_Spavento cagionato all'Italia dalle conquiste dei Turchi. —
Prime vittorie di Giorgio Castriotto o Scanderbeg. — Guerra de'
Veneziani nella Morea. — Pio II sopraggiunto dalla morte quando
stava per condurre una crociata nell'Illirico. — Ultime vittorie
e morte di Scanderbeg._
1443 = 1466.
L'Italia parve respirare in pace dopo le accanite guerre che avevano
accompagnato lo stabilimento delle due nuove dinastie ne' due suoi più
potenti stati, quella degli Sforza nel ducato di Milano, e quella del
ramo bastardo di Arragona nel regno di Napoli. Questa contrada più non
fu travagliata che da brevi e poco importanti guerre fino all'invasione
de' Francesi nel 1494. Allora il cambiamento della politica di tutta
l'Europa la rese il teatro di una nuova contesa tra le più formidabili
potenze, e la ridusse nel corso di un mezzo secolo al rango di
tributaria o di suddita degli oltremontani. I trent'anni di pace che
godette l'Italia avanti quest'ultima rivoluzione, che pose fine alla sua
esistenza politica, vennero consacrati allo studio delle antiche
lettere, rendute di meno difficile accesso dopo il ritrovamento della
stampa, al rinnovamento della filosofia peripatetica e platonica, della
poesia e dell'eloquenza latina, della poesia volgare, del teatro,
dell'architettura, della scultura e della pittura. Tutto il lusso dello
spirito e dell'immaginazione fu spiegato o preparato almeno in questo
luminoso periodo; lo splendore delle arti e delle lettere, favoreggiate
da tutte le corti, deve oramai nella storia prendere il luogo delle
antiche virtù, di cui più non rimangono tracce, e che eccitavano tanto
interesse. La sincerità, il disinteressamento, la grandezza d'animo
eransi dileguate colla libertà, la quale, sbandita dalle corti dei
signori, non conservavasi nè meno nelle repubbliche. Il sempre crescente
potere di un'ambiziosa famiglia ristringeva ogni giorno questa libertà a
Firenze ed a Bologna, Genova perdeva la sua nell'anarchia, e Venezia
sotto il giogo di una sospettosa oligarchia. Molte belle opere e poche
belle azioni illustravano l'Italia, e mentre trovavasi presso i dotti
tanto ardore e perseveranza nel lavoro, poco carattere trovavasi presso
i magistrati, poco coraggio ne' soldati, poco patriottismo ne'
cittadini.
Questa non curanza dei sentimenti e dei doveri pubblici si palesò
principalmente nella contesa in cui di quest'epoca l'Italia trovossi
impegnata coi Turchi. Diventata tutt'ad un tratto confinante dell'impero
musulmano, dal quale non la separava che un angusto braccio di mare,
sentì a più riprese lo spavento d'una imminente guerra; risuonò bensì di
prediche di crociate, ma non adottò veruna energica misura per sottrarre
al giogo degli Osmanli le isole e le colonie possedute dagl'Italiani ne'
mari della Grecia; lasciò conquistare le coste della Dalmazia,
dell'Epiro e del Peloponneso, che, conservate ai Cristiani, avrebbero
loro assicurato l'impero dell'Adriatico, e che, venute in mano ai
Turchi, esposero l'Italia in tutta la sua lunghezza al saccheggio ed
alle invasioni di un popolo che minacciava la sua religione, i suoi
costumi, la stessa sua esistenza. Vero è che quel primo impeto de'
Musulmani si allentò più presto che non poteva sperarsi; la loro
corruzione non fu meno rapida delle loro vittorie, ed il dispotismo
distrusse il loro vigore, prima che avessero terminato di opprimere i
loro vicini. Ma il paese in cui le arti e le lettere si rinnovavano con
tanto splendore, non si salvò per virtù sua dall'invasione dei barbari,
ma andò debitore della sua conservazione a cagioni che prevedere non
poteva, nè dirigere, ed alla quale l'infingardaggine del nostro spirito
dà il nome di _accidente_.
Finchè l'impero greco si mantenne in Costantinopoli, questa capitale
potè risguardarsi come il centro di stati addetti alla religione greca,
i di cui interessi, la di cui politica pochissime relazioni avevano con
quelli dell'Occidente. Le invasioni dei Turchi avevano separate le
antiche province dell'impero d'Oriente, e data loro un'indipendenza che
spesso non cercavano. Ma la violenza della tirannide musulmana faceva
fuggire gli abitanti dai paesi che occupava, ed accresceva con ciò la
popolazione di quelle dove non era ancora penetrata. Formavano questi
frammenti d'un grande stato nuovi regni che ancora avrebbero potuto
opporre una lunga resistenza, se le leggi, i costumi, il coraggio, non
fossero stati distrutti avanti la popolazione. Quando Costantinopoli
cadde in potere dei Turchi, il piccolo stato di Trebisonda, che assumeva
il pomposo titolo d'impero, sussisteva ancora all'estremità del mar
Nero, ed un altro stato cristiano sullo stesso mare aveva il titolo di
regno d'Iberia[185]. I Genovesi possedevano lungo le coste della
Tartaria la potente colonia di Caffa. Il continente, situato tra il mar
Nero ed il mare Adriatico, contava sette regni, dei quali la corona
d'Ungheria pretendeva di avere l'alta signoria ed erano la Croazia, la
Dalmazia, la Bosnia, la Servia, la Rascia, la Bulgaria e la
Transilvania[186]. Nello stesso continente trovavansi eziandio i
Valacchi, che pel loro idioma sembravano appartenere all'Italia, e gli
stati di Scanderbeg, il difensore, il vendicatore dell'Epiro, le di cui
vittorie avevano rialzata la gloria del nome Cristiano. La Grecia era
quasi tutta saccheggiata o dominata dai Turchi: pure conservavasi ancora
nell'Acaja il ducato di Atene, ed il Peloponneso era tuttavia diviso fra
Tomaso e Demetrio, i due fratelli dell'ultimo Costantino, che avevano il
titolo di despota. Delle isole, Rodi appartenea al valoroso ordine de'
cavalieri di san Giovanni, e Cipro ubbidiva alla casa di Lusignano sotto
la protezione del soldano d'Egitto; Candia, ossia Creta, il Negroponte o
l'Eubea, erano suddite della repubblica di Venezia con varie altre isole
di minore importanza, e Chio di Genova. Molti cittadini veneti e
genovesi possedevano in feudo altre isole dell'arcipelago; altre isole,
ridotte alle sole forze greche, mantenevansi indipendenti, e per ultimo
molte fortezze su tutta la costa del mare Adriatico erano sotto
l'immediata dipendenza de' Veneziani. Dopo la distruzione dell'impero
d'Oriente, tutti questi stati risguardavano l'Italia come centro delle
loro negoziazioni, e la corte del papa e la repubblica di Venezia come
le naturali loro protettrici. Tutte le città d'Italia ridondavano di
emigrati levantini, alcuni de' quali avevano seco portate le reliquie
dei santi del Cristianesimo, altri i più preziosi manoscritti
dell'antichità pagana, altri ancora i monumenti delle arti. Molti
sforzavansi con tali ricchezze di guadagnare soccorsi, non per sè, ma
per la loro patria; altri per lo contrario non pensavano che a formarsi
un pacifico domicilio in Italia, e, quando avevano trovata la mediocrità
e la sicurezza, rinunciavano ad ogni speranza di riavere il loro potere
ed il loro rango in Levante. Molti ancora non avevano potuto sottrarre
che le loro persone alla schiavitù dei Turchi, senza conservare verun
effetto prezioso; a costoro tornavano utili per vivere l'erudizione, la
memoria, la cognizione della lingua greca, oggetti dello studio di
tutti, ed il più alto oggetto dei loro voti era quello di farsi ricevere
in un monastero per trovarvi il nutrimento ed il riposo. L'Italia era
piena di Greci e di Cristiani orientali; s'incontravano in ogni luogo,
in ogni luogo si parlava del loro infortunio; e gli avanzamenti dei
Turchi, cui appena erasi data un'astratta attenzione finchè
Costantinopoli si era difesa, erano diventati, dopo la sua caduta, un
imminente flagello, un pericolo, che doveva occupare la mente di tutti.
[185] _Phranzae Protovestiari, l. III, c. I, p. 80. Byzantin., t.
XXIII._
[186] _Comment. Pii Papae II, l. XII, p. 325._
La devastazione avanzavasi verso l'Occidente, ed ogni anno vedevasi
cadere un nuovo regno. Il primo a seguire la sorte di quello di
Costantinopoli fu quello della Servia. I due regni della Rascia e della
Servia, posti nel paese degli antichi Triballiani, erano stati
conquistati e governati dalla casa di Nemagna dal 1177 al 1354, e forse
ancora più tardi[187]. Era succeduta a quest'antica stirpe quella dei
Lazari, che portavano il titolo di _Cralli_ di Servia; riconoscevano il
loro regno, posto tra il Danubio, la Sava, la Morava, dalla generosità
di Stefano, re dei Bulgari, ed avevano la loro residenza a Senderova
poco distante da Belgrado. Fino dalla sua origine questa dinastia aveva
sperimentato il furore de' Turchi, perchè il suo fondatore, Lazaro
Bolco, fu, nel 1390, tagliato in pezzi sotto gli occhi di Bajazette per
vendicare la morte d'Amurat I. Stefano Bulkowitz, suo figlio, nel 1427,
venne spogliato de' suoi stati da Amurat II; i suoi figliuoli e duecento
mila de' suoi sudditi erano stati condotti in ischiavitù, ed il loro
paese era rimasto quasi deserto[188]. Giorgio Bulkowitz, figlio di
Stefano, educato presso i Turchi, ed indifferente tra le due religioni,
era stato nel 1442 rimesso ne' suoi stati da Amurat II, il quale aveva
sposata la di lui figlia Cantacuzena[189]. Questi, alleato a vicenda de'
Cristiani e de' Turchi, conservò finchè visse l'affetto degli ultimi, ma
morì nel 1457, e suo figlio Lazaro nel susseguente anno. Allora Maometto
II occupò la Servia, che Lazaro aveva col suo testamento lasciata alla
santa Sede, e che il Sultano riclamava come un'eredità della vedova
d'Amurat II[190].
[187] _Table généalogique de Ducange, in seguito alla Histoire de
Costantinople, t. XX, p. 169._
[188] _Ann. Eccl. ad an. 1433, § 15, t. XVIII, p. 282. — Comment.
Pii Papae II, l. XII, p. 326. — Leunclavius Pandectae Histor.
Turcicae Byzant., t. XVI, p. 322._
[189] _Marini Barletii Scodrensis, Histor. Scanderbegii, l. III, p.
61._
[190] _Philip. Callimachi de rebus Uladislai, l. II, R. Ung. Scrip.,
t. I, p. 492. — Orat. Aen. Silvii in conventu Francofurtensi. Int.
ejus epist., N.º 131. — Ray. Ann. Eccl. 1454, § 4, p. 420. — Bulla
Calixti III, 15 mart. 1458. Rayn. ad Ann. § 18, p. 513. — Phranza
Protovest., l. III, c. 22, Byzant., p. 115, t. XXIII._
Nello stesso anno 1458 si videro scomparire gli avanzi del ducato
d'Atene, che una lunga serie di rivoluzioni aveva fatto giugnere alla
casa fiorentina degli Acciajuoli. Dopo la conquista di Costantinopoli,
fatta dai Latini, le case francesi De la Roche, poscia di Brienne, e la
casa Catalana dei bastardi di Sicilia, avevano posseduto il ducato
d'Atene, che comprendeva, oltre il territorio di quell'antica
repubblica, quelli delle sue più illustri rivali, di Tebe, di Corinto,
di Megara e di Platea. La casa Acciajuoli, stabilitasi in Grecia nel
1364, aveva di già dati parecchi sovrani ad Atene ed a Tebe, quando
Antonio II morì nel 1435. Suo figlio Francesco rifugiossi alla corte di
Amurat II, di cui ne implorò la protezione, mentre che Renieri II,
fratello di Antonio, andò da Firenze in Atene, e fu installato nel
governo[191].
[191] _Ducange, Tables genealog., t, XX, p. 161._
Renieri II, o Neri morì dopo la conquista di Costantinopoli: sua
consorte, che aveva di lui un figliuolo in tenera età, ricorse, per
mantenersi, alla protezione del sultano; distribuì ragguardevoli doni ai
favoriti di Maometto II, e si fece riconoscere duchessa. Poco dopo si
lasciò sedurre da una folle passione pel figliuolo di Pietro Priuli,
senatore veneziano, governatore di Nauplia, e gli offrì di farlo duca di
Atene se voleva sposarla, disfacendosi perciò della sua sposa. Il
giovane Priuli acconsentì al delitto che gli veniva consigliato, ma ne
colse poco frutto. Gli Ateniesi, sdegnati del vergognoso mercato che
aveva loro dato un nuovo sovrano, ricorsero a Maometto II, e gli
chiesero per duca quello stesso Francesco Acciajuoli, che si era
rifugiato alla corte di suo padre. Francesco occupò Atene senza
contrasto; fece arrestare la vedova di Neri, suo predecessore, e la
tenne qualche tempo in prigione a Megara. Tale era l'ordine che aveva
ricevuto da Maometto; bentosto però l'oltrepassò e fece morire questa
principessa; onde il sultano si affrettò di punire un rigore da lui non
ordinato. Omar, figliuolo di Turacano, pascià di Tessaglia, venne ad
assediare Atene: l'Acciajuoli si difese lungo tempo nella cittadella, e
non capitolò che in giugno del 1456, ricevendo in cambio di Atene la
signoria di Tebe ed il governo della Beozia. Due anni dopo perdette
l'una e l'altra colla vita, avendolo Maometto II fatto strozzare nel
1458 per sospetto di una trama ordita per ricuperare Atene[192].
[192] _Laonicus Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. VIII, p. 187,
188, e l. IX, p. 200. — Byzant, t. XVI. — Ducange Hist. de Costant.
sous les emp. françois, l. VIII, c. 44. p. 148, l. XX. Byzant. —
Scip. Ammirato Stor. Fior., l. XXIII, p. 91._ — Conservansi in Atene
diversi monumenti del dominio degli Acciajuoli: alcune famiglie
pretendono discendere da loro; e nel moderno greco d'Atene si trova
qualche mescolanza di vocaboli fiorentini.
I due fratelli, che si dividevano il Peloponneso, Tomaso e Demetrio
Paleologo, avevano provato essi pure la potenza del sultano. Per
acquistare da lui la pace gli avevano ceduto Corinto, in allora staccata
dal ducato di Atene, Patrasso ed alcune altre delle loro migliori città.
Frattanto furono abbastanza storditi per non sentire la necessità di
conservarsi uniti sotto il peso delle comuni calamità. Cercavano
alternativamente di sorprendersi le città: l'uno e l'altro assediava le
città del fratello invece di difendere le proprie, ed essi impiegavano
come soldati gli Albanesi sparsi nel Peloponneso, che saccheggiavano
egualmente tutti i Greci[193]. Demetrio si pose sotto la protezione di
Maometto II, promettendogli sua figlia in matrimonio. Maometto venne a
trovarlo a Sparta nell'inverno del 1460[194], e lo costrinse a
rinunciare ai suoi stati per andare a vivere in Adrianopoli colle
entrate che gli pagava il sultano: e colà morì Demetrio Paleologo nel
1471[195]. D'altra parte Tommaso, suo fratello, fuggendo innanzi a
Maometto, si ritirò prima a Corfù, di dove passò in Ancona il 16
novembre del 1461, per chiedere soccorsi a Pio II e al duca di Milano.
Seco portava, come titolo di raccomandazione presso ai principi
cristiani, la testa dell'apostolo sant'Andrea; ma nè le sue sacre
reliquie, nè i suoi ereditarj diritti all'impero di Costantinopoli,
punto non mossero i Latini, i quali non s'armavano nemmeno per la
propria difesa. Sua figlia, la regina di Servia, l'aveva seguito a Roma,
ma non fu più fortunata del padre. Egli tornò scoraggiato a Durazzo, ove
morì il 12 maggio del 1465, sua moglie era morta a Corfù tre anni prima.
Così si spense la famiglia imperiale, ed il Peloponneso passò in potere
de' Turchi, tranne poche fortezze, che Tommaso aveva cedute al papa o ai
Veneziani[196].
[193] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 22, p. 116. — Laonicus
Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. VIII, p. 188. — Hist. polit.
Turco Graeciae, l. I, p. 17._
[194] _Leonicus Chalcocondyles, l. IX, p. 195._
[195] _Hist. polit. Turco Graeciae, l. I, p. 20._
[196] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 26, p. 122. — Laonicus
Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. VIII, p. 200. — Crusius Hist.
polit. Turco Graeciae, l. I, p. 18._
Nel 1462 gli stati cristiani, posti sul Ponte Eussino, caddero sotto il
giogo de' Musulmani. Sinope, Ceraso e Trebisonda pare che si dassero a
Maometto II, senza avere opposta alcuna resistenza, allorchè si avvicinò
alle loro mura. Il sultano accordò poche entrate a Davide Comneno,
imperatore di Trebisonda, affinchè potesse vivere a Monte Mauro, luogo
del suo esilio; ma questa pensione non gli venne più corrisposta al
primo sospetto ch'ebbe di lui il sultano: e Davide Comneno, che si era
renduto odioso colla sua empietà contro il padre e contro suo nipote, di
cui era tutore e ch'egli aveva spogliato dello stato, morì poco dopo
assassinato. I principi di Sinope, di Ceraso e degli altri piccoli stati
delle coste del Ponte Eussino furono mandati ad Adrianopoli, ove vissero
nella mollezza, mercè le beneficenze del sultano[197].
[197] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 27, p. 123. — Laonicus
Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. IX, t, XVI, p. 204-206. — Turco
Graeciae Hist. polit., l. I, p. 20. — Demetrius Cantemir Hist.
Othom., l. III, c. 1, § 15, p. 108._
Blado Dracula, ospodaro di Valacchia e di Moldavia, venne attaccato da
Maometto II immediatamente dopo l'impero di Trebisonda. Un'armata non
meno numerosa di quella che aveva conquistato Costantinopoli portò la
desolazione in tutte le province dell'antica Dacia; ma il sovrano di
questo barbaro paese aveva fatte ritirare tutte le donne e tutti i
fanciulli entro boschi inaccessibili, e tutti gli uomini erano con lui
montati a cavallo per inquietare l'armata turca; in mezzo a questi
deserti il vincitore ed il vinto trovavansi press'a poco alla stessa
condizione ridotti. Pure il feroce Maometto fremè d'orrore, quando
giunse colla sua armata presso di Praylab, campo destinato dal principe
cristiano alle sue esecuzioni. Un piano di diecissette stadj era tutto
sparso di pali, e ventimila persone vi erano state impalate per ordine
dell'atroce tiranno. Il più leggiere sospetto bastava per infligere
questa pena, che stendevasi sempre a tutta la famiglia del supposto
colpevole; e vedevansi nel campo di Praylab sopra quegli infami pali a
canto agli adulti, vecchi, donne e fanciulli, molti de' quali ancora
lattanti[198]. Verun mostro giammai non spinse la ferocia tanto avanti
quanto Dracula; niuno inventò più terribili supplicj. Egli cadde
all'ultimo vittima dell'orrore che aveva inspirato; i suoi sudditi lo
abbandonarono per suo fratello, che aveva vissuto nel serraglio di
Maometto II, come uno de' suoi favoriti; e Blado Dracula, rifugiato a
Belgrado, venne arrestato dagli Ungari, che lo fecero morire in
prigione[199].
[198] _Laonic. Chalcocondyles de reb. Turc. l. IX, t. XVI, p. 212._
— Pio II racconta varie altre particolarità intorno alle orribili
crudeltà di Dracula; ma egli lo chiama Giovanni, mentre dà il nome
di Ladislao (Wladislaus, Bladus) ad un capo che Giovanni Uniade avea
dato ai Valacchi nel 1456. _Comment. Pii Papae II, l. XI, p. 296,
297._ Il Vaivoda di Valacchia era feudatario del re di Polonia, ed è
tra gli scrittori polacchi che devesi cercare qualche notizia
intorno ai principi valacchi. Dlugoss, istorico pure polacco e
contemporaneo, darebbe luogo a credere che Blado Dracula avesse
usurpata la Valacchia, ma che era Vaivoda della Bessarabia; che suo
figliuolo Radul gli fu successore in questa provincia, che abbandonò
ai Turchi nel 1474 (_Hist. Polon., l. XIII, p. 516_), e che Blado
Dracula, dopo tredici anni di prigionia presso gli Ungari, fu da
loro rilasciato nel 1476, e perì lo stesso anno nella Bessarabia, di
dove voleva scacciare i Turchi. _Hist. Polon., l. XIII, p. 551._
I Turchi chiamano questo principe _Kazykluvoda_, o il _Vaivoda
abbondante di pali_; _l'impalatore_. _Demetrius Cantemir Hist. de
l'Empiro ottoman, l. III, c. I, § 16, p. 108._
[199] _Laonic. Chalcocondyles, l. X, p. 215._
In mezzo a tanta desolazione della Cristianità nell'Oriente, lo spirito
si riposa alcun tempo per la nobile resistenza di Giorgio Castriotto,
detto _Scanderbeg_, ossia il Bey Alessandro. Suo padre Giovanni, signore
di Croja nell'Albania, di Sfetigrad e delle Valli di Dibra, era stato
vinto dai Turchi nel 1418, e costretto di dare in ostaggio tutti i suoi
figli, quattro maschi e cinque fanciulle. Giorgio di tutti il più
giovane era stato circonciso come i suoi fratelli, educato nella
religione musulmana, ed in appresso impiegato nell'armata. Non aveva più
di nove anni quando fu dato ai Turchi, e diciotto quando Amurat
l'innalzò alla dignità di _Sangiak_, dandogli cinque mila cavalli, ed
adoperandolo nelle guerre dell'Asia[200]. Il valore, la destrezza, e la
generosità di Scanderbeg, lo rendettero bentosto caro ai Turchi ed
illustre nell'esercito ottomano. Egli contribuì a' suoi prosperi
successi in Asia ed in Europa, combattè valorosamente contro Giorgio
Bulkowitz, despota della Servia, e quante volte fu mandato contro di
lui, altrettante tornò vincitore in Adrianopoli[201].
[200] _Marinus Barletius Scodrensis, de vita et moribus, ac rebus
gestis Scanderbegii, l. I, p. 7, Argent. in fol. 1537._
[201] _Marinus Barletius, l. I, p. 13._
Il padre di Giorgio Castriotto era morto nel 1432. A quest'epoca Amurat
occupò Croja, fortezza quasi inespugnabile posta sulla sommità d'un
monte, ventun miglia al nord di Durazzo, e poco discosta dal mare. Vi fu
posta una grossa guarnigione musulmana, e tutto il restante del paese
venne in potere dei Turchi; Giorgio Castriotto, che da Amurat vedevasi
spogliare di tutta la paterna eredità, seppe dissimulare altri dieci
anni il suo malcontento, continuò a prestare al sultano segnalati
servigj, e dolcemente rifiutò le offerte de' signori Epiroti, che lo
invitavano a farsi loro capo. Finalmente gli si presentò la favorevole
occasione che stava aspettando, dopo la grande vittoria ottenuta nel
1442 in vicinanza di Sofia e della Morava da Giovanni Unniade, vaivoda
di Transilvania, e da Uladislao, re d'Ungheria[202]. Il pascià di
Romania era stato totalmente disfatto; Scanderbeg fermò nella sua fuga
il segretario di questo pascià, e lo sforzò a spedirgli un ordine
diretto al comandante di Croja, perchè gli consegnasse quella fortezza
come se ne fosse stato dal Sultano nominato governatore. Dopo ciò il
segretario e tutti i Turchi che servivano sotto di lui, e quanti
formavano la guarnigione di Croja, o trovavansi sparsi nell'Epiro e
nell'Albania vennero sagrificati ad una barbara politica, ed uccisi per
suo ordine[203]. Di già dodici mila cristiani si erano adunati sotto le
sue insegne, allorchè, se crediamo al suo storico, loro parlò in tal
modo: «In questa rivoluzione, o miei amici, io nulla vedo di nuovo,
nulla d'inaspettato. Io non aveva mai dubitato del vostro coraggio,
dell'antica vostra fedeltà verso mio padre, della vostra nobiltà,
siccome io non aveva mai dubitato di me stesso. Spesse volte, mentre
sembrava ch'io servissi il tiranno, mi avete invitato a prendere le
vostre difese, ed io vado orgoglioso di questa vostra confidenza. Quando
non vedendo alcuna fondata speranza, alcun progetto determinato, io vi
rimandavo colmi di tristezza alle vostre case, credeste senza dubbio che
avessi dimenticata la mia patria, il mio onore, la nostra libertà; pure
in allora sotto questo stesso silenzio servivo ai vostri ed ai miei
interessi. Trattavasi di cose che dovevano essere fatte prima di dirle,
ed apertamente vedevo che voi avevate bisogno di freno e non di sprone.
Vi tenni nascosti i miei disegni e le mie disposizioni, non perchè
diffidassi della vostra fede, ma perchè l'amore della libertà strascina
piuttosto che lasciarsi guidare; quando vi si fosse presentata la più
piccola occasione per ricuperarla, voi avreste sprezzate mille morti,
avreste congiurate contro di voi mille spade: pure se mancavamo un solo
tentativo, avevamo per sempre perduta l'occasione di scuotere il giogo,
noi perivamo in mezzo ai supplicj, e coloro che sarebbero stati
risparmiati sarebbero stati condannati ad una servitù cento volte più
dura di quella che adesso per noi finisce. Voi potevate scegliere in
mezzo alla vostra nazione altri ristauratori della vostra libertà; ma
per divina disposizione avete preferito di ripromettervi questa libertà
da me, piuttosto che cercarla voi medesimi. Uomini tanto coraggiosi,
educati nell'indipendenza, non isdegnarono di rimanere tra le vergognose
catene dei barbari, per aspettare che io mi unissi a loro. Ma come
poss'io usurpare il nome di vostro liberatore? No, certamente, non sono
io quello che vi ha recata la libertà; io la trovai presso di voi.
Appena ebbi posto il piede sul vostro suolo, appena udiste il mio nome
che accorreste, volaste, come se renduti vi fossero i vostri padri, i
vostri figli, i vostri fratelli dal seno dei morti, come se tutti gli
Dei fossero scesi sulla terra. Io non sono già quello che vi ha date le
armi, io vi trovai armati; non ho conquistata io questa città,
quest'impero, ma voi me gli avete dati. Dunque io trovai la libertà ne'
vostri cuori, sulle vostre fronti, sulle spade, sulle lance; voi vi
risguardaste quali fedeli tutori, e mi riponeste in possesso
dell'eredità de' miei antenati. Terminate adunque l'opera cominciata con
tanta gloria e felicità. Croja è ricuperata, le valli di Dibra sono
evacuate dai nemici, tutto il popolo dell'Epiro è liberato, ma rimangono
in mano del tiranno de' castelli e delle fortezze. A non considerare che
le loro forze ed il numero delle guarnigioni, senza dubbio che abbiamo
bisogno di grande arte e di somma costanza. Ma in presenza del nemico e
col ferro ardente nelle mani noi potremo meglio giudicarne. Spieghiamo
adunque i nostri stendardi, marciamo coll'entusiasmo dei vincitori, e la
fortuna ci sarà propizia»[204].
[202] _Marinus Barletius, l. I, p. 15. — Philip. Callimachus
Experiens. de reb. Uladislai, l. II, Rer. Hungar. Script., p. 492. —
Demetrius Cantemir, l. II, c. IV, § 30, p. 91_ della trad. franc.
[203] _Marinus Barletius, l. I, p. 20._
[204] _Marinus Barletius, l. I, p. 22-23._
In fatti la fortuna assecondò gli Epiroti; sebbene il paese in cui
cominciarono la rivoluzione sia situato press'a poco sotto il paralello
di Roma tra il 42.º e 43.º grado di latitudine, le alte montagne ond'è
coperto lo rendono freddo quanto la Svizzera. Dense nevi coprivano il
suolo, tutte le acque erano gelate, e non pertanto Scanderbeg occupò in
un mese Petralla, Petralba e Stellusio, fortezze situate sopra la
sommità delle montagne; perciocchè in quel selvaggio paese, in cui
l'ordine e la pace erano da lungo tempo sconosciute, eransi scelti per
abitazione dell'uomo non luoghi proprj all'agricoltura ed al commercio,
ma inaccessibili ritiri sulla sommità di rupi scoscese, ove non
conduceva che un angusto e difficile sentiero con infiniti
avvolgimenti[205].
[205] _Marinus Barletius, l. I, p. 22, 23._
Dopo aver ricuperato quanto apparteneva a suo padre, Scanderbeg adunò
un'assemblea de' principali Epiroti suoi eguali, non già ne' proprj, o
ne' loro stati, ma in Alessio (Lissa), città posta tra Croja e Scutari,
che apparteneva ai Veneziani[206]. I nomi di questi principi, che per
più secoli avevano conservato il diritto di proteggere e di condurre
alla guerra, piuttosto che di governare vassalli affezionati alle loro
famiglie, presentansi rare volte nella storia, e la guerra di Scanderbeg
è l'ultima fiamma che li rischiarò prima di consumarli. Vedevansi alla
dieta d'Alessio, Arianite Thopia, che governava il paese collocato
presso alle bocche di Cattaro, Andrea Thopia, signore dei monti della
Chimera, che mai non soggiacquero al giogo musulmano, i Musacchi alleati
dei Castriotti, i Ducagini che abitavano le rive del fiume Lodrino,
Lecca Zaccaria, signore di Dayna, Pietro Spano, signore di Drivast, la
di cui famiglia pretendeva essere discesa da Teodosio il grande, Leccas
Dusmano, Stefano Czernowitzch, signore di Montenegro, e varj altri
principi, che in questa assemblea trovavansi uniti ai comandanti di
Scutari, d'Alessio, e di altre città e fortezze veneziane[207].
[206] Colonia fondata da Dionigi il vecchio, tiranno di Siracusa.
[207] _Marinus Barletius, l. II, p. 37._
Quest'assemblea, a nome di tutta l'Albania, dichiarossi per la guerra
che Castriotto faceva prima ai Turchi colle sole forze delle sue
signorie: lo nominò generale di tutto l'Epiro; promise un sussidio, che,
unito alle saline che di già possedeva, portò le sue entrate a dugento
mila fiorini, e gli apparecchiò un'armata di otto mila cavalli e di
sette mila fanti[208].
[208] _Marinus Barletius, l. II, p. 44, 45._
Con questa piccola armata Scanderbeg sostenne vent'anni tutti gli sforzi
della potenza de' Turchi, lo che parve cosa tanto più prodigiosa in
quanto che inauditi disastri affliggevano in questa stessa epoca la
cristianità in Levante. Dopo la rotta di Varna, in cui Uladislao re di
Polonia e d'Ungaria fu ucciso il 10 novembre del 1444, e dalla quale si
sottrasse a stento Giovanni Uniade per rifugiarsi nella
Transilvania[209], Scanderbeg, che nel precedente anno aveva ottenuta
una grande vittoria sopra Alì pascià[210], raccolse i dispersi avanzi
dell'armata unghera, li fece passar per mare a Ragusi, e di là in
Ungheria, e si vendicò, facendo delle scorrerie nella Servia, dei
soccorsi che il Cralo Giorgio Bulkowitz aveva dati agl'infedeli[211].
Feyrouz, ed in appresso Mustafà, due pascià, mandati contro Scanderbeg
da Amurat II, furono disfatti l'uno dopo l'altro. Amurat sospese qualche
tempo una guerra che gli costava troppi soldati, ma Scanderbeg,
insofferente di riposo, approfittò di questa tregua per attaccare i
Veneziani, perchè avevano accettata l'eredità di Lecca Zaccaria, signore
di Dayna, ed uno de' piccoli principi dell'Epiro, ch'era stato ucciso da
un suo vicino[212]. Ma era più facile a Castriotto il vincere i Turchi
in aperta campagna, o colle imboscate, che l'occupare una sola città
fortificata. Assediò invano Dayna, e dopo averne guastato il territorio,
fece la pace coi Veneziani. In tale occasione venne dal senato ammesso
nel corpo della nobiltà veneziana[213].
[209] _Turco Graeciae Hist. polit., l. I, p. 6. — Philippi
Callimachi de reb. Uladislai, l. III, p. 514-518, R. Ung., t. I. —
Ann. Eccl. 1444, § 9, 10, p. 294._
[210] _Marinus Barletius, l. II, p. 53._
[211] _Marinus Barletius, l. III, p. 63._
[212] _Ivi, p. 75._
[213] _Ivi, l. IV, p. 100. — Sandi Stor. Civ. Venez., p. II, l.
VIII, p. 779._
Amurat, irritato di vedere i suoi pascià successivamente disfatti da
Scanderbeg, risolse nel 1449 di condurre egli stesso la sua armata in
Albania. Il principe Epirota credeva di vedere assediata Croja, e ne
fece uscire tutte le donne ed i fanciulli, che mandò nelle città
marittime, o presso i Veneziani. Mandò in lontane parti tutti gli
armenti sparsi nelle campagne, e dispose pure Sfetigrade ad una ostinata
difesa[214]; ma invece di chiudersi egli stesso in una di queste città
si tenne a qualche distanza dai nemici per sorprendere i corpi staccati.
Amurat dopo un lungo assedio s'impadronì di Sfetigrade; ma si vuole che
questa campagna non gli costasse meno di trenta mila uomini. Di più andò
debitore di tale vittoria alla perfidia di un abitante che gettò un cane
morto nella sola cisterna che somministrasse acqua alla fortezza. I
Bulgari che facevano parte della guarnigione, avrebbero preferito di
morire di sete, piuttosto che toccare l'acqua resa impura da un
cadavere[215].
[214] _Marinus Barletius, l. IV, p. 106._
[215] _Ivi, l. V, p. 145. — Laonic. Chalcocondyles de reb. Turcicis,
l. VII, p. 145._
Nel susseguente anno Amurat tornò nell'Epiro con quaranta mila uomini,
ed assediò Croja. Fece fondere nello stesso suo campo i cannoni che
adoperò nelle sue batterie, il di cui calibro superava di molto quello
de' più grossi pezzi che si usino al presente[216]; questa formidabile
artiglieria aprì qualche breccia, ma così difficile era l'accesso per
giugnervi, e tanto scoscesa la collina, che Tennero sempre respinti gli
assalti dei Musulmani con grande carnificina. Intanto Scanderbeg
sorprendeva dei corpi staccati, penetrava la notte fino nel campo di
Amurat, e lo riempiva di sangue e di terrore. Queste frequenti sorprese
costrinsero all'ultimo il sultano a levare l'assedio. L'avvicinamento di
Giovanni Uniade con un'armata ungara, ch'era di già entrata nel
territorio turco, affrettò ancora la ritirata del monarca ottomano[217].
Dopo quest'umiliante campagna, in cui Amurat aveva veduto oscurarsi
sotto un miserabile castello una gloria stabilita colla disfatta di
tanti re, questo vecchio sovrano ritirossi in Adrianopoli, ove dopo
trentun'anni di regno morì improvvisamente in un banchetto il decimo
mese dell'anno dell'Egira 855, ossia 1451 di Gesù Cristo[218].
[216] _Marinus Barletius, l. VI, p. 165._
[217] _Laonic. Chalcocondyles de reb. Turcicis, l. VII, p. 146._
[218] _Ivi, p. 155. — An. Turcici Leunclavii, p. 257._ Il Barlezio
racconta che Amurat infermò e morì sotto Croja il quinto mese
dell'assedio, _l. VI, p. 192_. Nulla è più falso; eppure il Barlezio
era contemporaneo e compatriotto.
Gl'Italiani avevano appena osato soccorrere Scanderbeg, mentre trovavasi
sulle braccia tutte le forze del sultano, ma lo felicitarono con
trasporto intorno alla sua vittoria. Alfonso, re di Napoli, gli mandò
trecento mila moggia di frumento e cento mila di orzo per indennizzarlo
del raccolto che aveva perduto[219]. Ma Scanderbeg, quasi sempre felice
nelle battaglie, era sempre sventurato negli assedj delle città. Volle
ricuperare Sfetigrade, e fu respinto; assediò Belgrado degli Arnauti, e
fu costretto a ritirarsi dopo avere perduta molta gente[220].
[219] _Marinus Barletius, l. VI, p. 193. — Barthol. Facii Rer. Gest.
Alphonsi Regis, l. IX, p. 154._
[220] _Marinus Barletius, l. VIII, p. 231. — Leon. Chalcocondyles,
l. VIII, p. 179._
I tesori di Maometto II, succeduto ad Amurat II, trovarono de' traditori
nel consiglio di Scanderbeg, tostocchè fu ricominciata la guerra
d'Albania; Mosè Golento, suo confidente, ed il migliore de' suoi
capitani, rivolse le proprie armi contro di lui. Per altro Golento non
potè sostenere lungo tempo la collera d'un eroe; egli tornò colla corda
al collo a gittarsi ai suoi piedi, gli chiese grazia, e l'ottenne[221].
Aveva questi appena espiato il suo delitto, quando un altro generale di
Scanderbeg, Amesa, suo nipote, ed in qualche modo suo collega, passò
dalla banda del nemico[222]. Questi tornò subito nell'Epiro con un
sangiacco che comandava l'armata turca: Maometto II l'aveva dichiarato
re d'Albania, ed aveva veduto Scanderbeg fuggire innanzi a lui. Ma fu
breve il suo trionfo, essendo stato sorpreso nel suo campo, fatto
prigioniero col sangiacco, e mandato nelle prigioni di Napoli[223].
Scanderbeg annunciò a tutti i sovrani d'Europa questa vittoria, nella
quale pretese che perissero trenta mila Turchi. Mandando ai principi
latini parte delle spoglie e de' prigionieri, chiedeva i loro soccorsi
per continuare la guerra[224].
[221] _Marinus Barletius, l. VIII, p. 251._
[222] _Ivi, l. IX, p. 253._
[223] _Ivi, p. 275. — Ann. Eccl. Rayn., 1458, § 15 e 16, l. XVIII,
p. 512._
[224] _Marinus Barletius, l. IX, p. 281._
Pure i Latini non formarono una crociata per soccorrere Scanderbeg; anzi
quest'eroe medesimo fu chiamato in Italia da Pio II per difendere
Ferdinando, ed attestare in tal modo la sua riconoscenza al figlio di
quell'Alfonso, da cui aveva ricevuti de' beneficj. Omai da qualche tempo
i Turchi evitavano una guerra, in cui avevano tanto sofferto: Amur e
Sinan, due pascià vicini all'Epiro, erano stati incaricati di custodire
i confini, ma non di oltrepassarli. Pieni di rispetto pel valore
dell'eroe albanese, avevano chiesta la sua amicizia, e l'avevano
ottenuta. Le due nazioni non avevano fatta la pace, ma con una tacita
convenzione avevano sospese le ostilità, e gli Epiroti si abbandonavano
senza distrazione all'agricoltura ed alla pastorizia. Le sollecitazioni
del papa avevano in appresso determinato Scanderbeg a passare in Italia,
ed allora accettò le onorate condizioni che gli fece offrire Maometto
II; e la pace fu sottoscritta fra i due stati il 22 giugno del
1461[225]. Abbiamo osservato che infatti Scanderbeg venne a raggiugnere
Ferdinando a Barletta, e che partecipò alla vittoria di Troja ed alla
guerra di Puglia contro gli Angioini. Quando fu terminata questa guerra,
il re di Napoli gli diede in ricompensa Trani, Monte-Gargano e san
Giovanni Rotondo, tre città della Puglia, che poste essendo in faccia
alla Macedonia, potevano essere per lui un prezioso asilo, ove
finalmente soggiacesse nella lotta troppo disuguale contro i
Turchi[226]. Egli l'aveva di già sostenuta diciannove anni questa lotta,
e gl'Italiani, oziosi spettatori di questa grande contesa, applaudivano
l'eroe, senza somministrargli soccorsi, che lo ponessero in istato di
approfittare delle sue vittorie. Erano ancor essi distratti da
importanti guerre, ed ancora non pensavano al pericolo che li minacciava
in tanta vicinanza. Ma quando fu quasi terminata la guerra di Napoli, e
che Scanderbeg ritornò al suo paese, si dolsero che questo campione
della fede rientrasse nell'ozio. Era pel proprio loro vantaggio, non per
quello di Scanderbeg, ch'essi volevano decidere della pace o della
guerra in Albania. Pio II ripigliava con ardore il progetto della
crociata per la quale aveva, pochi anni prima, adunati a Mantova i
deputati della Cristianità; ed una recente conquista dei Turchi aveva
finalmente portate le formidabili loro insegne fino ai confini della
stessa Italia.
[225] _Marinus Barletius, l. X, p. 285-306_, e _l. XI, p. 511_.
Parla prima della tregua di un anno, ed in appresso di una pace; ma
le date non possono permettere diversi trattati.
[226] _Marinus Barletius, l. X, p. 306._
Sulla strada che i Turchi dovevano tenere per entrare in Italia pel
Friuli, o in Germania per la Carniola, trovavasi il regno di Bosnia, che
le aspre sue montagne, e gl'inespugnabili castelli che le coronavano,
potevano far risguardare come l'antemurale della Cristianità. Ma i
Bosniaci non erano ortodossi; si accusavano di manicheismo, lo che
probabilmente voleva soltanto dire, che, in sull'esempio dei Bulgari,
avevano abbracciata la riforma dei Pauliciani. Altronde l'ignoranza e la
barbarie del popolo avevano soffocati i lumi che potevano
originariamente distinguere questa setta. Quando i Bosniaci si conobbero
minacciati da imminente pericolo, cercarono di stringere alleanza coi
Cristiani occidentali, e nel 1445 il loro re, Stefano Tommaso, si
riconciliò colla Chiesa[227]. Ma perchè ricusò di castigare quelli de'
suoi sudditi, che continuavano ad essere attaccati all'antica credenza,
i Latini rimanevano dubbiosi intorno alla sua ortodossia, e
risguardarono come un castigo del cielo la disgrazia onde in seguito fu
oppresso quel paese.
[227] _Raynal. Ann. Eccl., § 23, p. 316._
La conquista della Servia fatta nel 1458 aveva renduta la Bosnia
confinante coi Turchi; Maometto II aveva chiesto un tributo al suo re,
ed aveva fortificato il castello di Cziftin fabbricato al confluente
della Sava e della Bosna, per avere sempre libero l'ingresso del paese.
Il re Stefano, figlio e successore di Stefano Tommaso, prevedendo la
burrasca che si addensava sopra di lui, scrisse nel 1462 a Pio II per
fargli conoscere il proprio pericolo. I Turchi, gli diceva, trattano con
tanta dolcezza i contadini bosniaci che ne hanno sedotta la maggior
parte; i signori sono abbandonati ne' loro dominj dai vassalli, e se i
Veneziani, il papa, o alcuno de' popoli latini non soccorre questo
paese, esso troverassi in breve aperto, senza combattere, ai nemici
della Cristianità. Frattanto se la Bosnia colle sue aspre montagne, e le
sue fortezze è tutt'ora il baluardo dell'Occidente, diverrà, quando
trovisi in mano dei Turchi, un sicuro asilo, da cui piomberanno a voglia
loro sull'Italia o sulla Germania. Finchè sussiste ancora questo regno,
poco considerabili forze bastano per ritornare il coraggio a questi
popoli e per ridurre i bellicosi Bosniaci a sagrificarsi tutti per
difendere la loro patria e coprire la Cristianità; ma se si lascia
cadere, le più grandi armate potranno a stento chiudere ai Turchi
l'ingresso dell'Italia e della Germania. Stefano finalmente ricordava
che suo padre aveva pure annunciata a Niccolò V la caduta di
Costantinopoli, quando poche migliaja di soldati latini avrebbero potuto
salvarla, e supplicava Pio II di non permettere che i Latini cadessero
per la seconda volta nello stesso errore[228]. Ma Pio II non era per
anco disposto a somministrare ai Bosniaci i chiesti sussidj. Questi
popoli, indeboliti dalle precedenti guerre, e forse disuniti dall'odio
tra le due sette cristiane, non opposero quasi veruna resistenza, quando
Maometto II venne ad attaccarli in persona. Radace, comandante di
Bobazia, in allora capitale della Bosnia, cedette questa città
senz'averla difesa e si unì ai Turchi. Il duca Stefano, che comandava a
Jaickza, non si comportò diversamente. Ambidue sono accusati
dall'annalista della Chiesa di manicheismo, ambidue temettero forse le
persecuzioni che Roma chiedeva instantemente al re di Bosnia per prezzo
de' suoi soccorsi. Questo re fuggì a stento da Jaickza, e si chiuse nel
castello d'Eluth, ove non potè fare lunga resistenza. Dopo otto giorni
venne condotto prigioniere ai piedi di Maometto II. Il sultano gli
promise di ristabilirlo ne' suoi stati, come principe feudatario della
Porta, a condizione che il re gli darebbe le chiavi di settanta fortezze
della Bosnia. Il prigioniero, trovandosi in balìa del vincitore, si
sottomise a tutto; ma quando le insegne della luna furono spiegate su
tutte le fortezze della Bosnia, Maometto II fece decapitare il re suo
prigioniero, o, secondo altri, gli fece cavare la pelle. Mandò pure al
supplicio tutti i nobili nel campo di Blagai; mandò gli abitanti in
ischiavitù, e popolò di Musulmani questa provincia, nella quale più oggi
non trovasi un cristiano, e che è diventata l'antimurale dell'impero
turco. La regina di Bosnia fuggì a Roma, ove visse cogli assegni del
papa. Per riconoscenza lasciò alla santa sede tutti i diritti ch'ella
poteva avere sugli stati del marito[229].
[228] Questa lettera piena di nobiltà e di buon senso è riportata
tutt'intera da Pio II nel suo Commentario, _l. XI, p. 297_.
Frattanto lo stesso Stefano viene accusato d'avere strozzato a letto
suo padre Stefano Tommaso per sospetto che tornasse al manicheismo.
_Familiae Sclavonicae, Bossinenses, Bani, ac Reges. Ducange, p. 257,
t. XXI._
[229] _Demet. Cantemir, l. III, c. I, § 19, p. 109. — Comment. Pii
Papae II, l. XI, p. 311. — Laonic. Chalcocondyles, l. X, p. 225. —
An. Turc. a Leunclavio editi, p. 257. — Raynal. Ann. Eccl. 1463, §
14-17, t. XIX, p. 127. — Bossinenses Bani ac Reges in Ducang. Famil.
Dalmat., p. 258. — Dlugossi, Hist. Polon., l. XIII, p. 322, t. II,
Lipsiae, f. 1712._ I fratelli minori di Jaickza portarono seco,
fuggendo a Venezia, il corpo dell'evangelista san Luca; un altro
corpo dello stesso santo trovavasi a Padova, e la sua testa a Roma;
e l'autenticità di queste tre reliquie era egualmente provata dai
miracoli. La corte di Roma, eccitata a dare giudizio, vi si rifiutò.
_Ann. Eccl. 1463, § 18, p. 128. — Comment. Pii Papae II, l. VIII, p.
192. — Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1177._
I Turchi non eransi appena stabiliti nella nuova loro conquista che
cominciarono a portare più lontano i loro guasti. Lo stesso anno 1468 il
_Ban_ di Schiavonia fu da loro preso ne' suoi stati ed ucciso con
cinquecento suoi gentiluomini. La guerra si andava sempre più accostando
ai confini dell'Italia, e mentre che gli stati veneziani non erano più
separati dagli avanposti musulmani che da una o due giornate di cammino,
la guerra si rinnovava tra i Veneziani ed i Turchi anche in Grecia. I
Cristiani non credevansi obbligati verso i Musulmani ad alcuna legge
prescritta dal diritto delle genti. Uno schiavo del vicepascià d'Atene
aveva rubata la cassa pubblica, ed erasi rifugiato presso Girolamo
Valaresio, comandante veneto di Corone, col quale aveva divisi i cento
mila aspri levati dalla cassa. I Turchi chiesero lo schiavo ed il
danaro; ma loro fu risposto che lo schiavo, essendosi fatto cristiano,
non poteva darsi agl'infedeli, e non venne restituito il danaro. I
Turchi per rappresaglia s'impadronirono d'Argo, ove comandava Niccolò
Dandolo, e la guerra ricominciò in maggio del 1463[230].
[230] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1171._
Luigi Loredano, procuratore e capitano generale de' Veneziani, temeva
che la sua repubblica non gli rimproverasse di avere per cupidigia
accesa una pericolosa guerra. Per prevenire tale accusa si sforzò di
persuadere alla signoria, essere questa una favorevole circostanza per
occupare la Morea; che venti mila Greci erano apparecchiati a prendere
le armi ed a porsi sotto le insegne di san Marco; che finalmente la
penisola, venendo una volta in mano d'una potenza marittima, più non
potrebbe esserle tolta. L'ambizione acciecò il senato, il quale decretò
la guerra e fece passare in Morea Bertoldo, figliuolo di Taddeo, di un
ramo cadetto della casa d'Este, con quindici contestabili, per comandare
le truppe che si assolderebbero in quel paese. Nello stesso tempo
ventitre vascelli e cinque galere dovevano trasportare e proteggere le
truppe italiane. Queste sbarcarono a Modone, e Bertoldo d'Este le
condusse a Napoli di Malvasia; attaccò Argos e la prese senza
difficoltà[231]; indi marciò verso l'Istmo che unisce il Peloponneso al
continente. La flotta veneziana, comandata dal Loredano, era nel golfo
di Corinto o di Lepanto; il golfo Saronico o d'Engia era occupato da sei
altri vascelli veneziani, di modo che i Cristiani, padroni nello stesso
tempo della terra e del mare, non durarono fatica a difendere
l'_Hexamiglion_. Questa lingua di terra, che come l'indica il suo nome
non ha che sei miglia di larghezza[232], unisce al continente una
penisola che presenta trecento sessanta miglia di coste. Trenta mila
operaj vennero adunati nella Morea, ed in quindici giorni innalzarono un
trinceramento murato a secco, alto dodici piedi, difeso da doppia fossa
e coperto da cento trentasei torri. I materiali erano stati molto tempo
prima apparecchiati in sul luogo per difendere il Peloponneso contro le
precedenti invasioni, ma i Greci indolenti non gli avevano poi messi in
opera.
[231] _Comment. Pii Papae II, l. XII, p. 314. — Andrea Navagero
Stor. Ven., t. XXIII, p. 1122. — Marin Sanuto, p. 1173. — M. A.
Sabellico Dec. III, l. VIII, f. 202. — Laonic. Chalcocondyles de
reb. Turc., l. X, p. 231._
[232] L'_Hexamiglion_ ha meno di sei miglie di larghezza nel punto
più stretto. Forse il suo nome indica la misura e l'estensione de'
trinceramenti che vi si erano innalzati.
Per assicurarsi il possedimento della penisola non bastava difenderne
l'ingresso, ma era d'uopo scacciarne i pochi Turchi che vi stavano
accantonati. Quando arrivarono i Veneziani, un campo di quattro mila
cavalli copriva Corinto, e questi si ritirarono al di là dell'Istmo dopo
una breve zuffa. Benedetto Coleoni sottomise tutta la Laconia, tranne la
sola fortezza di Misitra, sotto le di cui mura fu ucciso: Giovanni Magro
occupò l'Arcadia; ma fu respinto innanzi al castello di Leontari lontano
due leghe dalle ruine dell'antica Megalopoli. Il restante della Morea
ubbidiva ai Veneziani, ad eccezione di Corinto la più forte e più
popolata città della penisola, per assediare la quale Bertoldo adunò
tutta la sua armata. Ne' primi due assalti furono prese alcune opere
esterne; ma nel terzo assalto il generale, ferito da un sasso in una
tempia, morì dopo dodici giorni[233]. L'armata, scoraggiata dalla
perdita del suo capo, e travagliata dal rigore dell'inverno ch'era di
già cominciato, abbandonò l'assedio. Gli abitanti, temendo le crudeli
vendette dei Musulmani, non ardivano dichiararsi a favore della
repubblica.
[233] _M. A. Sabellico Dec. III, l. VIII, f. 203. — And. Navagero
Stor. Venez., p. 1122._
Poco dopo si sparse voce che Maometto, pascià di Livadia, si avanzava
con una formidabile armata, che i più timidi facevano ammontare ad
ottanta mila cavalli. Bettino di Calcina, ch'era succeduto a Bertoldo
d'Este nel comando dell'armata veneziana, non osò aspettare il nemico,
ed abbandonò l'isola per chiudersi nelle fortezze, viltà che perdette la
Morea[234]. Il pascià di Livadia era così lontano dal tentare di farne
la conquista, che quando gli fu detto che due mila fucilieri custodivano
l'Hexamiglion, scrisse in prevenzione al sultano per iscusarsi de' non
molti avanzamenti che farebbe. E già si ritirava, quando un Albanese,
attraversando il golfo d'Engia, gli recò da Corinto la notizia della
ritirata degli Italiani. Maometto partì allora da Platea, e passando di
notte il Citerone, vide i vascelli veneziani che ancora occupavano i due
mari. Appena poteva credere ai proprj occhi, quando trovò le
fortificazioni dell'Istmo abbandonate. Le fortezze in cui erasi ritirata
la scoraggiata armata dei Veneziani non fecero che brevissima
resistenza; Argo fu ripresa per la terza volta, e l'armata turca,
avanzandosi divisa in due corpi sopra Leontari e Patrasso, spingevasi
innanzi i Latini e passava a filo di spada tutti i Greci che si erano
dichiarati per loro. Le sole fortezze che i Veneziani possedevano prima
della guerra, non fecero parte di così rapida conquista[235].
[234] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1176. — Laon. Chalcocond., l.
X, p. 232._
[235] _Ivi, p. 233._ Questo greco storico ci manca alla fine di
questa campagna. Coll'indipendenza della Grecia vedesi a quest'epoca
finire ogni monumento storico.
La guerra de' Veneziani e dei Turchi, quella della Bosnia e quella della
Schiavonia, avevano ravvivato lo zelo di Pio II, il quale, liberato
dalle molestie che fin allora gli aveva dato la successione al regno di
Napoli, aveva adunato un concistoro, e rappresentato ai cardinali che
era omai tempo di dare principio a questa guerra sacra, cui erasi
obbligato quando era salito sul trono pontificio. «Ogni anno, disse
egli, i Turchi guastano qualche nuova provincia di Cristianità; in
questo gli abbiamo veduti conquistare la Bosnia ed ucciderne il re. Gli
Ungari sono atterriti, tutti i popoli vicini compresi da spavento; e noi
che faremo? Esorteremo noi i re ad accorrere in loro soccorso, a
respingere il nemico dai nostri confini? Ma noi l'abbiamo di già tentato
invano. Si ottiene poco credito quando si dice agli altri _andate_;
forse il vocabolo _venite_ farà migliore effetto; io voglio farne la
prova. Ho determinato di marciare io stesso alla guerra contro i Turchi,
ed in tal modo d'invitare coi fatti quanto colle parole i principi
cristiani a seguirmi. Forse quando vedranno il loro padre, il pontefice
romano, il vicario di Gesù Cristo, vecchio ed infermo, partire per la
guerra sacra, arrossiranno di rimanersi a casa loro, prenderanno le
armi, e finalmente abbraccieranno con tutto il loro coraggio la difesa
della nostra santa religione. Se per questa via eccitare non possiamo i
Cristiani alla guerra, non sapremmo quale altra additarne. Fuori di
dubbio la nostra vecchiaja rende quest'intrapresa difficile, noi
c'incamminiamo ad una quasi certa morte, ma noi non la rifiutiamo.
Dobbiamo una volta morire, ed il luogo della nostra morte è indifferente
alla Cristianità. Voi altresì che così frequentemente ci esortaste alla
guerra contro i Turchi, voi cardinali, membri della Chiesa, voi dovete
seguire il vostro capo.... Lo abbiamo promesso al duca di Borgogna ed ai
Veneziani; ed una potente flotta di questi ultimi ci accompagnerà e
signoreggerà il mare. Ci seguiranno le altre potenze d'Italia. Il duca
di Borgogna si trarrà dietro l'Occidente[236]; dalla parte del Nord il
Turco sarà stretto dagli Ungari e dai Sarmati; i Cristiani della Grecia
si solleveranno e verranno nei nostri campi. Gli Albanesi, i Serviani,
gli Epiroti si rallegreranno vedendo spuntare il giorno della libertà, e
ci accorderanno la loro assistenza; nell'Asia medesima saremo
assecondati dai nemici dei Turchi, il Caramano ed il re di Persia.
Finalmente il divino favore ci farà vittoriosi. Rispetto a me io non
vado alla battaglia, da cui me ne ritraggono la debolezza del mio corpo
ed il sacerdozio, cui si sconviene il maneggiare la spada. Imiterò
adunque il santo patriarca Mosè, che pregava sulla montagna mentre
Israello combatteva contro gli Amaleciti. Inginocchiato sopra un'alta
poppa, o sopra la sommità d'un monte, colla santa Eucaristia innanzi
agli occhi, voi mi circonderete e con un cuore contrito ed umiliato
chiederemo al signore la vittoria per i nostri soldati[237].»
[236] Fu l'anno 1453, ed alla notizia della presa di Costantinopoli,
che il duca Filippo di Borgogna giurò colla maggior parte della sua
nobiltà, di marciare alla crociata. Quest'impegno fu preso in mezzo
alle feste di questa corte brillante con tutte le cerimonie
dell'antica cavalleria. _Chron. d'Enguerr. de Monstrelet, vol. III,
p. 55._ Due anni dopo obbligò gli stati del suo regno a triplicare i
sussidj per le spese della crociata. _Ivi, p. 64._
[237] Veruna aringa è più di questa autentica, poichè quello stesso
che la pronunciò la trascrisse ne' suoi commentarj. _Pii II, l. XII,
p. 336 a 341. — Rayn. Ann. Eccl. 1463, § 26, p. 130._ Io ne ommisi
una parte.
Non v'ebbero nel concistoro che due cardinali, quello di Spoleti e
quello di Artois, che non partecipassero all'entusiasmo del vecchio
pontefice. Un'eloquente bolla del 22 ottobre del 1463 chiamò tutti i
Cristiani alla guerra sacra, indicando per luogo dell'unione Ancona, e
minacciando i fulmini della Chiesa a coloro che turberebbero la pace con
ostilità tra Cristiani e Cristiani[238]. Nello stesso tempo il papa
scrisse al doge di Venezia, Cristoforo Moro, invitando il vecchio capo
d'una repubblica ad unirsi personalmente al vecchio principe del
cristianesimo. Il consiglio dei Pregadi non esitò a fargliene accettare
l'impegno. Ma il doge faceva qualche difficoltà di andare a bordo a
motivo della sua estrema vecchiaja, ed i consiglieri, avendo inutilmente
tentati altri mezzi di persuasione, Vettor Cappello gli disse:
«Serenissimo principe, se vostra serenità non vuole imbarcarsi di buon
grado, la faremo partire per forza, perchè dobbiamo prenderci maggior
cura del bene e dell'onore di questo paese, che della vostra persona.»
Pure, siccome il doge protestava di non avere conoscenza della guerra
marittima, gli fu promesso di dargli per ammiraglio il suo parente
Lorenzo Moro, duca di Candia[239].
[238] _Ann. Eccl. 1463, § 29-40, p. 131._
[239] _Marin Sanuto Vite dei Duchi di Venez., p. 1174._
Gli eccitamenti di Pio II non avevano per altro su tutti i principi
cristiani l'effetto ch'egli ne sperava. I Francesi, occupati dagli
intrighi di Lodovico XI, ed i Tedeschi, agitati nell'anarchia, e dal
debole Federico III renduti sempre più impotenti, non presero veruna
parte in ciò che doveva essere l'affare di tutti. Il duca di Borgogna,
che si era replicatamente obbligato con tanta solennità alla crociata,
se ne scusò: ma Pio II trovò maggiore zelo nell'eroico re d'Ungheria,
Mattia Corvino, figliuolo del grande vaivoda Giovanni Uniade. Mattia
conchiuse il 12 settembre del 1463 un trattato colla repubblica di
Venezia, col quale le parti contrattanti si obbligavano ad attaccare di
concerto i Musulmani con tutte le loro forze, ed a non deporre le armi
che di comune consenso[240]. Il papa non poteva trascurare di chiamare
altresì in suo soccorso quello Scanderbeg, il di cui solo nome
agghiacciava i Turchi di spavento, ed i di cui porti e fortezze, situati
in faccia all'Italia, erano opportunissimi allo sbarco dei Latini. Ma
Scanderbeg aveva accettata e giurata pace col sultano, ed i Musulmani
osservavano fedelmente il trattato. Alcune scorrerie fatte in Albania da
truppe irregolari erano state da Maometto II severissimamente punite,
facendo restituire al principe epirota l'intero valore di quanto gli era
stato tolto. Pio II incaricò Paolo Angelo, arcivescovo di Durazzo, di
eccitare il campione della fede a non mancare alla guerra che gli
Occidentali intraprendevano per sua cagione, offrendogli di scioglierlo
da ogni giuramento colla sovrana podestà della Chiesa. Gabriello
Trevisani, ambasciatore veneto, spalleggiò le sue istanze, onde
Scanderbeg, ritenuto alcun tempo da' suoi scrupoli, cedette all'ultimo
alle istanze del capo della religione[241]. Egli entrò in campagna senza
dichiarazione di guerra, e prese nelle province turche vicine ai suoi
stati sessanta mila buoi ed ottanta mila montoni, appoggiando queste
ostilità al pretesto di quegli stessi assassinj che Maometto aveva
ampiamente riparati. Questi avendo ancora cercato di ristabilire la
pace, Scanderbeg gli rispose il 26 maggio del 1463, ch'egli non si
ridurrebbe ad alcun trattato, se Maometto non rinunciava preliminarmente
al culto del suo falso profeta[242].
[240] _Rayn. Ann. Eccl. 1463, § 50, 51, p. 156._
[241] _Marinus Barletius, l. XI, p. 513. — Comment. Pii Papae II, l.
XII, p. 330._
[242] _Marinus Barletius, l. XI, p. 325._
Frattanto Pio II, dopo avere fatte le sue preghiere nella basilica dei
santi Apostoli, si pose in viaggio il 18 giugno del 1464: sentivasi di
già travagliato da una leggier febbre, e perchè non voleva trattenersi
per curarla, obbligò i suoi medici con giuramento a non palesare ad
alcuno la sua infermità[243]. Nel terzo giorno del suo viaggio era stato
detto a Pio II, che la folla de' crociati adunati in Ancona cominciava a
lagnarsi di non trovare apparecchiato quanto era necessario pel loro
tragitto. Il vecchio pontefice scelse un cardinale di pari età e suo
amico, per rappresentarlo presso la moltitudine, ed esortarla a
pazientare, provvedendo in pari tempo ai suoi bisogni. Era questi uno
spagnuolo, Giovanni Carvajale, cardinale di sant'Angelo. Avendolo a sè
chiamato, lo informò dell'oggetto della sua missione, e supplicando,
piuttosto che ordinando, gli chiese di partire. Non si riduceva senza
ripugnanza ad addossare un così grave peso ad un vecchio, le di cui
forze eransi estenuate in servigio della Chiesa. Ma considerando
l'importanza dell'intrapresa, e quanto era difficile il trovare persona
che fosse in istato di ben eseguirla, credette di non dovere risparmiare
il suo antico amico. «Mi trovava solo io presente a questo colloquio,
dice il cardinale di Pavia; il linguaggio di Carvajale fu sempre lo
stesso, umile e coraggioso. _Santo pontefice, se io sono quale tu mi
credi capace di così grandi cose, seguirò subito i tuoi ordini e più
ancora il tuo esempio. Colla tua debole salute non esponi tu forse la
tua vita per me e per le altre tue pecorelle? Tu mi scrivesti vieni,
eccomi; tu mi ordini di partire, io parto. Non è già quest'ultimo
residuo di vita, ch'io ricuserò di consacrare a Cristo_. Queste parole
toccarono il pontefice, il quale era tanto più commosso, quanto maggiore
era il coraggio che vedeva in questo vecchio: Giovanni Carvajale amava
unicamente Pio II, ed era stato uno de' più caldi consiglieri di questa
santa intrapresa[244].»
[243] _Jo. An. Campanus Vita Pii II, t. III, p. II, Rer. It. —
Jacobi Cardin. Papiensis Comment., l. I, p. 354, Ad calcem Comm. Pii
II._
[244] _Jacobi Papiens. Comment., l. I, p. 355._
Pio II, avvicinandosi all'Adriatico, scontrava ogni giorno bande di
crociati, che tornavano a dietro, rinunciando di già a questa sacra
spedizione. Tra coloro che si erano adunati in Ancona eranvi molti
soldati che altro non chiedevano che di prendere servigio; ma quando
videro che la corte pontificia non offriva altra paga che indulgenze,
partirono tutti con un misto di sdegno e di scherno[245]. Pio II,
pubblicando la crociata, aveva annunciato a tutta la Cristianità, che le
grandi indulgenze non sarebbero accordate che a coloro che servirebbero
a proprie spese almeno per sei mesi. I soldati non ne avevano tenuto
conto, ben sapendo che senza di loro radunarebbesi al certo molta gente,
ma non un'armata; il basso popolo era pure accorso senza armi e senza
danaro, pensando d'essere spesato e trasportato in Grecia per miracolo.
Siccome questa folla di gente, che aveva omai perduta ogni speranza,
imbarazzava, ritirandosi, la lettiga del papa che avanzava, si vedevano
sul volto di Pio dipinto lo scoraggiamento e il dolore di cominciare la
sua intrapresa con sì tristi auspicj[246]. Quando finalmente giunse in
Ancona, vi trovò moltissima gente della più infima classe, che senza
capi, senza danaro, senz'armi e senza viveri, aveva sperato che il
pontefice provvederebbe a' suoi bisogni. Pio II fu costretto di
rimandare tutti coloro che non potevano fare sei mesi la guerra a loro
spese, accordando per altro alla loro buona volontà le indulgenze della
crociata che avevano così poco meritate. Promise agli altri di procurar
loro il tragitto sopra due galere veneziane; ma perchè queste non
giungevano presto, i crociati si scoraggiarono e si dispersero quasi
tutti.
[245] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 764, in vita Francisci Sfortiae._
[246] _Jacobi Cardin. Papiens. Comment., l. I, p. 357._
Mentre che il papa vedeva così spegnersi l'entusiasmo e dissiparsi tanta
moltitudine, sulla quale fondava in parte le sue speranze, diede udienza
in Ancona agli ambasciatori di Ragusi che gli annunciavano che un'armata
turca, accampata a trenta miglia dalla loro città, la minacciava d'una
totale distruzione, se lasciava che partissero le navi che aveva
promesse alla flotta pontificia. Pio II gli esortò a persistere ancora,
loro promettendo pronti e potenti soccorsi; ma egli stesso più omai non
confidava nelle speranze che voleva dar loro[247]: fu alcun tempo
incerto di andare egli medesimo a chiudersi in Ragusi, sperando col suo
personale pericolo di risvegliare finalmente la sonnacchiosa
cristianità. Ebbe poco dopo avviso che i Turchi avevano presa un'altra
strada; e finalmente una flotta veneziana di dodici galere, condotta dal
doge Cristoforo Moro, giunse in faccia ad Ancona. Pio II si fece subito
portare sulla riva per vederla, e dopo averla misurata coll'occhio,
disse lamentandosi: «fino adesso mi mancava una flotta per mettermi in
mare, oggi sono io che mancherò alla flotta.» Infatti ai mali che
l'opprimevano vi si era aggiunta una dissenteria che lo sfiniva del
tutto; e malgrado le adulazioni de' suoi cortigiani, sentiva che omai
gli restavano poche ore di vita. Oppresso dal dolore di vedersi sorpreso
dalla morte nell'istante in cui voleva consacrare la sua vita in
servigio della Cristianità, pregò il cardinale di Pavia di continuare la
spedizione che egli aveva apparecchiata e di salire a bordo della
flotta; chiamò tutti i cardinali al bacio di pace; loro chiese di
condonargli i suoi errori e di pregare per lui, e morì tra le loro
braccia lo stesso giorno 14 agosto del 1464[248].
[247] _Ann. Eccl. 1464, § 38, p. 161. — And. Navagero Stor. Venez.,
p. 1124. — Comment. Jacobi Card. Papiens., l. I, p. 358._
[248] Pio II scrisse egli stesso sotto il nome di _Gobellino_ i
Commentarj della sua vita e del suo pontificato. Li termina
coll'ultimo giorno del 1463, alla metà del sesto anno del suo regno,
e prima d'intraprendere il viaggio d'Ancona, pel quale fa voti (_l.
XII, p. 347_ ed ultima). Veruno storico di quest'epoca mostra
maggiore aggiustatezza di spirito, una più universale conoscenza
degli uomini, dei luoghi, delle rivoluzioni, dei governi, una più
grand'arte di variare la sua storia, di riepilogare tutto ciò che
appartiene ad ogni paese, di mano in mano che li va introducendo
sulla scena. Si fa leggere con altrettanto interesse che piacere ed
utilità. Si sente costantemente che il pontefice era l'uomo del suo
secolo, che aveva le più liberali opinioni, ed era il più istrutto.
Il cardinale di Pavia, suo intimo amico, suo confidente, spesso suo
solo compagno, consacrò le prime pagine del suo Commentario a
raccontare il viaggio e la morte di questo grand'uomo. È uno de' più
commoventi tratti di storia ch'io conosca, e dei più degni di
figurare in un'epopea. _Comment. Jacobi Card. Papiens., l' I, p.
361._
La morte di Pio II distrusse tutte le speranze de' Cristiani del
Levante, e dissipò la spedizione pronta a partire. Quarantotto mila
fiorini, che si trovarono nella sua cassetta, furono, in conformità dei
suoi desiderj, mandati a Mattia Corvino, re d'Ungheria, per sostenere la
guerra, in cui lo aveva strascinato la corte di Roma[249]. Pare che
fosse questo il solo avanzo del tesoro raccolto dal pontefice per la
guerra sacra. Pio II aveva contato sulla potente cooperazione di tutti i
principi dell'Europa: egli credeva soltanto di dare l'esempio agli
altri; ma i suoi apparecchi non erano altrimenti proporzionati alla
grandezza della sua impresa. La sola guerra di Napoli, nella quale era
stato soltanto ausiliario, gli era costata più di un milione di fiorini,
ed appena si può concepire come questo savio pontefice abbia pensato ad
attaccare un nemico incomparabilmente più forte del duca di Calabria con
meno del ventesimo di quella somma. Indipendentemente dalle sue entrate
ecclesiastiche, che pure erano ragguardevoli, aveva levata in tutta
l'Europa una imposta del trentesimo denaro della rendita per sostenere
la guerra sacra, apoggiandola alla scomunica contro coloro che ne
ritardassero il pagamento. Aveva per lo stesso motivo autorizzato il
commercio delle indulgenze; ogni peccato aveva un determinato prezzo, e
l'indulgenza plenaria di tutti i peccati era tassata venti mila fiorini.
Questo trentesimo denaro ed il traffico delle indulgenze avevano contro
di lui eccitate grandi lagnanze[250]; ed ancora più grande sarebbe stato
il malcontento, se si fosse saputo che tutti i tesori percepiti dai
fedeli erano stati disposti per consolidare il trono di Ferdinando, d'un
principe così poco degno di stima. Si deve quindi opinare col cardinale
di Pavia, che Pio II non fu meno felice in morte che in vita, essendo
quella stata sublime in faccia agli uomini, pia agli occhi di Dio,
mentre opportunamente lo sottrasse alle difficoltà quando la sua gloria
trovavasi compromessa da imprudenti risoluzioni[251].
[249] _Ann. Eccl. Rayn. 1464, § 50, p. 165. — Comment. Jacobi Card.
Papiens. l. I, p. 362._
[250] _Cristof. da Soldo Istor. Bresc., t. XXI, p. 898, 899._
[251] _Card. Pap., Epist. 41 ap. Rayn. 1464, § 45, p. 163._ Simoneta
non può credere che Pio II fosse realmente intenzionato
d'imbarcarsi; e suppone che volesse soltanto mettere al coperto il
suo onore, mostrando a tutta l'Europa che i principi che dovevano
secondarlo lo avevano abbandonato. _Hist. Franc. Sfortiæ, l. XXX, p.
744._
Per non mostrare d'abbandonare affatto il progetto di Pio II, i
cardinali, dopo avere colmato d'onori il doge Cristoforo Moro, ed averlo
fatto sedere in concistoro, gli offrirono di unire alla sua flotta
cinque galere armate, pagandole per quattro mesi, ove volesse continuare
la guerra santa; ma dopo poche ore ristrinsero la fatta offerta,
limitandosi a tre galere di già armate a Venezia, che promettevano di
pagare. Vedendo il doge che la cooperazione della Chiesa romana
ridurrebbesi a poca cosa, e non compenserebbe pure gl'intralci, che
quest'alleanza recherebbe alle operazioni della repubblica, credette più
conveniente di ricondurre la sua flotta a Venezia. Partì d'Ancona il 16
agosto alla volta dell'Istria, ove bentosto ebbe ordine dal senato di
rientrare nelle lagune e di disarmare[252].
[252] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1180, 1181._
I cardinali, affrettandosi di tornare a Roma, si chiusero in conclave
nel palazzo del Vaticano. Prima di procedere all'elezione, per la buona
amministrazione e per la riforma della Chiesa, s'imposero molte leggi,
che ognuno giurò di osservare, ove fosse eletto papa. Il futuro
pontefice era tenuto a continuare la spedizione contro i Turchi con
tutte le forze della Chiesa romana, e di consacrarvi tutt'intero il
prodotto delle miniere d'allume recentemente scoperte. Si volle che
promettesse di non far viaggiare la corte romana senza il consenso de'
cardinali, di convocare entro tre anni un concilio ecumenico per
riformare la chiesa, di non portare mai al di là di ventiquattro il
numero de' cardinali, di non sceglierne che un solo tra i suoi parenti,
di non far entrare nel sacro collegio alcun uomo che non avesse studiato
il diritto o le sacre lettere, o che non avesse compiti i trent'anni. Si
volle ancora che il nuovo pontefice promettesse di non diminuire il
patrimonio della Chiesa, di non dichiarare la guerra senza l'assenso de'
cardinali, prendendo i loro suffragj ad alta voce e non all'orecchio,
onde non si vedesse più pronunciare come risultamento della
deliberazione una decisione contraria al voto di tutti i deliberanti. Si
volle che nelle sue bolle non adoperasse mai la formola: _dietro
deliberazione de' nostri fratelli_, quando non gli avesse consultati.
Per ultimo si ordinava che dovesse ogni mese farsi rileggere queste
condizioni in concistoro, e che i suoi cardinali esaminassero due volte
all'anno, non presente il papa, se fedelmente erano state eseguite[253].
[253] _Jacobi Card. Papiens. Comment., l. II, p. 366. — Rayn. Ann.,
Eccl. 1464, § 52, p. 165._
Dopo avere dato in qualche modo con questo concordato una nuova
costituzione alla repubblica della Chiesa, i cardinali passarono
all'elezione, che fu fatta con migliore accordo e più sollecitamente che
verun'altra delle precedenti. Pietro, cardinale di san Marco, della
famiglia de' Barbi di Venezia in età di quarant'otto anni fu eletto il
16 di settembre. Voleva da principio farsi chiamare Formoso; ma perchè
in fatti era assai bello, venne dissuaso dal prendere un nome che
avrebbe indicata una vanità affatto mondana, e fu chiamato Paolo
II[254]. È questi quel pontefice che si acquistò una triste celebrità
colla persecuzione esercitata contro i letterati. Ma assai prima smentì
le speranze che si erano di lui concepite. Il sacro collegio non erasi
accontentato del giuramento ch'egli aveva prestato insieme a tutti gli
altri cardinali intorno ai doveri del futuro papa, glielo fece ancora
rinnovare e sottoscrivere nell'atto della sua elezione. Non pertanto
appena fu egli coronato, che annullò questa costituzione; e volendo
avere per quest'atto di mala fede l'assenso di tutti i cardinali,
ottenne quello del maggior numero, metà colle preghiere, metà colle
minacce. Il cardinale di Pavia confessa con suo rossore, che si lasciò
vincere da tale seduzione; ma loda il Carvajale per avere
resistito[255].
[254] _Comment. Jacobi Card. Papiens., l. II, p. 368. — Rayn. Ann.
Eccl., § 53, 54, p. 166._
[255] _Comment. Jacobi Card. Papiens., l. II, p. 371. — Rayn. Ann.
Eccl., § 57-60, p. 167._
Paolo II adunò, nel principio del suo regno, un concistoro per
deliberare intorno ai mezzi di continuare la guerra sacra, e vi ammise
gli ambasciatori delle potenze venuti a felicitarlo intorno alla sua
elezione. La presenza loro dava a quest'assemblea l'apparenza di una
dieta di tutta l'Italia, ed il papa ne approfittò per ripartire tra i
suoi diversi stati l'annuo sussidio che doveva servire al mantenimento
dell'armata della cristianità[256]. Ma perchè gli ambasciatori non
avevano missione per quest'oggetto, si limitarono a promettere di
scriverne ai loro commettenti; ma non fu loro risposto, e la lega
d'Italia fu abbandonata come la crociata di Pio II[257].
[256] Ecco come la somma venne ripartita: questa convenzione dà
un'idea della ricchezza proporzionale degli stati d'Italia.
Il papa dovette pagare fiorini 100,000
I Veneziani » 100,000
Il re Ferdinando » 80,000
Il duca di Milano » 70,000
I Fiorentini » 50,000
Il duca di Modena » 20,000
La repubblica di Siena » 15,000
Il marchese di Mantova » 10,000
La repubblica di Lucca » 8,000
Il marchese di Monferrato » 5,000
-------
Totale fior. 458,000.
[257] _Rayn. Ann. Eccl. 1464, § 62, p. 168. — Card. Papiens., Epist.
54._
I Veneziani soli tra le potenze d'Italia rimasero incaricati del peso
della guerra contro i Turchi; e non pertanto, quasi nella stessa epoca,
ne avevano intraprese due altre, che non gli permettevano di disporre
liberamente delle proprie forze. Vero è che ambedue ebbero breve durata,
essendosi la prima cominciata e terminata nel 1463, mentre ancora viveva
Pio II, la seconda due anni più tardi. Gli abitanti di Trieste, ch'erano
dipendenti dall'imperatore Federico III, arciduca d'Austria,
pretendevano di obbligare tutti i mercanti che passavano dal golfo
Adriatico in Germania a passare per la loro città. I Veneziani non
volevano assoggettarsi ad un privilegio così dannoso al loro commercio;
attaccarono Trieste malgrado la protezione imperiale, e costrinsero
questa città a rinunciare alla riclamata prerogativa. Il papa si
affrettò d'offrire la sua mediazione per terminare queste ostilità, che
potevano essere cagione di pericolosa guerra ai confini della stessa
Turchia. Il trattato, cui intervenne il papa, fu soscritto il 17
dicembre del 1463, e lo stesso papa, per mostrarsi grato alla
condiscendenza della repubblica, si rappattumò, dietro di lei istanza,
con Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, cui i Veneziani volevano
affidare la loro armata della Morea[258].
[258] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1178. — M. A. Sabellico, Dec.
III, l. VIII, f. 203. — Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 897._
L'altra guerra, che intrapresero nel 1465, poteva ancora di più
compromettere gl'interessi della cristianità in Levante. I Veneziani
attaccarono la religione di san Giovanni di Gerusalemme ed il gran
Maestro di Rodi, per punire i suoi cavalieri d'aver fermati due vascelli
mercantili della repubblica, a bordo dei quali si trovavano varj
mercanti mori ed egiziani. L'onore della bandiera di san Marco e
l'ospitalità accordata agli stranieri erano stati violati da una
pirateria invano nascosta sotto il manto della religione, e tutti i
passaggieri musulmani erano stati posti in catene. Il senato mandò
nell'isola di Rodi la stessa flotta ch'era stata armata per accompagnare
Pio II: questa si divise in due parti, ed eseguì nello stesso tempo due
sbarchi al levante ed al ponente dell'Isola. Per tre giorni i Veneziani
saccheggiarono e bruciarono tutti i contorni della capitale fino alla
distanza di quindici miglia, e non si ritirarono che quando il gran
maestro ebbe fatti restituire loro i prigionieri[259].
[259] _Andrea Navag. Stor. Venez., p. 1124._
Nel Peloponneso la campagna del 1464 non era stata illustrata da alcuna
battaglia. I Veneziani avevano lasciato saccheggiare tutto il paese
vicino a Corone e Modone ov'eransi chiusi. Ancor essi a vicenda avevano
guastata l'Arcadia con tre mila uomini. Le due armate opprimevano
ugualmente e senza pietà gli sventurati Greci, sui quali vendicavansi
sempre della resistenza dei loro nemici. La flotta veneziana occupò
l'isola di Lenne ossia Stalimene, che fu loro ceduta da un corsaro della
Morea; in appresso si divise ne' porti di Modone, di Zonchio, di Corone
di Napoli, ove svernò[260].
[260] _M. A. Sabellici, Dec. III, l. VIII, f. 204. — Marin Sanuto
Vite dei Duchi, p. 1179._
In principio del 1465 Orsato Giustiniani successe a Luigi Loredano nel
comando della flotta veneziana. Egli la riunì a Corone, ove trovossi
avere trentadue galere sotto il suo comando. Questa flotta era superiore
a quella che potevano opporgli i Turchi; ma tale superiorità non gli
servì ad alcuna gloriosa impresa; egli fece piuttosto la guerra da
pirata che da soldato. Quando riuscì a predare vascelli mercantili ai
nemici, fece tagliare a pezzi, appiccare, o annegare tutti coloro che li
montavano. Attaccò di notte Metelino nell'isola di Lesbo, e nella prima
sorpresa vi fece prigionieri trecento Turchi. Fece impalare la maggior
parte di loro, altri annegare, ed i più favoriti vennero appiccati. In
seguito diede due assalti alla fortezza di Metelino; vi si combattè con
inaudito accanimento, ed i Turchi, prevenuti della sorte che gli
aspettava, si difesero disperatamente, finchè giugnendo loro un rinforzo
di due mila cavalli sulla opposta riva, il Giustiniani fu forzato a
levare l'assedio dopo avere perduti cinque mila uomini. Per questo
infelice avvenimento il Giustiniani si trovò da tanto dolore compreso,
che appena giunto a Modone, morì mezz'ora dopo essersi fatto sbarcare
sulla riva. Lo stesso Sabellico che racconta questi tratti di ferocia,
soggiugne: «Tale fu la fine d'Orsato Giustiniani, che l'elevazione della
sua anima, e la sua gentilezza avevano renduto illustre tra i suoi
pari.» La più atroce barbarie, usata contro gl'infedeli, credevasi in
allora che punto non iscemasse la stima dovuta ad un valente uomo[261].
[261] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. VIII, f. 205. — Ist. Bresc. di
Cristof. da Soldo, p. 899._
Dall'altro canto l'armata di terra era caduta in un'imboscata nelle
campagne di Mantinea, dove aveva perduti mille cinquecento uomini,
tagliati a pezzi con Cecco Brandolini e Giovanni della Tela che li
comandavano. Di questa stessa epoca Sigismondo Malatesta sbarcò in
Morea, seco conducendo circa mille uomini d'armi; ma questo rinforzo non
bastava per riparare le perdite dell'armata veneziana. Il Malatesta,
sorpreso di vedere l'armata ridotta a così poca gente, ed abbandonata a
tanta miseria, espresse vivamente il suo rincrescimento d'averne
accettato il comando[262]. Non pertanto assediò Misitra fabbricata
presso alle ruine di Sparta, e facilmente occupò la città; ma il
castello, posto sopra alpestre rupi che appena permettevano ai soldati
di mettere un piede innanzi l'altro, gli oppose un'ostinata resistenza
finchè venne dai Turchi rinfrescato di munizioni e di vittovaglie. Il
Malatesta prima di ritirarsi bruciò Misitra. In tal modo si compiva la
ruina de' Greci dalle armate de' Latini, e la crociata, intrapresa per
liberare i Cristiani orientali, loro rovesciava addosso tutte le
calamità della guerra. Prima che terminasse l'anno il Malatesta ebbe
avviso che Paolo II apparecchiavasi a spogliarlo della signoria di
Rimini. A tale notizia abbandonò bruscamente la Morea, e tornò in
Romagna per difendersi[263].
[262] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. VIII, f. 205. — Marin Sanuto
Vite dei Duchi, p. 1181._
[263] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1182._
La flotta, di cui nel susseguente anno venne a prenderne il comando
Vittore Cappello, accrebbe ancora i disastri della guerra e la
desolazione de' Greci. L'isola di Negroponte, ossia l'Eubea, apparteneva
ai Veneziani; un braccio di mare, che li separava dal continente,
bastantemente provvedeva alla loro sicurezza, ma non riuscivano a
conservare alcun'altra conquista di terra ferma. Il Cappello passò lo
stretto dell'Euripo, sbarcò le sue truppe in Aulide, ove già si
adunarono i Greci per fare l'impresa di Troja, prese il Pireo, attaccò
Atene, le di cui deboli mura furono bentosto rovesciate, e ne bruciò le
porte; questa città, ch'era tuttavia una delle più ricche e più popolate
della Grecia, venne abbandonata al saccheggio. I soldati e perfino le
ciurme delle galere s'arricchirono colle spoglie di coloro che si
pretendeva di liberare: e terminata appena questa crudele esecuzione, i
Veneziani si ritirarono a precipizio senza essere inseguiti, portando il
loro bottino a Negroponte[264].
[264] _M. A. Sabellici, Dec. III, l. VIII, f. 206. — Marin Sanuto
Vite dei Duchi, p. 1183._
Un'eguale spedizione si tentò sopra Patrasso, città meno illustre, ma
quasi tanto ricca quanto Atene, perciocchè i fuggiaschi degli altri
paesi della Grecia vi si erano adunati portandovi le loro ricchezze. Il
Cappello aveva guadagnati alcuni traditori, che gli avevano promesso di
dargli in mano il castello. Giunse in faccia a Patrasso con ventitre
galere e trentasei minori vascelli; sbarcò Niccolò Ragio con dugento
cavalleggeri, ed il provveditore Giacomo Barbarigo con quattro mila
fanti. Questi, entrando nel sobborgo lontano un miglio dalla città, si
fecero subito a saccheggiare le case; onde così dispersi non furono in
istato di resistere a trecento Turchi che piombarono loro addosso
all'impensata, e li fecero a pezzi; salvaronsi appena mille uomini di
tutta la truppa sbarcata. Il Barbarigo rovesciato dal suo cavallo morì
calpestato dai combattenti; ma il generale turco fece impalare il di lui
cadavere, e condannò al medesimo supplicio Niccolò Ragio, comandante
della cavalleria, ch'era caduto vivo in sua mano. Non pertanto Vittore
Cappello non si scoraggiò, risguardando questo cattivo successo come una
conseguenza dell'indisciplina delle sue truppe, non della bravura de'
nemici. Sbarcò il rimanente della sua armata, e dopo otto giorni attaccò
di nuovo Patrasso. L'assalto durò quattro ore; ma all'ultimo i Veneziani
furono respinti dopo avere lasciati più di mille uomini sul campo di
battaglia. Vittore Cappello, indebolito da due disfatte, avvilito per
così cattivo successo, restò inattivo per otto mesi interi, dopo i quali
morì a Negroponte. Giacomo Veniero, che gli successe, nel corso di
sedici mesi che comandò in Grecia si ridusse a difendere le fortezze che
gli erano state affidate, senza nulla tentare contro il nemico[265].
[265] _M. A. Sabellico, Dec. III, l. VIII, f. 206. — Marin Sanuto
Vite dei Duchi, p. 1184. — And. Navagero Stor. Venez., p. 1125._
Mentre facevasi con tanta crudeltà e con così poco valore una guerra
disonorevole pel nome latino, ruinosa pei Greci, mentre che la barbarie
delle truppe venete forzava i loro naturali alleati a fare causa comune
coi Musulmani, se volevano salvare le città loro dal saccheggio, le
donne dal disonore, i fanciulli dalla schiavitù, la guerra trattavasi
pure nell'Albania con una ferocia forse eguale; ma colà non infieriva
che contro i nemici, ed era compensata da maggiore eroismo.
Ballabano Badera aveva invaso l'Epiro con quindici mila cavalli, quando
appena potevasi colà avere avuto avviso della morte di Pio II. Nato egli
medesimo di parenti albanesi e vassallo di Castriotto, ma educato nella
religione musulmana, conservava per l'eroe della sua patria un rispetto
di cui volle dargli una testimonianza in principio della guerra,
mandandogli alcuni doni. Scanderbeg non vi corrispose che con insultanti
scherni. Gli mandò in contraccambio una zappa, un aratro ed una falce,
invitandolo a riprendere il mestiere paterno ed a lasciare il comando
delle armate a uomini nati per comandarle, non dovendo confidarsi a
contadini suoi pari. Ballabano giurò di vendicarsi di questo gratuito
insulto, tanto più pungente perchè fatto in cambio d'un lusinghiero
omaggio[266].
[266] _Marinus Barletius, l. XI, p. 334._
Ballabano non ottenne di vincere Scanderbeg, ma non gli diede battaglia
che non lasciasse agli Epiroti tristi memorie. Castriotto non aveva più
di quattro mila cavalli da opporre a quindici mila, e soltanto mille
cinquecento fanti da opporre a tre mila Musulmani. L'arte della guerra
non era per anco abbastanza perfezionata, perchè verun generale sapesse
fare buon uso d'una numerosa armata. Scanderbeg punto non le apprezzava,
ed era solito dire, che colui che non sapeva vincere il suo nemico con
otto, o al più con dodici mila uomini, non lo saprebbe meglio fare con
forze assai maggiori[267]. I due campi erano posti a non molta distanza
l'uno dall'altro nella ridente valle di Valchalia. Dietro ai Musulmani
trovavasi un angusto passaggio, dove Scanderbeg indovinò troppo
agevolmente che il nemico teneva un'imboscata; ne diede avviso ai suoi
soldati prima di dare cominciamento alla battaglia, consigliandoli a non
inseguire i nemici al di là dell'estremità della pianura, ed a fermarsi
da sè prima di giugnere alle forche della Valchalia. I Musulmani che
l'avevano attaccato, venendo respinti, si ritirarono disordinati verso
lo stretto. L'antiveggenza e le esortazioni di Scanderbeg non ritennero
otto dei suoi più valorosi ufficiali. Sordi alle preghiere ed agli
ordini del loro capo, penetrarono nell'angusto passaggio, e sebbene
subito attaccati di fianco, lo attraversarono tutto intero; ma, coperti
di ferite ed oppressi dal numero de' nemici, all'ultimo furono fatti
prigionieri. Mosè Golento, quello stesso che altra volta erasi dato ai
nemici, era il primo di loro; Giurisa Wladenio e Musacchio d'Angelina,
tutti e due parenti di Scanderbeg lo avevano accompagnato; gli altri
cinque non erano meno illustri per natali e per valore. Invano
Scanderbeg offrì di riscattarli ad ogni prezzo, o di cambiarli contro i
suoi più ragguardevoli prigionieri; Ballabano gli aveva mandati a
Maometto II, e questo barbaro gli aveva fatti scorticar vivi. A tale
notizia i soldati epiroti vestirono abiti di lutto, lasciandosi crescere
i capelli e la barba, poi gettaronsi furibondi nel territorio turco,
cercando opportunità di vendicare i loro valorosi commilitoni[268].
[267] _Ivi, p. 334._
[268] _Marinus Barletius, l. XI, p. 336._
Una seconda battaglia presso di Oronichio, nella Dibra superiore, non
soddisfece che imperfettamente al loro sdegno, e fu sanguinosa dall'una
parte e dall'altra. Finalmente Ballabano fu posto in fuga, ma non
distrutto; e Maometto II non trovando che verun altro de' suoi generali
avesse prima d'allora opposta una così felice resistenza all'eroe
dell'Epiro, rifece nuovamente la sua armata portandola a diciassette
mila cavalli ed a tre mila pedoni; e promise al pascià, che, ottenendo
egli di vincere Scanderbeg, gli succederebbe nell'impero dell'Albania.
Non pertanto Ballabano fu tuttavia perdente in una grande battaglia
presso di Sfetigrade, che per altro si era mantenuta lungamente
indecisa. Scanderbeg fu rovesciato dal suo cavallo sopra un tronco
d'albero, e vi rimase alquanto senza sentimento, stordito e ferito in un
braccio; finalmente rinvenne e riuscì a mettere i Musulmani in fuga,
perchè questi credettero di vedervi la fatalità che rendeva quell'eroe
invincibile. Ma la valorosa sua armata trovossi indebolita da una
vittoria comperata a troppo caro prezzo[269].
[269] _Marinus Barletius, l. XI, p. 339._
Maometto II e Ballabano non si lasciarono avvilire da questa nuova
perdita, e dietro i consigli del generale due armate ugualmente forti
ebbero ordine di penetrare nello stesso tempo nell'Epiro da due diverse
parti; Jacub Arnautte fu il collega dato a Ballabano. Partendo dalla
Grecia e dalla Tessaglia doveva questi penetrare nell'Albania dalla
banda di mezzogiorno, e costeggiare il mare, mentre che Ballabano,
partendo dalla Tracia e dalla Macedonia, vi entrerebbe per le gole delle
montagne a ponente. Ma Scanderbeg aveva l'avvantaggio d'essere sempre
ben servito dalle sue spie, e di conoscere i piani di campagna del
nemico, quando questi appena cominciava ad eseguirli. Comprese che
soltanto colla sua prontezza potrebbe prevenire l'unione delle due
armate contro di lui dirette, e salvare la sua patria. Mentre che
Ballabano entrava nell'Epiro con venti mila cavalli e quattro mila fanti
per la valle di Valchalia, Scanderbeg aveva formato il suo campo in
distanza di cinque miglia innanzi al castello di Petralba. Non aveva con
lui che otto mila cavalli e quattro mila fanti; ma questi soldati erano
il fiore di tutta la gioventù Albanese[270].
[270] _Marinus Barletius, l. XI, p. 343._
Per altro prima di entrare in battaglia poco mancò che Scanderbeg non
fosse vittima del tradimento di coloro ch'egli aveva incaricati di
riconoscere il campo nemico: essi lo avevano venduto. Mentre egli si
avanzava, da loro guidato, con cinque soli compagni, cadde
nell'imboscata che gli era stata tesa. La rapidità del suo cavallo lo
salvò; egli fuggì verso la foresta e saltando un albero rovesciato che
chiudeva la sola strada praticabile, lasciò a dietro questo riparo fra
sè ed i Turchi. Uno solo ebbe il cavallo abbastanza vigoroso per saltare
l'albero che impediva agli altri d'avanzarsi, ma Scanderbeg rivoltosi a
lui gli tagliò il capo con un colpo di scimitarra[271].
[271] _Ivi._
Tornato a Petralba, egli condusse all'istante la sua armata contro
Ballabano, e sebbene avesse dovuto fare quindici miglia prima di
raggiugnere il nemico, gli offrì la battaglia senza dar riposo alla sua
truppa. Ma il pascià, che aspettava in questa stessa valle Jacub
Arnautte, non volle combattere finchè non vedesse comparire sulle alture
dietro Scanderbeg le insegne del compagno. Scanderbeg all'opposto, che
riponeva la speranza della vittoria nel dar subito battaglia, cercava
d'irritare Ballabano; mentre lo faceva inquietare dagli arcieri e dai
fucilieri, egli avanzava col grosso dell'armata, e gli Albanesi
insultavano i Maomettani perchè non ardivano di combattere. Questi
fremevano d'impazienza, digrignavano i denti, e minacciavano il capo che
osava mettere ostacolo al loro ardore. Finalmente Ballabano si avvide
che s'egli si ostinava, sarebbe forzato nel suo campo e perderebbe in
tal modo il vantaggio dell'ardore de' suoi soldati; onde uscì dai
trinceramenti alla testa dell'armata, divisa in quattro corpi, opponendo
quello da lui comandato alla divisione diretta da Scanderbeg, e tra
questi due corpi la zuffa fu più accanita. Però essendo l'Epirota
riuscito a prendere Ballabano alle spalle con un rapido movimento,
l'intera armata de' Musulmani fu posta in grandissimo disordine. Il loro
capo, dopo di aver lungo tempo incoraggiate, riordinate le sue truppe
con somma intelligenza e valore, s'aprì un passaggio per ritirarsi
seguito da pochi più valorosi, rimanendo tutti gli altri uccisi o
prigionieri[272].
[272] _Marinus Barletius, l. XI, p. 345._
Ma l'armata di Scanderbeg, che aveva riportata così luminosa vittoria,
non era per anco uscita dalla valle di Valchalia, nè aveva divise le
spoglie de' vinti fra i soldati, nè sgombrato il terreno dagli estinti,
quando un messo di Mamiza, sorella di Scanderbeg, gli giunse da
Petrella, ove si era rinchiusa colla famiglia sotto la guardia di una
sola coorte. Gli dava avviso che Jacub Arnautte con sedicimila cavalli
era entrato nell'Epiro dalla banda di Belgrado, e che guastava tutto il
paese. Il soprannome di Jacub, _Arnautte_, che è il nome turco degli
Albanesi, indicava che questi era nato di parenti cristiani ed epiroti,
ma fatto schiavo da fanciullo, era stato allevato nella fede musulmana.
Arnautte erasi fatto nome in Asia ed in Europa nelle guerre di Maometto
II, e venne a morire sotto la spada di Scanderbeg; imperciocchè, avendo
questi immediatamente condotto il suo esercito nelle montagne della
Tiranna, ove si trovava il nemico, presso Cassar, fece gettare innanzi a
sè molte teste di Musulmani dell'armata di Ballabano, onde accertarlo
della disfatta del suo collega. Attaccò in appresso que' soldati,
spaventati assai più dalla fortuna che dal valore delle truppe di
Scanderbeg; raggiunse lo stesso Arnautte; e dopo averlo ferito con un
colpo di lancia, gli troncò il capo colla sua scimitarra. I Musulmani
atterriti quasi più non fecero resistenza; coloro che si sottraevano ai
vincitori colla velocità della fuga, cadevano tra le mani de' contadini
che gli scannavano o facevano prigionieri. Assicura lo storico di
Scanderbeg, che nelle due battaglie i Turchi perdettero trenta mila
uomini, ventiquattro mila uccisi e sei mila fatti prigionieri, e che si
liberarono quattro mila Epiroti prigionieri. La perdita di Scanderbeg
non fu che di mille soldati. L'immenso bottino dei due campi venne
diviso tra i vincitori e deposto in Croja; e questa città capitale,
renduta ricca dalla guerra, accolse con trasporti di gioja l'eroe che
l'avvezzava ai trionfi[273].
[273] _Marinus Barletius, l. XI, p. 349._
Maometto II, coronato da tante vittorie, non poteva darsi pace di tali
rovesci, e parevagli che quest'angolo dell'Epiro, che sottraevasi al suo
impero, ed ogni castello del quale era illustrato da una sconfitta delle
sue armate minacciasse tutti i dominj musulmani. Infatti i suoi fanatici
soldati erano usciti vittoriosi dalle altre battaglie per la cieca loro
confidenza nel volere del cielo; tutto il loro vigore era distrutto, se
cominciavano una volta a persuadersi che il cielo favoriva i loro
nemici. La credenza del fatalismo, che rende tanto formidabili le armate
avvezze alla vittoria, le rende altresì più suscettibili delle altre di
terrore panico, quando la fortuna comincia ad abbandonarle. Da prima
Maometto cercò di disfarsi di Scanderbeg con un assassinio.
Presentaronsi due Musulmani al principe d'Epiro, mostrando caldo
desiderio di convertirsi, di ricevere subito il battesimo, ed in seguito
di combattere per la fede sotto le sue insegne. Furono infatti ricevuti
nella stessa guardia di Scanderbeg; ma una violenta contesa insorta fra
di loro manifestò la trama prima che potessero eseguirla: essi
accusaronsi reciprocamente di meditare un tradimento, e l'uno e l'altro,
arrestati ed esaminati, furono condannati al medesimo supplicio[274].
[274] _Marinus Barletius, l. XII, p. 351._
Intanto Maometto II entrava egli stesso nell'Epiro alla testa de' suoi
eserciti: i Cristiani atterriti assicuravano che il sultano conduceva
dugento mila uomini. Scanderbeg non pensò pure di potere far fronte a
così grandi forze; lasciò in Croja una forte guarnigione sotto gli
ordini di un italiano, Baldassare Perducci, che conosceva assai meglio
che gli Epiroti l'arte del difendere e dell'attaccare le piazze, e
ritirossi in appresso nelle montagne per inquietare l'armata colla quale
non osava venire a battaglia, piombando solo sui corpi staccati.
Maometto non intraprese l'assedio di Croja, che presentava grandi
difficoltà, e che poteva compromettere l'onore del sultano; guastò
soltanto le campagne, e prese in seguito per capitolazione la città di
Chidna nella Caonia, di dove eransi ritirati tutti gli abitanti.
Ritornando da una spedizione comandata dallo stesso sultano, dovevano
essere ostentate in su gli occhi del popolo ed ornare le porte del
serraglio varie teste di nemici, onde non lanciare ai Musulmani alcun
dubbio intorno alla vittoria del loro sovrano. Maometto fece decapitare
otto mila abitanti di Chidna, e portò in tal modo a Costantinopoli un
trofeo di teste cristiane bastante per ornare il suo trionfo[275].
[275] _Marinus Barletius, l. XII, p. 353._
Ma Ballabano, rimasto nell'Epiro con una forte divisione dell'armata
musulmana, intraprese l'assedio di Croja. Scanderbeg, i di cui paesi
erano stati saccheggiati, la di cui armata, indebolita dalle stesse
vittorie, appena bastava alle guarnigioni delle fortezze, attraversò
l'Adriatico in tempo dell'assedio di Croja, venne a Roma e si presentò a
Paolo II per chiedergli soccorsi in danaro ed in munizioni, di cui aveva
urgentissimo bisogno. Introdotto in concistoro, ed accolto dai cardinali
come l'eroe della Cristianità, loro fece la descrizione de' rapidi
avanzamenti dei Turchi, e dei pericoli che sempre più si avvicinavano
all'Italia. «Dopo la distruzione dell'Asia e della Grecia, disse loro,
dopo l'uccisione dei principi di Costantinopoli, di Trebisonda, della
Servia, della Bosnia, della Vallacchia e della Schiavonia, dopo la
sommissione del Peloponneso ed il devastamento della maggior parte della
Macedonia e dell'Epiro, io resto solo col mio debole e piccolo stato,
coi miei soldati spossati da tante zuffe, rotti da tante battaglie, in
modo che l'Epiro non ha più nel suo corpo una parte sana ove possa
ricevere nuove ferite, nè sangue da versare per la repubblica cristiana.
In questa Macedonia così ferace di soldati, di tanti principi, di tanti
capi, di tanti guerrieri, altro non rimane che la mia piccola armata, e
della nostra antica fortuna che il nostro coraggio, e spiriti
indomabili. Soccorreteci adunque finchè il tempo lo permette; forse
bentosto più non rimarranno campioni di Cristo sull'altra costa
dell'Adriatico[276].»
[276] _Marinus Barletius, l. XII, p. 357. — Michael Canesius Vita
Pauli II, Pont. Max., t. III, p. II, Rer. Ital., p. 1021._
Paolo II accordò a Scanderbeg onorifiche distinzioni; gli regalò un
cappello ed una spada benedetti da lui medesimo; vi aggiunse qualche
danaro, ma gli diede pochissimi o niun soldato. Gli è vero che scrisse a
tutti i principi della Cristianità per chieder loro sussidj, ma non vi
fu alcuno che si curasse di fare de' sagrificj, di cui questo papa non
dava loro l'esempio. Scanderbeg, tornato nell'Epiro, trovò Ballabano
accampato sotto Croja. Questa fortezza, che signoreggia i campi Emazj, è
posta sulla sommità del monte Cruino. A questa altezza la montagna non
presenta che inaccessibili balze, e su queste rupi tagliate a picco sono
innalzate le mura della città. Ma di là partendo la stessa giogaja della
montagna si va lentamente abbassando verso il piano, e termina da questo
lato in alcune colline. È sulla sommità di questa cresta, e seguendone
le sinuosità, che un sentiere unico dà comunicazione a Croja colla
campagna. Ballabano era accampato sulle falde della montagna, e sul
declivio del monte Cruino. Scanderbeg adunò la sua armata nella città
veneziana d'Alesio, o Lisso. Colà ebbe avviso che Jonima, fratello di
Ballabano, giugneva con un grosso corpo onde rinforzare l'armata turca.
Scanderbeg, preso con sè un corpo di truppa scelta, sorprese Jonima in
mezzo alle montagne, lo fece prigioniere con suo figlio Aydar, e li
condusse ambidue sotto le mura di Croja, ove fece in modo che fossero
veduti da Ballabano nell'istante medesimo, in cui si apparecchiava ad
attaccarlo. Quando il pascià conobbe il fratello ed il nipote, la
cattività loro parvegli un segno di quel fatalismo che perseguitava
tutti i nemici di Scanderbeg; onde più non prendendo consiglio che dalla
sua disperazione, attaccò furiosamente gli avamposti di Croja, e vi
restò ucciso da un colpo di fucile nella gola. Nella susseguente notte
la di lui armata ritirossi in buon ordine fino alla montagna della
Tiranna, distante otto miglia da Croja: era tuttavia molto più numerosa
di quella di Scanderbeg; ma non pertanto non potè uscire dall'Epiro che
dopo avere perduti i suoi equipaggi, e gran parte de' suoi soldati[277].
[277] _Marinus Barletius, l. XII, p. 359._ — Questo storico parla di
due spedizioni di Maometto II nell'Epiro in due consecutivi anni, di
due assedj di Croja, di due ritirate del sultano dopo inutili
tentativi. Siccome queste campagne non differiscono l'una
dall'altra, e non essendovi che diciassette mesi di distanza tra la
morte di Pio II e quella di Scanderbeg, ho sospettato che Barlezio
abbia raccontato due volte di seguito gli stessi avvenimenti. La
Cronologia di Barlezio non può rettificarsi che difficilissimamente,
perchè nel racconto di una vita di 63 anni, e di un regno di
ventiquattro, non nota mai altre date che quelle delle poche lettere
da lui riportate. L'imitazione degli antichi ha formato, e talvolta
ancora guastato questo storico, la di cui lettura offre tanti
allettamenti: Nato a Scutari nell'Albania, educato nello stesso
paese di cui scrisse la storia, conosce i luoghi e gli uomini, e li
dipinge con una verità ancora più rara che l'eleganza del suo stile.
Gli è vero che la parzialità pel suo eroe nuoce talvolta alla sua
sincerità, e travisa gli avvenimenti ed i caratteri. Avvicina con
arte l'antichità ai moderni tempi; ostenta molte cognizioni
classiche a canto a quelle della politica e dell'arte militare dei
Turchi e degli Albanesi; ed in particolare mostrasi animato d'un
vivo entusiasmo per la religione, per la libertà e per la gloria del
suo paese. Le arringhe, frequenti nella sua storia, sono spesso
notabili per la loro eloquenza. Talvolta a dir vero sentesi troppo
aperta l'imitazione dell'antico ne' suoi oratori e ne' suoi
guerrieri, e non distinguesi che confusamente il senatore o il
soldato epirota sotto la toga o la corazza romana ond'è vestito.
Morto Ballabano, il sultano incaricò Alì ed Haja, due confinanti pascià,
di frenare le scorrerie degli Albanesi, senza esporsi a nuove battaglie.
Questi pascià mandarono ricchissimi doni a Scanderbeg che corrispose a
questa militare gentilezza con eguale liberalità. Frattanto adunava la
sua armata per riprendere la Vallona, che Maometto aveva fortificata.
Assicurano i Veneziani che loro aveva preventivamente consegnata egli
stesso la città di Croja, e che fu Giovan Matteo Contarini, provveditore
nell'Albania, che ne prese possesso a nome della repubblica[278]. E
veramente in cambio di tornarvi a soggiornare, Scanderbeg percorse prima
tutta la provincia, e in appresso si trattenne nella città veneziana
d'Alesio, dove aveva convocato un congresso; ma vi fu sorpreso da
violenta febbre, che facendo rapidissimi progressi, in breve lo ridusse
fuori di speranza di vita[279].
[278] _Marin Sanuto Vite dei Duchi, p. 1183._
[279] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 367._
Scanderbeg, sul letto della morte, circondato dai suoi capitani, dai
suoi amici, dai suoi alleati, loro raccomandò la difesa di quella fede
cristiana per la quale aveva combattuto ventiquattro anni con tanta
felicità; la difesa di quel paese ch'egli aveva strappato di mano ai
barbari, ed accostumato alla gloria ed alla libertà; la difesa di suo
figlio Giovanni che aveva avuto dal suo tardo matrimonio con Donica,
figliuola d'Aaryanite Cominato[280]. «Io non vi ho mai risguardati, loro
disse, come soldati, satelliti, o ministri, ma quali miei compagni e
fratelli. Io non mi rammento, non solo di non aver mai insevito contro
alcuno di voi, ma nemmeno d'avere pronunciata una parola offensiva.
Nelle fatiche dei campi, negli ufficj militari, nelle vigilie, le parti
mie non furono minori delle vostre; tutto era comune fra me ed i miei
camerata, ed io chiedevo che si seguisse il mio esempio, non i miei
ordini. Le spoglie dei nemici, il bottino tolto ai barbari, io lo
divideva tra di voi senza serbar nulla per me. L'impero, il comando, le
ricchezze, tutto era fra di noi comune, nulla spettava a me solo. Ma
adesso, miei cari camerata, io muojo, e mi è forza di abbandonarvi;
quella fede, quella benevolenza, quella carità che voi trovaste in me,
ve la chiedo per mio figlio, per il suo regno, per la vostra patria.
Risguardatelo come la mia immagine; egli sia il mio rappresentante, il
mio luogotenente in mezzo a voi[281].»
[280] _Ivi, l. VII, p. 199._
[281] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 367._
Scanderbeg era circondato dai suoi soldati che ricevevano l'ultimo suo
addio, quando la città tutta levossi subitamente in tumulto. Si disse
che i Turchi si avvicinavano, che guastavano le vicine campagne, e che
di già si vedeva il fumo dei loro incendi. L'eroe, sebbene sfinito della
malattia, credette, udendo tale notizia, di trovare le usate forze ed il
suo spirito guerriero. Sollevandosi sul suo letto, chiese le sue armi e
lo scudo, ed ordinò che si allestisse il suo cavallo; ma quando vide le
sue membra tremanti sotto quel peso, che più non potevano sostenere,
ricadendo sul letto, disse ai suoi soldati; «Andate, miei amici, andate
a combattere contro i barbari; voi non mi preverrete che di pochi passi;
avrò in breve bastanti forze per seguirvi.» Uno squadrone epirota sortì
infatti dalla città, e si diresse verso il torrente di Cliro, ove il
pascià Anamazio erasi fatto vedere con un corpo di cavalleria, guastando
il territorio di Scutari. I Turchi credettero che Scanderbeg fosse alla
testa dell'armata che vedevano venire contro di loro, e fuggirono a
precipizio a traverso alle montagne coperte di neve, abbandonando tutta
la preda, e perdendo molta gente nelle gole occupate dai contadini.
Quando la notizia di questo vantaggio fu portata a Scanderbeg, egli
spirò, dopo avere ricevuti tutti i sacramenti della chiesa, il 17 di
gennajo del 1466 in età di 63 anni e nell'anno vigesimoquarto del suo
regno. Il suo cavallo di battaglia più non volle, dopo la sua morte,
essere montato da chicchefosse; e diventato furibondo ed indomabile morì
dopo poche settimane[282].
[282] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 370._
Scanderbeg ebbe sepoltura nella gran chiesa di san Niccolò d'Alesio, ove
le di lui ossa riposarono in pace fino al 1478, nel quale anno i Turchi
terminarono la conquista dell'Albania, ed occuparono Scutari ed Alesio.
Accorsero in folla al suo sepolcro, impazienti di toccare tutto quanto
restava di così grande uomo: si divisero le sue ossa, e, legandole in
oro o in argento, le portarono appese al collo come preziosi giojelli, o
come talismani, che loro comunicherebbero il coraggio e l'invincibile
forza di colui ch'essi tanto ammiravano[283].
[283] _Marinus Barletius, l. XIII, p. 371 ed ultima._
Nell'istante in cui morì Scanderbeg, Lecca Ducagino, uno de' piccoli
principi dell'Epiro, uscì nelle strade strappandosi i capelli e la
barba, e gridò: «Affrettatevi, cittadini, affrettatevi, nobili Albanesi,
difendetevi; perciocchè le mura dell'Epiro e della Macedonia sono oggi
cadute in polvere, abbattute sono le nostre fortezze, distrutte le
nostre forze, e la sede dell'impero è rovesciata dalla morte di
quest'uomo unico.» In fatti l'Epiro, ch'egli aveva renduto forte e
glorioso, doveva appena sopravvivere al suo eroe. Il figlio di
Scanderbeg si rifugiò ne' castelli che Ferdinando gli aveva dati nel
regno di Napoli[284]. Degli Albanesi che lo avevano così lungo tempo
seguito nelle battaglie, altri perirono sotto le spade turche, altri
furono condotti in una miserabile schiavitù. «Le città, che fino a
questo giorno avevano resistito al furore dei Turchi (scriveva papa
Paolo II al duca di Borgogna) sono oramai cadute in loro potere. Tutti i
popoli che abitano lungo le coste dell'Adriatico tremano all'aspetto di
quest'imminente pericolo. Non vedesi ovunque che spavento, dolore,
cattività e morte. Non si può senza versar lagrime contemplare questi
vascelli che, partiti dalla riva Albanese, si rifugiano nei porti
dell'Italia, e queste famiglie ignude, miserabili, che, scacciate dalle
loro abitazioni, stanno sedute sulle rive del mare, stendendo le mani al
cielo, e facendo risuonare l'aere di lamenti in un linguaggio
sconosciuto[285].»
[284] Giovanni Castriotto ebbe varj figli, che nel regno di Napoli
portarono i titoli di duchi di san Pietro in Galatina e di
Ferrandina, di marchesi d'Atripalda e di Città di sant'Angelo.
Questi diversi rami di Castriotti napolitani pare che tutti si
spegnessero nel sedicesimo secolo. _Familiæ Dalmaticæ et Sclavonicæ
Ducangii, p. 269._
[285] _Epist. Pauli II ad Philippum Burgundiæ Ducem; apud Card. Pap.
Epist., n.º 163. — Ann. Eccl. 1466, § 2, p. 178._
Un figlio, o un nipote di una sorella di Scanderbeg e di quell'Amesa, di
cui ne abbiamo notata la _defezione_ e la cattività, trovavasi nelle
mani del sultano, ed era allevato nella religione musulmana. A costui
Maometto II destinò l'eredità di Scanderbeg; e in fatti gli diede il
possedimento di una parte dell'Epiro. Varie fortezze restarono ai
Veneziani, ma le vedremo cadere una dopo l'altra in potere de' Turchi
fino alla pace del 1478, che tolse ai Cristiani gli estremi avanzi
dell'eredità di Giorgio Castriotto[286].
[286] _Phranza Protovestiarius, l. III, c. 26, p. 126. — Leunclavius
Ann. Turcici, p. 257. — Gio. Batt. Pigna Stor. de' Principi d'Este,
l. VIII, p. 728. — Demetrius Cantemir Hist. Ottom., l. III, c. 1, §
21, p. 109._