliato a così forsennata vendetta: «Niuna, rispose
francamente Antonio, ma io ti ho conosciuto pel comune nemico de'
Cristiani; il mio attentato è abbastanza glorioso, e lo sarebbe assai
più, se avessi potuto bruciare il tuo capo, come bruciai le tue navi.»
Il Turco, poco scosso dal coraggio del suo nemico, lo fece segare per
mezzo il corpo co' suoi compagni. Il senato veneto non permise che tale
coraggiosa intrapresa si restasse senza ricompensa, e non potendo
beneficare Antonio personalmente, dotò sua sorella, ed assegnò una
pensione a suo fratello[453].
[453] _Coriolanus Cepio, l. II, p. 350. — M. A. Sabellici Dec. III,
l. IX, f. 215. — Rayn. Ann. Eccl. 1473, § 2, p. 248._
Frattanto Pietro Mocenigo ebbe ordine da Venezia di mettersi in mare, e
di seguire nell'entrante campagna le indicazioni che gli sarebbero date
da Ussun Cassan, il di cui ambasciatore aveva stretta alleanza coi
Veneziani; Giosafat Barbaro, uomo attempato assai, che parlava bene la
lingua persiana, era stato incaricato di ricondurlo al suo padrone, e di
presentare al Sofì a nome del senato veneto ricchi doni di vasi d'oro e
di stoffe di Verona. Seco conduceva tre galere cariche di molta
artiglieria, e cento ufficiali comandati da Tommaso d'Imola, che la
repubblica mandava ai servigj del sovrano della Persia. Essi contavano
di recarvisi, costeggiando la Cicilia e la Siria, ove dovevano trovare
due fratelli, principi della Caramania, di già in parte spogliati da
Maometto, ma che ancora si difendevano nel restante de' loro stati[454].
[454] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 215. — Coriol. Cepio, l.
II, p. 361._
Le prime comunicazioni diplomatiche de' Veneziani colla Persia sono
un notabile avvenimento nella storia de' viaggi, e per conseguenza
in quello dello spirito umano; queste aprirono alle osservazioni
degli Occidentali sconosciuti paesi; sparsero i primi lumi sulla
geografia fin allora tanto confusa, e diedero in certa maniera
principio al periodo in cui noi viviamo: periodo il di cui più
manifesto carattere è la comunicazione stabilita fra tutti i popoli
della terra.
Le avventure di quei primi viaggiatori in Oriente furono descritte
in relazioni originali conservate fino a' nostri tempi. Furono
traslatate in latino e stampate in calce alla _Historia Rerum
Persicarum_ del P. Bizarro. La prima è quella di Giosafatto Barbaro,
che può risguardarsi come un modello dell'ingegno, dell'osservazione
e dell'aggiustatezza di spirito (_p. 458_ e seguenti). Il Barbaro,
dopo la presa di Seleucia fatta dal Mocenigo, conobbe
l'impossibilità di giugnere in Persia con tutto il suo corteggio.
Lasciò in Creta i doni che la repubblica mandava per mezzo suo ad
Ussun Cassan; si congedò a Seleucia da' suoi compatriotti, e
malgrado la sua avanzata età, si pose coll'ambasciatore di Persia e
pochissima gente ad attraversare paesi barbari. Da Tarso seguì la
strada della piccola Armenia, poi del paese dei Curdi. Il suo
piccolo corteggio fu attaccato in mezzo a questi popoli di
assassini; il suo compagno, l'ambasciatore di Persia, fu ucciso,
come pure il suo segretario e due persone del suo corteggio. Il
Barbaro rimase gravemente ferito ed interamente spogliato; ma egli
non si smarrì di coraggio, proseguì il suo viaggio, ed all'ultimo
trovò a Tauride Ussun Cassan. Questo monarca gli fece un magnifico
accoglimento, e non cessò mai di mostrargli i più grandi riguardi
ne' cinque anni che lo tenne alla sua corte. Quando morì Ussun nel
1488, Giosafatto Barbaro tornò a Venezia per la strada d'Aleppo
colle carovane che attraversavano gli stati soggetti ai Mamelucchi
ed al Soldano di Egitto.
Nello stesso tempo la repubblica aveva pure mandati due altri
ambasciatori al Sofì per due diverse strade: uno di questi, Leopoldo
Bettoni, recossi alla sua corte per la strada di Trebisonda, ma non
iscrisse il suo viaggio: l'altro, Ambrogio Contarini, tenne la
strada del nord dell'Europa, per evitare più sicuramente le
imboscate dei Turchi, ed abbiamo ancora la sua relazione. Il
Contarini partì da Venezia il 25 febbrajo del 1473; andò prima a
Francoforte sull'Oder, ove giunse il 29 di marzo; attraversò in
appresso la Polonia per Posna, Lublino e Kiovia; trovavasi il primo
di maggio in quest'ultima città, ed il 16 era a Caffa, di dove
s'imbarcò per la Colchide e per le rive del Faso. Nella Georgia e
nella Mingrelia dovette soffrire assai della tirannide dei principi
e del malvagio carattere dei popoli: finalmente, attraversando
l'Armenia, entrò negli stati d'Ussun Cassan; ma non potè raggiugnere
questo sovrano che ad Ispaan in novembre dello stesso anno. Si
trattenne tutto l'inverno alla sua corte, prese giuste nozioni
intorno alla potenza del sovrano della Persia, che tutti gli
scrittori latini esageravano oltre ogni credere; conobbe che la sua
patria non potrebbe altrimenti ritrarne i vantaggi che ne sperava, e
che nella battaglia di Cara-Issar Ussun Cassan aveva tutt'al più
sotto i suoi ordini quaranta mila uomini, quasi tutta cavalleria.
Dopo avere raccolte queste notizie, che potevano avere una grande
influenza sulla repubblica di Venezia, partì in principio di giugno
del 1474 per tornare in Europa. Tenne la strada praticata
nell'andata, in mezzo a fatiche ed a rischj grandissimi, fino alle
sponde del Faso. Ma colà ebbe il profondo rammarico di sentire che i
Turchi, avendo concepito qualche sospetto intorno alle relazioni
degli Occidentali coi Persiani, guardavano tutte le strade, e che,
essendosi fatti padroni di Caffa, non gli permettevano di tenere la
via che aveva progettata. Il Contarini conobbe allora che altro
partito non gli restava che quello di rientrare in Europa,
attraversando la Moscovia. Tornando a dietro nella Media, arrivò a
Derbent sul mar Caspio; vi si trattenne tutto l'inverno in mezzo a
poveri pescatori, e ripartì il 6 aprile del 1475 per Astracan, città
in allora soggetta ai Tartari: attraversò i loro deserti e quelli
della Moscovia, travagliato incessantemente dalla miseria e dalla
fame. Il 26 di settembre giunse finalmente in Mosca, ove il gran
duca gli somministrò danaro per conto della repubblica di Venezia.
Ma il Contarini non potè partire da quella capitale avanti il 21
gennajo del 1476. Passando per Smolensko e Troki, ove trovò il re
Casimiro; per Varsavia, Francoforte sull'Oder e Norimberga, giunse
finalmente a Venezia il 10 aprile del 1476 dopo avere fatto uno de'
più arditi viaggi, di cui si abbia memoria.
Onde aprirsi per questa strada una comunicazione con Ussun Cassan,
Pietro Mocenigo si diresse da principio verso l'isola di Cipro. Aveva in
allora quarantacinque galere veneziane, due galere del cavalieri di Rodi
e quattro del re di Cipro. Con questa flotta veleggiò alla volta di
Seleucia, assediata da uno dei principi caramani. Piramet, il più
attempato di questi due fratelli, era nel campo d'Ussun Cassan, ed il
più giovane, Cassan Bet, aveva indicato per trovarsi coi Veneziani un
luogo ad un miglio di distanza da Seleucia presso ad un tempio ruinato.
Egli disse a Vittore Soranzo, mandato verso di lui, che la Caramania,
devota alla sua famiglia, era adesso nel timore e nella dipendenza di
Maometto II per mezzo di tre fortezze, poste lungo il mare in faccia
alle coste di Cipro; cioè Sichesio, Seleucia e Corico (Sikin, Selefki,
Curko), ove i Turchi tenevano guarnigione, e di cui i Caramani non
potevano impadronirsi senza artiglieria. Il Mocenigo assediò
successivamente queste tre fortezze, e le consegnò a Cassan Bet dopo
avere forzate le guarnigioni turche a capitolare; pareva che questa
prima operazione dovesse aprire una facile comunicazione con Ussun
Cassan[455].
[455] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, l. 216. — Callim. Experiens
de Venet. contra Turcas, p. 409. — Coriol. Cepio, l. II, p. 352._
Frattanto questo monarca erasi avanzato nell'Armenia, fino a poca
distanza da Trebisonda e dal regno del Ponto, con un'armata, che
malgrado gli stravaganti calcoli dei Latini non era forse che di
quaranta mila uomini, ma che certo non eccedeva i sessanta mila.
Maometto II gli marciava all'incontro con dieci mila giannizzeri, dieci
mila guardie della corte, venti mila fanti e trenta mila ausiliarj. Con
queste forze Maometto occupò Carachizara, ossia Cara-Issar sul fiume
Lico[456]. Chaz Murath Beglierbey di Romania aveva il comando
dell'avanguardia; egli si trovò in mezzo ai Persiani senz'avvedersene.
Le sue truppe, impetuosamente attaccate, furono disfatte, ed egli rimase
sul campo di battaglia ucciso nel primo urto. Ma mentre i Persiani
inseguivano i fuggiaschi si scontrarono nel corpo ove trovavasi Maometto
co' suoi tre figliuoli, Bajazette, Mustafà e Gem. Il sultano approfittò
del disordine de' vincitori per attaccare. Ussun Cassan si difese
vigorosamente, e la mischia fu lunga e crudele. Frattanto Daut pascià,
Beglierbey di Natólia, che comandava una delle ale, avendo fatta
avanzare la sua artiglieria, sparse il disordine tra i Persiani poco
accostumati alle armi da fuoco. Uno dei figli d'Ussun Cassan fu ucciso,
e la di lui testa venne presentata a Maometto. Ussun prese la fuga, e si
ritirò con una parte della sua armata nelle montagne dell'Armenia. Il
suo campo fu saccheggiato, i prigionieri, che aveva fatti, vennero
liberati, e Maometto, dopo questa luminosa vittoria che guarentiva da
ogni insulto i confini del suo impero da questo lato, rientrò trionfante
in Costantinopoli[457].
[456] _Ann. Sultanor. Osmanidarum, ab ipsis Turcis memoriæ proditi,
et a Leunclavio editi Byzant., t. XVI, ed Ven., p. 258, Paris.,
330._ I Latini danno a Maometto 320,000 uomini, e 350,000 ad Ussun
Cassan. _Dem. Cantemir, l. III, c. 1, § 27._
[457] _Ann. Turcici, Byzant. Ven., p. 258. — M. A. Sabellici Dec.
III, l. IX, f. 217. — Ann. Eccl. Rayn. 1473, § 8, p. 249._ Questa
disfatta d'Ussun Cassan fu rappresentata come una vittoria ai
Polacchi, che Catarino Zeno voleva persuadere ad entrare in una lega
contro i Turchi. _Dlugoss. Hist. Polon., l. XIII, p. 498._
Il Mocenigo, avanti d'essere informato della sorte dell'alleato della
repubblica, aveva investite varie piazze dell'Asia Minore. Assediò prima
Myra nella Licia, per liberare la quale essendosi avanzato Aiasa-Beg,
comandante della provincia, con alcune truppe musulmane, fu battuto ed
ucciso in battaglia. Allora Myra s'arrese agli assedianti, che permisero
alla guarnigione ed agli abitanti di ritirarsi, ma che saccheggiarono e
bruciarono la città. In appresso il Mocenigo sbarcò avanti Fisso nella
Caria, e ne guastò i contorni. Colà ebbe un messo di Catarino Zeno,
ambasciatore presso di Ussun Cassan, che lo invitava ad accostarsi alla
Cilicia per potere, ove abbisognasse, secondare il monarca persiano.
Egli era tornato a Corico, quando fu raggiunto da un nuovo corriere, che
gli dava avviso della disfatta del Sofì, e della di lui ritirata
nell'Armenia[458].
[458] _M. A. Sabellici Dec. III, l. IX, f. 216. — Coriol. Cepio, l.
II, p. 357._
Durante tutta questa campagna il Mocenigo aveva agito solo. Mentre stava
in Cilicia l'arcivescovo di Spalatro, nuovo legato del papa, gli aveva
ben fatto sapere che verrebbe a raggiugnerlo con dieci galere, qualora
fosse certo che l'ammiraglio veneziano volesse intraprendere qualche
cosa per beneficio della Cristianità. Ma il Mocenigo, che credeva avere
di già fatto assai per la causa comune, fu offeso da questo messaggio, e
ricusò soccorsi offerti di così mala grazia. Altronde la sua attenzione
cominciava ad essere di già distratta dagli affari di Cipro; il credito,
ch'egli di già si arrogava in quest'isola, era d'una maggiore importanza
per la repubblica, che tutte le conquiste che aveva fin allora tentate;
ed egli non volle, trattando cogli ultimi Lusignani, essere osservato da
un legato del papa, che gli rimprovererebbe ogni impresa estranea alla
guerra dei Turchi.
L'isola di Cipro, che nel 1191 era stata così generosamente data da
Riccardo cuor di Lione a Gui di Lusignano come indennizzamento del regno
di Gerusalemme, erasi conservata fino al 1458 sotto il dominio della
legittima discendenza di quest'illustre famiglia. Giano III[459], il XIV
re di Cipro di questa famiglia, era un principe effeminato, che non
aveva vissuto che per il piacere. La sua prima consorte, della casa di
Monferrato, era morta non senza sospetto di veleno; e la seconda, Elena
Paleologo, era una greca del Peloponneso, che dispoticamente governava
il marito. Essa l'aveva persuaso a ristabilire il culto greco
nell'Isola, atto di giustizia e di clemenza, che non pertanto dai Latini
gli venne rinfacciato come un delitto. Ma com'ella signoreggiava Giano,
così lasciavasi governare dalla nudrice, la quale dipendeva interamente
da un suo figliuolo. Il re aveva avuta dalla prima moglie una figlia
chiamata Carlotta, e non aveva figli dalla seconda, ma da una sua amante
gli restava un figlio detto Giacomo. Carlotta, presuntiva erede del
regno, fu maritata a Giovanni di Portogallo, figlio del duca di Coimbra,
e nipote di Giovanni I. Il principe portoghese risvegliò la gelosia del
figliuolo della nudrice; e dopo violenti contese tra di loro, Giovanni
perì nel 1457[460], e si credette avvelenato. L'insultante trionfo del
figlio della nudrice non ebbe lunga durata. Giacomo, il bastardo di
Giano, lo uccise di propria mano, non tanto per liberare Carlotta dalla
sua insolenza, quanto per aprirsi la via del trono colla perdita di un
pericoloso favorito[461].
[459] Il nome di Giano (Janus) nella casa di Lusignano veniva
dall'essere uno di que' principi nato a Genova (Janna), dopo la
brillante spedizione di Cattaneo e di Fregoso.
[460] _Enguerrand de Monstrelet, v. III, f. 74._
[461] _Comm. Pii Papae II, l. VIII, p. 175-176._
Giano destinava in appresso sua figlia a Luigi di Savoja, secondo figlio
del duca Luigi, che aveva egli medesimo sposata una principessa
cipriota; ma Giano morì prima d'avere potuto effettuare queste nozze.
Per altro Luigi giunse a Nicosia, capitale del regno, sposò Carlotta il
7 ottobre del 1459, e fu coronato col titolo di re di Cipro, di
Gerusalemme e d'Armenia[462].
[462] _Ivi, p. 177. — Guichenon Hist. Généal. de la maison de
Savoie, t. II, p. 113._
Sua intenzione era stata quella di far entrare il bastardo negli ordini
sacri, destinandogli l'arcivescovado di Nicosia, prima prelatura del
regno. Ma per una imprudente politica, Carlotta prevenne la corte di
Roma contro suo fratello, e gl'impedì d'avere quest'eminente sede[463].
Giacomo irritato passò alla corte del soldano d'Egitto, di cui i re di
Cipro riconoscevansi feudatarj, e gli chiese per sè l'eredità paterna.
Il vantaggio del sesso è agli occhi de' Musulmani, più importante assai
che quello della legittimità de' natali, per la successione. Altronde il
sultano vedeva quasi con altrettanta diffidenza che Maometto II un
principe d'Occidente e del sangue francese stabilirsi nel centro dei
mari della Siria. I Cipriotti dal canto loro preferivano un Lusignano,
nato nel loro paese, ad un sovrano straniero. Melec Ella diede dunque a
Giacomo colla corona reale un'armata di Mamelucchi per sottomettere
l'isola di Cipro. Giacomo fu accolto in Nicosia senza difficoltà; egli
prese in poco tempo le fortezze di Sigur, Pafo e Limisso mal difese dai
gentiluomini savojardi, assediò poi Luigi e Carlotta in Cerina, e,
tranne questa fortezza, si rese padrone di tutto il regno[464].
[463] _Ann. Eccl. Rayn. 1459, § 85, p. 39._
[464] _Guichenon Hist. généalog., p. 116. — Comment. Pii Papae II,
l. VII, p. 177._
Era Luigi di Savoja un principe indolente e sensuale, ma Carlotta era di
una singolare attività. Ella lasciò Cerina per andare a chiedere
soccorso a tutti i principi dell'Occidente. Nel 1460 si presentò a Pio
II. «Questa donna, egli dice nelle sue memorie, sembra dell'età di
ventiquattr'anni, ed è di mediocre statura; ha il viso giallo e pallido,
il suo linguaggio è armonioso, e scorre come un fiume coll'abbondanza
propria dei Greci. Veste alla francese, e le sue maniere sono degne del
real sangue[465].» Questo papa, mosso dalle istanze di Carlotta e
persuaso della giustizia della sua causa, le promise la sua protezione.
Dichiarossi a lei favorevole anche l'ordine de' cavalieri di san
Giovanni, ed accordò a lei ed a suo marito un asilo a Rodi; da
quest'isola ella fece partire convoglj di viveri e di munizioni per
Cerina, e rinnovò le sue corrispondenze coi malcontenti del regno.
Finalmente i Genovesi, che ancora possedevano alcune fortezze in Cipro,
e tra le altre Famagosta, abbracciarono ancor essi i di lei interessi:
ciò fu agli occhi de' Veneziani una bastante ragione per dichiararsi per
la contraria parte.
[465] _Comment. Pii Papae II, l. VII, p. 179._
Marco Cornaro, gentiluomo veneziano, esiliato dalla sua patria e
stabilito in Cipro, aveva stretta domestichezza con Giacomo, bastardo di
Lusignano. Gli aveva somministrato il danaro necessario per fare la
guerra, prima co' proprj fondi, in appresso con quelli de' suoi
compatriotti; lo ajutò pure costantemente co' suoi consiglj, lo diresse
soprattutto nell'assedio di Cerina, che si arrese a Giacomo verso la
fine del 1464, ed in quello di Famagosta, che gli aprì le porte lo
stesso anno, dopo aver tenuto tre anni[466]. Giacomo, trovandosi allora
padrone di tutta l'isola di Cipro, tentò nuovamente di farsi riconoscere
dal papa, ma non potè riuscirvi. Respinto da tutti i principi cristiani,
si volse a Marco Cornaro, per contrarre colla di lui mediazione
un'alleanza colla repubblica di Venezia. Aveva Marco una bellissima
giovanetta sua nipote per nome Catarina, figlia di Andrea Cornaro;
l'offri in matrimonio a Giacomo di Lusignano con cento mila ducati di
dote, a condizione che Catarina sarebbe prima adottata per propria
figlia dalla repubblica di Venezia. Questo trattato s'intavolò circa il
1468, e dopo lunghe dilazioni questo parentado si accettò dalle due
parti. Catarina Cornaro venne solennemente dichiarata figlia di san
Marco, fu maritata per procura nel 1471 alla presenza del doge e della
signoria, fu accompagnata come regina fino alla sua flotta dal doge nel
Bucintoro, vascello dello stato destinato alle grandi cerimonie, e parti
in seguito alla volta di Cipro con quattro galere comandate da Girolamo
Diedo[467].
[466] _Rayn. Ann. Eccl. 1464, § 71, p. 169._
[467] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1185. — And. Navagero Stor.
Ven., p. 1127-1131. — Ann. Eccl. 1471, § 47, p. 229._
Con questa parentela Giacomo di Lusignano avendo contratta la singolare
relazione di genero della repubblica, si mostrò sempre affettuoso
parente ed amico fedele. I suoi porti furono costantemente aperti alla
flotta de' Veneziani, e le sue alleanze e le sue nimicizie vennero
determinate dai loro consiglj; e nella guerra contro i Turchi
somministrò loro rinforzi proporzionati alla ricchezza ed alla
popolazione de' suoi stati. Ma non erano appena passati due anni da che
si era ammoglialo, quando morì il 6 giugno del 1473. Lasciò la consorte
gravida, e col suo testamento instituì suo crede, prima la prole che da
lei nascerebbe, ed in suo difetto, Giano, Giovanna e Carlotta, tre suoi
bastardi[468]. I Cipriotti, che avevano combattuto con accanimento
contro Carlotta, onde non portasse la corona ad un principe straniero,
videro con profondo dolore che il loro affetto per Giacomo gli aveva
ridotti a sottomettersi alla sua vedova, ancora più straniera al sangue
dei Lusignani che non il principe di Savoja, ch'essi avevano scacciato.
Il malcontento risvegliò la diffidenza, e sospettarono il Cornaro e
Marco Bembo, zio il primo, l'altro cugino della regina, d'avere
avvelenato suo marito[469].
[468] Il testamento è del 4 giugno 1473. _Guichenon Hist. généal.,
p. 119. — Coriol. Cepio, l. II, p. 357._
[469] _Ann. Eccl. Rayn. 1473, § 3, p. 248._
L'arcivescovo di Nicosia, i conti di Zaplana e di Zaffo, suoi fratelli,
il signore di Tripoli e Rizzo de' Marini erano capi del partito, che
ricusava il giogo di una regina veneziana e de' suoi consiglieri
veneziani[470]. Si volsero segretamente a Ferdinando, re di Napoli, e
gli offrirono di far isposare Carlotta, figlia naturale di Giacomo, a
don Alonso, figlio naturale di Ferdinando, di destinare la corona a
questi due fanciulli che trovavansi ancora in tenera età, e di
conservare fino alla loro maggiorità l'indipendenza del regno sotto la
protezione del re di Napoli[471]. Frattanto le voci di avvelenamento,
ch'essi avevano sparse, eccitarono una sollevazione, nella quale
furono dal popolo furibondo uccisi Andrea Cornaro, Marco Bembo, ed
il medico del re. I capi del partito, che non erano ancora apparecchiati
a difendere la loro indipendenza, e che sapevano trovarsi la
flotta veneziana nelle acque di Cipro, sforzaronsi di calmare
quest'insurrezione, che li comprometteva, e di scusarla agli occhi de'
Veneziani. Un giudice di Venezia risiedeva in Nicosia per giudicare le
cause che accadevano tra i suoi compatriotti; essi recaronsi presso di
lui per rinnovare le loro promesse di conservarsi fedeli alla regina
Catarina, alla prole che di lei nascerebbe, ed alla repubblica di
Venezia. Mandarono una somigliante dichiarazione all'ammiraglio Pietro
Mocenigo, e lo supplicarono di non punire tutto il regno per un
assassinio dipendente da personali animosità; accusarono Bembo e Cornaro
di concussioni, che gli avevano resi odiosi, e dissimularono i loro
sospetti di veleno, che parevano compromettere la medesima
repubblica[472].
[470] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1199._
[471] Don Alonso, che i Cipriotti volevano riconoscere per erede
presuntivo della corona, aveva il titolo di principe di Galilea, e,
secondo Navagero, non aveva che sei anni. Il Giannone non ne parla,
non indicando che due figli naturali di Ferdinando, don Enrico e don
Cesare. _Ist. Civ., l. XXVII, c. III, p. 565._
[472] _ M. A. Sabellici Dec. III, l. X, f. 218. — Coriol. Cepio, l.
III, p. 360._
Pietro Mocenigo s'infinse di prestar fede a tali proteste; non pertanto
trovò conveniente d'assicurare il credito della giovine regina, facendo
mostra agli occhi de' Cipriotti di tutta la potenza de' Veneziani. Si
avvicinò all'isola colla sua flotta, e trovossi in Nicosia, quando la
regina diede alla luce il figlio di Giacomo. Questo fanciullo fu tenuto
al sacro fonte dal generalissimo e dai provveditori veneziani, e
ricevette il nome di suo padre. Dopo avere passati alcuni giorni in
Cipro, il Mocenigo continuò le sue stragi sulle coste della Licia, della
Caria e della Cilicia. Ricevette sulla sua flotta gli ambasciatori della
regina Carlotta, ch'erasi stabilita a Rodi, mentre che suo marito, Luigi
di Savoja, viveva nella mollezza, a Ripaglea, in mezzo alle sue amanti.
Carlotta, in nome dell'antica alleanza di suo padre coi Veneziani, in
nome dell'amicizia che regnava tra il duca di Savoja, suo cognato e la
repubblica, in nome sopra tutto della giustizia, ridomandava una corona
che a lei sola poteva appartenere. Se l'usurpazione del bastardo, suo
fratello, era colorita dal vantaggio del sesso, la morte di Giacomo
doveva, secondo lei, riporla in tutti i suoi diritti. Il Mocenigo gli
rispose, ch'egli avea riconosciuto Giacomo di Lusignano, confederato
della repubblica di Venezia, come legittimo possessore del regno di
Cipro, che i regni non si trasmettevano secondo le formole legali, e
dietro le leggi seguite nelle processure, ma colla virtù e colle armi;
che con tali mezzi Giacomo aveva conquistata l'isola di Cipro su di lei
e sui Genovesi, che la vedova ed il figlio di questo monarca erano
oramai i soli sovrani di quest'isola, e che, avendoli la repubblica
adottati come suoi figliuoli, ella saprebbe difenderli[473].
[473] _And. Navagero Stor. Ven., p. 1138. — M. A. Sabellici Dec.
III, l. IX, f. 216. — Coriol. Cepio, l. II, p. 357._
Intanto il Mocenigo ebbe avviso di essere scoppiati a Nicosia nuovi
movimenti, egli spedì subito alla regina Catarina, per prometterle una
potente assistenza, quello stesso Coriolano Cepio che scrisse la storia
di questa campagna. Pochi giorni dopo, gli fece tener dietro Vittore
Soranzo, provveditore, con otto galere, e finalmente arrivò egli
medesimo con tutta la flotta. Trovò la regina spogliata di ogni
autorità, separata da suo figlio che i Cipriotti volevano educare essi
medesimi, privata della guardia delle fortezze e della disposizione del
tesoro, e non pertanto costretta da' suoi nemici, in particolare dai
Catalani, che Giacomo aveva chiamati nel regno, a dichiarare che era
contenta, e che tutto erasi fatto di sua volontà[474].
[474] _And. Navag., p. 1139. — Coriol. Cepio, l. III, p. 360._
Dopo la Sicilia e la Sardegna, Cipro è l'isola più vasta del
Mediterraneo: ha circa cento ottanta miglia nella sua maggiore
lunghezza, sessanta di larghezza, e più di quattrocento di
circonferenza. Posta tra il 35 ed il 36 grado di latitudine, gode d'un
clima delizioso, e produce in abbondanza, vino, olio, frumento, ed il
rame che ha da lei ricevuto il nome. La sua posizione, tra la Siria,
l'Egitto e l'Asia Minore, sembra invitarla ad aggiugnere il più attivo
commercio ai ricchi prodotti del suolo. Nei tempi della sua libertà, vi
si contarono quindici fiorenti repubbliche; ma sotto il governo
degl'imperatori, poi sotto quello dei re Lusignani erano infinitamente
diminuite le sue ricchezze e la sua popolazione. La tirannia feudale dei
baroni, la sovranità riclamata dai soldani d'Egitto, e gli esclusivi
privilegj dei Genovesi e de' Veneziani, che volevano a sè soli riservato
il commercio, impedivano lo stabilimento d'una buona legislazione, della
pace, della sicurezza. Pure la conquista dell'isola di Cipro era
tuttavia un'intrapresa, che richiedeva considerabili forze; e Pietro
Mocenigo, non avendo che poche truppe da sbarco, volle, prima di tentar
nulla, procurarsene in maggior numero. Mandò de' trasporti in Candia ed
in Morea per raccogliere tutte le truppe disponibili de' Veneziani. Sei
vascelli, che portavano molti Stradioti e fanti, gli sbarcarono per suo
ordine a Famagosta. All'avvicinarsi di questa nuova armata,
l'arcivescovo di Nicosia ed i conti di Tripoli fuggirono. Il Mocenigo, a
nome della regina, cambiò i comandanti di tutte le fortezze,
v'introdusse in appresso capitani e soldati veneziani con molti arcieri
di Creta; punì capitalmente tutti coloro che avevano preso parte
nell'ultima sollevazione, perseguitò i fuggiti, esiliò coloro ch'erano
soltanto sospetti, e sotto pretesto di ristabilire ed assicurare
l'autorità della regina, ridusse tutta l'isola nell'assoluta dipendenza
dei Veneziani, e spaventò tutti i loro nemici col terrore de'
supplicj[475].
[475] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1140. — M. A. Sabellici Dec.
III, l. X, f. 219. — Coriol. Cepio, l. III, p. 362._
Frattanto la regina perdette suo figlio in età di un anno, lo che resela
ancora più straniera al regno. Il 24 marzo del 1474, il senato di
Venezia le diede per consiglieri, o piuttosto per tutori due nobili
veneziani, Luigi Gabrielli e Francesco Minio; ed il comando di tutte le
truppe venne affidato a Giovanni Soranzo col titolo di provveditore
generale. Il senato di Venezia nominò pure i particolari comandanti di
Famagosta e di Cerina; ed alla regina, protetta da quell'ambiziosa
repubblica, altro non rimase che la vana pompa della dignità reale[476].
[476] _And. Navagero Stor. Venez., p. 1141. — Gio. Batt. Pigna Stor.
de' Princ. d'Este, l. VIII, p. 784. — Vite Roman. Pontif., t. III,
p. II, p. 1063._ — Stefano di Lusignano, che scrisse la storia di
Cipro, circa un secolo dopo tali avvenimenti, attribuisce a veleno
la morte di Giacomo il Postumo, come pure quella di suo padre. Se
dobbiamo credergli, la repubblica di Venezia si disfece degli ultimi
Lusignani, ed occupò il regno, con una lunga serie di delitti.
Queste accuse vennero ripetute dai Savojardi, i di cui duchi, dopo
la morte di Luigi e di Carlotta, presero il titolo di re di Cipro
(_Guichenon Hist. Généal. de la maison de Savoie_) e l'annalista
della Chiesa sembra ammettere tali imputazioni. _Rayn. ad an. 1473,
§ 31, p. 263._