CAPITOLO LXXVII.

_Sforzi di Calisto III e dei baroni napolitani per impedire

Ferdinando d'Arragona di succedere a suo padre. — S'addirizzano

a Giovanni d'Angiò, signore di Genova. — Pietro Fregoso rimane

ucciso in un attacco contro Genova. — Giovanni d'Angiò abbandona

Genova pel regno di Napoli. — Guerra civile; battaglie di Sarno

e di san Fabbiano tra gli Angiovini e gli Arragonesi_.

1458 = 1460.

Dacchè Alfonso era salito sul trono di Napoli fino alla morte, pareva

che la sua politica altro scopo non avesse che quello di assicurare

questo regno a suo figliuolo naturale Ferdinando. Tostocchè il re Renato

d'Angiò ebbe abbandonato Napoli, Alfonso pensò a fare riconoscere dal

parlamento, come abile a succedere alla corona questo figliuolo, ch'egli

aveva di già legittimato. Il parlamento di Napoli era la grande dieta

nazionale del regno, ed era composto soltanto di due camere. In quella

della nobiltà sedevano coi principi e coi baroni alcuni prelati nella

loro qualità di feudatarj, come l'abate di Monte Cassino, riconosciuto

pel primo barone del regno, l'arcivescovo di Reggio, ed altri: in quella

dei deputati delle città venivano chiamati, l'eletto del popolo di

Napoli, ed i sindaci delle principali comunità. Questo parlamento aveva

il diritto di regolare in concorso del re l'amministrazione della

giustizia e le finanze dello stato[86]; ma non era bastantemente

guarantita la sua esistenza, ed i monarchi napolitani trascurarono

spesso di adunarlo. Alfonso lo convocò nel 1443, ed i suoi confidenti

s'incaricarono di far sentire alla nobiltà il bisogno di fissare

l'ordine della successione al trono. Se il figliuolo naturale vi è

chiamato, essi dissero, siccome non avrà verun altro stato, e tutto

aspettar dovrà dai Napoletani, sentirà viemmeglio la necessità di

rispettare i loro privilegj; che se per lo contrario, in difetto di

legittimi figli d'Alfonso, si lasciasse passare la corona a suo fratello

il re di Navarra, non potrebbesi da questi sperare che preferisse

l'Italia alla sua patria; onde la capitale rimarrebbe senza sovrano,

Napoli sarebbe tutt'al più la residenza di un vicerè, e dovrebbe

aspettare gli ordini da una corte straniera, che non avrebbe contezza nè

dei costumi, ne dell'idioma del popolo a lei subordinato. Altronde,

soggiugnevano, essendo stato Alfonso innalzato egli medesimo sul trono

dalle armi de' Napolitani, poteva risguardarsi come un monarca eletto

dal suo popolo. Egli non aveva altri diritti alla corona che quelli che

derivavano da quest'elezione, a meno che valere non facesse i diritti di

conquista. Verun patto non obbligava o i suoi sudditi, o lui medesimo a

far partecipare suo fratello e la casa d'Arragona ad un acquisto che gli

era personale. L'adozione di Ferdinando fatta dalla nazione era dunque

altrettanto legittima, quanto conveniente. I baroni adunati in

parlamento parvero gustare questi diversi motivi; e dopo la loro

deliberazione, onorato Gaetano, conte di Fondi, venne a prostrarsi alle

ginocchia del re, supplicandolo, a nome della nobiltà adunata, di

accordare a suo figlio Ferdinando, allora in età di diciannove anni, il

titolo di duca di Calabria, e di designarlo per successore alla corona.

Alfonso, nel colmo della sua gioja per avere ottenuto quanto desiderava,

accordò quello che si era fatto chiedere; investì suo figliuolo, nella

chiesa di san Ligorio, del ducato di Calabria, gli passò la corona, lo

stendardo e la spada, e gli fece prestare il giuramento dalla nobiltà e

dai deputati delle città del regno[87].

[86] _Giannone, l. XX, c. IV, t. III, p. 51-53._

[87] _Giannone Ist. civile del regno, l. XXVI, c. I, p. 489._

Ma perchè i papi pretendevano di essere signori abituali del regno di

Napoli, la pacifica successione di Ferdinando non era assicurata finchè

la corte di Roma, in allora attaccata al partito angiovino, non

riconoscesse il nuovo re, ed il diritto ereditario di suo figliuolo

naturale. Il monarca affidò la propria riconciliazione col pontefice ad

Alfonso Borgia, vescovo di Valenza, quello stesso che poi trovossi

innalzato sulla cattedra di san Pietro sotto il nome di Calisto III,

quando si fece luogo a questa stessa successione. In fatti Eugenio

riconobbe Alfonso col trattato di pace soscritto a Terracina il 14

giugno del 1443, e gli spedì nello stesso anno delle bolle, colle quali

accordava la successione ai figli maschi d'Alfonso, senza aggiugnervi la

clausola, _legittimi_, ed in loro mancanza alla linea transversale[88].

Il 14 luglio del susseguente anno Eugenio IV legittimò Ferdinando,

dichiarandolo abile ad occupare le più alte dignità del regno, come pure

a succedere alla corona[89]. Per altro la nuova bolla d'investitura,

pubblicata in Napoli il 2 giugno del 1445, ristringeva ancora la

successione ai figli nati da legittimo matrimonio[90]. Pare che Eugenio

IV pensasse a riservarsi la possibilità di contrastare la successione di

Ferdinando quand'ella s'aprirebbe, e che in virtù di questo segreto

motivo ricusasse di spiegarsi così chiaramente come il re avrebbe

desiderato. Niccolò V, di più pacifico carattere, si prestò in un modo

più aperto ai voti d'Alfonso; confermò con una bolla del 14 gennajo del

1448 tutte le grazie dalla Chiesa accordate al re di Sicilia; nuovamente

riconobbe e sanzionò il diritto di successione di Ferdinando con una

bolla del 27 aprile del 1449; e finalmente il 26 gennajo del 1455 entrò

nella lega di venticinque anni tra Venezia, Firenze, il duca di Milano

ed il re di Napoli; uno degli oggetti della quale lega era il

mantenimento di questa successione di già sanzionata da tanti

trattati[91]. Pareva dunque stabilito il diritto di Ferdinando dal

consentimento del popolo, da quello del signore abituale e da quello di

tutti gli stati d'Italia.

[88] _Rayn. An. Eccl. 1445, § 1, 2-9, t. XVIII, p. 273-279._

[89] La bolla riportata da Raynaldo parla delle più alte dignità, ma

non della corona. È per altro probabile che sia mancante, poichè non

solo il Giannone, ma papa Pio II, dicono espressamente, che Eugenio

abilitò Ferdinando a succedere al padre. _Raynal. An. 1444, § 20, p.

304. — Giannone, l. XXVI, c. 2, p. 496. — Pii PP. II, comment., l.

I, p. 29._

[90] _Ann. Eccl. 1445, § 1-11, p. 305-310._

[91] _Giannone, l. XXVI, c. 3, p. 499._ — L'annalista della Chiesa,

per non mettere Calisto III in troppo aperta contraddizione cogli

atti dei suoi predecessori, travisò una parte di questi fatti.

Soppresse le prime due bolle di Niccolò V, ma perchè riferisce la

terza (_1445, § 3 e 4, p. 427_) colla quale il papa guarentisce la

successione di Ferdinando, il diritto di questo principe al trono di

Napoli resta, ancora per suo conto, bastantemente stabilito.

Non pertanto Alfonso per meglio provvedere alla sicurezza di suo

figliuolo volle procurargli una potente alleanza ne' suoi proprj stati.

Il più grande e ricco dei feudatarj del regno era Giovanni Antonio

Orsini, principe di Taranto. I suoi tesori, l'estensione de' suoi feudi,

il numero dei vassalli e de' soldati che teneva sempre sotto le armi, lo

mettevano quasi in istato di dare o di togliere la corona al suo

padrone. L'Orsini teneva presso di sè a Lecce Isabella di Clermont,

figlia della contessa di Copertino, sua sorella; Alfonso la domandò per

suo figliuolo, e gliela fece sposare nel 1444. Maritò nello stesso tempo

una delle sue figlie naturali a Martino di Marzano, figlio unico del

duca di Suessa, ed un'altra la diede a Lionello, marchese d'Este[92].

[92] _Giannone Ist. civile, l. XXVI, c. 3, p. 496._

Ma quando morì Alfonso, si videro dichiararsi contro il suo figlio

quegli uomini medesimi che il monarca credeva di avergli guadagnati. Il

primo ed il più accanito di tutti i suoi nemici fu Calisto III, lo

stesso ch'era stato suo ministro a Roma, quando non era che vescovo di

Valenza, che aveva ottenuta dal suo predecessore la legittimazione di

Ferdinando, ed accompagnato lo stesso Ferdinando ne' suoi viaggi.

Tostocchè seppe la morte d'Alfonso, pubblicò il 12 luglio del 1458 una

bolla, colla quale dichiarava il suo regno devoluto alla santa sede per

l'estinzione della linea legittima dell'ultimo feudatario; quasichè la

corte di Roma non avesse preventivamente riconosciuti i diritti di

Ferdinando, figlio di Alfonso, quelli di Giovanni suo fratello, e quelli

di Renato d'Angiò suo rivale. Vietò ai sudditi napolitani di prestare il

giuramento di fedeltà a veruno dei pretendenti alla corona; sciolse

dagli obblighi loro quelli che già lo avevano prestato; ed invitò tutti

coloro che credevano di avere qualche diritto a tale successione, a

dedurre i loro titoli innanzi ai tribunali ecclesiastici[93].

[93] _Raynald. An. Eccl., 1458, § 32, 33, p. 517. — Jov. Pontanus de

bello Neapolitano, l. I._ Il Pontano, uno de' più illustri letterati

del quindicesimo secolo, era segretario di Ferdinando I, quando

scriveva questa storia. Lo fu in appresso d'Alfonso II, e di

Ferdinando II. Adoperato nelle più onorevoli missioni diplomatiche,

ne' più importanti trattati, fu inoltre il maestro di Alfonso II.

Successe ad Antonio Beccadelli, conosciuto sotto il soprannome di

_Panormitano_, nella presidenza dell'accademia di Napoli, e le sue

poesie latine, più che gli altri suoi scritti, formarono la di lui

fama. (_Tiraboschi Stor. della Letter. Ital., t. VI, l. III, c. 4, §

29-30, p. 886._) La sua storia della guerra di Napoli divisa in sei

libri è scritta con molta eleganza. L'autore ebbe grandissima cura

di dipingere i luoghi e gli uomini, indicando con un colpo d'occhio

sicuro ciò che caratterizza ogni governo, e mostrando una

straordinaria accortezza nell'introdurre ne' suoi racconti il

ritratto de' popoli stranieri, o il racconto delle rivoluzioni che

si legano ai tempi di cui tratta. L'edizione in 4.º di cui mi sono

valso (_Haganovae 1530_) non ha numerate le pagine, onde indicai i

fogli per le lettere d'impressione. Fu ristampato nel _Thesaur.

Antiq. Ital., t. IX, p. III._

Non contento d'impiegare le armi e le minacce della chiesa per

sottomettere il regno di Napoli, cercò Calisto di persuadere il duca di

Milano ad assecondare le ambiziose sue viste. Lo Sforza aveva perduti i

suoi feudi negli Abbruzzi e nella Puglia, primi frutti delle vittorie di

suo padre. Calisto gliene offriva la restituzione, aggiugnendovi nuovi

stati, se coll'assistenza sua riduceva il regno sotto il suo dominio, e

poteva disporne a favore di Pietro Luigi Borgia, suo favorita nipote. Ma

Francesco Sforza, lungi dal dare orecchio a queste proposizioni, si

dichiarò fedele all'alleanza contratta colla casa d'Arragona, e disse

che ajuterebbe Ferdinando con tutte le sue forze[94]. Del resto Calisto

III, che formava così vasti progetti, non ebbe troppo tempo per condurli

a maturità; perciocchè quando morì, Alfonso egli era di già oppresso

dalla vecchiaja, ed affetto dalla malattia che doveva condurlo al

sepolcro. Tenne subito dietro ad Alfonso, e spirò il 6 di agosto[95].

Calisto III, salendo sul trono, aveva annunciate benefiche intenzioni, e

fatto sperare un regno virtuoso, ma non tardò a smentirsi; egli non ebbe

altra cura che quella d'arricchire i suoi nipoti, niuno de' quali

facevasi stimare per talenti o per virtù. Uno di loro, Roderico

Lenzuoli, che in questo stesso anno fu fatto dal papa vescovo di

Valenza, prendendo il nome di Borgia, diede a questo nome una troppo

odiosa celebrità, e fece riverberare sul benefattore la vergogna di cui

ricoprì sè medesimo.

[94] _Jo. Simonetae Hist., l. XXVI, p. 685._

[95] _Ann. Eccles. 1458, § 40, p. 520. — Stefano Infessura Diar.

Rom., t. III, p. II, p. 1138._

I cardinali diedero per successore a Calisto III Enea Silvio

Piccolomini, nato a Corsignano, borgata lontana ventidue miglia da

Siena, che poi prese il nome di Pienza, perchè il nuovo papa si fece

chiamare Pio II. Era questi uno de' più dotti, de' più penetranti, de'

più attivi uomini dei suo secolo. Aveva cominciato a rendersi celebre

nel concilio di Basilea, ove si distinse tra gli oppositori della corte

di Roma. L'antipapa Felice V lo creò suo segretario, e lo spedì per

trattare le cose sue presso Federico III. Questi lo annoverò pure tra i

suoi segretari, ed in appresso tra i consultori dell'impero[96].

L'imperatore lo incaricò d'una importante commissione presso Eugenio IV,

ed in tale circostanza Enea Silvio si riconciliò colla corte di Roma, e

venne ammesso nel numero dei segretari d'Eugenio, prima di avere

abdicato lo stesso impiego presso Felice V[97]. Impiegato

alternativamente nelle negoziazioni del concilio, dell'imperatore e del

papa, corse più volte l'Europa, e si fece vantaggiosamente conoscere per

la sua eloquenza, la sua erudizione, la sua destrezza nel trattare gli

affari. Eugenio IV lo aveva fatto vescovo di Trieste, Niccolò V gli

diede il vescovado di Siena, e Calisto III il cappello cardinalizio[98].

[96] _Vita Pii II per Jo. Anton. Campanum, t. III, p. II, p. 969,

970._

[97] _Ivi, p. 971._

[98] Pio II, nel commentario della propria vita, _l. I, p. 30, 31_,

dà curiose notizie intorno al conclave in cui fu eletto.

Nel momento della sua coronazione Pio II si trovò senza soldati e senza

danaro. Calisto aveva tutto dato ai nipoti, i quali cominciavano di già

a vendere le fortezze della Chiesa a Giacomo Piccinino, mentre questi

abbandonava la guerra di cui era incaricato contro Sigismondo Malatesta,

per approfittare delle rivoluzioni della corte romana. Pio in tale stato

di cose sentì la necessità di attaccarsi a Francesco Sforza, che gli

accordò i suoi soccorsi a condizione che il papa si riconciliasse col re

Ferdinando[99]. Altronde Pio II salendo sul trono pontificio,

abbracciava caldamente il progetto di spedire una crociata contro i

Turchi, la quale mai non aveva cessato di predicare come vescovo e come

legato. Il primo atto del suo pontificato fu quello di convocare pel

primo giugno del susseguente anno una dieta dei principi italiani in

Mantova, onde occuparsi della guerra sacra; e perchè rendevasi

necessaria per tale unione la pace interna, Pio II non ricusò di

confermare i diritti di successione di Ferdinando, di già riconosciuti

dai suoi predecessori[100]. In ottobre mandò a Napoli il cardinale

Latino Orsini a recargli la corona del regno[101], ed approfittò di

questa circostanza per fare con Ferdinando un trattato egualmente

vantaggioso a lui ed alla Chiesa. Fissò il tributo che i re della

Sicilia anteriore dovevano a san Pietro, tributo che da lungo tempo non

era stato pagato, e fece rendere alla Chiesa Benevento, Pontecorvo e

Terracina[102]. Ammogliò suo nipote, Antonio Piccolomini, con Maria,

figliuola naturale di Ferdinando, che gli diede per dote il ducato

d'Amalfi, il contado di Celano, e la carica di grande giustiziere del

regno[103]. Finalmente si riservò di stendere il trattato di pace tra

Sigismondo Malatesta ed il re di Napoli.

[99] _Jo. Simonetae, t. XXVI, p. 687._

[100] _Vita Pii II a Jo. Campano, t. III, p. II, p. 974. — Comment.

Pii Papae II, l. II, p. 34-35._

[101] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 688. — Cronico di Bologna, t.

XVIII, p. 727._

[102] _Giannone, l. XXVI, c. VI, p. 527. — Campanus vita Pii II, p.

978. — Comment. Pii Papae II, l. II, p. 36._

[103] _Giannone, l. XXVII, Introduzione, p. 550. — Jo. Simonetae, l.

XXVI, p. 688. — Pii II, Comment., l. II, p. 36_. Omette le

condizioni relative al suo personale vantaggio.

Ferdinando era di già tranquillo possessore del trono di Napoli, pure

don Carlo, conte di Viana aveva trovato tra i baroni Catalani e

Siciliani, che formavano la corte d'Alfonso, molti partigiani.

Sostenevano questi che il regno di Napoli, essendo stato conquistato

dagli Arragonesi, doveva correre la sorte del regno di Arragona.

Altronde il conte di Viana era altrettanto stimato per la nobiltà del

suo carattere, la sua generosità, e le gentili sue maniere, quanto

Ferdinando era odiato per la sua dissimulazione, la sua crudeltà, la sua

avarizia. Ma Ferdinando, appena morto il padre, corse la città di Napoli

a cavallo per prenderne possesso, e venne salutato dalle acclamazioni

del popolo; il conte di Viana non si attentò di lottare contro quello

che parvegli il voto nazionale; andò a bordo di un vascello, che

trovavasi in porto, insieme a tutti i Catalani che non volevano servire

Ferdinando, e ritirossi in Sicilia[104].

[104] _Giannone, l. XXVII, Introd., p. 544. — Jov. Pontanus de Bello

Neapolit., l. I, n.º 11. — Jo. Marianae de rebus Hispaniæ, t. XXII,

c. 19, p. 56._ — Vedasi il bell'elogio del conte di Viana di Marineo

Siculo, che pure lo scrisse per ordine di Ferdinando il Cattolico.

_Lucii Marinei Siculi de Reb. Hisp., l. XIII, p. 417, in Hisp.

illust., t. I._

Per altro le acclamazioni del popolo non esprimevano il voto nazionale:

i baroni napolitani conoscevano abbastanza il carattere di Ferdinando

per desiderare ardentemente di sottrarsi al suo dominio; e solo avevano

bisogno di tempo per apparecchiare la loro resistenza. Di questi il più

diffidente era quello stesso principe di Taranto, Giovanni Antonio

Orsini, di cui il nuovo re aveva sposata la nipote. L'Orsini non ardiva

di abbandonare la sua residenza di Lecce per venire alla corte; egli

stava sempre in guardia contro il ferro ed il veleno degli emissarj di

Ferdinando, e risguardava le grazie che da lui riceveva come esche

destinate a trarlo in pericolosi lacci. Fu dei primi a formare un

partito contro il nuovo re, associandosi in principio col principe di

Rossano, poi con Giosia Acquaviva, duca d'Atri, e col marchese di

Cotrone. Questi potenti feudatarj mandarono ad offrire a Giovanni di

Navarra di porlo in possesso del regno di Napoli, per lo stesso titolo

per cui riceveva quello d'Arragona ed il rimanente della fraterna

eredità. Fortunatamente per Ferdinando trovavasi in allora Giovanni

impegnato in civili guerre co' suoi sudditi di Catalogna e di Navarra.

Signoreggiato dalla seconda sua consorte, voleva diseredare il conte di

Viana, suo figlio del primo letto, per sostituirgli quel Ferdinando,

nato del secondo, ch'ebbe poi il nome di _Cattolico_. Troppo occupato

trovandoci degli affari della Spagna per cercarne altri in Italia,

Giovanni ricusò di turbare l'amministrazione di suo nipote, dichiarando

che non domandava di regnare in Napoli, purchè questo stato si

conservasse in un ramo della casa d'Arragona[105].

[105] _Giannone Ist. civ., l. XXVII, c. I, p. 552._

I baroni napolitani respinti dal re di Navarra, si volsero a Giovanni,

figliuolo di Renato, duca di Calabria, che allora governava Genova, e

che non aveva accettato quel governo, che per cogliere le occasioni di

far rivivere le antiche pretese della casa d'Angiò sopra le due

Sicilie[106]. Persuasero facilmente questo duca ad approfittare delle

circostanze, che sembravano favorevoli; ma non pertanto siccome la

precedente guerra, e la malattia contagiosa che aveva travagliata

Genova, non gli permettevano di potere disporre di numerose forze, o di

molto danaro, volle, prima d'impegnarsi in questa spedizione,

guadagnare, se gli fosse possibile, l'amicizia del potente suo vicino,

il duca di Milano. Gli mandò in qualità di ambasciatori il vescovo di

Marsiglia e Giovanni Cossa, barone napolitano, che per attaccamento al

partito d'Angiò trovavasi omai da circa diciannove anni in esilio. Gli

fece ricordare l'antica alleanza tra le due famiglie: Sforza Attendolo,

padre del duca di Milano, era morto combattendo per la casa d'Angiò, ed

egli medesimo aveva perduto per questa causa tutti i suoi stati del

mezzogiorno dell'Italia. Il duca di Calabria lo supplicava in nome

dell'antica loro amicizia di appoggiare quelle stesse pretese, di cui

egli medesimo aveva sostenuta la giustizia colle armi alla mano, e di

preferire ad una nuova ed affatto impolitica alleanza, quella di un

mezzo secolo, che sarebbe suggellata da lunghe affezioni, e da doverosa

riconoscenza. Offriva di sposare egli medesimo Ippolita, figliuola del

duca di Milano, ch'era destinata al figlio di Ferdinando di lei molto

più giovane; e prometteva di restituire alla casa Sforza tutto ciò

ch'ella aveva già posseduto nel regno di Napoli, aggiugnendovi nuovi

stati, ed attenendosi in ogni cosa ai suoi consigli[107].

[106] _Jovianus Pontanus de bello Neapol., l. I, n. 111. — Giornali

Napoletani, t. XXI, p. 1132._

[107] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 692._

Francesco non disaminò lungamente queste proposizioni: conosceva le

pretese della casa d'Orleans sul ducato di Milano; vedeva che questa

aveva posta in Asti una guarnigione francese; vedeva altri francesi

padroni di Genova; e se ancora il regno di Napoli cadeva nelle mani de'

Francesi, prevedeva distrutta la propria indipendenza e quella degli

altri principi d'Italia. Nella sua risposta al duca Giovanni di Calabria

frammischiò destramente alle proteste di amicizia, alcuni rimproveri,

perchè il duca gli avesse dissimulata l'impresa di Genova. Dichiarò

altronde, che qualunque si fossero i diritti dei pretendenti alla corona

di Napoli, egli non si permetterebbe di giudicarli, e che la sua

condotta non poteva essere diretta che dai trattati che aveva stipulati.

L'alleanza conchiusa nel 1455 fra tutti gli stati d'Italia non

lasciavagli, egli diceva, l'arbitrio della scelta. Che se la casa di

Arragona veniva attaccata nel regno di Napoli, egli si troverebbe

obbligato a difenderla, e che tutta l'Italia, vincolata dallo stesso

trattato, abbraccerebbe egualmente la causa di Ferdinando; onde invitava

il duca Giovanni a riflettervi maturamente, prima di tentare un'impresa,

che probabilmente sarebbe al di là delle sue forze. Per la stessa

ragione, soggiugneva, non era più in tempo d'accettare per sua figlia

l'onorevole parentado della casa d'Angiò, perchè ella era stata

solennemente promessa ad Alfonso, figlio di Ferdinando, e che, qualunque

si fossero gli avvenimenti, egli sarebbe fedele mantenitore delle sue

promesse[108].

[108] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 693._

Francesco Sforza, che, ricusando la sua assistenza al duca Giovanni,

conservava nel suo discorso tanta lealtà e moderazione, stava per altro

contro di lui apparecchiando segrete pratiche, che prevennero l'attacco

del regno di Napoli. Pietro Fregoso, quello che nel precedente anno

aveva data Genova ai Francesi, lagnavasi di già amaramente che non

venivano osservate le condizioni stipulate a favor suo e della patria.

Lo Sforza l'accolse nello stato di Milano, gli permise di ragunare armi,

di soldarvi gente col danaro mandatogli da Ferdinando, di darne il

comando a Tiberto Brandolini, uno de' suoi luogotenenti, e d'invadere lo

stato di Genova, in febbrajo del 1459, con una ragguardevole armata.

Nello stesso tempo Villa Marina bloccava con dodici galere di Ferdinando

la città dal lato del mare; e Giovann'Antonio del Fiesco venne ad

ingrossare il campo del Fregoso co' suoi parenti ed amici. Pure entro le

mura di Genova non si fece verun movimento; tutto il popolo pareva

affezionato ai Francesi, ed i cittadini supplivano le parti de' soldati

che mancavano al duca di Calabria, schivando soltanto di venire a

battaglia fuori delle mura: ma il Fiesco per provocarli ad una sortita

s'avvicinò tanto alle mura, che fu ucciso con un colpo di colombrina.

Quest'accidente riuscì funesto al suo partito: credendo i suoi parenti

di avere tutti eguali diritti alla di lui eredità, partirono all'istante

alla volta dei varj castelli della sua famiglia, ad oggetto di

acquistarne il possesso colle armi. Il Fregoso, indebolito dalla loro

dispersione, s'allontanò da Genova, e dopo avere levate contribuzioni a

Sesto ed a Chiavari, tornò in Lombardia[109].

[109] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 694. — Uberti Folietae Genuens.

Hist., l. XI, p. 608. — P. Bizarro, l. XIII, p. 295. — Agost.

Giustiniani, l. V, f. 212._

Il duca Giovanni erasi meritato l'affetto che i Genovesi gli mostravano;

aveva saputo adottare le loro costumanze, ed i sentimenti degl'Italiani;

sentiva di non essere in Genova che il magistrato di una libera città,

ed invece di comandare come padrone, faceva dipendere le proprie

decisioni dalle deliberazioni del senato e del popolo. Infatti fu al

senato di Genova ch'egli partecipò le proposizioni fattegli dal principe

di Taranto; dichiarò, che, sebbene credesse di avere di già soddisfatto

al proprio dovere, rispingendo lontano dalle mura d'una città da lui

amata, il nemico che minacciava di ridurla, dopo averla saccheggiata, in

servitù, non farebbe la spedizione cui era chiamato per riavere

l'eredità dei suoi maggiori, senza il consentimento de' Genovesi. Del

resto credeva vantaggioso alla loro repubblica ed a sè stesso di

rovesciare sopra la casa d'Arragona il peso di una guerra, colla quale

questa da tanto tempo opprimeva la Liguria, e di restituire al commercio

ed all'attività de' Genovesi le fertili province, rese quasi deserte da

Alfonso e da suo figlio Ferdinando. Questo discorso e la modestia del

duca di Calabria eccitarono un universale entusiasmo; il senato votò a

favore del principe d'Angiò, con un decreto che venne sanzionato dal

consiglio, l'armamento di dieci galere e di tre grandi vascelli da

trasporto, il pagamento degli equipaggi per tre mesi, e inoltre un

sussidio di sessanta mila fiorini da prendersi sulla banca di san

Giorgio[110]. Dal canto suo il re Renato aveva fatto armare a Marsiglia

una flotta di dodici galere, che mandò a raggiugnere quella di suo

figlio.

[110] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 696. — Bern. Corio Ist. Milan., p.

VI, p. 951. — Uberti Folietae Genuens. Hist., l. XI, p. 609. — P.

Bizarro, S. P. Q. Genuens. Hist., l. XIII, p. 298. — Agust.

Giustiniani Annal., l. V, f. 212. A._

Ferdinando, avuto avviso di questi apparecchi, si sforzò di ritenere a

Genova il duca di Calabria, suscitandogli in questa città nuovi

travagli. Mandò danaro a Pietro Fregoso, e lo pose in istato di

rimontare la sua armata, chiedendogli soltanto di rientrare nello stato

ligure, prima che Giovanni s'imbarcasse. Il Fregoso attraversò

effettivamente l'Appennino, scese nella valle della Polsevera, e

s'accampò a sole quattro miglia da Genova; ma gli fu opposto lo stesso

sistema di difesa adoperato contro di lui con sì buon effetto in

primavera. Veruna banda di soldati non uscì dalle mura; il Fregoso non

trovava chi combattere; non poteva lungo tempo mantenere la sua armata

in quelle sterili montagne, ed il danaro ricevuto dal re di Napoli era

omai consumato. Frattanto udì con piacere che la flotta provenzale,

unita a quella di Genova era uscita dal porto ed aveva fatto vela alla

volta di Livorno. Credendo di trovare la guarnigione della città molto

indebolita dalla lontananza di tanti soldati, osò nella notte del 13 di

settembre di tentare la scalata; questa gli riuscì, ed i suoi soldati

penetrarono fino a Pietra-Minuta, la prima delle colline poste entro il

circondario delle mura esteriori. Il duca Giovanni, sempre padrone del

ricinto interno, sortì con tutta la guarnigione addosso al nemico,

abbandonando la città alla buona fede de' cittadini; e ben poteva farlo,

perchè egli era così amato, e tanto temuto era Pietro Fregoso, che un

solo degli antichi partigiani di quest'ultimo non si mosse in suo

favore. Allo spuntare del giorno fu data una sanguinosa battaglia tra le

due mura. Ogni partito aveva per difendersi il vantaggio del terreno, e

quando tentava di attaccare provava egualmente crudeli perdite: ma il

Fregoso, avuto improvvisamente avviso che Paolo Adorno era in

quell'istante entrato in porto con una galera, e che gli Adorni

prendevano le armi, volle con un ardito colpo decidere la sua sorte

prima che giugnessero. Discese da Pietra-Minuta ed attaccò la porta di

san Tommaso, ove fu respinto; allora tenendo dietro alle mura

dell'antica città, s'avvide che la porta della Vaccheria era aperta, e

l'attraversò arditamente colla cavalleria che lo seguiva. Ma mentre

introducevasi in città fu chiusa questa porta, ed egli trovossi separato

dalla sua armata. In quel momento non aveva con sè che tre cavalieri,

onde, vedendosi perduto, ripose ogni speranza nella bontà del suo

cavallo, che spinse di galoppo verso le strade più lontane dalla zuffa

per uscire dalla porta orientale. Gli riuscì infatti di lasciarsi molto

a dietro il piccolo numero de' soldati che l'avevano conosciuto e lo

inseguivano; ma la porta orientale si trovò chiusa, e quando di là volle

recarsi alla porta di sant'Andrea, cominciò ad essere dall'alto delle

case assalito a colpi di pietre. Scorrendo sempre di galoppo le strade

deserte, ove non era preveduto il suo arrivo, ma sempre inseguito da

Giovanni Cossa, che due volte lo raggiunse con un colpo di mazza, egli

fu finalmente oppresso dai sassi e rovesciato da cavallo presso al

pretorio. Quando fu rialzato dal suolo, non rispose una sola parola a

coloro che lo interpellavano, e morì dopo poche ore[111].

[111] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 698. — Cron. di Bol., t. XVIII, p.

731. — Uberti Folietae, l. XI, p. 611. — P. Bizarro Hist., l. XIII,

p. 300. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 213. D. E._

Quando l'armata di Pietro Fregoso si trovò separata dal suo capo, e

quando seppe subito dopo la di lui morte, coloro che la componevano

perdettero il coraggio, e non pensarono che a salvarsi colla fuga, ma la

maggior parte non si sottrasse ai nemici che gl'inseguivano; e quasi

tutta la cavalleria e la metà dei pedoni rimasero prigionieri. Masino

Fregoso, fratello di Pietro e Rinaldo del Fiesco, essendo stati presi

colle armi in mano, furono condannati come capi di ribelli all'ultimo

supplicio. Sigismondo, figliuolo di Tiberio Brandolini, che fu preso

nello stesso tempo, venne posto in prigione, perchè serviva nell'armata

del duca di Milano, allora in pace collo stato di Genova, onde queste

ostilità vennero risguardate come una violazione del diritto delle

genti. Ma tutti gli altri soldati furono lasciati liberi, dopo avere

giurato di non più servire contro la casa d'Angiò[112].

[112] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 699. — Uberti Folietae, l. XI, p.

611. — P. Bizarro, l. XIII, p. 301. — Agost. Giustiniani, l. V, f.

214._

Dopo tale vittoria, il duca di Calabria, risguardando Genova come

bastantemente sicura, apparecchiò tutto quanto occorreva pel suo

imbarco. Andò a bordo il 4 ottobre del 1459, e toccò in viaggio Luna,

indi Porto Pisano, ove la repubblica di Firenze gli offrì magnifici

doni, accompagnati da' suoi sinceri voti. Malgrado l'alleanza conchiusa

con Alfonso, ella non poteva dimenticare l'antica sua parzialità per la

casa d'Angiò: ella, in sull'esempio del duca di Milano, non assoggettava

ogni suo affetto alla politica; e giudicava il proprio carattere de'

combattenti, piuttosto che la convenienza d'impedire i progressi de'

Francesi in Italia. Francesco Sforza per lo contrario non lasciavasi

sgomentare dal cattivo successo delle due intraprese sopra Genova; non

perdeva di vista i mezzi di soccorrere Ferdinando, e dirigeva in

particolare verso questo scopo le conferenze di Mantova, alle quali Pio

II aveva invitati tutti i principi cristiani.

Pio II, che sperava di regolare in questa dieta gli sforzi combinati dei

Cristiani contro i Turchi e la politica dell'Italia, aveva presa la

strada di Mantova con una pompa religiosa, che di già disponeva gli

spiriti volgari ad ubbidirgli. Lo accompagnavano dieci cardinali e

sessanta vescovi, varj principi secolari eransi uniti al di lui seguito,

ed altri vi avevano mandati i loro ambasciatori. Perugia lo aveva

ricevuto come suo sovrano, Siena per compiacerlo aveva richiamata la sua

nobiltà, e rendutile i diritti di cittadinanza; a Firenze Galeazzo

Maria, figlio di Francesco Sforza, i Malatesta, i Manfredi e gli

Ordelaffi, ch'erano venuti ad incontrarlo, portarono la sua lettica, e

la repubblica lo accolse colle onorificenze riservate ai più gran

re[113]. Le feste destinate pel passatempo della sua corte sarebbero

state più confacenti a quella di un giovane conquistatore, che non a

quella del padre spirituale de' fedeli. Era stato apparecchiato un gran

torneo sulla piazza di santa Croce, un magnifico ballo nella piazza di

mercato nuovo, ed un combattimento di bestie feroci in quella della

signoria. Si videro con maraviglia scendere sull'arena dieci leoni, e lo

stupore de' forastieri crebbe a dismisura, quando videro comparire la

gigantesca giraffa, fino a quell'epoca quasi sconosciuta all'Europa. Ma

per quanti sforzi si facessero per provocare questi rarissimi animali

alla pugna, non si potè giammai eccitare la loro collera ed offrirne lo

spettacolo alla corte pontificia[114]. Continuando il suo viaggio Pio II

entrò in Mantova il 27 maggio del 1459, portato nella sua lettica dai

deputati dei re e dei principi, che lo stavano aspettando[115].

[113] _Comment. Pii Papae II, l. II, p. 40._

[114] _Ist. di Gio. Cambi Deliz. degli Erud. Tosc., t. XX, p. 369,

370._

[115] _Campanus vita Pii II, p. 975, 976. — Commentarii Pii Papae.

II, p. 39._

Giammai non erasi dispiegata, dopo il rinnovamento delle lettere, tanta

eloquenza latina. Pio II con varj discorsi, pronunciati intorno

all'infelicità di Costantinopoli ed ai pericoli del cristianesimo cavò

le lagrime a tutti gli uditori. Fu ammirato Francesco Filelfo, allorchè

parlò pel duca di Milano, e più ancora Ippolita Sforza, figlia di

Francesco, e promessa sposa d'Alfonso, allorchè complimentò il papa con

un discorso latino. I deputati del Peloponneso fecero una profonda

impressione sopra quest'augusta assemblea col racconto dell'invasione

dei Turchi, e col quadro dell'orribile schiavitù in cui erano caduti i

Greci; e i deputati di Rodi, di Cipro, di Lesbo, d'Epiro, dell'Illiria,

fecero sentire che senza i pronti soccorsi dei Latini i loro stati non

potevano sottrarsi alla sorte che minacciava tutto il Levante. Quasi

tutti i principi d'Italia assistevano personalmente a questa dieta, ove

trovavansi pure gli ambasciatori di quasi tutti gli stati della

Cristianità. Da molti secoli non erasi veduta in Italia un'adunanza più

solenne e più imponente; nessun'altra era stata chiamata a discutere più

grandi, più immediati, più universali interessi. Il papa accordò la pace

a Sigismondo Malatesta, attaccato e quasi spogliato dal Piccinino e da

Federico di Montefeltro; fece accordare l'onore del comando di tutte le

forze della Cristianità a Filippo, duca di Borgogna, che si era

consacrato alla crociata; fece decidere dalla dieta, che l'armata che si

spedirebbe contro i Turchi sarebbe levata in Germania, e pagata dalla

Francia, dalla Spagna e dall'Italia. Le contribuzioni di quest'ultimo

paese vennero ripartite in proporzione della ricchezza degli stati, ed i

deputati di Firenze, di Siena, di Genova e di Bologna si obbligarono in

nome delle loro città al pagamento della tangente, che loro verrebbe

assegnata. Borso d'Este, duca di Modena e signore di Ferrara, forse di

già prevedendo che veruna di queste risoluzioni avrebbe effetto,

sorprese l'assemblea colla smisurata offerta di 300,000 fiorini. Tutto

pareva preventivamente regolato per la guerra che la Cristianità stava

per muovere di comune consentimento[116]; ma questi apparecchi della

crociata vennero tutt'ad un tratto sospesi dalla notizia delle ostilità

che scoppiavano dovunque tra i popoli latini. Le galere, che si erano

armate alle rive del Rodano, e che credevansi destinate contro i Turchi,

erano state cedute dal re di Francia a Renato per tentare la conquista

di Napoli; erano giunte alle foce del Garigliano, ed il duca Giovanni di

Calabria aveva invasa la Campania. Nella stessa Roma i Savelli, e nello

stato della Chiesa il Piccinino e Sigismondo Malatesta avevano

ricominciata la guerra. Le rivoluzioni d'Inghilterra, di Castiglia, di

Boemia, di Ungheria, distruggevano le speranze fondate su questi diversi

popoli; e la dieta di Mantova, che aveva avuto così imponenti principj,

e che pareva animata da tanto zelo, si divise senza veruna fondata

sicurezza di recare soccorso ai Cristiani del Levante[117].

[116] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 752. — Comment. Pii Papae II,

p. 52_, e tutto il libro III, 60, 93.

[117] _Jo. Ant. Campanus vita Pii II. P. Max., t. III, p. II, p.

977. — Comment. Pii Papae II, l. III, p. 93._

Pio II sentì vivamente questo totale sovvertimento delle sue speranze e

de' suoi progetti; ed il tentativo della casa d'Angiò contro il re di

Napoli sembrandogli la causa immediata dell'abbandono della crociata, il

di lui risentimento si confuse ai suoi occhi collo zelo per la

Cristianità. Altronde Francesco Sforza, nelle frequenti conferenze avute

con questo pontefice, accrebbe ancora la sua parzialità per la casa

d'Arragona. Per quanto sia grande lo zelo pel pubblico bene che nutre un

papa quando acquista la tiara, gl'immediati interessi della sua

sovranità di Roma vincono bentosto nella sua mente quelli della

repubblica cristiana. Francesco Sforza fece sentire a Pio II, che

l'ingrandimento de' Francesi in Italia lo ridurrebbe in un'assoluta

dipendenza. Dietro questa considerazione risguardò la difesa di

Ferdinando e la guerra di Napoli come un affare personale, e consacrò

alla difesa della casa d'Arragona i tesori e le armi che aveva raccolte

per la guerra contro i Turchi.

Il duca Giovanni di Calabria, giugnendo sulle coste del regno di Napoli

in ottobre del 1459, aveva contato sull'ajuto d'Antonio Centiglia, conte

di Catanzaro e marchese di Cotrone, ma seppe non senza inquietudine che

Ferdinando l'aveva fatto arrestare pochi dì avanti[118]. Fu per altro in

breve riconfortato dalla insurrezione degli altri feudatarj, suoi

alleati, che si manifestò in ogni lato. Marino Marzano, duca di Svessa,

fu il primo a spiegare l'insegna d'Angiò e ad accogliere il duca di

Calabria, a favore del quale si dichiarò tutta la Campania. Negli

Abruzzi, Antonio Candola o Caldora, figlio di Giacomo, diede un esempio

simile, e fu bentosto imitato da Pietro Gian Paolo Cantelmo, duca di

Sora, e da Niccolò, conte di Campo Basso[119]. Il principe d'Angiò,

allontanandosi dalla sua flotta, visitò tutti questi feudi, passando

prima all'Aquila, che gli aprì le porte. Dall'Abruzzo si recò nella

Puglia, ove venne ad unirsi a lui colle sue truppe Ercole d'Este.

Ercole, legittimo erede della signoria di Ferrara e del ducato di

Modena, era venuto a cercare servigio nel regno di Napoli, mentre che i

suoi due fratelli naturali regnavano successivamente in sua vece; egli

era stato da Ferdinando incaricato dì comandare nella Puglia di concerto

con Alfonso d'Avalos; ma si lasciò come gli altri strascinare

dall'entusiasmo generale per la casa d'Angiò. Luceria, Foggia, san

Severino, Troja e Manfredonia avevano a gara aperte le porte ai

Francesi; e la strada di Taranto più non essendo chiusa al duca di

Calabria, il principe Giovanni Antonio Orsini, che fin allora aveva

dissimulato con Ferdinando, abbracciò il partito d'Angiò. Avendo questi

adunati sotto i suoi ordini tre mila cavalli, attaccò contemporaneamente

in più luoghi le truppe di Ferdinando e costrinse i feudatarj, suoi

vicini, a dichiararsi pel partito ch'egli aveva abbracciato[120].

[118] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 699. — Cron. di Bologna, t. XVIII,

p. 732._

[119] _Jovianus Pontanus de Bello Neapol., l. I, p. 7. — In Thesaur.

Antiqu. Ital. t. IX, p. III. — Giorn. Napolit. t. XXI, p. 1133. —

Comment. Pii Papae II, l. IV, p. 94. — Pandolfo Collenuccio Compend.

dell'Istoria di Napoli, l. VII, f. 211._

[120] _ Jo. Simonetae, l XXVI, p. 701. — Jov. Pontanus, de bello

Neapolit., l. I, p. 14._

Spargendosi per l'Italia le notizie dei prosperi avvenimenti del

principe d'Angiò, esse vi cagionarono un generale fermento. Renato e suo

figlio Giovanni erano conosciuti dagl'Italiani, e dovunque avevasi avuto

qualche relazione con loro, si conservava per le persone loro un

affettuoso rispetto. La bontà, la semplicità, la lealtà, la sincerità

formavano il fondo del loro carattere, e vantaggiosamente li

distinguevano da tutti gli altri principi. Alfonso d'Arragona non aveva

al certo risvegliato il medesimo interessamento a suo favore. Si era

temuta la di lui politica, il di lui orgoglio aveva dato luogo a

lagnanze, e tutte le potenze d'Italia, Venezia, Firenze, Genova, il duca

di Milano ed il papa, erano stati la volta loro in guerra con lui. Pure

sapevasi quanto questo principe era superiore a suo figliuolo; sapevasi

che questi era maligno e crudele, che aveva inspirata una insuperabile

avversione a tutta la nobiltà napolitana, e ch'era l'odio concepito

contro di lui, non già l'illegittimità de' suoi diritti, che rendeva la

ribellione universale. Altronde diversi stati d'Italia erano, in forza

d'antica alleanza, uniti alla casa d'Angiò. In particolare i Fiorentini

risguardavansi come i perpetui alleati della Francia in Italia. Da circa

dugent'anni e fino dai tempi di Carlo il vecchio avevano consacrati le

loro fortune ed il loro sangue per istabilire il suo dominio nel regno

di Napoli; ed udirono colla più viva gioja le vittorie di Giovanni, cui

credevano che dovesse in breve tener dietro la conquista di tutto il

regno.

Ferdinando, che coll'avviso dell'invasione del suo rivale, era subito

tornato dalla Calabria a Napoli, mandò, dietro i consiglj di Francesco

Sforza, ambasciatori a Firenze ed a Venezia per domandare i sussidj che

gli stati coalizzati si erano vicendevolmente promessi per venticinque

anni nella lega d'Italia del 1455. Il duca Giovanni, avuta notizia di

questa ambasceria, ne mandò ancor esso un'altra simile per chiedere gli

stessi soccorsi in virtù dell'antica alleanza della casa di Francia

colle due repubbliche. Il diritto dei trattati stava apertamente a

favore di Ferdinando, ma tutti i cuori inclinavano verso Giovanni.

Altronde siccome si suppone che tutti i governi vengono sempre trattati

a nome dei popoli, le due repubbliche si credevano obbligate verso il

regno di Napoli, non già verso la casa d'Arragona, e pretendevano che

l'alleanza loro col re e col regno di Napoli non poteva obbligarle a

dare per forza a questo regno un re detestato. I Veneziani, siccome i

Fiorentini, cercarono di più una scusa nella guerra che Alfonso aveva

fatto fare in Toscana dal Piccinino; pretesero che questo monarca avesse

in tal maniera derogato egli stesso alla lega d'Italia, e ch'egli aveva

perduto ogni diritto ai soccorsi stipulati, poichè lungi dal darne

allora alla repubblica egli erasi apertamente collegato col suo nemico.

I Fiorentini, più zelanti nel loro attaccamento alla casa d'Angiò,

risolsero di accordare al duca Giovanni un annuo sussidio di ottanta

mila fiorini, finchè avesse terminata la conquista del regno. Pure

avanti di prendere un pubblico impegno vollero concertarsi col duca di

Milano. Cosimo dei Medici gli scrisse caldamente, nulla dimenticando di

ciò che credeva utile per fargli sentire quanto egli stesso doveva alla

casa d'Angiò e quanto poteva sperarne, enumerandogli d'altra parte tutti

i torti che la casa d'Arragona aveva verso di lui e verso tutta

l'Italia. Gli rappresentò la fortuna di Ferdinando di già affatto in

fondo, e lo supplicò a non ostinarsi, se non altro per prudenza, nel

voler risuscitare un morto; gli offriva di trattare a nome del duca di

Milano col duca di Calabria, e prometteva d'ottenergli le più onorate e

vantaggiose condizioni. Ma Francesco nella sua risposta, dopo di avere

allegati i suoi obblighi, che dichiarò sacri, mostrò che Ferdinando,

tuttavia padrone della capitale e delle principali fortezze, trovavasi

in migliore situazione che non il duca Giovanni. Aggiunse che il primo,

non avendo altri stati che quello di Napoli, non potrebbe mai dipartirsi

dagl'interessi degli Italiani, e rendersi formidabile a tutta la

penisola, come lo era stato suo padre che governava nello stesso tempo

molti regni _barbari_[121]; o come lo diventerebbero Renato e suo

figlio, che terrebbero Napoli in dovere coi soccorsi dei Francesi. Se i

principi della casa d'Angiò erano di troppo superiori pel loro carattere

ai principi arragonesi, Cosimo non poteva d'altra parte negare che i

Francesi, loro sudditi, non fossero vicini assai più pericolosi. Lo

Sforza gli rammentava la loro petulanza, l'insolenza loro nella

prosperità, l'insaziabile loro ambizione, il disprezzo per le costumanze

e per le leggi straniere, e l'ingratitudine loro verso quelli che gli

avevano fatti grandi. Li mostrò di già avere bloccata l'Italia colle

loro guarnigioni d'Asti e di Genova; mostrò le loro alleanze in Romagna,

le conquiste in Calabria, e fece vivamente sentire a Cosimo tutto il

pericolo di renderli ancora più potenti. Pio II, al suo ritorno dalla

dieta di Mantova, ebbe una conferenza con questo illustre capo della

repubblica fiorentina, e insistette intorno agli stessi motivi di

politica, e le sue insinuazioni, unite a quelle dello Sforza, persuasero

Cosimo a far rivocare dalla repubblica il decreto de' sussidj a favore

del duca di Calabria. Allora i Fiorentini ed i Veneziani dichiararono di

comune consentimento, che osserverebbero una stretta neutralità fra i

due pretendenti, o che, per quanto potesse dipendere da loro,

accorderebbero all'uno ed all'altro la loro amicizia, ed i loro buoni

ufficj[122].

[121] Gl'Italiani, come altravolta i Greci, non esitavano a dare il

nome di _barbari_ a tutti i popoli che non parlavano il loro

linguaggio.

[122] Tutta questa negoziazione ci fu conservata da que' medesimi

che la trattarono. Racconta Pio II ne' suoi commentarj la sua

conferenza con Cosimo de' Medici, l. IV, p. 96, e Giovanni Simonetta

scrisse sotto la dettatura dello Sforza la lettera di questi a

Cosimo de' Medici. Egli riferisce questa lettera nel _l. XXVI, p.

702-706. — Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 89._

Dietro domanda di Pio II e di Francesco Sforza, Ferdinando aveva

accordata la pace a Sigismondo Malatesta, e richiamato il Piccinino; ma

questi, che vedevasi preclusa la strada al compimento delle sue

vittorie, e strappate di mano le conquiste promessegli in feudo come

premio della sua attività, che di più vedeva il tesoro di Ferdinando

esausto nel cominciamento della guerra, e che non poteva avere da lui il

pagamento del suo soldo arretrato, si guardò come sagrificato da questo

trattato, ed entrò in trattato con Giovanni d'Angiò per passare al suo

servigio. Invano, per rimoverlo da questa risoluzione, Francesco Sforza

gli mandò il padre dello storico Corio coll'offerta di dargli in

matrimonio Drusiana, sua figlia naturale[123]. Quando, a fronte di

queste pratiche, il Piccinino si pose in movimento con un'armata di

sette mila uomini per passare nell'Abruzzo, il duca di Milano scrisse a

suo fratello, Alessandro Sforza, signore di Pesaro, ed al conte di

Montefeltro di chiudergli il passaggio; ma nè l'uno nè l'altro volle

esporsi a trattenere la guerra nei suoi stati, ed il Piccinino arrivò

senza combattere fino ai confini del regno[124].

[123] _Bern. Corio Ist. Milan., p. VI, p. 953._

[124] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 707-709. — Jov. Pontanus, l. I,

p. 27. — Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 996. —

Comment. Pii Papae II, l. IV, p. 100._

Tutte le forze dell'Italia radunavansi in queste province. Alessandro e

Bosio Sforza, fratelli di Francesco, vi condussero l'armata del duca di

Milano, il Simonetta quella di papa Pio II, e dall'altro canto la flotta

Genovese era nuovamente comparsa sulle coste della Campania, ed il duca

Giovanni erasi avvicinato a Nola per assediarla. Ferdinando gli si fece

incontro, dopo avere ingrossata la sua armata con quella che gli mandava

il sommo pontefice. All'avvicinarsi del re molti castelli, ch'eransi

dichiarati per gli Angiovini, rialzarono le insegne arragonesi. Il duca

Giovanni ed il principe di Taranto, sperimentando di già l'incostanza

attribuita ai popoli del mezzodì dell'Italia, sentirono il pericolo

della loro posizione; perciò ritiraronsi in una specie di penisola

formata da due fiumi che, sboccando da montagne impraticabili, dopo il

corso di due miglia in sul piano si uniscono per gettarsi nel mare.

Questa naturale posizione, appoggiata ancora dal castello di Sarno, era

formidabile; ma d'altra parte sarebbe stato facile a Ferdinando il

chiudere Giovanni in questo luogo con istretto assedio[125]. In fatti

aveva da principio presa tale risoluzione, e, se avesse continuato in

questo genere d'attacco, avrebbe forse terminata la guerra nella pianura

di Sarno; ma gli mancava il danaro per pagare le truppe, e di già

dugento fucilieri erano passati nel campo nemico, allorchè si erano

veduto ricusato il pagamento[126]. Altronde gli si era fatto credere che

il papa stava per richiamare le sue truppe e dichiararsi neutrale. Onde

pensò di venire a battaglia per incoraggiarlo con una vittoria, o per

risvegliare il suo risentimento con una disfatta. Un prigioniero,

rilasciato dagli Angioini, gl'indicò una strada a traverso le montagne,

per la quale potevasi penetrare nella penisola; vi entrò di fatti nella

notte del 7 luglio 1460, e sorprese i suoi nemici. I soldati di

Ferdinando, credendo di già il duca di Calabria affatto perduto, si

sbandarono per saccheggiare il campo; molte migliaja di contadini, che

avevano seguito il re per partecipare alla sua vittoria, diedero

l'esempio del disordine; e quando i capitani angioini, rinvenuti dalla

prima sorpresa, cominciarono ad attaccare gli assalitori, questa truppa

di saccomani terminò di spargere la confusione nelle truppe arragonesi.

La cavalleria, chiusa in angusto spazio, non poteva spiegarsi da verun

lato[127]; intanto era venuto il giorno, e bentosto il caldo crebbe a

dismisura. Gli Arragonesi, ammucchiati nello stesso ricinto dove

avrebbero potuto chiudere i loro nemici, rotti senza potersi riordinare,

signoreggiati dalle fortificazioni rimaste in potere degli Angioini,

furono tanto più compiutamente rotti, quanto più lunga era stata la loro

resistenza. Ferdinando si salvò a stento seguito da una ventina di

cavalli, e la maggior parte della sua armata fu fatta prigioniera. Si

trovò tra gli estinti Simonetta da Campo san Piero, generale della

Chiesa, sul cui corpo però non si rinvenne veruna ferita. Si suppose che

fosse stato rovesciato da cavallo e calpestato, e che per essere vecchio

ed assai pingue non avesse avuto forza di rialzarsi[128].

[125] _Jov. Pontanus de bello Neapolit., l. I, p. 17._

[126] _Comment. Pii Papae II, l. IV, p. 104._

[127] _Jov. Pontanus, l. I, p. 20._

[128] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 711. — Cron. di Bologna, t.

XVIII, p. 734._

Dopo la rotta di Ferdinando a Sarno, tutte le terre murate della

Campania e del principato si arresero agli Angioini; i Sanseverini e

tutti i gentiluomini, che si credevano i più affezionati agli

Arragonesi, abbandonarono il loro partito per quello del duca di

Calabria. Onorato Caietano, conte di Fondi, fu quasi il solo che si

conservasse in questa provincia fedele al re: Ferdinando si era

rifugiato a Napoli coi deboli avanzi della sua armata, e perchè non

aveva alcun mezzo di resistere, se Giovanni d'Angiò fosse venuto colla

sua armata sotto le mura della città subito dopo la sua vittoria, è

probabile che la guerra sarebbesi terminata in pochi giorni. Ma il

principe di Taranto, il di cui potere era cresciuto a dismisura in tempo

della guerra civile, non desiderava che avesse subito fine. Era zio

della regina Isabella, moglie di Ferdinando, e raccontasi come cosa

indubitata, che questa, travestita da frate francescano, penetrasse nel

di lui campo, e, gettataglisi ai piedi, lo supplicasse a non farla

scendere da un trono sul quale l'aveva egli medesimo innalzata. Giovanni

Antonio Orsini parve commosso, ed allora cominciò a spingere la guerra

con minor vigore[129]. Egli persuase il duca Giovanni di attaccare le

piccole città della Campania, piuttosto che Napoli, facendogli così

perdere la state senz'alcun frutto, indi mettere le sue truppe ai

quartieri d'inverno nella Puglia quando appena cominciava

l'inverno[130].

[129] _Giornali Napolitani, t. XXI, p. 1153._

[130] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 712. — Jov. Pontanus, l. I, p.

23._

Nello stesso tempo il Piccinino trovavasi negli Abruzzi a fronte

dell'armata milanese, comandata da Alessandro e da Bosio Sforza, ed a

fronte di Federico, conte di Montefeltro e d'Urbino. Il Piccinino

stabilì il suo campo sopra un poggio in faccia a san Fabbiano, un solo

miglio distante dai Milanesi. Una larga fossa terminava il pendio del

colle, e presso a questa i cavalieri delle due armate solevano

frequentemente scaramucciare. La scaramuccia, cominciata quattr'ore

avanti notte il 27 di luglio, diventò bentosto una battaglia generale. I

soldati dello Sforza volevano impedire a quelli del Piccinino il

passaggio della fossa, e questi per lo contrario vi si ostinarono in tal

maniera, che la battaglia si protrasse al lume delle fiaccole fino a tre

ore di notte. Veruna battaglia italiana non era per anco stata nè così

ostinata, nè così micidiale, e non eransi ancora veduti i soldati di due

armate mantenersi sette ore nello stesso luogo senza avanzare o

ritirarsi. Finalmente il Piccinino, disperando di superare la fossa,

fece suonare la ritirata; ma la perdita era stata assai maggiore

nell'armata dei fratelli Sforza, che in quella del Piccinino, avendo

soprattutto sofferto assai i cavalli, quasi non essendovi più un solo

corazziere che potesse valersi del suo. Grandissimo era il numero de'

feriti, ed i capi, quando videro la zuffa sospesa, invece di rientrare

nel loro campo, ad altro più non pensarono che alla ritirata. Quando fu

giorno fecero partire i feriti sui muli dell'equipaggio, che lasciarono

in balìa dei nemici, e nella seguente notte presero quietamente la

strada della Marca, e non si fermarono finchè non ebbero passato il

Tronto[131].

[131] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 715. — Jov. Pontanus, l. I, 29. —

Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 734. — Comment. Pii Papae II, l. IV,

p. 105. — Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 997._

Il Piccinino per approfittare di questa vittoria inseguì i suoi nemici

nello stato della Chiesa, e sparse il terrore e la desolazione intorno a

Roma. Ma Francesco Sforza, che risguardava la guerra del regno come un

affare suo proprio, quand'ebbe notizia dei vantaggi degli Angioini,

mandò danaro, artiglieria e soldati ai suoi due fratelli, al papa, ed a

Ferdinando, e li pose in istato di rifare l'armata. I partigiani

arragonesi rinvennero dal loro terrore, il Piccinino tornò ai suoi

quartieri d'inverno in Puglia, i fratelli Sforza si accantonarono nelle

vicinanze di Roma, e terminò la campagna, senza che la sorte della

guerra fosse decisa[132].

[132] _Jo. Simonetae, l. XXVII, p. 717. — Jov. Pontanus de bello

Neapolit., l. I, p. 31, 33._

Durante l'inverno Ferdinando, trovandosi affatto privo di danaro, fu

forzato di ricorrere all'affetto de' suoi sudditi per rimontare

l'armata; nel che gli riuscì utilissima la popolarità e la naturale

eloquenza della regina, che a questi pregj aggiugneva quello di una

singolare bellezza. Isabella di Clermont, quarta figlia di Tristano,

conte di Copertino, e di Catarina, sorella del principe di Taranto,

univa il coraggio, la presenza di spirito e la costanza nelle avversità

alle più dolci virtù femminili, alla modestia, alla grazia, e ad una

divozione forse alquanto superstiziosa. Fece portar seco nelle chiese,

nelle strade, nelle pubbliche piazze i suoi figliuoli, il maggiore dei

quali non aveva più di dodici anni; e colà domandava con dignitosa

confidenza ai cittadini di contribuire alla difesa dei nipoti d'Alfonso,

il benefattore del regno, alla difesa di principi nati Italiani e loro

concittadini, la di cui signoria doveva loro esser cara, all'espulsione

di que' francesi rinomati per la loro arroganza, i quali vorrebbero

introdurre fra di loro lingua e costumanze straniere. Niuno poteva

resistere a così nobile interceditrice; e perchè rimaneva poco danaro

ne' forzieri de' privati, tutti affrettavansi di mandare ai regj

commissarj, cavalli, muli per le bagaglie, armature, abiti pei soldati,

cuoj per gli equipaggi, tele per le tende, infine tutto ciò che

adoperarsi poteva in un grande pubblico bisogno[133]. Isabella non visse

abbastanza per vedere Ferdinando rendersi indegno di quell'affetto del

popolo ch'ella cercava di riconciliargli. Gli aveva già dati sei figli,

quando morì in sul finire della guerra.

[133] _Jov. Pontanus, l. I, p. 32._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16) · 第 4 / 13 题