CAPITOLO LXXVI.

_Guerre d'Alfonso, re di Napoli, contro Malatesta di Rimini e

contro i Genovesi. — Rivoluzioni di Genova; accanimento di

Alfonso contro il doge Pietro di Campo Fregoso. — Morte di

questo monarca e suo carattere_.

1455 = 1458.

Più non restavano in tutta l'Italia altri semi di nuove guerre che

quelli che Alfonso di Napoli non aveva acconsentito di soffocare col

trattato di Lodi e colla lega formata nel susseguente anno. Egli aveva

domandato che Sigismondo Malatesta, signore di Rimini, che Astorre

Manfredi, signore di Faenza, e che i Genovesi, in allora governati dalla

famiglia di Campo Fregoso, venissero esclusi dalla pace generale. Pure

Alfonso non attaccò immediatamente coloro cui erasi riservato di poter

fare la guerra; volle dare un poco di riposo ai suoi popoli, che dopo la

morte di Giovanna II erano stati a vicenda in preda a civili discordie

ed a straniere invasioni.

Sigismondo Malatesta si era procacciato l'odio di Alfonso con una

mancanza di fede, cui poteva darsi il nome di truffa. Egli si era fatti

dal re pagare trenta mila fiorini a conto di un armamento che doveva

fare in suo favore, e dopo avere ricevuto il danaro si era unito ai di

lui nemici. Forse Alfonso sarebbesi accontentato di forzarlo alla

restituzione colle minacce o colle negoziazioni, se Sigismondo colla sua

inquieta attività, colla sua violenza, colla sua rapacità, non si fosse

attirato l'odio di tutti i suoi vicini. Federico di Montefeltro, conte

d'Urbino, era particolarmente irritato per cagione della sua mala fede.

Sigismondo vessava sotto mille pretesti i vassalli d'Urbino; rompeva a

voglia sua i trattati, e ne faceva di nuovi per romperli ancora. Le

restituzioni che faceva dopo non erano mai un adequato compenso del

danno cagionato[50].

[50] _Guernieri de Bernio Cron. d'Agobbio, t. XXI, p. 990._

Federico di Montefeltro era stato, come i Gonzaga, allievo di Vittorino

da Feltre, e fu il più caro, il più distinto di tutti gli scolari di

così celebre precettore; si acquistò in Italia altrettanto nome colla

sua lealtà, colla sua aperta condotta, colla sua dilicatezza sul punto

d'onore, quanto pei suoi talenti militari. Coperto da ogni genere di

gloria, egli era nello stesso tempo l'amico ed il protettore dei dotti

coi quali lavorava, ed il mecenate delle belle arti che faceva fiorire

in Urbino. Questa piccola città si andava adornando sotto il di lui

governo co' più bei monumenti d'architettura[51]. Federico, che

occupavasi con molto zelo della prosperità de' suoi sudditi, non sapeva

soffrire di vederla turbata dagli assassinj del principe suo rivale e

suo vicino. Pure, prima di riaccendere la guerra in Italia, voleva avere

il consentimento degli stati che si erano obbligati a mantenere la pace.

Nella state del 1467 egli visitò Firenze, Bologna, Milano e Ferrara;

ovunque fu ricevuto coi riguardi dovuti ben più al suo carattere che al

suo rango. Il duca di Modena, Borso, lo fece in Ferrara scontrare in

Sigismondo Malatesta, sperando che si riconcilierebbero; ma

quest'incontro non servì che ad inasprirli di più e si separarono con

motti ingiuriosi. Federico, dopo avere inutilmente cercata la pace,

passò a Napoli per associare il suo risentimento a quello di Alfonso. Fu

di ritorno in novembre con Giacomo Piccinino, che aveva avuto il tempo

di rifare la sua armata a Città di Chieti nell'Abbruzzo, ov'erasi

trattenuto un anno. Prima che le nevi obbligassero questi due generali a

prendere i quartieri d'inverno, essi tolsero al Malatesta Reforzato,

Montalto, e quattro in cinque altri castelli[52].

[51] _Tiraboschi Storia Letteraria, t. VI, l. I, c. II, § 22-49._

[52] _Guernieri Bernio Cron. d'Agobbio, p. 992. — Jo. Simonetae

Hist., l. XXVI, p. 685. — Cron. di Bol., l. XVIII, p. 724._

Ma la guerra di Romagna, che limitavasi a piccoli assedj fatti con

piccole armate, non era che un giuoco che appena turbava la tranquillità

d'Italia. L'altra guerra, che Alfonso erasi riservato il diritto di

continuare, era molto più importante, e gli stava molto più a cuore.

Mantenevasi vivo un odio ereditario tra i Catalani ed i Genovesi, e

quest'odio aveva sempre fatto avidamente abbracciare alla repubblica di

Genova le parti di tutti i nemici d'Alfonso. Questo monarca non aveva

dimenticato l'affronto ricevuto a Ponza l'anno 1435, nè la battaglia in

cui era stato fatto prigioniero coi suoi fratelli e colla sua nobiltà, e

dove aveva potuto credere rovesciata per sempre la sua fortuna. Nuove

offese erano state aggiunte a questo primo insulto; alleanze da lui

contratte coi ribelli della repubblica gli avevano fatto abbracciare un

partito nelle sue guerre civili, ed Alfonso credeva interessato l'onor

suo a cacciare di Genova Piero di Campo Fregoso.

Questa repubblica, separata dalle montagne dalla Lombardia, più occupata

del suo commercio del Levante che delle rivoluzioni degli stati vicini,

era inoltre talmente indebolita dalle sue civili dissensioni, talmente

concentrata ne' suoi domestici affari, che veniva dimenticata nel

sistema politico d'Italia; e negli ultimi vent'anni erasi appena veduto

il suo nome o le sue armi prendere parte ai grandi avvenimenti di questa

contrada.

Potevasi a Genova osservare che la potenza de' grandi nomi e delle

memorie istoriche non è meno durevole nelle repubbliche che nelle

monarchie. Ma questa potenza non era stata ben legata alla costituzione

dello stato, ed invece di essere una delle basi su cui riposavano

l'ordine e le leggi, essa diventava per lo contrario un fomite di

rivoluzione e di anarchia. Un popolo non conserva con sicurezza la sua

libertà che quando l'aristocrazia costituzionale si unisce intimamente

all'aristocrazia naturale, e si prestano a vicenda le forze loro, e

reciprocamente si garantiscono, e non pertanto sono ambedue contenute

ne' giusti limiti dal potere popolare. Ma se per lo contrario la potenza

conservatrice nella repubblica deve continuamente lottare contro i

pregiudizj che mantengono la nobiltà, lo stato non può sottrarsi a

violenti convulsioni.

Quanto più un popolo è libero, tanto più ogni cittadino s'interessa

vivamente alle grandi azioni operate per la patria, e tanto più allora

la gloria ereditaria, che si attacca alle imprese ed alle virtù

pubbliche, è sicura. Il suddito di un despota altro non vede nel

generale vittorioso che l'istrione d'un magnifico spettacolo; il

cittadino vede in lui il suo difensore, il suo salvatore, l'autore della

propria sua gloria. Il nome, reso illustre da una nobile azione, è una

proprietà nazionale, che in una patria libera fa brillare di gioja tutti

i cuori. Niun popolo mostrò maggior entusiasmo del genovese per le sue

famiglie nobili; ogni erede dei nomi dei Doria, degli Spinola, dei

Fieschi, dei Grimaldi, o dei nomi plebei ma illustri, degli Adorni e dei

Fregosi, disponeva di una tale forza d'opinione che la nobiltà mai non

esercitò in alcuna monarchia. Quest'aristocrazia di fatto aveva eccitata

la gelosia della magistratura, e le leggi, che avrebbero dovuto

appoggiarsi alla medesima come ad una áncora, tendevano per lo contrario

a distruggerla.

Perchè un popolo sia liberamente governato, un elemento d'aristocrazia

deve esistere nella sua costituzione; imperciocchè la libertà è

l'equilibrio; il peso che nella bilancia reprime gli eccessi del popolo

è essenziale all'equilibrio, siccome il peso che comprime la cupidigia

dei grandi. Sopra tutto d'uopo è che trovinsi in una repubblica i

rappresentanti del tempo passato, come quelli del tempo presente; che si

veda un potere conservatore, come un potere rinnovatore. Conviene che

trovisi in qualche parte del governo uno spirito aristocratico che sia

il difensore delle antiche instituzioni, e l'áncora della repubblica per

tenerla ferma contro le agitazioni democratiche. I progressi del

pensiero ed il cammino dei secoli devono fare sperare un perfezionamento

progressivo nelle politiche instituzioni; ma quelle che hanno di già la

sanzione di una lunga durata, che riposano sul consentimento di molte

generazioni non devono essere leggermente abbandonate. Dunque le leggi

non devono respingere alcune innovazioni, ma devono renderle tutte

difficili, per dare a tutte le quistioni la maturità della disamina.

Tale è il bisogno aristocratico di tutti gli stati liberi; è un bene che

trovisi sempre in loro un elemento aristocratico proprio a soddisfarlo.

I pregiudizj, le passioni, gl'interessi della nobiltà, vale a dire delle

famiglie rese illustri dalla pubblica riconoscenza, la rendono propria

in tutti gli stati a questo ufficio conservatore. La sua potenza sta

interamente nella durata e nelle memorie. Le passioni del momento

attuale hanno agli occhi suoi minor valore che l'eredità dei secoli; le

fanno paura le innovazioni, perchè l'antichità è l'unica sua garanzia:

applaude al superstizioso rispetto per le forme, pei costumi, pei

pregiudizj, perchè la disamina di questi può nuocere a lei medesima, e

perchè l'opinione di cui gode è associata ai pregiudizj. Per tal modo

gl'interessi proprj della nobiltà, e le sue private passioni

guarentiscono il suo zelo conservatore, qualora non le si accordino

altre funzioni nello stato; mentre che questi stessi interessi, queste

medesime passioni schiaccerebbero tutte le altre classi, se

esercitassero esclusivamente la sovranità.

Genova conservata avrebbe la sua libertà, la sua gloria e l'interna sua

prosperità, se le nobili famiglie, i di cui nomi si associavano sempre

nel cuore d'ogni marinajo, d'ogni soldato ligure, alle vittorie che

insanguinarono le coste della Sardegna, della Sicilia, dell'Italia,

della Grecia, avessero legalmente goduto di un rango che potesse

soddisfarle; se fossero state interessate a mantenere la costituzione e

la gloria nazionale; se le leggi, invece di castigare la loro celebrità,

l'avessero ammessa, e si fossero ristrette a limitarne la potenza. Ma

l'imprudenza del legislatore non aveva prese in considerazione la

celebrità dei discendenti di Paganino Doria e la somma influenza loro

sul popolo, che per escluderli con tutti i nobili dalla principale

dignità dello stato. Egli non aveva meglio associato gli Adorni ed i

Fregosi alla difesa della costituzione, quantunque li riconoscesse

plebei; non aveva voluto avere riguardo alcuno al favore popolare, ed

aveva affidata la difesa dell'ordine stabilito a nuovi personaggi,

opposti a coloro che invocavano la potenza dei secoli. Da ciò nacque che

Genova fu forse di tutte le repubbliche la più infelice, quella che fu

esposta alle più violenti convulsioni, quella che volontariamente

soggiacque più volte al giogo straniero, perchè coloro che la natura

aveva chiamati a difendere le sue leggi, s'armarono sempre per

rovesciarle; perchè i custodi dell'onore nazionale lo resero dipendente

dai loro capricci; perchè l'opinione rimase sovra di loro senza forza,

tostocchè si furono una volta accertati che i numerosi loro partigiani

non gli abbandonassero, quand'ancora tratterebbero coi nemici della

patria; per ultimo perchè in tutte le occasioni l'aristocrazia del

governo si trovò in opposizione coll'aristocrazia che aveva creata la

pubblica opinione.

Abbiamo descritta la maniera con cui Genova riebbe la sua libertà in sul

finire del 1435, ed in qual modo i cittadini occuparono in principio del

susseguente anno il Castelletto, la sola fortezza che il duca di Milano

avesse conservata entro le loro mura. Dopo tale epoca non avremmo quasi

più opportunità di trattare di questa città, poichè le turbolenze che

pel corso di venti anni seguirono quella rivoluzione si operarono quasi

affatto internamente. I cittadini, adunati nel tempio di san Siro,

avevano scelto per loro doge Isnardo di Guarco, figliuolo di quel

Niccola ch'era stato capo della repubblica in tutto il tempo della

guerra di Chiozza dal 1378 al 1383. Ma due famiglie potenti in Genova,

due famiglie proprietarie di molti feudi nelle due Riviere, ed

imparentate con tutta l'antica nobiltà esclusa dalla legge dalla suprema

magistratura, non acconsentiva giammai che la corona ducale si trovasse

fuor dell'una casa o dell'altra. Era appena stato posto sul trono

Isnardo di Guarco, quando Tommaso Fregoso rientrò in città con una

truppa di faziosi, lo attaccò il settimo giorno della sua magistratura,

lo cacciò dal palazzo pubblico, e adunò il consiglio degli elettori.

Tommaso Fregoso rappresentò loro ch'egli stesso era doge di Genova,

ch'era stato legittimamente eletto il 4 luglio del 1415; che dopo tale

epoca nulla aveva fatto che potesse fargli perdere la carica

accordatagli dalla sua patria; che veramente egli si era assoggettato al

trattato con cui la repubblica, per godere qualche riposo, aveva, il 2

novembre del 1421, chiamato il duca di Milano alla signoria, ma che nel

1425 egli era stato il primo ad accorrere in soccorso dell'oppressa

libertà, che il suo tentativo, sebbene non coronato da felice riuscita,

doveva averlo renduto benemerito dei suoi concittadini, che altronde

egli perduti non aveva i suoi diritti, e che, la repubblica trovandosi

finalmente riconstituita, doveva rientrare egli stesso nel godimento

della sua prima dignità. Questo discorso, sostenuto dalla presenza di

Battista Fregoso, il valoroso fratello di Tommaso, dalla ricordanza

della di lui vittoria sopra i Catalani a Bonifazio, e da un partito

audace ed armato, persuase il consiglio a riconoscere Tommaso per doge

in forza della precedente elezione[53].

[53] _Uberti Folietae Genuens. Hist., l. X, p. 591. — Jacobi

Bracelli de Bello Hispano, l. IV, f. k. 11. — Agost. Giustiniani

Ann. di Genova, l. V, f. 199. Edit. in fol. 1537. Genoa Senat.

popul. Genuen. Hist. atque Ann. auct. Petro Bizzarro, l. XII, p.

257. Edit. in fol. Antuerp. 1579._

I Genovesi, dopo le lunghe loro guerre civili, avevano la sventura di

non riputare delitto nè turpe cosa il prendere le armi contro la patria,

o l'arrogarsi violentemente una contrastata autorità. I principi loro

vicini che volevano signoreggiarli, coglievano avidamente tutte le

occasioni per prendere parte nelle interne loro discordie, seducendo i

capi di fazione con offerte di soccorsi, e loro suggerendo ambiziosi

progetti che mai non avrebbero osato di formare essendo soli. Il duca di

Milano fece insinuare a Battista Fregoso, che postocchè il popolo di

Genova non aveva eletto suo fratello che per cagion sua, era cosa da

stolto il lasciare il fratello sopra un trono ch'era destinato a lui

medesimo, lasciando altrui raccogliere i frutti di quel favore popolare,

che tutto dirigevasi verso di lui. Gli offrì soldati, danaro e la sua

alleanza. Battista non seppe resistere a tanta seduzione; si assicurò

l'assistenza de' soldati, che gli erano affezionatissimi, occupò il

pubblico palazzo mentre suo fratello assisteva ai divini ufficj, e si

fece riconoscere doge l'anno 1437. Per altro i migliori cittadini,

sdegnati da questo attentato contro le leggi, e da questo domestico

tradimento, accorsero in ajuto di Tommaso Fregoso, attaccarono con lui

il palazzo, fecero prigioniere Battista; e lo consegnarono al fratello.

Tommaso, lungi dall'acconsentire che fosse condannato a pena capitale,

come ne facevano istanza i tribunali, gli perdonò, e nel susseguente

anno gli affidò il comando delle galere accordate dalla repubblica al re

Renato per combattere Alfonso nel regno di Napoli[54].

[54] _Uberti Folietae Genuens. Hist., l. X, p. 592. — P. Bizzarro

Hist. S. P. Q. Genuens., l. XII, p. 259. — Agost. Giustiniani Annali

di Genova, l. V, f. 200._

La nomina di Giovanni Fregoso, altro fratello di Tommaso, al comando di

una seconda flotta destinata nel 1441 a soccorrere lo stesso re, fu

cagione di un'altra guerra civile. I nobili, quantunque con

rincrescimento, si erano assoggettati alla legge che gli escludeva dalla

suprema magistratura; ma conservavano la pretensione di comandare le

flotte e le armate della repubblica, ed i Doria, gli Spinola, i Fieschi,

i Grimaldi, avevano troppo ben dimostrato con infinite intraprese di

esserne degni. Pretendevano essi che il senato fosse obbligato di

scegliere alternativamente gli ammiragli tra i patrizj ed i plebei; non

pertanto di già quattro popolani erano stati incaricati del comando

delle ultime quattro flotte. La nomina del quinto era un'ingiuria

ch'essi non volevano in verun modo soffrire. Giovan Antonio del Fiesco,

cui i talenti non meno che l'alta opinione di cui godeva, e le sue

ricchezze, davano giusti titoli alla carica accordata ad altri,

accompagnò le sue rimostranze con maggiore alterigia e risentimento. Non

avendo potuto ottenere giustizia ritirossi ne' suoi feudi nelle

montagne, ove non tardarono a raggiugnerlo gli emissarj del duca di

Milano sempre apparecchiato ad offrire soccorsi a tutti i ribelli; il

Fiesco si era di già rivolto ad Alfonso d'Arragona. La guerra cominciò

nello stesso tempo in tre luoghi. Il Fiesco co' suoi Alpigiani e coi

Milanesi era sceso fino alle porte della città e guastava la Polsevera;

Galeotto del Carretto, marchese di Finale, aprì i suoi porti e le sue

fortezze ai nemici della repubblica, i quali in ogni tempo avevano

trovato asilo nel suo feudo; i Catalani colla loro flotta ruinavano le

due riviere[55]. Malgrado il pericolo e la ruina di questa guerra

civile, i Genovesi, infiammati dal loro odio contro i Catalani, e dalla

persuasione di non ottenere giammai perdono da Alfonso, continuarono a

consacrare le loro forze, i loro vascelli, il loro danaro in soccorso

del re Renato: ma la guerra di Napoli era un vortice che la repubblica

non poteva colmare, sebbene vi gettasse tutti i suoi tesori. La generosa

assistenza de' Genovesi sostenne Renato nella sua miseria, e non si

ritrasse dal soccorrerlo nè pure quando Alfonso ebbe occupato Napoli;

essi vittovagliarono ancora Castelnuovo; ed all'ultimo trasportarono nel

1442 colle loro galere il re Renato prima a Firenze, poi a

Marsiglia[56].

[55] _Uberti Folietae Gen. Hist., l. X, p. 596. — Agost. Giustiniani

Ann. di Genova, l. V, f. 202. — P. Bizzarro Hist. S. P. Q. Genuens.,

l. XII, p. 266._

[56] _Uberti Folietae, l. X, p. 597. — Agost. Giust., l. V, f. 202.

— P. Bizz., l. XII, p. 267._

Ma questa guerra, che tanto aveva accresciuta la collera d'Alfonso

contro i Genovesi, era appena terminata colla totale ruina del partito

d'Angiò, che Tommaso Fregoso, che l'aveva diretta, fu ancor esso levato

di carica. Suo fratello Battista era morto nel 1442, ed i funerali di

questo valoroso capitano erano stati celebrati con un fasto che aveva

offeso i cittadini di uno stato libero. Giovann'Antonio del Fiesco,

informato nel suo esilio del loro malcontento, si rese più audace,

persuadendosi che i suoi concittadini lo seconderebbero; perciò avendo

ricevuto soccorsi da Alfonso e da Filippo, si apparecchiò a fare uno

sbarco, la notte del 15 dicembre del 1442, fra le chiese di san Nazaro e

di san Celso. Il suo progetto era stato preveduto, e collocate delle

guardie nel medesimo luogo per impedirne l'esecuzione; ma il rigore del

freddo e la violenza di un vento contrario sembrando custodire

bastantemente la costa, i soldati si ritirarono dopo la mezza notte. Il

vento improvvisamente cambiò, e Giovanni Antonio del Fiesco, avendo

saputo approfittarne, entrò in Genova senza incontrare resistenza.

I Genovesi, incoraggiati dalla presenza di questo capo di partito, si

sollevarono per cambiare il governo. Invece di un solo magistrato, che

sempre faceva temere lo stabilimento di un potere dispotico, pensarono

di nominare otto cittadini, che col titolo di capitani della libertà

amministrassero la repubblica. Tommaso Fregoso, da tutti abbandonato,

erasi renduto prigioniero a Giovanni Antonio del Fiesco ed a Raffaello

Adorno, i quali furono del numero de' nuovi magistrati con un Doria ed

uno Spinola. Ma le fazioni di Genova erano troppo fra di loro accanite,

e troppo inflessibili i capi delle opposte fazioni, perchè mantenere si

potesse un consiglio in cui si erano voluti riunire. Non era ancora

passato un mese, quando la scissura tra le due parti sempre

irreconciliabili obbligò a sopprimere il consiglio, ed a nominare di

nuovo un doge. Raffaello Adorno, che fu in allora scelto, era figlio di

Giorgio e nipote d'Antoniotto, che avevano pure occupata la stessa

carica. Giovanni Antonio del Fiesco, fieramente irritato nel vedere che

una rivoluzione da lui condotta a fine altro non aveva fatto che

traslocare l'autorità ducale da una famiglia popolare ad un'altra

egualmente popolare, senza che i nobili ne sentissero alcun vantaggio,

uscì di città, occupò Recco e Porto Fino, e ricominciò la guerra civile.

D'altra parte Pietro Fregoso, nipote di Tommaso, giovane audace ed

ambizioso, esiliato dal nuovo governo cogli altri Fregosi, erasi

ritirato a Novi, di cui il duca di Milano gli aveva dato la fortezza;

indi cominciò dal canto suo le ostilità contro i Genovesi[57].

[57] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 599. — P. Bizzarro Hist.

Genuens., l. XII, p. 269. — Agost. Giustiniani Ann. di Genova, l. V,

f. 203._

La famiglia Adorno era stata quasi continuamente esiliata da Genova

durante la guerra che i Genovesi avevano fatta ad Alfonso nel regno di

Napoli, ond'era meno odiata da questo monarca; ciò le agevolò il modo

d'intavolare con lui un trattato di pace, che fu non senza molta

difficoltà accettato dalla repubblica. Questa finalmente si obbligò nel

1444, a mandare al re di Napoli, in forma di tributo, un piatto

d'oro[58]. Nel susseguente anno Alfonso, invece di ricevere

quest'offerta senz'apparato, volle ostentare la sua gloria e far

conoscere l'umiliazione de' nuovi tributarj. Fece entrare i loro

ambasciatori in mezzo alla sua corte; tutti i grandi del regno erano

stati chiamati per essere testimonj del suo trionfo, ed i Genovesi,

sorpresi da questa impreveduta pompa, conservarono un implacabile

risentimento per la vergognosa parte che avevano dovuto sostenere[59].

Alfonso, che andava debitore di questo trionfo alla famiglia Adorno,

cominciò a considerarla come sua alleata, e la eccepì dal suo odio

contro i Genovesi. Ma questa famiglia andava perdendo la considerazione

de' suoi concittadini in ragione di quella che acquistava presso un

monarca nemico.

[58] _Barth. Facii, l. VIII, p. 127._ — Egli medesimo fu uno de'

negoziatori del trattato per parte dei Genovesi.

[59] _Uberti Folietae Gen., l. X, p. 600. — P. Bizzarro, l. XII, p.

271. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 203._ Con questo trattato di

pace, e coll'umiliazione dei deputati genovesi incaricati di portare

il tributo, Giovanni Bracelli di Sarzana termina la sua storia: _De

Bello Hispano Libri quinque_. Comprende gli avvenimenti dal 1412 al

1444, de' quali l'autore, cancelliere della repubblica di Genova,

era stato non solo testimonio, ma autore. È scritta in latino con

maggiore eleganza, sebbene con minore ostentazione, che la più gran

parte delle storie latine della stessa epoca. Invece di supposti

discorsi, di pompose descrizioni, vi si trovano verità ne'

sentimenti, aggiustatezza e precisione. Dicesi che il Bracelli si

fosse proposto d'imitare i commentarj di Cesare; ma questa pretesa

imitazione lo condusse ad una naturale maniera di scrivere. Ho

seguita l'edizione d'Hagneau del 1530, in 4.º; ma fu ristampata nel

Tesoro di Grevio, _t. I, p. 1267-1320_.

Gli Adorni non trovavano che Raffaello, loro capo, li facesse abbastanza

partecipare della sua potenza, ed avrebbero voluto alla testa della

repubblica un uomo che tenesse la bilancia meno eguale tra le fazioni, e

che, invece di riconciliarle colla dolcezza, arricchisse l'una colle

spoglie dell'altra. Persuasero a Raffaello che per calmare gli spiriti,

agitati dal contegno di Alfonso verso i loro ambasciatori, conveniva che

l'autore del trattato non fosse più capo dello stato. Raffaello, pieno

di moderazione e di confidenza ne' suoi consiglieri, rinunciò il giorno

4 di gennajo del 1447 ad una carica, che aveva cercata per giovare alla

sua patria, non a sè medesimo. Gli Adorni, approfittando di

quest'inconsiderata moderazione, lo stesso giorno gli sostituirono

Barnabò Adorno, che loro prometteva una parte assai più ricca delle

spoglie de' loro avversarj[60].

[60] _Uberti Folietae Hist. Gen., l. X, p. 600. — P. Bizarro, l.

XII, p. 272. — Agost. Giust., l. V, f. 204. X._

Per porre in sicuro la propria autorità, Barnabò accettò da Alfonso una

guardia di seicento Catalani. E siccome era questa la sola truppa

assoldata della repubblica, si vide quello stato medesimo, che in guerra

aveva fatto crollare il trono di un gran re, tremare in pace innanzi ad

un branco di soldati ammessi tra le sue mura. Non eravi violenza che non

dovesse aspettarsi da un primo magistrato, capo di partito, che in una

libera città si era circondato di una guardia straniera. Ma Barnabò non

era appena da oltre un mese salito sul trono ducale, quando Giano

Fregoso osò entrare in porto nel cuor della notte con una sola galera,

sbarcare ottantacinque valorosi giovani, che erano il fiore de' suoi

partigiani e determinati di tentare una rivoluzione, ed attaccare il

palazzo pubblico difeso dalla guardia del doge. Un'ostinata zuffa si

attaccò nelle anguste strade di Genova, che rendevano meno sensibile il

vantaggio del numero. Molti compagni del Fregoso caddero estinti, tutti

furono feriti, ma nessuno di loro, finchè potè sostenersi, abbandonò la

battaglia. La guardia fu rotta, Barnabò cacciato fuori dal palazzo, e

Giano Fregoso innalzato in sua vece sul trono ducale il 30 gennajo dei

1447. Pietro Fregoso venne richiamato dal suo esilio, e nominato

comandante della città[61].

[61] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 601. — Pietro

Bizarro, S. P. Q. Genuens. Hist., l. XII, p. 273. — Agost.

Giustiniani Ann. di Gen., l. V, f. 204. Y. — Chroniques d'Enguerrand

de Monstrelet, vol. III, p. 3._

Giano dichiarò la guerra a Galeotto del Carreto, marchese di Finale, che

sempre alleato con tutti i nemici della repubblica, aveva approfittato

delle lunghe turbolenze di Genova per esercitare insoffribili

soverchierie sopra i suoi vicini. Per odio del marchese di Finale i

Genovesi si rendettero colpevoli di una mancanza di fede fin allora

senza esempio negli annali della loro città, appropriandosi gl'interessi

a lui dovuti dalla banca di san Giorgio. Giammai, nè prima, nè dopo, si

fecero lecito di non pagare ai loro nemici un debito legalmente

contratto. Finale fu preso nel 1449, saccheggiati furono i sobborghi

della città, e spianata la fortezza; ma sebbene avessero i Genovesi

prima determinato di distruggere questa città da cima a fondo, fecero

poi grazia agli abitanti; anzi restituirono ancora un terzo del

marchesato a Marco del Carreto, parente dell'ultimo feudatario, che non

aveva abbracciato il di lui partito[62].

[62] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 602. — P. Bizarro, l. XII, p.

275. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 204. P._

Questa guerra non venne condotta a fine da Giano, morto in sul declinare

del 1448, ma da Luigi Fregoso, suo fratello, che gli era stato

sostituito. Per altro non corrispondendo questi all'universale

aspettazione, venne deposto in luglio 1450. I consiglieri offrirono la

corona ducale a quel Tommaso Fregoso ch'era stato doge nel 1415 e nel

1436; ma questi, trovandosi allora ritirato nella sua signoria di

Sarzana, rispose di essere troppo indebolito dall'età, dai travagli e

dalle inquietudini per governare lo stato in tempi così difficili, e

consigliò di preferire suo nipote Pietro Fregoso, in allora comandante

della città, il di cui carattere e talenti si meritavano la pubblica

confidenza. Infatti Pietro venne di comune assenso eletto il giorno 8

dicembre del 1450[63].

[63] _Uberti Folietae, l. X, p. 602. — P. Bizarro, l. XII, p. 275. —

Agostino Giustiniani l. V, f. 205. E._

Di quest'epoca la difesa di Costantinopoli era ciò che più importava ai

Genovesi, e doveva credersi che occuperebbe un lungo spazio negli annali

di Genova. Infatti la colonia genovese di Pera, rapidamente crescendo in

ricchezze ed in potenza, pareva che un giorno dovesse eguagliare la

città imperiale, di cui inaddietro non era che un sobborgo. Nel 1452 la

repubblica vi aveva mandati novecento tra arcieri e corazzieri per

difenderla contro i Turchi. Giovanni Giustiniani, che li comandava,

partecipò valorosamente a tutte le fatiche ed a tutti i pericoli

dell'ultimo Costantino; ma costretto da una ferita ad abbandonare la

battaglia, parve che tutt'ad un tratto perdesse la presenza di spirito

ed il coraggio. Egli abbandonò il suo posto, come se tutto fosse

perduto, e la ritirata della piccola sua truppa aprì la città ai

Musulmani. Pera s'arrese immediatamente dopo Costantinopoli, e la

perdita di così fiorente colonia fu una delle più funeste sventure

provate dalla repubblica di Genova. Gli storici genovesi appena

accennano avvenimenti di tanta importanza, e pare che non siano stati

informati delle particolari circostanze dai loro compatriotti;

perciocchè niente aggiungono ai racconti degli storici Greci, cui

strettamente si attengono, e non accennano veruna parziale cronaca di

Pera. Pure i loro mercanti furono in Oriente testimonj di rivoluzioni

troppo meritevoli di ricordanza, e l'esistenza medesima ed il governo

della loro colonia offrivano uno straordinario fenomeno politico e

mercantile degno della loro attenzione[64]. Dopo la perdita di Pera,

temendo i Genovesi di perdere ancora gli altri stabilimenti del Levante,

ed in particolare Caffa, ossia Teodosia, sul mar Nero, ne trasferirono

la sovranità alla banca di san Giorgio, che sempre ferma in mezzo alle

loro rivoluzioni, sempre saggia in mezzo alla follia ed all'ebbrezza

delle fazioni, più che il doge ed i suoi consiglj pareva capace di

salvare una colonia tanto difficile a custodirsi[65].

[64] I tre storici genovesi che noi seguiamo sono quasi posteriori

di un secolo a tale epoca. Tra questi il solo P. Bizarro racconta la

presa di Costantinopoli alquanto circostanziatamente, _l. XII, p.

279-282_. Ma non fa che copiare i Greci; e la stessa descrizione di

Pera è tolta dalla Topografia Costantinopolitana di Pietro Gillio. —

_Ubert. Folietae, l. X, p. 603, ed Agost. Giustin., l. V, f. 205_,

ne danno conto con poche linee.

[65] _Uberti Folietae Hist. Genuens., l. X, p. 203. — P. Bizarro, l.

XII, p. 285. — Agost. Giust., l. V, f. 205. A._

Nello stesso anno 1453 i Genovesi cedettero la sovranità dell'isola di

Corsica alla stessa banca di san Giorgio, perchè Alfonso aveva loro

tolta la città di san Fiorentino, e minacciava il rimanente dell'isola.

Questo monarca aveva risguardato il ristabilimento dei Fregosi in Genova

come una dichiarazione di guerra; e senza dubbio dopo tale epoca più non

gli si pagò il tributo del piatto d'oro. Il papa, spaventato dalle

conquiste dei Turchi, intromise la sua mediazione, ed ottenne da

Alfonso, ancor esso inquieto e spossato, una tregua di sei mesi. Ma i

vascelli catalani, che ne avevano approfittato per vittovagliarsi nel

porto di Genova, violarono la tregua nell'istante che uscivano dal

porto. Pietro Fregoso scrisse al re con molta nobiltà per chiedere conto

di queste ostilità, quando tutti i sovrani d'Italia avrebbero dovuto

riunire le loro forze contro i Turchi, veri nemici del nome cristiano;

gli proponeva di porre le loro liti in arbitrio del papa, o di chiunque

altro credesse Alfonso di nominare[66]. Questi non si curò punto di

questa rimostranza; ed il suo ammiraglio, Bernardo di Villa Marina, dopo

essersi concertato cogli Adorni e coi Fieschi, stese le sue piraterie

sulle coste delle due Riviere[67].

[66] La lettera di Pietro Fregoso in data del 27 luglio del 1455

viene riportata dal _Raynal. Ann. Eccles., t. XVIII, p. 444, § 35._

[67] _Uberti Folietae, l. X, p. 603. — P. Bizarro, l. XII, p. 285. —

Agost. Giust., l. V, f. 206._

Pietro Fregoso non oppose una flotta a quella dell'Arragonese, ma dopo

avere provvedute del bisognevole tutte le fortezze, e postosi ovunque in

istato di difesa, lasciò che Villa Marina si andasse consumando in vani

sforzi. Egli temeva, assai più che l'ammiraglio, i nemici che poteva

avere nella stessa città, e piuttosto che esporsi ad essere sorpreso

all'impensata, volle dar loro egli medesimo una occasione di manifestare

le loro trame. Dopo avere lasciata in palazzo una numerosa guardia, e

prese tutte le convenienti misure per la sicurezza della città, pubblicò

di voler fare un viaggio nelle due Riviere per provvedere alla loro

sicurezza in qualunque caso d'attacco. Invece di partire, il 28 di

luglio andò segretamente nella fortezza, ove teneva una grossa

guarnigione di cui potevasi pienamente fidare. Accadde ciò ch'egli aveva

preveduto; tosto che i faziosi lo credettero lontano, presero le armi, e

proclamando i nomi di Adorno e del re d'Arragona, vennero ad attaccare

il palazzo pubblico. Il Fregoso aspettò che tutti i suoi segreti nemici

si fossero palesati, ed allora sortendo dalla cittadella colle sue

truppe, prese alle spalle coloro che attaccavano il palazzo, e ne fece

orribile carnificina; scacciò i vinti fuori di città, e punì alcuni de'

loro capi con pena capitale[68].

[68] _Uberti Folietae Hist., l. X, p. 604. — P. Bizarro S. P. Q.

Genuens. Hist., l. XII, p. 286. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 206._

Ma il Fregoso, probabilmente vergognandosi d'uno stratagemma poco

leale, scrisse il 4 di agosto ad Alfonso, ch'egli si era

effettivamente imbarcato il 28 di luglio, e ch'era giunto fino a

Sestri; che al suo ritorno, il terzo giorno, aveva acquietata con

poco spargimento di sangue una rivoluzione scoppiata in tempo della

sua lontananza. _Raynal. Ann. Eccl. 1433, § 36, t. XVIII, p. 444._

Durante la cattiva stagione la flotta arragonese erasi ritirata noi

porti del regno di Napoli; tornò in primavera del 1456 a minacciare le

coste della Liguria, e ad intercettare il commercio, occupando inoltre

Albenga, che peraltro fu bentosto ripresa. In così difficili circostanze

Pietro Fregoso ricorreva alternativamente al duca di Milano, ai

Fiorentini, ai Veneziani, che tutti avevano legate le mani dalla lega

fatta con Alfonso, e dalla quale avevano avuto la debolezza di escludere

i Genovesi, loro antichi alleati. Papa Calisto III, che risguardava il

popolo genovese come il solo di cui potesse far capitale per difesa del

cristianesimo in Levante, interponeva per loro i suoi buoni ufficj. I

continui soccorsi di vittovaglie, di armi e di danaro, che la repubblica

mandava a Caffa e nelle sue isole della Grecia, la snervavano affatto,

non lasciandole nè vascelli, nè soldati da opporre ad Alfonso. Pietro

Fregoso ed il consiglio della repubblica si erano, sempre di concerto

con Calisto, rivolti ai più lontani principi, per ridurli a mandare

ajuti ai Cristiani del Levante; le loro lettere ai re d'Inghilterra e di

Portogallo fanno ad un tempo vedere quanti sagrificj avevano fatti essi

medesimi, quanto erano innoltrati i loro trattati con questi principi, e

quanto la guerra, che loro faceva Alfonso, riusciva dannosa alla difesa

della cristianità[69].

[69] La lettera del doge al re d'Inghilterra è del 7 aprile del

1456, quella al re di Portogallo è del 3 di settembre dello stesso

anno, e sono riferite dal _Raynald. Ann. Eccles, ad annum., § 5 e 9,

p. 454, 455._

Finalmente il re di Napoli, cedendo alle istanze di Calisto III, alle

esortazioni di tutti i principi cristiani, che non sembravano occuparsi

d'altra cosa che della crociata, e forse per timore d'essere attaccato

il primo, quando i Turchi continuassero le loro conquiste, promise di

unire quindici galere a quelle del papa; manifestò inoltre l'intenzione

di porsi alla testa dell'armata de' principi cristiani, e sotto questo

pretesto fece levare grossi sussidj in tutti i suoi stati. Ma qualche

tentativo fatto dai Genovesi per ricuperare i loro possedimenti in

Corsica riaccese subitamente la di lui collera. Egli rigettò con amaro

insulto le istanze che gli faceva il doge di armarsi contro i Turchi; e

rinfacciò ai Genovesi d'avere i primi trasportati in Europa gli Osmanli.

«Gli è contro di voi, che siete i veri Turchi dell'Europa, disse

Alfonso, che ci facciamo un dovere di volgere i nostri primi sforzi, e

non ci tratterremo finchè, coll'ajuto di Cristo, non vi avremo ridotti

supplichevoli ai nostri piedi. Allora soltanto noi termineremo, a

dispetto vostro, la spedizione contro i Turchi dell'Asia, cui ci siamo

obbligati.» La lettera scritta con quest'insultante amarezza era lavoro

d'uno dei molti dotti addetti alla corte d'Alfonso, e forse di Antonio

di Palermo, il quale la scrisse con quel tuono oltraggiante, che

caratterizza le contese letterarie del quindicesimo secolo. La risposta

della repubblica, scritta dal suo cancelliere Bracelli, è per lo

contrario altrettanto nobile che misurata[70].

[70] La lettera d'Alfonso è del 23 luglio del 1456, e trovasi colla

risposta negli _Ann. Miniatenses Bonincontrii, t. XXI, p. 159. — P.

Bizarro, l. XII, p. 287-291. — Agost. Giustiniani, l. V, f. 206-210,

e gli Ann. Eccles., t._

In questa stessa epoca i Genovesi avevano mandate due galere a Chio con

cinquecento uomini di guarnigione, armi d'ogni sorta, e sufficiente

quantità di granaglie per approvvigionare non solo quest'isola, ma

ancora quella di Rodi. Avevano mandato un vascello, armi, e

dugent'uomini di guarnigione a Mitilene, e finalmente due vascelli a

Caffa, uno dei quali, il più grande che si fosse fin allora veduto sul

Mediterraneo, fu colato a fondo da un fulmine[71].

[71] Lettera di Pietro Fregoso e del consiglio a Calisto III in data

dell'11 luglio del 1456. _Ann. Eccl., t. XVIII, p. 458._

Nel susseguente anno Calisto, che aveva rinnovate le sue offerte di

mediatore, lusingossi qualche tempo d'avere persuaso Alfonso a fare la

pace coi Genovesi; i loro ambasciatori dovevano scontrarsi in Roma con

quelli del re di Napoli, ed il trattato pareva ridotto a buon termine,

quando un vascello d'Alfonso fu preso dai Genovesi. Sebbene non vi fosse

armistizio, il re mostrossi irritato da quest'atto ostile, come se non

lo avesse provocato. Gli ambasciatori genovesi abbandonarono Roma senza

aver nulla convenuto, e Pietro Fregoso, disperando di trovare soccorso

altrove, s'addirizzò al solo nemico che ancora potesse farsi temere da

Alfonso, a Carlo VII, re di Francia, protettore e parente di Renato

d'Angiò[72].

[72] Lettera di Calisto III al doge. _Ann. Eccl. 1457, § 46, p.

499_, e lettera d'Alfonso al papa. _Ann. Miniat., p. 160._

Malgrado l'inconsiderata maniera con cui Renato erasi nel 1458 ritirato

dalla guerra di Lombardia, egli non aveva rinunciato ai suoi diritti sul

regno di Napoli. Di conformità alla fatta promessa egli aveva mandato ai

Fiorentini suo figlio Giovanni, duca di Calabria, per assumere il

comando delle loro truppe. Giovanni era giunto a Firenze il 7 febbrajo

del 1454, e dopo le più onorifiche accoglienze, gli era stato consegnato

in mezzo a splendide feste il bastona del comando[73]. Pure i trattati

di pace avevano di già avuto cominciamento, e la pace si pubblicò in

Firenze il 14 aprile seguente, senza che il duca Angiovino di Calabria

avesse potuto prestare alcun servigio ai suoi alleati. Ma sebbene gli

dovesse spiacere il vedere la repubblica fiorentina contrarre

un'alleanza col suo competitore, non manifestò verun malcontento per una

condotta renduta necessaria dalla presente posizione degli affari; egli

si trattenne un anno in Toscana, come portava il suo trattato, e quando

partì, accettò un regalo di venti mila fiorini oltre ciò che gli era

dovuto; e tornò in Francia nel maggio del 1455[74].

[73] _Scip. Ammirato, l. XXII, p. 78._

[74] _Scip. Ammirato, l. XXIII, p. 81. — Istor. di Gio. Cambi,

delizie degli Erud., t. XX, p. 333._

A questo stesso principe ed a Carlo VII ricorse Pietro Fregoso, il quale

sentiva che i patimenti di così lunga guerra avevano resa la sua

autorità odiosa ai suoi concittadini; circondato da aperti e da segreti

nemici, più non sapeva come loro resistere, e non pertanto era

deliberato di non cedere loro la vittoria. Propose adunque di porre la

repubblica sotto la salvaguardia di un potente protettore, e con un

trattato, conchiuso in febbrajo del 1458, trasferì a Carlo VII la

signoria di Genova, riservando alla sua patria i diritti ed i privilegj

di città libera, quali erano di già stati enumerati in somigliante

concessione fatta a Carlo VII, il 25 ottobre del 1396[75]. Propriamente

parlando altro non era che l'autorità del doge che veniva in tal modo

accordata ad un sovrano straniero, ed almeno, secondo l'intenzione del

consiglio, la repubblica doveva sussistere colla stessa libertà e

giurisdizione sotto la temporaria magistratura di un delegato del re di

Francia, come sotto quella di un Fregoso o di un Adorno. Giovanni

d'Angiò, duca titolare di Calabria, venne, in conformità di questo

trattato, ad assumere il comando dei soli nemici che il suo rivale

avesse ancora in Italia. Giunse a Genova l'undici maggio del 1458, ed i

magistrati vennero a giurargli fedeltà a nome del popolo ne' giardini

Fregoso posti nel sobborgo di san Tommaso. Dal canto suo il duca di

Calabria, prima di essere ammesso entro le mura, giurò di rispettare le

leggi ed i privilegj dei Genovesi, gli statuti e l'indipendenza della

banca di san Giorgio; e dopo ciò divise con Pietro Fregoso la cura della

difesa della città[76].

[75] Veggasi nel tomo VII la p. 406.

[76] _ Uberti Folietae, l. X, p. 604. — Machiavelli Ist. Fior., l.

VI, p. 263. — P. Bizarro, l. XIII, p. 291. — Agost. Giustiniani, l.

V, f. 211. O._ — Fregoso aveva convenuto per sè medesimo la cessione

di quattro castelli presso Avignone, e 30,000 ducati in danaro.

_Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 725._

Giovanni d'Angiò aveva seco condotte dieci galere francesi e molte

truppe per metterle di guarnigione in Genova ed in Savona[77]. Credeva

perciò il Fregoso che il re di Napoli non avrebbe ardito di attaccare un

così potente protettore; ma parve per lo contrario che Alfonso

raddoppiasse i suoi sforzi per sottomettere i suoi avversarj, in ragione

della loro ostinazione. Bernardo di Villa Marina, suo ammiraglio, aveva

svernato con venticinque navi a Porto Fino; in primavera Alfonso gliene

mandò altre dieci, che avevano a bordo armi, munizioni, e truppe da

sbarco, prese tra le scelte della sua armata. Questa flotta venne a

bloccare il porto di Genova quasi subito dopo l'arrivo di Giovanni

d'Angiò. Giovanni Antonio del Fiesco, Raffaello e Bartolommeo Adorno,

scesero dal canto loro dalle montagne per assediare la città; e Pietro

Spinola, egualmente esiliato, fece prendere le armi ai suoi vassalli e

partigiani. D'altra parte Giovanni d'Angiò aveva fatti entrare nel porto

tutti i vascelli genovesi, e lo aveva poi chiuso con forti catene e con

tarroloni galleggianti; aveva posto di guarnigione i suoi Francesi in

tutte le fortezze insieme ai soldati del Fregoso, ed aspettava con

coraggio un prossimo assalto, quando il primo di luglio l'una e l'altra

armata ricevette con eguale sorpresa la notizia della morte d'Alfonso,

accaduta il 27 di giugno. La flotta degli assedianti si disperse

all'istante, alcuni de' vascelli entrarono ne' porti della Catalogna,

altri in quello di Napoli, di dove erano usciti, e l'armata de'

malcontenti ritirossi in pari tempo nelle montagne; Barnabò e Raffaello

Adorno morirono dopo pochi giorni, o per le sostenute fatiche, cui non

erano accostumati, o per dolore di vedersi strappata di mano una

vittoria, che credevano sicura. I Genovesi, maravigliati di così

improvvisa liberazione, appena potevano goderne essi medesimi, perchè la

carezza e la cattiva qualità delle vittovaglie di cui eransi alimentati

in tempo dell'assedio, la miseria, le fatiche e le cure della guerra,

avevano generata entro le loro mura una malattia contagiosa, che uccise

più gente assai che non il nemico che si era di fresco ritirato[78].

[77] _Jo. Simonetae, l. XXVI, p. 683._

[78] _Jo. Simonetae vita Franc. Sfortiae, l. XXVI, p. 684. — Uberti

Folietae Genuensis Hist., l. XI, p. 605. — P. Bizarro S. P. Q.

Genuens. Hist., l. XIII, p. 292. — Agostino Giustiniani Ann. di

Genova, l. V, f. 211. P. — Pandolfo Collenuzio Ist. di Napoli, l.

VI, f. 201-206._

Alfonso, allorchè morì in età di sessantatre anni otto mesi e ventisette

giorni[79], regnava in Arragona dal 1416 in avanti; ma soltanto dopo

avere portata la guerra in Corsica del 1420, e sopra tutto dopo essere

stato adottato da Giovanna II di Napoli, aveva acquistata in Italia una

potenza preponderante. Credeva di avere assicurata la successione di suo

figliuolo naturale Ferdinando coi suoi trattati con quasi tutti i

principi d'Italia, e coll'investitura successivamente ottenuta da due

papi. L'ordine da lui posto in questa successione sembravagli conforme

alla giustizia, poichè non disponeva a favore del suo bastardo che del

regna di Napoli, conquistato da lui medesimo, mentre lasciava tutti i

suoi stati ereditarj al fratello Giovanni, re di Navarra. Costui

trovavasi allora in lite con suo figliuolo del primo letto, don Carlo,

che portava il titolo di conte di Viana, ed era venuto a cercare asilo

alla corte di Napoli. Il conte di Viana era in Roma nel principio di

maggio del 1458 quando Alfonso infermò, ed avutane notizia si affrettò

di restituirsi a Napoli. Era meritamente amato dal popolo e dalla

nobiltà; ed Alfonso non lo vide ritornare senza inquietudine, temendo,

qualora egli morisse a Castelnovo, che gli Arragonesi ed i Catalani, di

guarnigione in quel castello, non si dichiarassero per il conte di Viana

figlio ed erede presuntivo del nuovo loro re. Ammalato com'egli era

gravemente, fece spargere voce della sua convalescenza; si fece

trasportare a Castel dell'Ovo sotto pretesto di mutar aria, e nello

stesso tempo diede il comando del castello, che abbandonava, a suo

figlio Ferdinando. Lo stesso giorno sottoscrisse il testamento con cui

chiamava Ferdinando suo figlio legittimato alla corona di Napoli, e

lasciava la corona d'Arragona, di Catalogna, di Valenza, delle isole

Baleari, di Sardegna e di Sicilia, a suo fratello, il re di Navarra, in

conformità delle costituzioni degli stessi regni. Ventiquattr'ore dopo

morì[80].

[79] Secondo il _Bonincontri Ann. Miniatens., t. XXI, p. 162_. —

Colla morte di Alfonso finiscono questi annali di un merito assai

disuguale: pure contengono importantissime notizie intorno ad alcune

parti della storia del regno di Napoli. Le cose di Samminiato non

occupano che la minor parte del libro.

[80] _Giannone Istor. civ. del regno di Napoli, l. XXVI, c. VII, p.

540._

La posterità conservò ad Alfonso il soprannome di _magnanimo_, di cui

questo principe andò debitore ad una quasi illimitata liberalità. In

questo secolo, in cui tutti i sovrani d'Italia rivalizzavano nell'amore

per le lettere, egli pareggiò o superò tutti col suo entusiasmo per

l'antichità, col suo zelo per gli studj, colle sue beneficenze verso i

dotti, che da ogni banda chiamava con ogni maniera di allettamenti alla

sua corte. Aveva tolto per sua impresa un libro aperto; e niun sovrano,

non accettuati coloro che non furono come lui amministratori e

guerrieri, consacrò tanto tempo alla lettura. Seco portava sempre Tito

Livio ed i Commentarj di Cesare; aveva sempre libri sotto il suo

origliere, onde valersene nelle ore che poteva rubare al sonno. Il suo

segretario e panegirista, Antonio Beccadelli di Palermo, conosciuto

sotto il nome di _Panormitano_, pretende di averlo a Capoa risanato da

una malattia, leggendogli la vita di Alessandro scritta da Quinto

Curzio. Si dice che Cosimo dei Medici ottenne di calmarlo dopo il torto

fattogli dal trattato di Lodi, e di farlo entrare nella lega dell'Italia

superiore, regalandogli un bel manoscritto di Tito Livio[81].

[81] _Guinguenè, Hist. litter. d'Italie, chap. XVIII, t. III, p.

268. — Tiraboschi stor. della letter., t. VI, l. I, c. 2, § 17, p.

40._

I letterati ed in particolar modo gli eruditi sono troppe volte

stranieri allo spirito del loro secolo, perchè si possa prestare intera

fede ai loro elogj intorno alle virtù di un re; ma è una sicura riprova

del nobile carattere d'Alfonso la piena confidenza ch'egli aveva

nell'amore del popolo da lui conquistato. Passeggiava spesso a piedi e

senza seguito per le strade di Napoli, e rispondeva a coloro che

credevano questa sua abitudine pericolosa: «che può temere un padre

passeggiando in mezzo ai suoi figliuoli?» In fatti Alfonso era amato dal

popolo per le sue virtù, e dirò ancora pei suoi difetti. La sua

eloquenza, la sua affabilità, le sue nobili maniere, il suo cavalleresco

valore, affascinavano tutti coloro che avevano il vantaggio di

avvicinarlo. Loro piaceva pure per una tal quale simpatia che trovasi

nel popolo, per la tenerezza e la tendenza all'amore, che questo sovrano

conservò fino agli ultimi suoi giorni. Il suo romanzesco carattere

influì notabilmente sul suo destino. La nascita di suo figliuolo,

Ferdinando, era stata accompagnata da misteriose circostanze. Assicurano

alcuni storici, ch'egli era nato da un incesto con Catarina, moglie

d'Enrico, fratello d'Alfonso; che per salvare la riputazione di questa

principessa, Margarita de Hijar acconsentì che gli si attribuisse questo

fanciullo, onde fu poi vittima della gelosia della regina, che la fece

soffocare[82]. Alfonso più non seppe condonare alla moglie tanta

barbarie; più non volle vederla; ma restò, finchè visse vincolato da un

matrimonio che detestava, e non poteva sciogliere. L'oggetto dell'ultima

sua passione fu Lucrezia d'Alagna, figlia di un gentiluomo napolitano.

Pio II, di già papa quando scriveva i suoi commentarj, li vide assieme,

e si sentì commosso dal loro amore e dalla loro virtù. «Stava, egli

dice, a Torre del Greco, Lucrezia, donna, o piuttosto vergine

gentilissima, nata di nobili ma poveri parenti napolitani. Amolla il re

perdutamente, a segno di sembrare fuori di sè alla di lei presenza.

Altro egli non vedeva, altro non udiva che Lucrezia; i suoi occhi

stavano sempre fissi sopra di lei; ne lodava le parole, ne ammirava la

saviezza, ed applaudiva a tutto quanto ella faceva. Soleva colmarla di

doni, e voleva che venisse onorata come una regina; e talmente a lei si

abbandonava che niuno poteva ottenere udienza senza il di lei

assenso..... Pure, se dobbiamo prestar fede alla pubblica voce, essa mai

non accondiscese ai di lui desiderj. Si assicura aver ella detto più

volte, che mai non sagrificherebbe al re la sua verginità, e che, s'egli

tentasse far uso della forza, saprebbe prevenire la propria vergogna

colla morte, invece di punirsi troppo tardi come l'antica Lucrezia[83]».

Alfonso erasi lusingato di sposare Lucrezia d'Alagna, ed aveva perciò

domandato a Calisto III un divorzio con Maria di Castiglia a cagione

della sua sterilità; ma sebbene questo papa fosse prima stato suo

ambasciatore, governatore di suo figlio, e suo confidente, mai non volle

accordare al re questa domanda[84].

[82] _Surita Annales del reyño de Aragon, l. XIV, c. 35. — Rocchi

Pirri Chronologia Regum Siciliae apud Burmannum, Thesaur. Antiqu.

Ital., t. X, p. V, p. 96_. — Altronde il Pontano, che fu segretario

di Ferdinando, chiama sua madre Vilardona Carolina, ed aggiugne che

molte persone lo dicevano supposto da questa donna, e figlio di un

calzolajo di Valenza, maomettano come lo era quasi tutto il popolo

in quel regno. _Pontan. Napol. belli, l. II. Y._

[83] _Comment. Pii Papae secundi, l. I, p. 27._

[84] _Platina vita di Calisto III, p. 426. — Ann. Eccles. Raynal.

1455, § 36, p. 444, e 1456, § 12, p. 457. — Giannone stor. civ., l.

XXVI, c. VII, p. 536. — Rocchi Pirri Chronol. reg. Siciliae,

Thesaur. Burmanni, t. X, p. V, p. 96. — Jo. Marianæ. de Reb.

Hispan., l. XXII, c. 18, p. 55._

Grandi avvenimenti militari, la conquista di un regno, luminose vittorie

sopra Caldora, sopra Renato d'Angiò, sopra Francesco Sforza, davano ad

Alfonso uno splendore che abbagliava le persone volgari. La prosperità

delle due Sicilie, e la pace ristabilita dopo una lunga anarchia, gli

davano posto tra i più saggi amministratori; ma ad ogni modo la virtù

che gli guadagnò maggiori elogj, la sua liberalità, fu quasi sempre

imprudente ed eccessiva; le sue profusioni lo tenevano costantemente in

mezzo alle ristrettezze; bentosto riprendeva con una mano ciò che aveva

donato coll'altra: era forzato di opprimere i suoi sudditi con

gravissime gabelle, o di vendere loro grazie contrarie all'ordine ed

alla buona amministrazione del regno. Il danaro mancando alle sue

prodigalità, egli distribuì nella sua monarchia con profusione nuovi

titoli, dignità e signorie feudali; colla medesima liberalità allargò le

prerogative dei signori, accordando loro una quasi assoluta sovranità

sui loro vassalli, ed in tal modo aggravò la sudditanza di questi,

togliendo loro la protezione della corona; indebolì l'autorità sovrana;

nocque alla pronta esecuzione della giustizia, e moltiplicò i mezzi di

resistenza dei grandi feudatarj nelle successive guerre civili. Può

dunque muoversi dubbio se il regno d'Alfonso sia stato favorevole ai

progressi dell'incivilimento nel regno di Napoli, ma non si può ricusare

di annoverar lui tra i più grandi e generosi monarchi che illustrarono

il quindicesimo secolo[85].

[85] _Giannone Ist. civile, t. III, l. XXVI, c. V, VI e VII. —

Giornali Napolitani, t. XXI, Rer. Ital., p. 1132._

Storia delle repubbliche italiane dei secoli di mezzo, v. 10 (of 16) · 第 3 / 13 题