_La repubblica di Genova, sollevata dalle pratiche
dell'arcivescovo Paolo Fregoso, si sottrae al dominio de'
Francesi, ed ottiene sopra il re Renato una luminosa vittoria. —
Disastro del partito angioino nel regno di Napoli. — Tirannide
di Paolo Fregoso a Genova. Questa repubblica si assoggetta al
duca di Milano. — Ultimi anni e morte di Cosimo de' Medici_.
1460 = 1464.
Finchè la repubblica di Genova si tenne ferma nell'amore del partito
d'Angiò, questo poteva facilmente ricevere soccorsi dalla Francia; le
galere della repubblica erano sempre apparecchiate a trasportare soldati
e munizioni dalla Provenza in Calabria, ed i porti della Liguria
offrivano ai Provenzali un comodo scalo. Genova pareva soddisfatta del
dominio della Francia, e Luigi della Vallée, che vi era stato mandato
per governatore quando era partito il duca Giovanni, non aveva in verun
modo ecceduti i suoi diritti, od offesi gli spiriti tanto irritabili di
questa repubblica. Pure la lontananza di tanti cittadini aveva
considerabilmente scemate ne' precedenti anni le pubbliche entrate; i
flagelli della guerra e della peste avevano esausto il tesoro, e le
frequenti spedizioni nel regno di Napoli richiedevano nuove spese, cui
non sapevasi come supplire. Si ricorreva a prestiti forzati, a
contribuzioni arbitrariamente imposte sui più agiati cittadini; e tali
imposte, che mettevano il privato interesse in immediata opposizione
coll'autorità, erano cagione di grandissimo malcontento. I consiglj più
volte trattarono dei mezzi di rimettere l'ordine nelle finanze.
Proponevano i nobili di accrescere le gabelle sui generi di consumo; i
plebei all'opposto di assoggettare alle imposte generali tutti coloro
che avevano ottenuti privilegj d'esenzione. Queste contese tra i
privilegiati ed il popolo riaccesero bentosto gli antichi odj. Il
governatore francese piegava a favorire i nobili, e fu questo per i
plebei un motivo di far rivivere le parti degli Adorni e de' Fregosi, i
di cui capi erano stati esiliati. Il re di Francia aveva chiesto ai
Genovesi di armare alcune galere contro gli Inglesi, ed aveva con ciò
cagionato un nuovo malcontento. Molti ricchi mercanti genovesi erano
stabiliti in Londra, e la repubblica non voleva comprometterli[134].
Ogni giorno si adunavano nuovi consigli, ed interminabili erano le loro
dispute, quando in un'assemblea del 9 marzo del 1461 un uomo oscuro, di
cui non si seppe nemmeno il nome, gridò doversi colle armi e non con
vane discussioni sostenere i diritti del popolo; uscì nello stesso tempo
furibondo dal consiglio, e trascorrendo il sobborgo di santo Stefano
chiamava i cittadini alle armi[135].
[134] _P. Bizarri S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 303. — Agost.
Giustiniani, l. V, f. 214._
[135] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 719. — Uberti Folietae Gen.
Hist., l. XI, p. 612. — P. Bizarri, l. XIII, p. 304. — Giustiniani,
l. V, f. 213._
Coloro che si adunarono a bella prima a queste sediziose grida non
furono molti; ma il comandante ed i magistrati credettero di poterli
ridurre colla dolcezza, e mentre negoziavano altri malcontenti si
unirono ai corpi di già formati. La notte incoraggiò i ribelli; tutta la
città fu in armi, e Luigi della Vallée ritirossi senza combattere nella
fortezza del Castelletto, incaricando i magistrati di continuare le
pratiche che parevano promettere felice esito. Ma intanto Paolo Fregoso,
arcivescovo di Genova, entrò in città con una truppa di contadini
addetti alla sua fazione. Paolo era fratello di quel Pietro Fregoso,
ch'era stato ucciso due anni prima; nè meno questi di lui violento, nè
meno ambizioso, nè meno sanguinario, non aveva potuto, essendo
ecclesiastico, compensare i suoi vizj con un'alta riputazione militare.
In pari tempo, ma per un'altra porta, entrò in città Prospero Adorno con
altri contadini devoti alla sua famiglia. I plebei avevano appena
ottenuta la vittoria, che già si dividevano tra le due antiche fazioni;
e lo stesso giorno in cui i Francesi eransi rifugiati nel Castelletto,
vi fu più d'una zuffa tra gli Adorni ed i Fregosi in diversi quartieri
della città[136].
[136] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 720. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 613. — P. Bizarro, l. XIII, p. 504._
All'ultimo il partito degli Adorni pareva omai riconciliato coi Francesi
per l'intromissione degli Spinola e della nobiltà; ed omai vedevasi il
popolo generalmente disposto a cacciare fuori di città Paolo Fregoso,
che credevasi non respirare che il desiderio di vendicare suo fratello.
Ma i segreti agenti del duca di Milano, e quelli del Fregoso si sparsero
tra il popolo, esortandolo a diffidare delle pratiche della nobiltà, ed
a non perdere l'occasione di ricuperare la sovranità, scacciando gli
stranieri e ricostituendo la repubblica. Con questi loro maneggi la
sedizione si rinnovò con maggior furore che mai, ed il basso popolo
prese ad assediare il Castelletto. In pari tempo Paolo Fregoso
approfittò di questo rinascente favore per trattare coll'Adorno; gli
rappresentò che uguali erano i loro interessi, essendo capi l'uno e
l'altro del partito popolare, e perciò perpetuamente in guerra col
partito dei nobili, o con quello de' forestieri; che uguali essendo le
forze loro, sarebbe stato prudente consiglio l'avvicendare fra di loro
l'autorità ducale, anzichè disputarsela più lungamente colle armi alla
mano. Non solo propose di alternare in tal modo la magistratura, ma
poichè era pur forza che l'uno o l'altro cedesse al suo rivale l'onore
di regnare il primo, dichiarò di essere apparecchiato a dare l'esempio
della moderazione, portando Prospero Adorno sul trono ducale, ed a
contentarsi del credito che gli dava la sua dignità di arcivescovo di
Genova. Durante questo trattato, Prospero e Paolo erano stati forzati ad
uscire di città, dove otto capitani del popolo, nominati da un'assemblea
popolare, esercitavano temporariamente la sovranità. Ma da che la
convenzione proposta dal Fregoso fu da loro sottoscritta, i due rivali
rientrarono assieme in Genova, i capitani del popolo abdicarono la loro
magistratura, e Prospero Adorno, spalleggiato egualmente dalle due
fazioni, venne eletto con unanimità di suffragj; cosa in Genova assai
infrequente[137].
[137] _Cron. di Bologna, p. 736. — Uberti Folietae, l. XI, p. 614. —
P. Bizarro, l. XIII, p. 306. — A. Giustiniani, l. V, f. 215._
Ma rendevasi necessario lo scacciare i Francesi dal Castelletto; e
siccome mancavano per tale intrapresa l'artiglieria ed il danaro,
Prospero e Paolo s'addirizzarono a Francesco Sforza, che aveva fin
allora diretta la rivoluzione, e che più ardentemente ancora dei
Genovesi desiderava di scacciare i Francesi dalla Liguria. Il duca di
Milano poco allora temeva di eccitare in tale occasione la collera del
re di Francia, perchè si era guadagnata l'amicizia del Delfino, che fu
poi Lodovico XI, il quale faceva causa comune con tutti i nemici di suo
padre[138]. Il duca fece dunque passare a Genova artiglieria e danaro, e
fu dato vigorosamente principio all'assedio della fortezza. Vedendosi
bentosto rinascere l'antica diffidenza e nimicizia tra Prospero Adorno e
Paolo Fregoso, il duca chiamò il Fregoso a Milano, per lasciare che
Prospero d'altro non si occupasse che della guerra cogli stranieri[139].
[138] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 721._
[139] _Uberti Folietae, l. XI, p. 615. — Bernard. Corio Ist. Milan.,
t. VI, p. 955._
Frattanto Carlo VII adunava un'armata nelle province meridionali della
Francia, per trasportare la quale furono apparecchiati dieci vascelli
lunghi, ed il vecchio re Renato s'incaricò di condurla. Era composta di
sei mila soldati quasi tutti gentiluomini, armati di caschetto e di
corazza come i cavalieri, ma disposti a combattere a piedi, perchè i
cavalli potevano essere poco utili nel paese montuoso in cui dovevano
operare. Renato venne in luglio a prendere lingua a Savona, la quale
erasi mantenuta fedele ai Francesi, e colà fu raggiunto da quasi tutta
la nobiltà genovese che aveva dal canto suo fatti armare i suoi
vassalli. L'avvicinamento di così formidabile armata atterrì Genova.
Francesco Sforza vi aveva di già mandato Marco Pio, signore di Carpi,
con un ragguardevole corpo di cavalleria, e vi fece subito tornare Paolo
Fregoso, che aveva saputo riconciliare coll'Adorno. Paolo colla truppa
dello Sforza ed il fiore della gioventù genovese, s'incaricò della
difesa delle montagne, e Prospero, della città. Questi faziosi
magistrati della difesa, per procurarsi danaro in così critica
circostanza, fecero imprigionare trenta dei più ricchi cittadini di
Genova, loro chiedendo per liberarsi un'arbitraria contribuzione. Ma tra
i furori della guerra civile, conservavasi in Genova un così vivo
sentimento del rispetto dovuto alle leggi, che fra que' trenta
prigionieri non se ne trovò un solo che non si dichiarasse apparecchiato
a soffrire ogni cosa, piuttosto che incoraggiare una tale violazione
della pubblica libertà, pagando vilmente una taglia[140].
[140] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 723. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 616. — P. Bizarri, l. XIII, p. 308. — Agost. Giustiniani, l. V,
f. 216._
Il re Renato aveva passata la notte a Varagine, di cui si erano
impadronite le sue truppe da sbarco; di là si erano avanzate, senza
incontrare resistenza, fino a san Pier d'Arena, e la flotta francese
stava pure in faccia a questo sobborgo. Se questa avesse forzato
l'ingresso del porto, e se l'armata avesse dato un assalto quando
arrivò, forse la città, spaventata e scoraggiata, sarebbe stata presa:
ma gli emigrati, che seguivano il campo francese, sperando di ricondurre
l'ordine nella loro patria per mezzo di negoziazioni, supplicarono il re
a non adoperare subito la forza, e questi, che nutriva pei Genovesi
affetto e riconoscenza, si lasciò facilmente piegare[141]. Però il terzo
giorno, 17 di luglio, quando s'avvide che i suoi nemici accrescevano i
loro apparecchi di difesa, ordinò di attaccare le alture. L'armata
francese, partendo dal convento di san Benigno, si mosse in tre colonne,
per occupare verso il levare del sole la montagna che signoreggia questo
convento. La prima eminenza fu dai Francesi forzata con poca perdita, e
respinta la prima divisione genovese; ma la disposizione del terreno
rendeva facile ai Genovesi la difesa nel ritirarsi, mentre che i
Francesi, di già oppressi dal caldo e dal peso delle loro armi, si
vedevano sempre innanzi scoscese balze che dovevano superare. Paolo
Fregoso aveva avuta la precauzione di far apparecchiare sulle alture
rinfreschi e viveri per i suoi soldati, mentre che i Francesi, esposti
ad un ardente sole, cominciavano a soffrire la sete. Non pertanto la
battaglia fino a mezzogiorno mantenevasi indecisa, quando tre soldati
dello Sforza, celebri pel loro valore, giunsero da Milano a Genova, e
corsero nel campo di battaglia annunciando l'imminente arrivo di Tiberto
Brandolini con un numeroso corpo di cavalleria. I combattenti credettero
questa cavalleria di già entro il recinto delle mura: il nome dello
Sforza venne ripetuto dai Genovesi con grandi acclamazioni; si credette
bentosto di ravvisare questo rinforzo in una truppa di contadini della
Polsevera, che si avvicinavano; i Francesi si scoraggiarono, e
cominciarono a voltare le spalle. Il loro corpo di riserva tentò invano
di sostenerli; perchè tutti i contadini ed i borghesi armati adunati
sulle alture, che fin allora non avevano osato di cimentarsi nella
battaglia, si precipitarono sui nemici fuggiaschi. I Francesi vennero
rovesciati dal pendìo delle colline e spinti fino alla riva del mare. Si
dice che Renato, il quale, stando sulla sua flotta, vedeva la loro
disfatta, non volle far avanzare i suoi vascelli per riceverli,
dichiarando che cavalieri che fuggivano non meritavano nè compassione nè
soccorso. La sconfitta fu compiuta, e questa battaglia fu forse la più
sanguinosa che siasi data in tutto il secolo in Italia. Si trovarono sul
campo di battaglia due mila cinquecento morti, oltre un ragguardevole
numero di fuggitivi che si erano annegati gettandosi in mare per
raggiugnere le loro navi. Il peso delle armi non permise che un solo si
salvasse a nuoto, onde tutti coloro che non perirono furono fatti
prigionieri[142].
[141] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 723. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 617._
[142] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 725. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 618. — P. Bizarri, l. XIII, p. 309. — Ag. Giustiniani, l. V, f.
216. — Crist. da Soldo, t. XXI, p. 893. — Comment. Pii Papae II, l.
V, p. 126. — Bernard. Corio p. VI, p. 956._
Ma appena dalle armi riunite di Prospero Adorno e di Paolo Fregoso erasi
ottenuta così luminosa vittoria, che la gelosia di questi due rivali
scoppiò con nuovo furore. Prospero ordinò alle porte di non lasciar
entrare il Fregoso, o i suoi partigiani; questi attraversarono il porto
colle barche, e quando furono in città ricusarono d'uscirne. Dalle
negoziazioni si venne alle armi, e lo stesso giorno, ch'era stato
illustrato da così micidiale battaglia contro i Francesi, i vincitori ne
attaccarono fra di loro un'altra entro le mura sotto gli occhi
dell'armata milanese, che non volle prendervi parte, dichiarando di
avere avuto ordine di soccorrere unitamente gli Adorni ed i Fregosi, e
di non sapere quale scegliere fra di loro. Finalmente Prospero Adorno
dovette uscire di città con tutti i suoi partigiani, e Paolo, credendo
la dignità ducale incompatibile con quella di arcivescovo, la fece dare
a suo cugino Spineta Fregoso. Il re Renato, più non potendo difendere il
Castelletto, sperò d'avere trovato all'arcivescovo un nemico nella sua
famiglia, dando in mano il Castelletto a quel Luigi Fregoso ch'era stato
doge dal 1448 al 1450. Ma Paolo, sicuro della sua superiorità, richiamò
anche Luigi nel suo partito, facendolo nominare doge invece di Spineta.
Renato lasciò il comando di Savona a quello stesso Luigi della Vallée
che aveva avuto il comando di Genova, e tornò in Francia, ove la morte
di Carlo VII, accaduta il 22 di luglio[143], gli aveva fatto perdere
quegli in cui principalmente confidava. Lodovico XI, che succedeva a
Carlo, era sempre stato come Delfino l'alleato dei nemici di suo padre;
non pertanto dichiarò agli ambasciatori di Francesco Sforza, che oramai,
come re di Francia, punirebbe le ostilità che aveva incoraggiate prima
di regnare[144].
[143] _Enguerr. de Monstrelet. Chron. v. III, f. 87._
[144] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 726. — Uberti Folietae, l. XI,
p. 619-620. — P. Bizarri, l. XIII, p. 311. — Giustiniani, l. V, f.
217._
La ribellione di Genova era sommamente dannosa al partito angioino che
combatteva a Napoli, perciocchè lo privava degli annui sussidj, d'una
ragguardevole flotta, ed inoltre della cooperazione dell'armata disfatta
sotto Genova, che Renato avrebbe condotta a suo figliuolo nel regno di
Napoli, se avesse ottenuto a Genova lo sperato successo. Intanto
continuavasi la guerra nel regno di Napoli, e Pio II, ausiliario
interessato di Ferdinando, prendeva possesso in proprio nome dei feudi
che il suo generale, Federico di Montefeltro, toglieva agli angioini.
Nello stesso tempo faceva dare a suo nipote, per compensarlo de' suoi
servigj, Castiglione della Pescaja in Toscana, tuttavia occupato da una
guarnigione napolitana[145].
[145] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 727. — Aug. Dathi Fragm. Hist.
Senensis. Rer. Ital., t. XX, p. 61. — Comment. Pii Papae II, l. IV,
p. 107._
In tutta questa campagna la guerra si trattò quasi soltanto nella
Puglia. Ferdinando era venuto a gittarsi in Barletta; egli possedeva
anche Trani; ma tutto il rimanente era nelle mani del duca di Calabria.
Questi disponevasi ad assediare in Barletta il monarca arragonese, ma
l'arrivo di Alessandro Sforza interruppe i suoi disegni, oltrechè
bentosto vide con maraviglia armarsi contro di lui un altro nemico.
Giorgio Castriotto, detto Scanderbeg l'eroe della Cristianità, lasciando
le guerre dei Turchi in Epiro, sbarcò in Puglia con ottocento Albanesi
per soccorrere il figliuolo di quell'Alfonso d'Arragona da cui era stato
più volte soccorso. I soldati francesi del duca di Calabria volgevano
con rincrescimento le armi contro questo valoroso campione della fede, e
Ferdinando, avendo con questi diversi sussidj ricuperata la superiorità,
assediò e prese la città di Gesualdo, indi quella di Nola, sotto gli
occhi degli Angioini; poi prese i quartieri d'inverno[146].
[146] _Jo. Simonetae, l. XXVIII, p. 729. — Jovian. Pontanus, de
bello Neapol., l. II, p. 34-42. — Comment. Pii Papae II, l. VI, p.
165._
Ma sebbene il duca di Calabria non avesse in questa campagna conservati
i vantaggi avuti nella precedente, non pertanto sembrava tuttavia in
migliore situazione di Ferdinando. Lodovico XI cercava colle promesse,
colle minacce, con tutto il credito della sua potente monarchia, di
staccare Francesco Sforza dalla alleanza del re di Napoli; nello stesso
tempo minacciava Pio II di far adunare un concilio in Francia, se questo
papa prodigava al bastardo d'Arragona i sussidj che la Cristianità aveva
somministrati per combattere i Turchi. Pio II non sapeva risolvere;
scriveva al duca di Milano che la guerra di Napoli era un'idra
rinascente; che i tesori della Chiesa erano esauriti dalle stesse
vittorie; che il suo dovere non meno che il suo interesse lo chiamavano
alla neutralità tra i principi cristiani. Francesco Sforza ch'era il
solo appoggio di Ferdinando, trovavasi egli stesso circondato soltanto
di partigiani della casa d'Angiò. I Fiorentini e Cosimo de' Medici, suoi
più antichi alleati, il senato di Milano e la stessa sua consorte,
Bianca Visconti, gli facevano calde istanze, perchè abbandonasse un
principe che non poteva sostenersi sul trono, ed assicurasse ai proprj
figli la potente protezione della casa di Francia. Queste istanze
raddoppiarono quando Francesco Sforza, in principio d'agosto, fu
assalito da violenti dolori articolari e da idropisia. Bianca Visconti,
che aveva quasi perduta ogni speranza della sua guarigione, lo
supplicava a non lasciare la di lui famiglia impegnata in così
pericolosa guerra, e di accordare piuttosto la mano di sua figlia
Ippolita al duca di Calabria, che nuovamente l'aveva richiesta. La voce
della morte dello Sforza divulgatasi ne' suoi stati cagionò un
ammutinamento in Piacenza, che potè fargli sentire quali rivoluzioni
scoppierebbero alla sua morte[147]. Suo figlio naturale, Sforzino,
cercava egli medesimo di sedurre un corpo di truppe per condurlo agli
Angioini[148]. Ma Francesco Sforza, irremovibile nel suo piano di
politica, e fedele ai suoi impegni, che risguardava come sacri, respinse
tutte le istanze de' suoi amici e della sua famiglia, e dichiarò che si
conserverebbe alleato di Ferdinando fino alla morte.
[147] _Ant. de Ripalta Ann. Placent., t. XX, p. 907._
[148] _Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 739-756._
Quando il duca di Milano entrò in convalescenza, fece arrestare, in
febbrajo del 1462, il conte Tiberio Brandolini, uno dei migliori suoi
generali, che sospettava essere stato partecipe della sollevazione di
Piacenza, ed avere in appresso trattato col Piccinino e col duca di
Calabria per passare ai servigj della casa d'Angiò. Già da sei mesi
teneva pure in prigione suo figliuolo Sforzino, cui non fece grazia
della vita che dietro le istanze della consorte[149]. Il Brandolini fu
condannato a perpetua detenzione; ma il 12 settembre del susseguente
anno si tagliò egli stesso la gola, siccome attestarono i suoi
carcerieri[150]. Così scomparivano a poco a poco que' famosi
condottieri, la di cui mala fede ne rendeva egualmente pericolosa
l'alleanza e l'inimicizia. La potenza loro, indipendente da quella dei
sovrani, aveva fatto tremare l'Italia, e la loro vita non era protetta
dalle leggi sociali, che essi medesimi conculcavano. Francesco Sforza,
il più bravo e più fortunato condottiere, ne fece perire molti in forza
di accuse che nel sistema di guerra allora in vigore non risguardavansi
come criminose nè disonoranti: pare che conoscendoli meglio degli altri
per avere lungo tempo vissuto tra di loro, egli fosse più diffidente e
geloso de' loro progetti e della loro grandezza.
[149] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 1002._
[150] _Ann. Foroliviens., t. XXIII, p, 226. — Jo. Simonetae, l.
XXVIII, p. 734._
I ragguardevoli sussidj, che Francesco Sforza mandava a Roma per
mantenere di concerto col papa l'armata di Federico di Montefeltro e
pagare solo quella di suo fratello Alessandro, non bastavano ancora per
procurare un deciso vantaggio al partito d'Arragona. Ferdinando,
occupando il 22 aprile la città di Sarno, aveva bensì assoggettata al
suo dominio tutta la terra di Lavoro tra il Sarno ed il Volturno[151];
ma la mancanza di danaro lo aveva forzato in appresso a rimanersi
inattivo, mentre il Piccinino ed il principe di Taranto occupavano in
principio della state Giovenazzo, Trani ed Andria, ed il principe
d'Angiò con un'altra armata invadeva tutta la vicina provincia di
Montegargano[152]. Non fu che in sul cominciare d'agosto, che Ferdinando
si unì ad Alessandro Sforza e passò colla sua armata dalla Campania
nella Puglia; dopo tale epoca vide cominciare una serie di prosperi
avvenimenti quasi mai turbati da disastri. Egli assediò il castello
d'Orsaria, poco lontano da Troja: il duca Giovanni ed il Piccinino,
volendo forzarlo a levare l'assedio, si accostarono in modo che il 18
agosto una scaramuccia, cominciata tra le due armate, diventò bentosto
una generale battaglia. L'armata degli Angioini, presa due volte alle
spalle da Alessandro Sforza, fu all'ultimo disfatta. Soltanto una parte
de' fuggitivi potè salvarsi in Troja, e gli altri, inseguiti nella
campagna e dispersi, furono fatti prigionieri. Pure il Piccinino,
osservando dall'alto delle mura di Troja il disordine dei vincitori
sparsi nel piano in traccia di prigionieri e di preda, piombò loro
addosso improvvisamente e liberò moltissimi prigionieri[153]. Questo
debol vantaggio non bastò a porlo in istato di potersi tenere a fronte
del nemico, onde dopo essersi ritirato col duca Giovanni a Luceria, andò
a raggiugnere il principe di Taranto, lasciando Troja e quasi tutta la
Puglia tra le mani di Ferdinando[154].
[151] _Comm. Pii Papae II, l. X, p 245. — Jovian. Pontanus, l. II,
p. 45._
[152] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 735. — Comm. Pii Papae II, l. X,
p. 246. — Jovian. Pontanus, l. IV, p. 60._
[153] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 738. — Comment. Pii Papae II, l.
X, p. 247-248. — Jovian. Pontanus, l. IV, p. 68-70._
[154] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 748. — Jovian. Pontanus, l. IV, p.
71._
Appena questi due capi del partito angioino erano giunti presso al
principe di Taranto, quando un vascello vi recò pure Sigismondo
Malatesta, che veniva a chiedere i loro soccorsi. Il principe di Rimini,
incaricato dal duca di Calabria d'inquietare il papa ne' proprj stati,
era stato sorpreso egli stesso a Mondolfo da Federico di Montefeltro
nella notte del 13 al 14 agosto, quattro giorni prima della disfatta di
Troja, mentre tornava dall'avere occupata Sinigaglia. Il conte d'Urbino,
approfittando della sua vittoria aveva conquistate in settembre quasi
tutte le fortezze del Malatesta, non lasciandogli che la sola città di
Rimini. Sigismondo ignorava il disastro del duca di Calabria, ed il duca
di Calabria non era informato del suo; estremo fu il loro
scoraggiamento, quando si trovarono pressochè nel medesimo tempo
spogliati de' loro soldati[155].
[155] _Jo. Simonetae, l. XXIX, p. 742. — Cron. di Bologn., t. XVIII,
p. 745. — Guernieri Bernio Cron. di Agobbio, p. 1003. — Comment. Pii
Papae II, l. X, p. 258._
Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, presso al quale trovavansi
adunati tutti questi generali, cominciò da quell'istante a risguardare
gli affari della casa d'Angiò come disperati, e si affrettò di
conchiudere con Ferdinando un trattato, che da lungo tempo aveva
segretamente intavolato. Dopo la battaglia di Sarno egli non aveva
spinta la guerra con molto vigore; aveva dati consiglj al duca di
Calabria che avevano ritardato i suoi progressi, e non avevalo ajutato
co' suoi immensi tesori tuttavia intatti. Vero è che non era da sperarsi
che un principe assai vecchio, e febbricitante la maggior parte
dell'anno, spiegasse l'attività propria della gioventù; e gli Angioini,
temendo d'inimicarselo, scusavano le sue infermità, e la sua
intempestiva avarizia. Intanto Ferdinando aveva incaricato il cardinale
di Ravenna, ed Antonio Trezzo, ambasciatore del duca di Milano, di
fargli le più vistose offerte: egli chiamavalo sempre suo zio, e
parlavagli sempre del rispetto e dell'amore che per lui conservava
sempre; e non solo gli prometteva la conservazione di tutti i feudi e
giurisdizioni possedute dall'Orsini sotto il regno di Alfonso, ma gli
rendeva inoltre la carica di capitano generale, cui andava congiunto il
pagamento di cento mila fiorini. E perchè il principe di Taranto potesse
onoratamente ritirarsi dall'antica sua alleanza, Ferdinando offriva un
salvacondotto al duca di Calabria, al Piccinino ed alla loro armata,
purchè nel termine di quaranta giorni evacuassero gli stati del principe
e s'incamminassero alla volta degli Abruzzi[156]. A tali condizioni fu
sottoscritta la pace a Biseglio in Puglia il 13 settembre del 1462, ed
il papa ed il duca di Milano si fecero garanti per il re.
[156] _Jov. Pontanus Neap. belli, l. IV, p. 72. — Jo. Simonetae, l.
XXIX, p. 743. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 747. — Crist. da Soldo
Ist. Bresc., p. 894. — Comment. Pii Papae II, l. X, p. 250._
In fatti il principe d'Angiò ed il Piccinino presero i quartieri
d'inverno negli Abruzzi, che nella susseguente primavera (del 1463)
furono il teatro della guerra. Le spedizioni del Piccinino non avevano
oramai altro scopo che quello di trovare sussistenza alle sue truppe; ed
il duca di Calabria, caduto sotto la dipendenza del suo generale, era
obbligato di ruinare affatto i suoi sudditi pel di cui amore aveva
creduto di salire sul trono. Per tale motivo Celano fu abbandonato al
saccheggio, e Sulmona, presa dal Piccinino, non si sottrasse al sacco
che con una contribuzione[157]. Ma malgrado questi parziali vantaggi il
Piccinino risguardava come affatto prossima la ruina del suo padrone, e
non volendo trovarvisi avviluppato, sottoscrisse il 10 agosto una
separata convenzione con Alessandro Sforza, in conseguenza della quale
passò colla sua armata ai servigj di Ferdinando, che gli accordò la
città di Sulmona con molte castella, e novanta mila fiorini d'oro
all'anno[158]. La città dell'Aquila, minacciata dalle armi di Alessandro
Sforza, capitolò, ed il suo esempio fu seguito dalla maggior parte degli
Abruzzi: all'ultimo Marino Marzano, duca di Svessa e principe di
Rossano, ne' di cui feudi trovavasi in allora il duca di Calabria,
capitolò dopo gli altri; onde lo sventurato duca d'Angiò, dopo essere
stato accolto con entusiasmo da un grossissimo partito, e proclamato in
tutte le province, si vide abbandonato dalla fortuna, tradito dagli
amici, e forzato a cercarsi un asilo in vicinanza degli stati cui
pretendeva, nell'isola d'Ischia, che gli fu data per tradimento insieme
al castello dell'Ovo in faccia a Napoli da due Catalani malcontenti di
Ferdinando[159].
[157] _Jov. Pontanus, l. IV, p. 77, 78._
[158] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 747. — Cron. di Bolog., p. 752. —
Crist. da Soldo Ist. Bresc., p. 897. — Comment. Pii Papae II, l.
XII, p. 319._
[159] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 748._
Intanto Sigismondo Malatesta, il solo alleato che restasse alla casa
d'Angiò in Italia, veniva caldamente inseguito da Federico da
Montefeltro: egli aveva di già perduti Fano e Sinigaglia e quasi tutti i
suoi castelli, ed aveva più volte invocata la clemenza del pontefice.
Gli ambasciatori veneziani peroravano a suo favore; quelli di Firenze lo
raccomandavano alla generosità di Pio II, e rappresentavano che
Sigismondo, spinto agli estremi, potrebbe dare in mano ai Turchi il suo
porto di Rimini[160]. Il papa finalmente risolvette d'accordargli la
pace in ottobre del 1463, ma riducendo il suo territorio a cinque miglia
di raggio intorno a Rimini, e quello di suo fratello, Domenico
Malatesta, ad un eguale raggio intorno a Cesena. Alla morte di questi
due principi, le due loro città dovevano ricadere sotto l'immediato
dominio della Chiesa romana[161].
[160] _Comm. Pii Papae II, l. X, p. 266-272._
[161] _Jo. Simonetæ, l. XXX, p. 749. — Cron. di Bologna, t. XVIII,
p. 753. — Ist. Bresc., t. XXI, p. 897. — Guern. Bernio Cron.
d'Agob., p. 1006. — Comm. Pii Papæ II, l. XI, p. 298. — Scip.
Claramontii Hist. Cæsenæ, l. XVI, p. 424. — Thes. Burmani, v. VII,
p. II._
Mentre ciò accadeva, Giovanni Antonio Orsini, principe di Taranto, morì
il 16 novembre nel suo castello d'Alta-Mura; si ebbe grandissima cura di
dire ch'era morto di vecchiaja, ma pure si vociferò bentosto ch'era
stato strozzato da' suoi servitori, guadagnati da Ferdinando. Il re
diffidava tuttavia di questo principe, che manteneva sempre
corrispondenza col duca di Calabria. Quand'ebbe avviso della sua morte,
si affrettò di recarsi ne' suoi feudi per prendere possesso della sua
eredità come marito di sua nipote: vi trovò grandissimi tesori in
danaro, in mercanzie di ogni sorta, in superbe razze di cavalli, in
numerose greggie, oltre quattro mila uomini di buone truppe. Le
ricchezze mobiliari del principe di Taranto si valutarono un milione di
fiorini, ed i suoi feudi, che vennero riuniti alla corona, erano i più
ricchi ed i più vasti del regno di Napoli. Così Ferdinando, per la morte
d'un uomo, che egli temeva più d'ogni altro, diventò tutt'ad un tratto
il più ricco e potente sovrano dell'Italia[162].
[162] _Giorn. Napolet., t. XXI, p. 1133. — Cron. di Bolog., t.
XVIII, p. 753. — Jov. Pontanus, l. V, p. 84. — Jo. Simonetae, l.
XXX, p. 750._
La morte del principe di Taranto terminò di rovesciare le speranze della
casa d'Angiò: il vecchio re Renato era partito da Marsiglia con dieci
galere in primavera del 1464 per soccorrere suo figliuolo; ma dopo
averlo raggiunto all'isola d'Ischia, ed aver seco deliberato intorno
allo stato dei loro affari, essi convennero che sarebbe cosa inutile lo
spargere altro sangue ed erogare altri tesori per una causa di già
perduta. Si rimbarcarono adunque e tornarono in Francia, abbandonando,
dopo una guerra di sei anni, un paese nel quale avevano fatto
risplendere il loro valore e la loro lealtà; ma dove nè il coraggio, nè
le più dolci virtù gli avevano preservati da una lunga serie di
calamità[163].
[163] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 761. — Jov. Pontani, l. VI, p. 91.
— Giannone Istor. Civ. del Regno, l. XXVII, c. I, p. 551-560._
Sarebbesi detto che i Francesi, disgustati delle guerre d'Italia,
volevano perfino privarsi della possibilità di tornare in questo paese.
Altro non restava in poter loro che Savona, ove Lodovico XI manteneva
una guarnigione che gli costava assai senza promettergli verun
vantaggio. Risolse di cederla allo Sforza per riacquistare in tal
maniera l'amicizia di questo principe, col quale aveva avute anteriori
relazioni. Si fece un trattato in forza del quale, non solo Corrado
Foliano, ufficiale del duca di Milano, fu posto in possesso di Savona in
principio di febbrajo del 1464, ma vennero inoltre trasfusi nel duca di
Milano tutti i diritti che il re di Francia aveva acquistati sopra
Genova col suo trattato coi Genovesi: e questo singolare trattato, che
chiamava Francesco Sforza a far valere diritti che aveva fin allora
combattuti, fu dagli ambasciatori francesi comunicato a tutte le corti
d'Italia[164].
[164] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 752. — Cron. di Bolog., t. XVIII,
p. 755._
Il duca di Milano, dopo essersi in tal modo posto al sicuro dai
risentimenti della Francia, non dubitò di conseguire in breve la
signoria di Genova. I quattro anni ch'erano decorsi dopo la cacciata dei
Francesi, erano stati per Genova una continua serie di sedizioni, di
violenze, di assassinj. Luigi Fregoso, ch'era stato riconosciuto per
doge, era un uomo dolce e giusto, ma debole, che, cercando di rimettere
in città la calma e l'impero delle leggi, trovavasi sempre contrariato
dal violento suo cugino Paolo Fregoso, arcivescovo di Genova. Questi
adunava intorno a sè tutti i faziosi, nudriti nelle guerre civili, tutti
gli assassini amnistiati, che avevano valorosamente combattuto per la
loro fazione, ma che in tempo di pace non avevano nè entrate, nè
industria alcuna per supplire ai loro bisogni o ai loro vizj.
L'arcivescovo andava loro sempre ricordando ch'erano essi che avevano
scacciati da Genova i Francesi, i nobili e gli Adorni; che questa
triplice vittoria erasi conseguita coi pericoli e col sangue loro; ma
che un'ingrata patria condannava, lui a timide funzioni ecclesiastiche
in mezzo ai suoi preti, essi al disprezzo ed alla miseria. Pure se
volevano dargli fede, non sarebbe per altri ma per loro che avrebbero
combattuto. Coloro che gli avevano offesi non oserebbero più alzare gli
occhi in faccia loro, e le ricchezze sarebbero proprietà de' più
valorosi. Avendo con simili ragionamenti infiammate le passioni di
questi formidabili partigiani, egli condusse il 14 maggio del 1462 ad
attaccare il palazzo pubblico; vi sorprese il doge, suo cugino, che di
lui non diffidava, e, scacciatolo, si fece proclamare doge. Ma questa
violenza eccitò un movimento generale d'indignazione; tutte le persone
dabbene, tutto il popolo si mostrarono così alieni da un prelato che
tanto bruttamente turbava la pubblica tranquillità ed oltraggiava le
leggi, ed il numero de' suoi partigiani fu così debole in confronto del
partito contrario, che Paolo Fregoso spaventato abdicò volontariamente,
prima che passasse un mese, l'usurpata autorità. Otto capitani del
popolo presero subito il suo luogo, e pochi giorni dopo, l'otto giugno
seguente, Luigi Fregoso venne per la terza volta decorato della corona
ducale[165].
[165] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 620. — P. Bizarri S. P.
Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 313. — Ag. Giustiniani Ann., l. V, f.
217._
Per altro Paolo Fregoso non aveva abdicato che per aver tempo di
ragunare nuove forze con nuove pratiche, ed avanti che terminasse l'anno
sorprese suo cugino con un branco di scellerati, lo fece condurre avanti
alla fortezza del Castelletto, e, fatta piantare una forca, minacciò di
far appiccare il doge, se non gli si aprivano le porte della fortezza.
Luigi non resistette, e la fortezza fu consegnata all'arcivescovo, il
quale ottenne bolle dal papa, in data del 31 gennajo del 1463, con cui
Pio II, dopo alcune ammonizioni, lo riconosceva doge di Genova e lo
scioglieva tanto dai proprj giuramenti che dalle censure ecclesiastiche,
che potevano impedire ad un prelato l'esercizio delle funzioni civili e
militari[166].
[166] _Rayn. Ann. Eccl. 1462, § 51, t. XIX, p. 123. — Uberti
Folietae Gen. Hist., l. XI, p. 621. — Comm. Pii Papae II, l. XI, p.
292, 293. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIII, p. 315. — Ag.
Giustiniani Ann., l. V, f. 218._
In questa seconda amministrazione Paolo Fregoso diede libero corso alle
sue passioni ed alla sua cupidigia. Aveva preso per suo aggiunto un uomo
nè meno di lui violento, nè meno ambizioso, e questi era Ibletto del
Fiesco, cui diede il comando di quella truppa di facinorosi, che lo
servivano come guardie e come soldati. L'autorità delle leggi e quella
de' magistrati furono in città sospese; i partigiani dell'arcivescovo
entravano di qualunque ora del giorno nelle case dei ricchi, per
prendere il danaro, le mercanzie, le donne che volevano rapire. Ogni
giorno veniva macchiato dalla morte di qualche cittadino, che aveva
osato di resistere a queste violenze, o che spirava vittima di qualche
antica nimicizia. Sarebbesi detto che la città era stata presa
d'assalto, se il saccheggio, autorizzato dal capo della religione e
della giustizia, invece di essere passaggero, non si fosse protratto per
molti mesi[167]. Tutta la nobiltà, tutti coloro che avevano di che
vivere, uscirono di città per sottrarsi a tanta tirannide. Le città
delle due Riviere più non riconoscendo in alcun modo l'autorità della
repubblica, e non sapendo come conservarsele fedeli, spiegarono le
insegne del duca di Milano. Questi sedusse Prospero Adorno, Spineta
Fregoso e Jacopo del Fiesco, e diede a questi potenti cittadini nuovi
feudi in Lombardia, per legarli più strettamente al suo partito;
all'ultimo guadagnò lo stesso Ibletto del Fiesco, ch'era stato fin
allora l'agente ed il ministro dei furori dell'arcivescovo. Fece in pari
tempo avanzare contro Genova Jacopo da Vimercato con una potente armata,
cui si unirono Paolo Doria e Girolamo Spinola con tutti i vassalli di
queste due nobili case[168].
[167] _Uberti Folietae, l. XI, p. 621. — Jo. Simonetae, l. XXX, p.
753. — P. Bizarri, l. XIV, p. 316. — Agost. Giustiniani Ann., l. V,
f. 219._
[168] _Uberti Folietae, l. XI, p. 622. — Jo. Simonetae, l. XXX, p.
754. — Bern. Corio Stor. Milan., p. VI, p. 963. — P. Bizarri S. P.
Q. Genuens. Hist., l. XIV, p. 317._
Paolo Fregoso si conobbe troppo debole per resistere a questo turbine;
pure non volle porgere orecchio ai negoziati che Francesco Sforza era
disposto ad aprire con lui, nè rinunciare al suo principato, nè esporsi
ad essere oppresso dal popolo, se aspettava il nemico in città. Era in
sua mano la fortezza del Castelletto, ch'egli risguardava come il pegno
del futuro suo ritorno in Genova. Ne affidò la custodia a Bartolommea,
vedova del doge Piero suo fratello, ed a Pandolfo, altro suo fratello.
Diede loro cinquecento de' suoi migliori soldati per difendersi; indi,
presi seco gli altri facinorosi più attaccati alla sua persona,
s'impadronì di quattro vascelli che si trovavano nel porto, li provvide
di armi e di munizioni, ed uscì di Genova per esercitare la pirateria,
finchè una più propizia sorte gli permettesse di venire a riprendere e
la mitra pontificale, e la corona ducale, ch'era forzato a deporre
momentaneamente[169]. Infatti lo vedremo ricuperare in appresso tutta la
sua grandezza, ed inoltre aggiugnervi nel 1480 la porpora cardinalizia,
sotto il titolo di sant'Atanasio.
[169] _Uberti Folietae, l. XI, p. 622. — Jo. Simonetae, l. XXX, p.
754. — P. Bizarri Hist. Gen., l. XIV, p. 317. — Agost. Giustin., l.
V, f. 219._
Partito Paolo Fregoso, Ibletto del Fiesco occupò una delle porte, ed i
giardini di Carignano; e da quella banda il 13 aprile del 1464
introdusse in città Jacopo Vimercato. Questo generale assediò subito il
Castelletto, che per altro difficilmente avrebbe preso; ma dopo quaranta
giorni la vedova Fregoso glielo vendette per quattordici mila fiorini
d'oro, introducendovi i soldati milanesi di nascosto di suo cognato, che
doveva dividerne con lei la custodia[170]. Frattanto si spedirono a
Milano ventiquattro deputati dalla repubblica per deferire la signoria a
Francesco Sforza alle medesime condizioni convenute col re di Francia e
per prestare in sua mano il giuramento di fedeltà[171].
[170] _Uberti Folietae Hist., l. XI, p. 623. — P. Bizarri Hist.
Gen., l. XIV, p. 318. — Ag. Giustin., l. V, f. 219._
[171] _Jo. Simonetae, l. XXX, p. 757._
Le rivoluzioni, che dopo avere ruinata la repubblica di Genova finirono
col precipitarla sotto un giogo straniero, avevano cominciato in tempo
delle guerre del regno di Napoli. Per iscacciare la casa d'Arragona la
repubblica aveva vuotati i suoi tesori, e versati torrenti di sangue, e
finalmente soggiacque essa medesima alle turbolenze che aveva voluto
eccitare nelle lontane provincie. Aveva in appresso abbandonata una
causa abbracciata con tanto ardore; aveva sperimentata tutta la violenza
del governo d'un capo di faziosi, ed era stata all'ultimo costretta per
trovar pace, di rinunciare alla libertà. Nello stesso tempo la
repubblica di Firenze si sottrasse alle stesse violenti convulsioni,
perchè cercò d'isolarsi dalla grande contesa che divideva tutta
l'Italia. Aveva da prima preso un interessamento, quasi così vivo come
la repubblica di Genova, per l'ingrandimento della casa d'Angiò, ed era
stata in sul punto di entrare nella medesima guerra; ma la prudenza di
uno de' suoi cittadini l'aveva ritenuta nella neutralità, evitando ad un
tempo gli esterni pericoli e le grandi commozioni interne. Per altro non
si sottrasse alle disgrazie attaccate all'impero delle fazioni, e se non
perdette la sua libertà, la vide per lo meno crudelmente compromessa da
quei medesimi ch'eransi sollevati nel suo seno come difensori e
protettori del popolo.
La forma legale del governo di Firenze si avvicinava assaissimo alla
democrazia; niun corpo nello stato aveva uno stabile potere, veruno
nominava i suoi proprj membri, veruno conservava spirito ed interessi
indipendenti da quelli del popolo. I consiglj, la magistratura, lo
stesso capo dello stato, tutto continuamente mutavasi, tutto si
rinnovava con somma rapidità, e tutti i cittadini dovevano la volta loro
comandare, ed essere comandati. E per impedire che lo spirito di corpo
non si perpetuasse ne' consiglj, per impedire che il favore, od i
maneggi restrignessero le elezioni ad una sola classe di cittadini, ad
un piccolo numero di persone, erasi preferita la sorte alla scelta, e la
repubblica riceveva il suo governo dall'estrazione d'una lotteria.
Questa esagerata ricerca dell'eguaglianza fra i cittadini fu
propriamente ciò che la distrusse. La repubblica non sarebbe stata mai
più chiamata a violare le proprie leggi, se si fosse accontentata di far
eleggere il proprio gonfaloniere, i priori, i consiglj dai suffragj del
popolo; e se, considerando alcuni di questi mandati del popolo come
irrevocabili, avesse, almeno ne' consiglj, conservati fino alla morte
coloro che vi fossero stati una volta collocati dal voto dei loro
concittadini. Sarebbesi in tale maniera data un'áncora che l'avrebbe
tenuta ferma nelle agitazioni popolari, ed avrebbe conservata nello
stesso corpo la tradizione de' suoi interessi e della sua politica. Ma
nella forma del governo adottato dalla repubblica era impossibile il
ripromettersi dai suoi magistrati, sempre nuovi, unione ne' sistemi,
costanza ne' progetti, e combinazioni politiche che richiedessero molti
anni per la loro esecuzione. Formavasi subito fuori del governo un
partito, una fazione che diventava il vero centro dell'autorità, il vero
governo della repubblica. Questo partito, per darsi un'esistenza legale,
ricorreva al parlamento di tutta la nazione. Con un atto della sua
sovranità il parlamento sospendeva la costituzione e creava una _balìa_,
come i Romani creavano un dittatore, per salvare la repubblica con
un'autorità superiore alle leggi. Formava questa _balìa_ o commissione
con un determinato numero di cittadini, i più distinti, i più attivi del
partito dominante, e talvolta il loro numero ammontava a parecchie
centinaja. In appressa il parlamento affidava a questi cittadini il
diritto di riempire a loro scelta le borse da cui si dovevano levare a
sorte i nomi de' magistrati, di scegliere ancora ogni due mesi in queste
borse i nomi di coloro che dovevano aver luogo nella signoria, lo che
dicevasi fare le elezioni a mano, d'esiliare senza forma di giudizio
coloro che si risguardavano come pericolosi pel partito dominante, e
finalmente di trovare con mezzi arbitrarj il danaro necessario ai
bisogni dello stato. La creazione d'una balìa era una tirannide
stabilita in una repubblica, ed era errore grossolano del legislatore
l'averla renduta necessaria. Tale era non pertanto l'incostanza del
governo costituzionale, che quando spirava la balìa (giacchè non era mai
creata che per un tempo limitato) la repubblica era sempre minacciata di
ricadere nella anarchia.
Dopo la rivoluzione del 1434 la repubblica di Firenze aveva avuto alla
sua testa due uomini d'un merito eguale, sebbene la loro riputazione non
siasi conservata eguale, Neri Capponi e Cosimo de' Medici. Il primo,
grande politico, destro negoziatore, in guerra generale vigilante e
felice, erasi fino dal 1420 renduto caro egualmente ai cittadini ed ai
soldati coi continui servigj prestati alla repubblica. Cosimo de'
Medici, non meno destro politico, invece della riputazione militare
godeva quella di generoso protettore delle lettere, delle arti e della
filosofia. Inoltre la sua immensa ricchezza gli somministrava il modo di
spargere dappertutto i beneficj, e l'estrema sua generosità lo portava a
prevenire tutte le domande di danaro che gli si potevano fare. Appena
eravi in tutto il suo partito un cittadino, che non si fosse
gratificato. Così, mentre Neri Capponi non aveva che ammiratori e
partigiani. Cosimo de' Medici aveva clienti che gli erano affatto
devoti[172].
[172] _Machiavelli Ist. Fior., l. VII, p. 274._
Malgrado la rivalità loro e malgrado alcune vicendevoli offese, questi
due grandi cittadini conservaronsi tra di loro generalmente uniti, sia
per zelo per la repubblica, sia per timore dell'opposto partito degli
Albizzi, che, sebbene abbattuto, era ancora potente. Perciò, in ventun
anni che furono unitamente alla testa dello stato, fino alla morte di
Capponi, accaduta l'anno 1455, trovarono sempre il popolo propenso a
continuar loro l'autorità della balìa quando spirava. In questo spazio
di tempo fu rinnovata sei volte, e sempre in un modo legittimo dal
parlamento adunato dietro inchiesta dei consiglj.
Ma l'autorità dell'ultima balìa terminava il primo luglio del 1455. Non
esisteva plausibile ragione per rinnovarla, trovandosi lo stato in pace
co' suoi vicini, essendo internamente la fazione degli Albizzi abbattuta
affatto, e la rivoluzione da troppo lungo tempo ultimata, perchè si
osasse di conservare un regime rivoluzionario. Altronde essendo morto
Neri Capponi, Cosimo de' Medici, rimasto solo, eccitava maggiore
gelosia. I suoi amici, che mai non avevano avuto intenzione di farlo
principe, non erano meno de' suoi nemici diffidenti dell'ingrandimento
del suo potere: essi si opposero perciò ne' consiglj al rinnovamento
della balìa, e si tornò ad estrarre a sorte la signoria: pure ciò si
fece colle liste e colle borse ch'erano state fatte dalle precedenti
balìe, e che non contenevano che i nomi degli amici dei Medici. Pietro
Rucellai, che entrò in carica il primo luglio del 1455, fu il primo
gonfaloniere nominato dalla sorte[173]; la sua magistratura eccitò
trasporti di gioja nel popolo, che credette di rientrare soltanto allora
nel godimento de' suoi diritti e della sua libertà. Il cambiamento era
infatti per lui reale, perciocchè nella precedente amministrazione, i
giudizj dei tribunali, e la ripartizione delle imposte erano diventati
oggetti di favore e di brighe. I Fiorentini in tutti gli affari
contenziosi eransi trovati in necessità di sollecitare e spesso di
comperare coi doni il favore de' potenti cittadini che governavano lo
stato con Cosimo de' Medici. Ma dopo la cessazione della balìa, non solo
la nuova magistratura più non diede orecchio alle raccomandazioni del
favore, ma per lo contrario ebbe piacere di maltrattare coloro, innanzi
ai quali erasi fin allora tremato. Que' medesimi cittadini, le di cui
case pochi mesi prima erano affollate di clienti che recavano doni, si
videro abbandonati ed esposti ai sarcasmi della moltitudine. Cosimo de'
Medici aveva preveduto questo cambiamento, che a lui non fece torto,
perchè i suoi clienti avevano sempre di lui bisogno. Aveva sentito che i
suoi amici verrebbero puniti della loro gelosia, ed erasi compiaciuto di
vederli colle pratiche loro privarsi essi medesimi del loro credito
senza recare pregiudizio al suo[174].
[173] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 82._
[174] _Machiavelli, l. VII, p. 276. — Comm. di Filippo de' Nerli,
de' fatti civili di Firenze, l. III, p. 47._
Il governo cercava di estinguere il debito pubblico, ch'era cresciuto
assai durante la precedente guerra; uno dei mezzi adottati per
accrescere le entrate fu il rinnovamento del catastro del 1427, in forza
del quale tutte le proprietà mobili ed immobili di ogni cittadino erano
state stimate, ed assoggettate ad un'imposta di un mezzo per cento del
capitale. Dopo tale epoca i ricchi avevano trovato modo di sottrarre
gran parte de' loro averi alle pubbliche imposte, valendosi del credito
che esercitavano sopra i magistrati; onde una legge che stabiliva
un'eguaglianza proporzionale nelle imposte, venne risguardata dal popolo
come un trionfo. Fu fatta in principio del 1458, e vennero incaricati
dieci commissarj di fare entro l'anno il riparto dell'imposta a seconda
delle sostanze[175].
[175] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 85._
Bentosto i grandi ed antichi amici di Cosimo lagnaronsi del cambiamento
introdotto nello stato, lagnaronsi d'essere abbandonati al capriccio
della moltitudine. Le stesse persone, che per gelosia del Medici avevano
ostato al rinnovamento della balìa, lo supplicavano adesso di unirsi con
loro per ottenerne una. Non avendo voluto Cosimo cedere alle loro
istanze, Matteo Bartoli, che fu gonfaloniere ne' due susseguenti mesi,
si provò a chiedere la balìa senza di lui; ma non solo non vi riuscì, ma
diede luogo a portare una legge ne' consiglj, in forza della quale non
poteva adunarsi il parlamento senza essere domandato dagli unanimi
suffragj della signoria e del collegio, e senza che la proposizione
fosse approvata dai due consiglj[176]. Questo trionfo del partito
popolare, cui aveva contribuito lo stesso Cosimo, accrebbe l'avvilimento
di quegli amici che si erano da lui allontanati, e fece loro più
vivamente desiderare una riconciliazione.
[176] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 85._
Frattanto, dopo aver data questa lezione al suo partito, Cosimo de'
Medici credette che fosse tempo di rendergli il primo vigore e
d'impedire che Firenze non si accostumasse al godimento della sua
libertà. Avendo la sorte dato per gonfaloniere di luglio e d'agosto del
1458 Luca Pitti, Cosimo lasciò a questo ricco, potente ed audace
cittadino la cura di adunare un parlamento, determinato di tenersi al
coperto da ogni avvenimento, non secondandolo apertamente e non
contrariandolo, onde poter approfittare del buon successo, e non essere
a parte delle sue perdite, ove la cosa non riuscisse. In fatti il Pitti
riempì il palazzo di gente armata, costrinse colle minacce i priori,
suoi colleghi, a domandare il parlamento; coprì tutte le uscite della
piazza di soldati e di contadini cui aveva distribuite le armi, e
l'undici d'agosto del 1458, avendo fatto suonare la maggior campana,
tenne un'adunanza del popolo tremante e sommesso, che approvò e sanzionò
tutti i regolamenti che a lui piacque di proporre, rinnovando la balìa
del 1434, ed aggiugnendovi dieci nuovi elettori e dieci segretarj. Si
pretestò pel rinnovamento di quest'autorità dittatoriale della
repubblica il pericolo che poteva farle correre la morte di papa Calisto
III, gli assassinj del conte Averso dell'Anguillara e l'anarchia di
Roma. Si resero depositarj di tutta l'autorità dello stato 352
cittadini, e loro si attribuirono le nomine dei magistrati, i giudizj
stragiudiziali e le imposte[177].
[177] _Ist. di Gio. Cambi, t. XX, p. 358._
La balìa fece il più violente uso, che fare si potesse, dell'arbitraria
autorità che le era affidata: Girolamo, figliuolo d'Angelo Machiavelli,
aveva gagliardamente parlato intorno al pericolo inerente alla
convocazione dei parlamenti ed alla sovversione della libertà cagionata
dalle balìe. Venne arrestato ed assoggettato alla tortura per forzarlo
coi tormenti a palesare, come una trama, i motivi della sua legittima
opposizione ad intraprese contrarie alle leggi. In fatti strapparonsi di
bocca al Machiavelli i nomi d'Antonio Barbadori e di Carlo Benizi, che
dichiarò essere a parte delle sue opinioni; furono ambidue posti alla
tortura: dopo di che il Machiavelli e suo fratello, il Barbadori con suo
figlio, il Benizi e tre suoi parenti vennero condannati a grosse ammende
ed alla relegazione. I due primi non essendosi recati nel luogo del loro
esilio, Girolamo Machiavelli fu arrestato per tradimento di uno de'
signori della Lunigiana, e dato alla signoria di Firenze, che lo fece
morire[178].
[178] _Ist. di Gio. Cambi, t. XX, p. 361. — Niccolò Machiavelli, l.
VII, p. 278. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 87._
Luca Pitti fu fatto cavaliere in premio del vigore che aveva mostrato.
Cosimo de' Medici e tutti gli amici del governo si credettero obbligati
a fargli dei regali; egli ne ricevette da tutti coloro che desideravano
di guadagnare il suo favore, e dalla stessa repubblica; si dice che
ammontassero a ventimila fiorini. Peraltro Cosimo era vecchio e logoro,
frequentemente veniva tormentato dalla gotta, onde pareva disgustato
degli affari pubblici e trattenevasi in villa la maggior parte del
tempo. Luca Pitti, ambizioso ed orgoglioso, approfittava della ritirata
del suo amico per innalzarsi. Pareva egli il vero capo della repubblica,
e la fazione dominante omai più non chiamavasi il partito di Cosimo, ma
quello di Pitti. Per illustrare il suo trionfo, egli prese a fabbricare
due palazzi, uno alla distanza di un miglio fuori delle mura e l'altro
in città; ne gittò così estesi i fondamenti e con fasto tanto insolito,
che Firenze, accostumata ai prodigj dell'architettura, Firenze, che non
aveva trovato che Cosimo fosse uscito dai confini della modestia di un
cittadino innalzando il palazzo Medici (oggi palazzo Riccardi in via
larga), riguardò il palazzo Pitti come un'intrapresa reale. Per
terminare questo superbo edificio, diventato poscia la residenza dei
gran duchi, Luca Pitti ricevette regali da tutti coloro che avevano
bisogno della sua protezione o del suo favore. Non solo i particolari,
ma i comuni, che dovevano chiedere qualche cosa ai consiglj della
repubblica, s'addirizzavano a Pitti; e tutti sapevano che il suo
appoggio non si otteneva, che dandogli materiali pel suo edificio. Tutti
i banditi, tutti i malfattori, che avevano ragione di temere la pubblica
vendetta, si rifugiavano in quel ricinto, e finchè lavoravano a
fabbricare, non erano molestati dagli ufficiali della giustizia, che ivi
non osavano inseguirli[179].
[179] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 280._
Cosimo de' Medici, che aveva sempre cercato di non offendere gli occhi
dei suoi concittadini con verun fasto esteriore, e che, sebbene
considerato negli altri stati come principe, non aveva lasciato di
essere in patria un semplice cittadino, vedeva con dolore il partito
ch'egli aveva formato, e che ancora appoggiavasi al suo nome, dare un
tiranno alla repubblica. Egli tenevasi lontano dagli affari, e
fabbricava chiese in Firenze e nelle vicinanze; si circondava di
letterati, ed occupavasi con Marsilio Ficino del rinnovamento della
filosofia platonica, quando in principio di novembre del 1463 ebbe la
sventura di perdere il suo secondo figliuolo, Giovanni de' Medici, in
età di quarantadue anni. Sopra di questi fondava Cosimo le sue speranze
per la grandezza della sua famiglia, sembrandogli che i talenti ed il
carattere di Giovanni fossero d'una tempra abbastanza forte per
governare la repubblica, per guadagnarsi il cuore de' suoi concittadini,
mantenere al di fuori la riputazione de' Medici, e per proteggere
nell'interno e far fiorire le lettere e le arti. Il primogenito, Piero
de' Medici, allora in età di quarantasette anni era di così debole
salute, che non poteva credersi capace di portare il peso degli affari.
Il figlio di Giovanni, detto Cosimo, era morto prima di lui, ed i due
figli di Pietro erano ancora fanciulli. Il vecchio Cosimo de' Medici
facevasi portare pel suo vasto palazzo, pel quale più non poteva girare
a piedi, e diceva sospirando: «Questa è troppo gran casa per così
piccola famiglia[180]!»
[180] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 91._
Cosimo de' Medici non sopravvisse lungamente al figliuolo di cui non
sapeva scordarsi: egli morì nella villa di Careggi il 1.º agosto del
1464 in età di settantacinque anni, egualmente compianto dagli amici e
dai nemici. I primi lo amavano per i suoi infiniti beneficj, i secondi
avevano di già imparato a temere coloro che dovevano succedergli nel
governo della repubblica. Sapevano che Cosimo li forzava ancora a
qualche moderazione pel solo credito del suo nome, e tremavano in vista
della tirannide, sotto la quale caderebbero, quando lo stato più non
avrebbe questo moderatore.
Cosimo, il più grande cittadino che siasi mai innalzato in un paese
libero, era stato trent'anni capo della più ricca, potente ed illuminata
repubblica che allora esistesse. Con una felicità più costante, ed un
più lungo potere di quello di Pericle, egli aveva, come il Greco,
arricchita la nuova Atene di tutti i prodigj delle arti. Aveva in
Firenze fabbricati il convento e la chiesa di san Marco, quello di san
Lorenzo ed il chiostro di santa Verdiana; sulla montagna di Fiesole, san
Girolamo e la Badìa; nel Mugello, la chiesa de' Frati minori. Aveva
ornati di cappelle, di statue, di quadri, di argenterie destinate al
culto, le chiese di santa Croce, dei Servi, degli Angeli e di san
Miniato. Aveva per se medesimo fabbricati quattro palazzi in campagna, a
Careggi, a Fiesole, a Caffaggiuolo ed a Trebbio: aveva innalzato in
città il magnifico palazzo, ora _Riccardi_; finalmente aveva in
Gerusalemme eretto uno spedale pei pellegrini. Ma invece d'impiegare,
come Pericle, le pubbliche entrate nell'innalzare questi monumenti, che
fissarono il gusto della bella architettura, aveva tutto fatto col
proprio danaro[181]; e mentre questi pubblici lavori annunciavano un
sovrano, e sorpassavano di lunga mano la magnificenza de' più gran re
dell'Europa, nè i suoi abiti, nè la sua mensa, nè i suoi servi, nè i
suoi equipaggi, superavano quelli della classe comune; egli trattava da
eguale e come semplice cittadino ogni Fiorentino; si era ammogliato ed
aveva dato marito ai suoi figliuoli ed alle sue nipoti non in famiglie
principesche, che avrebbero avidamente cercato il suo parentado, ma in
famiglie di Fiorentini, ch'egli risguardava sempre, ed ognuno
considerava come sue pari.
[181] _Machiavelli Ist., l. VII, p. 282_. — Nei _Ricordi_ scritti di
mano di Lorenzo de' Medici, trovasi ch'egli aveva fatto il conto,
che dal 1434 al 1471 la loro casa aveva spesi in edificj, elemosine
ed imposte 663,755 fiorini d'oro, equivalente peso per peso a
7,965,060 franchi, e secondo la proporzione ch'esisteva a tale epoca
tra il prezzo de' metalli preziosi e quello della mano d'opera, a
circa 32,000,000 di franchi. _Ric. pres. Roscoe Life of Lorenzo, t.
III, p. 45._
Senza dubbio la riputazione di Cosimo de' Medici si conservò più
luminosa, perchè la sua famiglia, dopo di lui, s'innalzò al supremo
potere nella sua patria. Quasi tutti gli storici, nati sotto i Medici,
vollero adularli nel ritratto del loro capo; coloro che avrebbero potuto
tenere un contrario linguaggio si videro forzati al silenzio. Pure un
secolo dopo la sua morte, gli amici della libertà accusavano ancora
Cosimo de' Medici, d'avere, avanti il suo esilio, eccitata la prima
guerra di Lucca per accrescere la propria importanza, e d'averla poi
fatta andare a male per perdere i suoi nemici; di essersi arricchito col
maneggio del pubblico danaro, da cui il suo credito teneva lontani tutti
gli altri cittadini; d'avere estese le sue vendette a tutto quanto eravi
nella repubblica di più illustre; e finalmente d'essersi alleato a
Francesco Sforza pel solo vantaggio della propria famiglia, e contro il
bene della patria[182].
[182] _Jo. Michaelis Bruti Hist. Flor., l. I. in Thes. Antiqu.
Ital., t. VIII, p. II, p. 1-24._ Gio. Michele Bruto scriveva in
Lione dietro le memorie o sotto la dettatura degli emigrati
fiorentini, scacciati dalla loro patria dal duca Cosimo I, e la sua
parzialità è manifesta.
Durante l'amministrazione di Cosimo, Firenze fece alcuni acquisti di
poca importanza, cioè Borgo san Sepolcro, che comperò dal papa poco dopo
la battaglia di Anghiari, Montedoglio confiscato a danno della casa di
Pietra Mala, il Casentino a danno dei conti Guidi, e la Val di Bagno a
danno della casa Gambacorti. Ma Cosimo aveva sempre avuto l'ambizione di
fare per la repubblica un più ragguardevole acquisto, quello di Lucca.
Francesco Sforza gli aveva promesso che, tosto che sarebbe duca di
Milano, l'ajuterebbe ad occupare quella città, e Cosimo non gli perdonò
la sua mancanza di fede a questo riguardo[183]. Pure fu l'unico de' suoi
progetti non condotto a fine. In generale la sua amministrazione fu non
meno felice che gloriosa, e Firenze riconoscente gli rese la più nobile
testimonianza, ordinando che venisse scritto sul suo sepolcro il nome di
_Padre della patria_[184].
[183] _Niccolò Machiavelli, l. VII, p. 285._
[184] Sotto il gonfaloniere Niccolò Capponi, l'anno 1465. — _Scip.
Ammirato, l. XXIII, p. 94._ — Pio II fa un nobile ritratto di Cosimo
de' Medici che aveva molto conosciuto. _Comment. Pii Papae II, l.
II, p. 50 ad an. 1459._