_Pontificato di Niccolò V; congiura di Stefano Porcari. —
Campagna di Giacomo Piccinino nello stato di Siena. — Disgrazie
e deposizione di Francesco Foscari a Venezia._
1447 = 1457.
Nel 15.º secolo la storia politica dell'Italia presenta un maraviglloso
contrapposto colla sua storia letteraria; imperciocchè, mentre ogni
giorno s'andava sempre più accostando colla ruina della libertà, quella
pure de' costumi, dell'energia, e di ogni virtù pubblica e privata,
vedevasi per lo contrario nascere ed aggrandirsi la passione per la
poesia, l'ammirazione per l'eloquenza, ed in particolare per
l'erudizione, che sembravano indicare qualche cosa di più nobile e di
più elevato nel carattere del secolo. Ad ogni modo quando si fissano più
a lungo gli sguardi sopra i celebri letterati che fiorirono in
quest'epoca, per quanto ci sorprenda la loro laboriosa attività, per
quanta riconoscenza c'inspirino i capi d'opera dell'antichità ch'essi ci
conservarono, ed i capi d'opera de' moderni tempi ch'essi ci
apparecchiarono, si scorgono però nel loro carattere e nel loro spirito
gli effetti del disordine sociale, e scorgesi la ragione per cui non
potevasi niente sperare dal loro lavoro che fosse degno di que' tempi
che erano oggetto della loro ammirazione. In fatti i progressi dei lumi
nel quindicesimo secolo non erano uno sviluppamento nazionale; non erano
la riflessione, la meditazione, l'immaginazione italiana, che avevano
fatti nascere i Guarini, i Valla, i Filelfo, i Poggio, ed i Ficino, ma
l'ostinato studio di un'antichità che non aveva relazione col tempo
presente, ma l'adozione dei pensieri, delle formole di ragionamento,
d'immagini e di leggi poetiche, ch'erano state fatte per altre nazioni,
per altre lingue, per altri costumi, ed un'assoluta preferenza accordata
alla memoria in pregiudizio di tutte le altre facoltà, una servile
sommissione del gusto individuale ai modelli ed all'autorità letteraria.
Forse quest'assoluto abbandono delle naturali e vere impressioni, del
pensiero originale, del gusto particolare d'ogni individuo in una nuova
nazione, fu di maggior danno alle lettere in Italia ed in tutta
l'Europa, che non furono loro di vantaggio i modelli, greci e romani,
malgrado la loro sublime bellezza. Ma soprattutto nella politica del
secolo presentemente vedremo come sia stato servile il carattere dato
dall'erudizione al pensiero. La storia ci conduce a cercare le pubbliche
virtù negli scrittori del quindicesimo secolo, e li troviamo mancanti di
elevazione, di nobiltà, di amore di patria, di sentimenti politici.
Le repubbliche ed i piccioli principati produssero dei filologi; la sola
Firenze coi suoi Leonardo Bruno, Poggio, Ambrogio Camaldolese e
Marzuppini poteva a quest'epoca avere la palma sopra tutti gli altri
paesi: ma quantunque tre di questi siano stati un dopo l'altro
cancellieri della repubblica, non si videro acquistare nello stato
un'influenza proporzionata ai vasti loro studj, nè adoperare utilmente
in servigio della patria i sommi loro talenti, nè introdurre ne'
consigli e nel foro un'eloquenza persuasiva, nè ricordare colle virtù e
coi talenti degli antichi l'antichità che essi imitavano.
Il passaggio a Firenze dell'imperatore Federico III pose al cimento i
talenti di questi pretesi oratori e politici. Carlo Marzuppini, ch'era
succeduto a Leonardo Bruno d'Arezzo nell'ufficio di segretario della
repubblica, venne incaricato di complimentare l'imperatore. Gli
addirizzò un discorso in lingua latina, che compose in due giorni; la
sacra e profana erudizione, onde l'aveva arricchito, e l'eleganza dello
stile eccitarono, l'ammirazione degli uditori. Ma nè i consiglj, nè lo
stesso oratore avevano pure pensato allo scopo politico di questo
discorso d'etichetta. L'imperatore fece rispondere al Marzuppini dal suo
segretario, Enea Silvio Piccolomini, che fu poi Pio II. Questi, ch'era
ben più politico che filologo e ch'erasi accostumato nelle deliberazioni
del consiglio di Basilea a parlare con uno scopo determinato, fece nella
sua risposta alcune domande alla repubblica, ed alcune osservazioni, che
richiedevano una replica; ma il Marzuppini, che non vi si era
apparecchiato, si trovò incapace di dire una sola parola, e Giannozzo
Manetti dovette prendere la parola invece del Marzuppini[1].
[1] _Roscoe Life of Lorenzo the Magnificent, t. I. p, 22._
Questi uomini che non sapevano pensare che dietro gli altri, e che,
sempre parlando al pubblico d'eloquenza, lasciarono il loro secolo così
sterile nelle cose di quell'arte oratoria, che pure avrebbe dovuto
esercitare il suo impero nelle repubbliche; questi uomini avevano più
vanità che amore di gloria, più cupidigia che ambizione, e preferivano
le corti dei principi nelle quali l'erudizione teorica era più stimata
che la scienza applicata. Nelle repubbliche si sentivano umiliati,
qualunque volta venivano paragonati a magistrati di fermo carattere,
d'idee giuste, quali erano Neri Capponi, Maso degli Albizzi, o Cosimo
de' Medici, che, sebbene ignorassero le _eleganze del parlare latino_ e
l'arte di prendere a prestito dagli antichi dei falsi ornamenti, pure
sapevano muovere le menti colla forza dei loro pensieri. Si trovavano in
migliori acque presso d'un Alfonso, d'uno Sforza, d'un Gonzaga, d'un
marchese d'Este, di un Montefeltro; la loro vita era totalmente
consacrata ad un genere d'erudizione, che non poteva adombrare il più
sospettoso principe, nè turbarne lo stato. Quand'erano chiamati a
qualche pubblica incumbenza, non richiedevasi che i loro discorsi
d'etichetta fossero l'espressione dell'interno loro convincimento;
perciò essi giustificavano senza scrupolo quegli atti tirannici, cui non
avevano preso parte. Le incumbenze loro non erano quelle d'analizzare o
di giudicare le azioni, ma di velarle con belle frasi ciceroniane;
impiegavansi non come pubblici magistrati, ma come retori; non si
tenevano responsabili nemmeno agli occhi del mondo de' loro pensieri o
dei loro giudizj, ma soltanto del loro stile; e quando avevano
l'opportunità di sostenere il pro ed il contro, di parlare
successivamente in due opposti sensi, vi ravvisavano una doppia gloria,
avendo con ciò occasione di mostrare in tutto il suo lume il loro merito
d'oratore e di sofista.
Per avere in tal modo separata la scienza dall'azione, l'eloquenza dalla
politica, lo stile dal pensiero, gli eruditi del quindicesimo secolo non
procurarono ai tempi in cui fiorirono nè maggiori virtù pubbliche, nè
nuovi lumi intorno alle scienze che hanno relazione col governo. Non
pertanto alcuni di loro s'innalzarono alle più sublimi cariche della
repubblica cristiana. Uno de' più illustri ad un tempo e de' più
fortunati fu forse Tommaso da Sarzana, che sotto il nome di Niccolò V
occupò la cattedra pontificia nel periodo da noi percorso. Protettore
zelante degli eruditi, ai di cui lavori aveva avuta tanta parte,
splendido rimuneratore delle belle arti, di cui ne moltiplicò in Roma i
capi d'opera, non si mostrò egualmente favorevole alle opinioni liberali
come alle arti liberali. Egli aveva presa nella società dei clienti e
dei protetti di Cosimo de' Medici quell'indifferenza per la libertà, che
rimpicciolì la loro anima; e segnalò il suo regno mandando al patibolo
l'ultimo patriotta romano, e rendendo vano l'ultimo sforzo fatto per la
libertà di Roma.
Niccolò, allora chiamato Tommaso, era figlio di Bartolomeo Parentucelli,
medico pisano, ammogliato a Sarzana, ed era nato nel 1398. Aveva
ricevuto i primi ordini in età di dieci anni, poi era stato mandato a
Bologna per continuarvi i suoi studj[2]. Essendo egli affatto povero,
era stato costretto a tenersi lontano da questa università dai diciotto
fino ai ventidue anni, onde venire a Firenze a tenere scuola ai
figliuoli di Rinaldo degli Albizzi e di Palla Strozzi[3]. Quando tornò a
Bologna, il cardinale Niccola Albergati lo prese al suo servigio e lo
nominò suo maggiordomo. Tommaso lo accompagnò da principio a Roma, poi
nelle sue legazioni in Francia, in Inghilterra, in Germania, supplendo
presso di lui, per lo spazio di vent'anni, le incombenze d'intendente,
di segretario e di medico[4]. Il cardinale Albergati avendolo ricondotto
a Firenze presso Eugenio IV, ebbe Tommaso opportunità di legare
domestichezza coi più illustri letterati colà riuniti, quali erano
Leonardo Bruno d'Arezzo, Giannozzo Manetti, Poggio, Carlo Marzuppini,
Giovanni Aurispa, Guasparro di Bologna, ed altri molti. Usavano questi
di adunarsi ogni mattino sull'angolo del palazzo, e di disputare, sola
maniera in allora praticata dai dotti per far mostra del loro ingegno.
Tostocchè Tommaso aveva accompagnato in palazzo il suo padrone,
raggiugneva quest'adunanza, vestito con una semplice tonaca turchina, e
con una berretta da prete; e prendeva caldamente parte nella disputa[5].
[2] _Janotti Manetti vita Nicolai V., Script. Rer. Ital., t. III, p.
II, p. 907-911. — Barth., Facii, l. IX, p. 141._
[3] _Comment. della vita di P. Niccolò composto da Vespasiano, e
mandato a Luca degli Albizzi, t. XXV, R. I. p. 270._
[4] _Vita Niccolai V a Janottio Manetti, p. 915. — Vespasiano, vita
di Niccolò, p. 271._
[5] _Vespasiano vita di Niccolò, p. 271._
Tommaso di Sarzana aveva di già fatto vantaggiosamente conoscere il suo
gusto per i classici, avendo arricchiti con giudiziose note i
manoscritti copiati di suo pugno[6]; perciò quando Cosimo dei Medici
aprì al pubblico nel convento di san Marco la collezione dei manoscritti
di Niccolò Niccoli, chiese a Tommaso istruzioni intorno al modo di
distribuire una biblioteca, intorno alla divisione dei libri ed alla
formazione del catalogo. La scrittura dettata per soddisfare a tali
inchieste, non servì soltanto di norma per la distribuzione della
biblioteca di san Marco, ma inoltre per quella della Badìa a Fiesole,
del conte di Montefeltro ad Urbino, e di Alessandro Sforza a Pesaro[7].
Il cardinale Albergati aveva generosamente provveduto al mantenimento di
Tommaso, procurandogli due beneficj semplici, uno de' quali fruttava
trecento scudi; e morendo gli avea lasciato altri beni. Ma la generosità
di Tommaso, e più ancora le sue spese in libri ed in copisti superavano
di molto le sue entrate[8]. Dopo la morte del cardinale Albergati,
Eugenio IV chiamò alla sua corte questo dotto ecclesiastico col titolo
di vicecameriere apostolico, e lo mandò di nuovo in Germania col
cardinale di sant'Angelo per persuadere i Tedeschi a rinunciare alla
loro neutralità tra il concilio di Basilea e la corte di Roma. Di
ritorno da questa missione lo fece vescovo di Bologna, e poi cardinale
nell'anno medesimo che non doveva terminare, prima che il nuovo prelato
salisse sulla cattedra di san Pietro[9].
[6] _Roscoe life of Lorenzo, t. I, p. 42. — Vespas. vita di Niccolò,
p. 273._
[7] _Vespasiano vita di Niccolò V, t. XXV, p. 274._
[8] _Vespasiano vita di Niccolò V, t. XXV, p. 275._
[9] _Janottii Manetti vita Nicolai V, p. 916. — Platina vite de'
Pontefici in Niccolò V, p. 416. Edit. Ven. 1730._
Eugenio IV essendo morto il 23 febbrajo del 1447, vennero consacrati
nove giorni alle pompe funebri, prima che i cardinali entrassero in
conclave. Durante quest'interregno Alfonso s'avvicinò a Roma, e stabilì
il suo soggiorno in Tivoli onde dare maggior peso al suo partito. Tutti
i baroni romani cercavano di far valere i loro diritti; Battista Savelli
pretendeva di avere quello di custodire le chiavi del conclave, ma i
cardinali non vollero riconoscerlo. D'altra parte il consiglio della
città di Roma, adunato nella chiesa d'Araceli, riclamava tutti i
privilegj anche recentemente esercitati dal popolo; fu propriamente in
questo consiglio che Stefano Porcari, gentiluomo romano d'incontaminata
riputazione, cominciò a farsi conoscere. Il pontefice or ora morto aveva
disgustati i Romani colla sua incostanza e col disprezzo di tutte le
leggi; la tirannide del patriarca Vitelleschi, che fu lungo tempo il suo
favorito, aveva eccitata l'indignazione. Il Porcari che sospirava dietro
la libertà, e che voleva imitare le virtù dell'antica Roma più che il
suo idioma, esortò i cittadini adunati ad approfittare di quest'unica
circostanza per consolidare la loro costituzione. «Non trovasi, loro
disse, in tutti gli stati della Chiesa così piccola e misera città, che
non abbia leggi e statuto, e che contro un annuo tributo non goda della
sua libertà: dovrà la sola Roma esser priva d'un beneficio comune? Non
si trova così piccola e misera terra, che, quando la morte la rende
libera dal suo tiranno, non approfitti dell'interregno per ricuperare i
suoi diritti, o almeno per porre un limite alle prerogative de' suoi
oppressori; alla sola Roma mancherà l'energia, che hanno i più oscuri
popoli[10]?» Ma l'arcivescovo di Benevento, che presiedeva a
quest'assemblea, vietò a Porcari di continuare, e lo denunciò in
appresso al nuovo papa come un uomo pericoloso.
[10] _Diario Rom. di Stef. Infessura, t. III, p. II, p. 1131. —
Platina vita di Niccolò V, p. 417. — Leonis Bapt. Alberti de
Porcaria conjuratione, t. XXV, p. 309._
I cardinali, che entrarono in conclave nella chiesa di santa Maria sopra
Minerva, erano diciotto. Rendevasi dunque necessaria per la nomina del
papa l'unione di dodici voci. Il cardinale Prospero Colonna in due
differenti scrutinj, tenuti in diversi giorni, ebbe solo dieci voci; gli
altri erano divisi, e Tommaso di Sarzana veniva appena indicato. Dopo il
secondo scrutinio il cardinale di Maurienne alzossi e disse: «Miei
padri, non prodigare il tempo, niente può riuscire tanto pericoloso alla
Chiesa quanto questo ritardo: Roma è agitata; il re d'Arragona trovasi
alle nostre porte; Amedeo di Savoja ci tende delle imboscate; il conte
Francesco Sforza è in guerra con noi; qui noi soffriamo mille disagi
nella nostra reclusione; affrettiamoci adunque di nominare un pontefice.
Ecco un angelo di Dio, un agnello innocente che di già riunì dieci
suffragj, non gliene mancano che due; un solo di voi si alzi e gli dia
il suo, e la cosa sarà fatta, che un'altra voce non gli mancherà.» Tutti
rimasero immobili; finalmente alzossi Tommaso di Sarzana per andare a
dare la sua voce al Colonna; ma il cardinale di Taranto, trattenendolo
per la sua veste, lo supplicò ad aspettare ancora, a pensare a ciò che
andava a fare, a ricordarsi che nominando un papa, dava un Dio alla
terra, un uomo che avrebbe il potere di legare e di sciogliere, d'aprire
e di chiudere il cielo, che questa scelta domandava mature
considerazioni. «Tutti questi ritardi (ripigliò il cardinale di Aquilea)
non sono chiesti che per impedire l'elezione di Prospero Colonna; ma
dimmi tu stesso, quale papa vorresti fare?» — «Il cardinale di Bologna,
Tommaso di Sarzana» (rispose il cardinale di Taranto) — «Piace a me pure
(rispose quello di Maurienne)» e gli altri furono subito dello stesso
parere, e si riunirono in un istante i dodici suffragj. Era il 6 marzo
del 1447; e Prospero Colonna, il decano del sacro collegio, annunziò
allora al popolo adunato, che il papa era stato nominato[11].
[11] _Orat. Aeneae Silvii de Creat. Nicolai V, t. III, p. II, p.
894._
Il pontefice, assistito dalla sua personale considerazione, e
dall'appoggio dell'imperatore e del re di Francia, riuscì in aprile del
1449 a far cessare lo scisma prodotto dal concilio di Basilea, e ottenne
l'abdicazione di Felice V. Amedeo di Savoja ripigliò l'antico suo nome,
ma venne dalla corte di Roma riconosciuto come cardinale e legato della
santa sede in Germania, e tutti i cardinali da lui creati furono ammessi
nel sacro collegio[12].
[12] _Platina vita di Niccolò V, p. 420._
Le antiche lettere approfittarono bentosto dell'innalzamento del più
zelante loro ammiratore. Egli chiamò alla sua corte moltissimi copisti e
traduttori dal greco e dal latino. Mandò dei dotti in traccia di
manoscritti, che faceva loro comperare per conto suo in ogni parte
dell'Italia, della Germania, dell'Inghilterra, della Grecia e del
Levante. Negli otto anni del suo regno furono tradotti in latino più
autori greci che non eransene tradotti in cinque secoli prima di lui e
sotto cento diversi papi. Strabone, Erodoto, Tucidide, Zenofonte,
Polibio, Diodoro, Appiano, Filone giudeo, vennero sotto il regno di
Niccolò V posti in mano di coloro che non intendevano il greco. Molte
opere di Platone, d'Aristotile, di Teofrasto si aggiunsero a quelle che
di già si avevano. I padri ed i teologi dei primi secoli della Chiesa
non furono dimenticati, e si tradussero le opere di Eusebio di Cesarea,
di Dionigi Areopagita, di Basilio, di Gregorio Nazianzeno, di Giovanni
Grisostomo, di Cirillo: nello stesso tempo si studiarono con ardore le
lingue orientali, e lo stesso Giannozzo Manetti venne incaricato dal
pontefice di fare una traduzione della sacra scrittura sul testo
ebraico; lavoro rimasto imperfetto per la morte di Niccolò V[13], il
quale non era meno sollecito dei progressi dell'erudizione che di quelli
dell'architettura. In tutte le città de' suoi stati riparò o edificò
chiese; ingrandì, decorò e cinse di sontuosi edificj le pubbliche
piazze, e rialzò le distrutte mura. Assisi, Cività Vecchia, Cività
Castellana riconoscono da lui ornamenti che sorprendono in così piccole
città. Fabbricò magnifici palazzi in Orvieto ed in Spoleti; costrusse in
Viterbo bagni per gl'infermi, degni di ricevere non solo private
persone, ma principi. Intorno alla stessa Roma rialzò le mura mezzo
ruinate, ristaurò la maggior parte delle chiese, che di que' tempi erano
quaranta, e profuse particolarmente le splendide sue cure alle sette
principali basiliche. Quella di san Pietro in Vaticano cadeva in ruina;
Niccolò vi fece cominciare sopra i disegni di Bernardo Rosellini e di
Gio. Battista Alberti una nuova tribuna più vasta dell'antica. Egli
voleva innalzare nella capitale de' Cristiani un tempio, la di cui
magnificenza non avesse esempio, di già n'erano gettati i vasti
fondamenti, ma i muri non avevano ancora tre gomiti d'altezza sopra il
suolo, quando la morte di Niccolò V fece sospendere questo prodigioso
edificio, che non si ripigliò che mezzo secolo dopo da Giulio II
coll'opera di Bramante[14]. Per supplire a queste regie spese aveva nel
1450 accordato un giubileo, che riempì i tesori della Chiesa, e passar
fece in pochi giorni ne' forzieri de' Medici, banchieri della santa
sede, parecchie centinaja di migliaja di fiorini[15].
[13] _Vita Nicolai V a Jan. Manetto, t. III, p. II. Rer. Ital., p.
926-927. — Vespas. Vita, t. XXV, p. 282._ — Aggiugne i nomi di tutti
i dotti incaricati da Niccolò delle varie traduzioni, e l'ammontare
dei premj loro dati.
[14] _Jannozio Manetti, t. III, p. II. Rer. Ital., p. 934-940._
[15] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 279._
Nello stesso tempo Niccolò V soddisfece pure al suo gusto per le arti,
fondando la biblioteca del Vaticano; egli adunò cinque mila volumi in
quel palazzo pontificio, ed allora non credevasi che dopo i tempi di
Tolomeo altra biblioteca avesse mai avuta così gran copia di libri[16].
I dotti, cui era destinata, e coi quali viveva familiarmente, lo amavano
teneramente, e lo apprezzavano e rispettavano. Pare che Niccolò V fosse
di carattere faceto, semplice, ingenuo. Quando il Vespasiano andò a
trovarlo dopo l'elezione, il papa gli disse sorridendo: «Ebbene i vostri
compatriotti di Firenze avrebbero creduto che un povero prete, fatto per
suonare le campane, fosse nominato pontefice?» Il Vespasiano rispose,
che quel popolo, che lo conosceva, erasene rallegrato, perchè da lui
sperava la pace; ed il papa replicò subito, che se Dio gli dava grazia
di soddisfare il suo desiderio, altr'arma mai non adoprerebbe in sua
difesa che la croce di Gesù Cristo[17].
[16] _Ivi, p. 282._
[17] _Vespasiani Comment., p. 279._
In fatti non era altrimenti l'ambizione di accrescere il dominio papale,
meno ancora quella di rendere potente la sua famiglia, che potevano far
trascurare a Niccolò V i suoi doveri di comune pastore dei fedeli. Ma
nella sua amministrazione temporale, che per lui non era che un
interesse affatto secondario, non sapeva soffrire opposizione. I
privilegj riclamati dai suoi sudditi gli facevano perdere quel tempo
ch'egli avrebbe voluto consacrare alla Chiesa, alle lettere ed alle
arti, e si sbrigava con sollecite decisioni. Altronde, avendo vissuto
tanti anni nell'altrui dipendenza, non conosceva che le relazioni di
padrone e di servitore, e chiedeva quell'illimitata ubbidienza ch'egli
aveva tanto tempo prestata ad altri. I magistrati romani continuavano a
considerarsi come rappresentanti del popolo e della repubblica, ed egli
voleva ridurli al rango di semplici agenti del sovrano pontefice. Il
Porcari, che di buon'ora aveva manifestato il suo amore di libertà, che
coi suoi discorsi cercava sempre di tener viva nel popolo quell'antica
fiamma, era in particolar modo sospetto al papa. Ciò non impedì che
Porcari fosse nominato Podestà d'Anagni; ma questa carica veniva
probabilmente conferita dalla città, come costumavasi universalmente in
Italia[18]. Al suo ritorno, dopo avere terminate le incumbenze della sua
carica, il Porcari non perdette di vista il suo favorito progetto di
rendere la libertà a Roma. Un tumulto, eccitatosi pei giuochi di piazza
Navona, parvegli una propizia occasione di tentare qualche cosa; in
questa circostanza si compromise di nuovo, e venne esiliato a Bologna,
con ordine di presentarsi ogni giorno al cardinale Bessarione, allora
governatore di quella città[19].
[18] _Vespasiani Comment., p. 309._
[19] Leon Battista Alberto vorrebbe far intendere che il Porcari
avrebbe dovuto essere riconoscente per tal favore; ma quand'anche vi
avesse avuta qualche parte Niccolò, la carica di podestà di così
piccola terra poco utile e poco onorifica poteva essere per un uomo
della condizione del Porcari. _De Porcaria Conjurat. Comm., t. XXV,
R. I. p. 309._
Fu in tempo di quest'esilio, che Stefano Porcari concepì il progetto di
far scuotere ai suoi compatriotti un giogo, ch'essi risguardavano come
ignominioso. Il governo era omai tutto tra le mani degli ecclesiastici,
la maggior parte di oscuri natali, forastieri, ed innalzati dall'intrigo
ad una potenza, cui non erano stati preparati dalla loro educazione. Ma
i Romani si vergognavano di dovere ubbidire a cotal gente; riguardavano
come una usurpazione il potere dei papi, che ne' suoi cominciamenti, tre
in quattro secoli prima, era stato limitato da quello dei caporioni,
veri rappresentanti dello stato, e che in appresso aveva fatto luogo a
quello della repubblica finchè la corte si era tenuta in Avignone, ed
avea durato lo scisma. La temporale autorità dei pontefici, ristabilita
da Martino V nel 1420, appena era stata riconosciuta quindici anni di
seguito. Eugenio IV ne fu nuovamente spogliato nel 1434, e fu costretto
ad esiliarsi da una città, in cui i legittimi magistrati non volevano
permettergli di risiedere. Dopo la sua tornata, continui abusi di
potere, sanguinose esecuzioni, non precedute da regolare giudizio,
guerre e ribellioni sempre rinascenti nelle vicinanze di Roma, non
avevano che fatto troppo conoscere, che il governo de' prelati
aggiugneva tutti i vizj dell'anarchia a quelli del despotismo. Durante
il regno di Niccolò il malcontento era diventato estremo tanto nella
nobiltà che nel popolo. La protezione delle lettere e delle arti non
dev'essere pel governo che un oggetto secondario; ed i Romani potevano
essere mal governati da quello stesso papa, che ristaurava i manoscritti
e gli edificj dell'antichità. I prelati erano vinti dall'ebbrezza del
potere, dal lusso, dalle ricchezze, da tutti i vizj de' principi, mentre
richiedevasi dal loro ordine un contegno ed una decenza, di cui più
alcuno non dava l'esempio.
A questi motivi, che incoraggiavano il Porcari nella sua intrapresa, un
altro degno di osservazione ne aggiugne il Machiavelli, che ci fa
conoscere le opinioni del secolo. Il Porcari leggeva con trasporto la
canzone del Petrarca: _Spirto gentil, che quelle membra reggi_; nella
quale l'antica capitale del mondo viene chiamata dal poeta a nuova
libertà. Non solo in essa vedeva ch'egli in ogni tempo le anime sublimi
si erano proposte uno stesso scopo; ma inoltre risguardava quest'ode
come uno slancio profetico. Parevagli che il Petrarca per la superiorità
dei suoi lumi avesse acquistato il privilegio di leggere nell'avvenire,
e credevasi dal poeta chiamato egli medesimo avanti il suo nascere sotto
l'indicazione di cavaliere:
_Un cavalier, che Italia tutta onora,_
_Pensoso più d'altrui che di sè stesso._
. . . . . . . . . . . . . . . . . .
_Dice che Roma ognora_
_Cogli occhi di dolor bagnati e molli_
_Ti chier mercè da tutti i sette colli[20]._
[20] _Machiavelli Istorie, l. VI, p. 246._
La credenza dei doni profetici non era inallora risguardata come indegna
de' più filosofici ingegni; non era straniera allo stesso Machiavelli, e
nelle pericolose imprese somministrava agli eroi soprannaturali forze.
Il Porcari risolvette adunque di arrischiare la propria vita per rendere
a Roma la libertà; si concertò con Battista Sciarra, suo nipote, che
aveva iniziato ne' suoi progetti, e che lo assecondava con ardore. Gli
ordinò d'invitare a casa sua tutti coloro di cui conosceva il
patriottismo. Trecento soldati e quattrocento esiliati furono
segretamente raccolti nelle case del Porcari, dello Sciarra e di Angelo
Mascio, cognato del Porcari[21]. Tutti i congiurati furono invitati ad
un gran pranzo pel 5 gennajo del 1453, vigilia della Epifanìa. Il
Porcari, che aveva finto di essere ammalato, e che con tale pretesto
erasi sottratto alla vigilanza del cardinale di Bologna, comparve tra i
convitati con una veste di porpora e di oro. La pompa di tali abiti non
era tanto destinata ad abbagliare i congiurati, come ad agevolargli
all'indomani l'ingresso della basilica. Sapeva che i guardiani delle
porte giudicavano del rango dei personaggi dal loro abito, e che non
ricuserebbero di lasciar passare chi vestiva la porpora e l'oro. Alcuni
de' suoi complici, in abito di capitani della guardia notturna, dovevano
condurre un sufficiente numero di congiurati alle prigioni del
Campidoglio, e presentarli come sediziosi che avevano arrestati; e
questi dovevano occupare quell'importante luogo nell'atto che ne
sarebbero state aperte le porte[22].
[21] _Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1134._
[22] _Leo Baptista Alberti de Conjur. Porcaria, p. 312._
Il Porcari, trovandosi in mezzo ai congiurati ricordò loro con
quell'eloquenza, che l'aveva già renduto celebre, i diritti dei Romani e
la presente loro oppressione; fece vedere i loro statuti violati, e la
crescente corruzione de' loro padroni[23]. Espose il suo progetto di
sorprendere il papa ed i cardinali avanti alla porta della basilica di
san Pietro, in occasione che vi si recherebbero all'indomani per
celebrare la Epifanìa. Con tali ostaggi in mano egli contava di farsi
dare Castel sant'Angelo e le porte di Roma, di suonare in appresso la
campana del Campidoglio, e di ricostituire la repubblica coll'autorità
di quest'assemblea del popolo romano, cui un secolo prima Cola da Rienzo
aveva inspirato il suo entusiasmo. Tutti gli uditori di Porcari
mostravansi apparecchiati a seguirlo ed a sagrificarsi per così nobile
cagione. Ma stava ancora arringando, che di già era tradito. Il
senatore, avvisato dell'adunanza che tenevasi in questa casa, l'aveva
fatta circondare dai suoi soldati, che l'attaccarono bruscamente; i
satelliti dei congiurati, separati da loro, e senza avere ricevuto alcun
ordine, non poterono soccorrerli. Il Porcari volle fuggire, ma fu
trovato presso sua sorella nascosto in un cofano; furono inoltre
arrestati i principali complici, tranne il nipote, che battendosi ebbe
il coraggio di aprirsi una via alla fuga[24]. Non si fecero esami, non
si confrontarono gli accusati, non s'intraprese un regolare processo; i
loro progetti e la colpa loro non possono perciò essere conosciuti che
vagamente; e lo stesso giorno Stefano Porcari fu appiccato con nove
complici ai merli di Castel sant'Angelo. Si ricusò loro, prima di
morire, la confessione e la comunione, sebbene ne facessero caldissima
istanza; perciocchè la loro intrapresa contro la temporale autorità dei
papi non li rendeva meno zelanti cattolici[25].
[23] _Ivi, p. 310._
[24] _Leo Bapt. Alberti de Conjur. Porcaria, p. 312._
[25] _Diario Romano dì Stefano Infessura, p. 1134. — Plat. Vita di
Niccolò V, p. 422. — Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 700. — Ann.
Bonincontrii Miniat., t. XXI, p. 157_. Giannozzo Manetti ed il
Vespasiano, nelle loro biografie, non dicono che una sola parola di
questa congiura, p. 943 e 314. — Era la parte meno onorifica della
vita del loro benefattore e del loro eroe.
Niccolò V, persuaso che si era voluto assassinarlo, sebbene la sua morte
avrebbe evidentemente troncati i progetti del Porcari, diventò timido e
feroce, mentre prima era confidentissimo e di facile accesso. Altre
esecuzioni tennero dietro alle prime quasi senza intervallo; il 12
gennajo fece appiccare un dottore ed un cittadino romano, che avevano
accompagnato il Porcari nella sua evasione da Bologna; lo stesso giorno
fece promettere mille ducati di premio a colui che darebbe in mano della
giustizia due parenti del Porcari che si erano nascosti, e cinquecento
ducati a colui che gli assassinasse. Trattò con tutti i governi d'Italia
per avere coloro che si erano salvati; e molti vennero infatti arrestati
a Venezia ed a Padova, tra i quali Battista Sciarra, nipote del Porcari,
che tutti furono condannati a morte. Dietro le calde preghiere del
cardinale di Metz Niccolò fece grazia della vita ad uno dei prevenuti,
detto Battista di Persona, ch'era, dicevasi, assolutamente innocente; ma
all'indomani lo fece arrestare di nuovo, ed appiccare senza processo. Nè
i soli congiurati furono lo scopo delle sue crudeltà: un gentiluomo,
detto Angelo Ronconi, che aveva ajutato il conte Averso dell'Anguillara
a nascondersi per sottrarsi alla giustizia che lo inseguiva, fu dal papa
chiamato a Roma, ove recossi munito di un salvacondotto soscritto di
proprio pugno di sua santità; ciò non ostante egli fu preso per ordine
di Niccolò il 13 ottobre del 1454, giorno susseguente al suo arrivo, ed
immediatamente decapitato. Vero è che il giorno dopo Niccolò lo fece
chiedere al capitano di giustizia, e che mostrossi maravigliato assai ed
afflitto oltre modo, quando gli fu detto ch'egli medesimo ne aveva
ordinato il supplicio. Aggiugne Stefano Infessura, che fu detto che il
papa era ubbriaco quando condannò il Ronconi, perciocchè aveva fama di
bever molto[26]. Per lo contrario il Vespasiano ci assicura, che
l'accusa d'intemperanza sparsa contro Niccolò V era soltanto fondata
sulle compre ch'egli faceva di squisiti vini, i quali poi donava agli
amici[27].
[26] _Diario Romano di Stefano Infessura, p. 1135._
[27] _Vespasiani Comment., t. XXV. p. 276._
Niccolò V non sopravvisse lungamente a queste esecuzioni. Era
crudelmente tormentato dalla gotta; e si accerta che il dolore
cagionatogli dalla presa di Costantinopoli, ed i mali della Cristianità,
che ne furono la conseguenza, terminarono di distruggere la sua mal
ferma salute. Nell'ultimo anno di vita, prevedendo vicino il suo fine,
chiamò presso di sè due religiosi che godevano opinione grandissima di
dottrina e di santità, Niccola da Tortona e Lorenzo di Mantova, e gli
alloggiò in palazzo. Andò un giorno nella loro camera, e sedutosi a
canto a loro, lagnossi d'essere il più sventurato uomo del mondo.
«Giammai, egli disse, io non vedo un uomo passare la soglia della mia
porta, che mi dica una parola di vero. Io sono così confuso dalle
finzioni di coloro che mi circondano, che, se non mi trattenesse il
timore dello scandalo, rinuncierei al pontificato per ritornare ad
essere Tommaso di Sarzana. Io aveva sotto questo nome più soddisfazioni
in un sol giorno, che non posso omai sperarne in un anno.» Allora questo
pontefice, il di cui regno era stato così glorioso ed in apparenza così
felice, s'intenerì fino a versar lagrime[28]. Chi sa se tra gli errori
in cui lo avevano strascinato gl'intrighi della sua corte, i suoi
rimorsi non gli facevano dare il primo luogo alla credenza ch'egli aveva
data alla trama di Porcari contro la sua vita, ed alla precipitazione ed
al rigore delle sentenze che avevano tenuto dietro alla scoperta di tale
congiura?
[28] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 286._
Durante la sua malattia, sebbene soffrisse acerbissimi dolori, Niccolò
non fu mai udito lagnarsi; ma i suoi amici piangevano intorno al suo
letto. Gli venne tra questi veduto Giovanni, vescovo d'Arras, dotto
teologo, tutto bagnato di lagrime. «Presenta queste lagrime, mio caro
Giovanni, gli diss'egli, al Dio onnipossente che noi serviamo, e
domandagli con umili e devote preghiere di perdonarmi i miei peccati; ma
ricordati che tu vedi oggi morire in papa Niccolò un vero e buono
amico.» Allora il vescovo d'Arras, più non potendo frenare i suoi
singhiozzi, fu costretto ad uscire di camera[29].
[29] _Vespasiani Comment., t. XXV, p. 287._
Niccolò V morì il 24 marzo del 1455[30]. Il giorno 8 aprile il conclave
gli diede per successore Alfonso Borgia, nato in Valenza e vescovo della
stessa città, il quale prese il nome di Calisto III. Questo pontefice,
di già assai vecchio nell'istante della sua elezione[31], parve da
principio che d'altro occupare non si volesse che d'una crociata contro
i Turchi, ai quali dichiarò la guerra; ma i favori che andò accumulando
sopra i suoi nipoti in tempo del breve suo regno, aprirono la strada
delle grandezze a quella casa Borgia, che Alessandro VI e Cesare, suo
figliuolo, dovevano rendere così vergognosamente famosa. La perdita
delle ultime speranze di libertà per Roma, e la morte di Stefano Porcari
dovevano tirarsi dietro assai da vicino il regno dei più odiosi tiranni.
[30] _Stef. Infessura Diario di Roma, p, 1136. — Plat. Vita di
Niccolò V, p. 424. — Cron. di Bolog., t. XVIII, p. 716._
[31] Il Bonincontri di Samminiato dice che aveva 80 anni, _t. XXI,
p. 158_, e Cristoforo da Soldo dice che ne aveva 85. _Stor di
Bresc., p. 892._
Uno degli ultimi atti del pontificato di Niccolò V era stato quello di
ridurre Alfonso a ratificare il trattato di Lodi; e l'accessione di
questo monarca alla pace sembrava guarantire il riposo dell'Italia. In
fatti il nuovo duca di Milano non aveva portata sul trono l'inquietudine
d'un condottiere; egli voleva guarire le piaghe che così lunghe guerre
avevano fatto al commercio ed all'industria de' suoi stati, e cercava
ogni mezzo di ravvicinarsi a que' medesimi che aveva combattuti.
Sottoscrisse una lega di venticinque anni coi Fiorentini, i Veneziani ed
il re di Napoli; e l'oggetto di questo nuovo trattato, di cui era
garante il papa, era il mantenimento della pace. Bentosto lo Sforza
contrasse più intime relazioni con Alfonso. Malgrado l'accanito odio che
gli aveva lungamente divisi, malgrado la perdita de' suoi stati nella
Puglia, negli Abbruzzi, nella Marca d'Ancona, che Alfonso gli aveva
tolti, egli preferì l'unione di questo potente re all'amicizia della
casa d'Angiò, perchè que' medesimi Francesi, che altra volta egli aveva
chiamati in Italia per la conquista di Napoli, avevano pure delle
pretensioni sopra i suoi stati. Alfonso dal canto suo sentiva egli pure,
come lo avea già insegnato a Filippo Maria Visconti, quanto importasse
alla sicurezza d'Italia, che il sovrano di Milano si unisse a quello di
Napoli per chiudere la strada delle Alpi alla Francia, di cui vedevasi
crescere la potenza a dismisura. La venuta del re Renato d'Angiò in
Lombardia nell'anno 1453, e nel susseguente anno la venuta in Toscana di
suo figlio Giovanni, che portava il titolo di duca di Calabria, avevano
fatto sentire ad Alfonso che una nuova guerra poteva compromettere la
stessa sua esistenza. Trattò dunque con Francesco Sforza un doppio
matrimonio, onde assicurare con un'intima alleanza la successione di suo
figlio naturale Ferdinando, intorno alla quale poteva avere qualche
dubbio, e la superiorità del partito d'Arragona sopra l'Angioino. Nel
1456 egli fece promettere per isposa ad Alfonso, figlio di Ferdinando,
Ippolita Maria, figlia di Francesco Sforza, mentre che Sforza Maria,
terzo figlio dello Sforza, fu promesso ad Isabella Eleonora, figliuola
di Ferdinando. Il duca di Milano, che voleva consolidare il suo regno
unendo la sua famiglia per mezzo di matrimonj a tutti i principi
d'Italia, aveva promesso suo figlio maggiore alla figliuola del marchese
di Mantova, il secondo alla figlia del duca di Savoja, e sua nipote,
figlia d'Alessandro, signore di Pesaro, a Santi Bentivoglio capo ed
amministratore della repubblica di Bologna[32].
[32] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 677. — Cron. di Bologna, t. XVIII,
p. 706._
Ma le guerre, sostenute con soldati mercenarj e stranieri ai paesi
ch'essi difendevano, non erano necessariamente terminate colla pace
segnata dai sovrani. Giacomo Piccinino, erede ad un tempo dell'armata e
della riputazione di Niccolò suo padre e di Braccio, fondatore della sua
scuola militare, perdeva colla pace d'Italia la sua esistenza ed il suo
asilo. I Veneziani non volevano conservare al loro soldo che il solo
Bartolommeo Coleoni, cui corrispondevano cento mila ducati all'anno pel
mantenimento dell'armata. Giacomo Piccinino offrì ai soldati licenziati
di condurli in un paese, ove potrebbero vivere col saccheggio in
mancanza del soldo ch'egli non era in grado di poter loro corrispondere.
Tutti accettarono, e l'armata del Piccinino, composta in principio di
tre mila cavalli e di mille fanti, parve tanto più formidabile in quanto
che il danaro fin allora creduto sì necessario alla guerra gli mancava
assolutamente. Il Piccinino partì dalle vicinanze di Brescia con questa
gente accostumata al disordine ed al saccheggio, ed omai incapace di
tornare alla mal abbandonata agricoltura, o alle arti della pace.
Attraversò gli stati del duca di Modena, che, lungi dall'opporgli
resistenza, s'affrettò di somministrargli viveri per conciliarsi il di
lui favore. Fu egualmente bene accolto da Malatesta Novello nella stessa
città di Cesena. Passando per Bologna, tentò dal 2 al 9 maggio di
rianimare la fazione che aveva altra volta data la sovranità di quella
città a suo padre ed a suo fratello; ma il duca di Milano aveva mandati
quattro mila cavalli nello stato di Bologna, per difesa del partito
dominante; onde il contrario non si mosse, ed il Piccinino,
senz'artiglieria e senza danaro, non potè trattenersi, o pensare ad
intraprendere un assedio, durante il quale gli sarebbero in breve
mancate le vittovaglie[33]. Non osando attaccare potenti stati, egli
attraversò l'Appennino e scese in Toscana tra san Sepolcro ed Anghiari.
Mostrò maggiori riguardi ai Fiorentini che agli altri stati; pagò
scrupolosamente tutti i viveri che prese nel loro territorio, e giunse
così ai confini dello stato di Siena. Nell'ultima guerra questa
repubblica avea egualmente scontentati i Fiorentini, aprendo le sue
fortezze al re Alfonso, e questo re, ricusando di darsi a lui. Pareva
che niun sovrano si prendesse pensiero di difendere i Sienesi, ma
Francesco Sforza e papa Calisto mandarono le loro armate dietro a quella
del Piccinino per chiuderlo nel ritiro che si era scelto. Il Piccinino
aveva prese Setona, Sartiani e pochi altri villaggi, col di cui sacco
aveva arricchito i soldati. Corrado Foliano e Roberto di Sanseverino,
generali del duca di Milano, si unirono al conte di Ventimiglia,
generale del papa, e vennero ad accamparsi in Valle d'Inferno presso al
fiume Fiora ed a Pitigliano; eglino si erano portati a sole tre miglia
dal Piccinino, senza essere per altro determinati d'attaccarlo. Questi
li prevenne, e li sorprese in sul bel mezzodì nel loro campo. Da
principio sgominò la loro armata; ma avendo Roberto da Sanseverino
adunati i suoi soldati, giunse finalmente a respingerlo[34].
[33] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 716._
[34] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 679. — Niccolò Machiavelli Ist.
Fior., l. VI, p. 257._
Nelle situazioni in cui trovavasi il Piccinino, bisognava vincere; ed
una battaglia indecisa equivaleva per lui ad una sconfitta. Dopo la
battaglia della Valle d'Inferno egli ritirossi a Castiglione della
Pescaja, castello che Alfonso aveva conquistato nella precedente guerra,
e ch'era rimasto in suo potere. Il Piccinino sperava colà soccorsi dal
re di Napoli; ma questa fortezza posta tra un lago paludoso ed il mare,
nella più malsana parte della Maremma, non aveva abbastanza viveri per
alimentare un'armata. I soldati non trovavano in que' deserti altri
alimenti che frutti selvaggi; corrotte erano le acque, ed i contrarj
venti, che dominavano sul mare, tenevano a dietro i vascelli di Napoli
che loro recavano il biscotto. La febbre maremmana non tardò ad
attaccare quest'armata, poc'anzi tanto formidabile, e vi cagionò
grandissima mortalità. I generali dello Sforza, secondati da Pietro
Brunoro, capitano de' Veneziani, e da Simonetta, capitano de'
Fiorentini, tenevano il Piccinino senz'attaccarlo in questa fatale
prigione. La metà de' soldati, che sotto diverse bandiere avevano
combattuto in Italia negli ultimi dieci anni, perivano vittime del
clima, mentre Alfonso negoziava invano per loro. Questi voleva che la
lega italiana, nella quale egli era entrato, acconsentisse a tener
sempre sul piede di guerra un'armata comune, di cui sarebbe capo il
Piccinino. Voleva che fosse sempre pronta per opporsi ai Turchi, le di
cui conquiste facevano tremare l'Europa, e domandava che le potenze
d'Italia s'accordassero ad assicurare a quest'armata cento mila fiorini
all'anno, ed i quartieri ai suoi soldati. Francesco Sforza rifiutò
sdegnosamente la proposizione di rendere l'Italia tributaria di colui,
ch'egli chiamava un capo d'assassini. Ma mentre si prolungavano questi
trattati, la febbre aveva distrutta quell'armata che volevasi opporre ai
Turchi; ed in sul finire della campagna non contavansi più di mille
cavalieri[35], e le armate incaricate di tenerla d'occhio non erano
state molto meno maltrattate. Non pertanto nel seguente inverno il
Piccinino sorprese ancora il porto sienese d'Ortobello, col di cui sacco
provvide alla sussistenza dell'armata. Lo restituì in primavera, colle
altre sue conquiste pel prezzo di venticinque mila fiorini, che gli pagò
la repubblica di Siena. Fu il re Alfonso che gli procurò questa
capitolazione, e che, ritirandolo da questo disastroso accantonamento,
lo ricevette colle sue truppe negli Abbruzzi, ove cercò di
ristabilirsi[36].
[35] _Cron. di Bologna, t. XVIII, p. 716._
[36] _Jo. Simonetae, l. XXV, p. 682. — Comm. Pii Papae II sub nomine
Gobellini, l. I, p. 26. Edit. in fol. Francof. 1614._
La presa di Costantinopoli, che avrebbe dovuto far accogliere
favorevolmente la proposizione d'Alfonso, di provvedere alla comune
difesa con un'armata mantenuta a comuni spese, aveva ispirato maggior
terrore ai Veneziani che a tutto il rimanente dell'Italia. La loro
repubblica, confinante co' Turchi, e proprietaria in Levante di molte
isole e colonie, aveva più strette relazioni di commercio e d'amicizia
colla Grecia e coi deboli avanzi dell'impero orientale. Ma dopo che le
armate dei Turchi si erano stese in Europa, lo stato di Costantinopoli,
chiuso da ogni banda dalla potenza musulmana, più non comunicava che
difficilmente coll'Italia; appena aveva esso qualche parte nelle guerre
degl'Italiani, e più non faceva parte della bilancia politica; perciò
era pressocchè dimenticato da loro, qualunque volta qualche grande
calamità non richiamava sovr'esso l'attenzione e la compassione.
Costantinopoli, sebbene nel quindicesimo secolo sempre cristiana,
effettivamente più non apparteneva alla cristianità; era un mondo a
parte, sul quale l'altro più non esercitava veruna influenza, nè egli
n'esercitava alcun'altra a vicenda. Per altro lo spavento della presa di
Costantinopoli, l'uccisione e la schiavitù di tante migliaja di
Cristiani, toccarono vivamente tutti gli spiriti. I due papi, Niccolò V
e Calisto III, vollero risvegliare lo zelo delle crociate; ed infatti si
fecero in Italia molte offerte per sostenere la guerra sacra, e molti
vestirono il segno de' crociati; ma l'infingardaggine di Federico III
dissuase i Tedeschi di sceglierlo per capo d'una spedizione pericolosa.
Carlo VII non volle permettere che in Francia si predicasse la crociata;
la politica d'Italia assorbì bentosto compiutamente l'attenzione degli
stati italiani, e nel 1456 la vigorosa resistenza di Giovanni Unniade a
Belgrado, che si dice essere costata ai Turchi quaranta mila uomini,
intiepidì ancora lo zelo della Cristianità, e persuase a persone che
altro non chiedevano che di fermarsi, che la potenza dei Musulmani era
bastantemente rintuzzata[37].
[37] _Niccolò Machiavelli Stor. Fior., l. VI, p. 259. — Cronica di
Bologna, t. XVIII, p. 721_ con una copia di lettera scritta da
Belgrado e comunicata dalla Signoria di Venezia. _Cron. d'Enguer. de
Monstrelet, v. III, f. 68._
I Veneziani furono i primi a spedire ambasciatori a Maometto II dopo la
presa di Costantinopoli. Bartolomeo Marcello venne particolarmente
incaricato di trattare coi Turchi per la liberazione degli schiavi; nel
che riuscì al di là di quanto sperava, perciocchè non solo riscattò i
prigionieri veneziani, ma il 18 aprile del 1454 conchiuse in nome della
sua repubblica un trattato di pace e di buona vicinanza col sultano, in
virtù del quale I Veneziani continuarono, come sotto gli imperatori
greci, a mandare un Bailo a Costantinopoli, per essere ad un tempo il
loro ministro ed il giudice di tutte le liti de' loro sudditi negli
stati del gran signore. Lo stesso Bartolomeo Marcello, che aveva
sottoscritto il trattato, fu il primo Bailo di Venezia nella capitale
dell'impero turco[38].
[38] _Marin Sanuto Vite de' duchi di Venezia p. 1154. — M. A.
Sabellicus dec. III, l. VII, f. 200. — Cron. di Bol., t. XVIII, p.
709_, col testo del trattato. — _Navagero Stor. Venez., t. XXIII, p.
1118._
Il doge di Venezia, che con questo trattato aveva prevenuta una guerra
non meno pericolosa di quella che aveva terminata quasi nello stesso
tempo col trattato di Lodi, era in allora giunto ad una estrema
vecchiaja. Francesco Foscari occupava questa prima dignità dello stato
dal 15 aprile 1423. Sebbene avesse più di cinquantun anni quando fu
eletto, era non pertanto il più giovane dei quarantuno elettori. Aveva
ottenuto con molta difficoltà la carica che desiderava, e la sua
elezione era stata condotta con molta destrezza. Per molti giri di
scrutinio i suoi più zelanti amici non gli avevano dato il loro voto,
perchè non fosse dagli altri considerato come un concorrente
formidabile[39]. Il consiglio dei dieci temeva il di lui credito tra la
nobiltà povera, perchè egli aveva cercato di guadagnarla mentre era
procuratore di san Marco, facendo impiegare più di trenta mila ducati
nel dotare fanciulle di buone case, o nello stabilire giovani
gentiluomini. Temevasi inoltre la numerosa di lui famiglia, perciocchè
in allora era padre di quattro figli, ed ammogliati di fresco;
finalmente temeva la sua ambizione, e la sua inclinazione per la guerra.
L'opinione che i di lui avversarj eransi di lui formata si verificò
cogli avvenimenti: ne' trentaquattro anni che il Foscari fu capo della
repubblica, ella fu sempre in guerra. Se le ostilità venivano sospese
per alcuni mesi, non era che per ricominciarle in breve con maggior
vigore. Fu questa l'epoca in cui Venezia stese il suo impero sopra
Brescia, Bergamo, Ravenna e Crema, in cui fondò il suo dominio di
Lombardia, e parve più volte a portata d'occupare tutta questa
provincia. Profondo, coraggioso, irremovibile, il Foscari comunicò ai
consiglj il proprio carattere, ed i suoi talenti gli procacciarono
maggiore influenza sopra la sua repubblica di quella che avessero
esercitata la maggior parte de' suoi predecessori. Ma se la sua
ambizione aveva avuto per iscopo l'ingrandimento della sua famiglia,
egli dovette trovarsi crudelmente deluso. Tre de' suoi figliuoli
morirono ne' primi otto anni del suo ducato; il quarto, Giacomo, pel
quale si perpetuò la famiglia Foscari, fu vittima della gelosia del
consiglio dei dieci, ed avvelenò colle sue disgrazie la vita di suo
padre[40].
[39] _Marin Sanuto Vite dei duchi di Ven., p. 967._
[40] _Marin Sanuto vite dei duchi di Ven., p. 968._
Il consiglio de' dieci, diventando sempre più diffidente verso il capo
dello stato, quando lo vedeva più forte pei suoi talenti e per la sua
popolarità, teneva aperti gli occhi sopra Foscari, per punire in lui il
suo credito e la sua gloria. In febbrajo del 1445 Michele Bevilacqua,
fiorentino, esiliato a Venezia, accusò segretamente Giacomo Foscari
presso gl'inquisitori di stato d'avere ricevuto dal duca Filippo
Visconti dei regali consistenti in danaro e gioje per mezzo di persone
della sua casa. Tale era l'odiosa processura adottata in Venezia, che su
questa segreta accusa il figlio del doge, del rappresentante della
maestà della repubblica, fu assoggettato alla tortura. Gli si
strapparono coi tormenti la confessione delle accuse portate contro di
lui, e lo relegarono a vita a Napoli di Romania, con obbligo di
presentarsi ogni mattina al comandante della Piazza[41]. Per altro il
vascello che lo portava avendo dato fondo a Trieste, Giacomo, gravemente
ammalato in conseguenza della tortura, e più ancora per la sofferta
umiliazione, chiese in grazia al consiglio dei dieci di non essere
mandato più lontano. Ottenne questo favore in forza di una deliberazione
del 28 dicembre del 1446: fu quindi richiamato a Treviso, ed ebbe la
libertà d'abitare indifferentemente tutto il territorio Trevigiano[42].
[41] _Marin Sanuto, p. 968._
[42] _Ivi, p. 1123._
Viveva in pace a Treviso, e la figlia di Leonardo Contarini, ch'egli
aveva sposata il 10 febbrajo del 1441, era venuta a raggiugnerlo nel suo
esilio, quando il 5 novembre del 1450 Almoro Donato, capo del consiglio
dei dieci, fu assassinato. Gli altri due inquisitori di stato, Triadano
Gritti ed Antonio Venieri, portarono i loro sospetti sopra Giacomo
Foscari, perchè un di lui servitore, detto Olivieri, era stato veduto
quella stessa sera in Venezia, ed era stato uno dei primi a spargere la
notizia dell'assassinio. Olivieri fu posto alla tortura, ma negò fino
alla fine con irremovibile coraggio il delitto ond'era accusato, sebbene
i suoi giudici spingessero la barbarie fino a fargli dare ottanta colpi
di corda. Non pertanto, siccome Giacomo Foscari aveva potenti motivi di
nimicizia contro il consiglio dei dieci, che lo aveva condannato, e che
mostrava odio verso il doge suo padre, si tentò di porre anche Giacomo
alla tortura, prolungando contro di lui questo terribile tormento senza
poterne avere veruna confessione. Malgrado la sua negativa il consiglio
dei dieci lo condannò ad essere trasportato alla Canea, ed accordò un
premio al suo delatore. Ma gli atroci dolori, sofferti da Giacomo
Foscari, avevano turbata la sua mente. I suoi persecutori, commossi da
quest'ultima disgrazia, acconsentirono che fosse ricondotto a Venezia il
26 maggio del 1451. Egli abbracciò suo padre, ricevette dai suoi
conforti qualche coraggio e qualche calma, e fu immediatamente
ricondotto alla Canea[43]. In questo tempo Niccolò Erizzo, uomo di già
noto per un precedente delitto, confessò morendo che egli era stato
l'uccisore d'Almoro Donato[44].
[43] _Marin Sanuto, p. 1138. — M. A. Sabellico, dec. III, l. VI, f.
187._
[44] _Marin Sanuto, p. 1139._
Lo graziato doge, Francesco Foscari, avea di già più volte cercato di
abdicare una dignità a sè ed alla sua famiglia così funesta. Parevagli,
che tornato nel rango di semplice cittadino, più non inspirando timore
nè gelosia, non si continuerebbe ad opprimere suo figlio con sì acerbe
persecuzioni. Abbattuto dalla morte de' primi figliuoli, aveva voluto
fino dal 26 giugno del 1433 deporre una dignità, nell'esercizio della
quale la sua patria era stata tormentata dalla guerra, dalla peste, e da
disgrazie d'ogni sorta[45]. Rinnovò questa proposizione dopo i giudizj
renduti contro suo figlio; ma il consiglio dei dieci lo riteneva
forzatamente sul trono, come teneva il di lui figliuolo tra le catene.
[45] _Ivi, p. 1032._
Invano Giacomo Foscari, obbligato di presentarsi ogni giorno al
governatore della Canea, riclamava contro l'ingiustizia dell'ultima
sentenza, intorno alla quale la confessione dell'Erizzo aveva tolto ogni
dubbio. Invano chiedeva grazia al feroce consiglio dei dieci, che non
gli dava mai risposta. Il desiderio di rivedere il padre e la madre,
giunti l'uno e l'altra ad estrema vecchiezza, il desiderio di rivedere
una patria la di cui crudeltà non meritava un così tenero amore, si
cambiarono in lui in vero furore, e non potendo tornare a Venezia per
vivervi libero, volle almeno cercarvi un supplicio. Scrisse al duca di
Milano in sul finire di maggio del 1456 per implorare la sua protezione
presso al senato: e sapendo che una tal lettera verrebbe risguardata
come un delitto l'espose egli medesimo in un luogo, in cui era sicuro
che sarebbe raccolta dalle spie che lo circondavano. In fatti, essendo
stata portata la lettera al consiglio dei dieci, egli fu subito mandato
a prendere e ricondotto a Venezia il 19 luglio del 1456[46].
[46] _Marin Sanuto, p. 1162._
Giacomo Foscari non negò la lettera, e raccontò nello stesso tempo a
quale oggetto l'aveva scritta, e come l'aveva fatta venire in mano del
suo delatore. Malgrado questa confessione, il Foscari fu assoggettato
alla tortura e gli furono dati trenta colpi di corda, per vedere se
confermerebbe in appresso le sue deposizioni. Quando fu staccato dalla
corda, fu trovato tutto lacerato da quelle orribili scosse. I giudici
allora permisero a suo padre, a sua madre, a sua moglie ed a' suoi figli
di andare a trovarlo nella sua prigione. Il vecchio Foscari, appoggiato
sul suo bastone, si strascinò a stento nella camera, ove a l'unico suo
figlio si medicavano le ferite. Egli chiedeva ancora la grazia di morire
in casa sua. «Torna al tuo esilio, mio figliuolo, poichè l'ordina la tua
patria (gli disse il doge), e ti sottometti alla sua volontà.» Ma
rientrando nel suo palazzo, questo sventurato vecchio cadde svenuto,
spossato dalla violenza che si era fatto. Giacomo doveva ancora passare
un anno di prigione alla Canea, prima che gli si rendesse la stessa
limitata libertà che gli era stata accordata avanti quest'avvenimento;
ma egli non fu appena sbarcato nella terra del suo esilio che morì di
dolore[47].
[47] _Marin Sanuto, p. 1163. — Navagero, p. 1118._
Dopo tale epoca il vecchio doge, e per quindici mesi, carico d'anni e di
disgusti, più non riebbe nè la forza del corpo, nè quella della sua
anima; egli più non assisteva a verun consiglio, nè poteva soddisfare ad
alcuna incumbenza della sua carica. Era entrato nell'anno ottantasei
della sua vita, e se il consiglio dei dieci fosse stato capace di
qualche pietà avrebbe aspettato in silenzio il fine, sicuramente vicino,
d'una vita insignita da tanta gloria e da tante calamità. Ma inallora il
capo del consiglio dei dieci era Giacomo Loredano, figlio di Marco, e
nipote di Pietro, il grande ammiraglio, ch'erano stati in tutta la loro
vita gli accaniti nemici del vecchio doge. Essi avevano trasmesso per
diritto ereditario il loro odio ai proprj figli, e quest'antica rivalità
non era per anco soddisfatta[48]. Ad istigazione del Loredano Gerolamo
Barbarigo, inquisitore di stato, propose al consiglio de' dieci, in
ottobre del 1457, d'assoggettare il Foscari ad una nuova umiliazione.
Poichè questo magistrato più supplire non poteva alle sue incumbenze,
Barbarigo domandò che si nominasse un altro doge. Il consiglio, che
aveva due volte rifiutata l'abdicazione di Foscari perchè la
costituzione non lo permetteva, esitò prima di porsi in contraddizione
co' proprj decreti. Le discussioni nel consiglio e nella giunta ai
protrassero otto giorni fino a notte molto innoltrata. Allora si fece
entrare nell'assemblea Marco Foscari, procuratore di san Marco e
fratello del doge, onde fosse vincolato dal terribile giuramento del
segreto, e non potesse impedire le pratiche de' suoi nemici. Finalmente
il consiglio si recò presso il doge, chiedendogli d'abdicare
volontariamente un impiego che più non poteva esercitare. «Ho giurato
(rispose il vecchio) di soddisfare fino alla morte alle incumbenze cui
mi ha chiamato la patria, come richiede l'onor mio e la mia coscienza.
Io non posso da me stesso sciogliermi dal mio giuramento; che un ordine
del consiglio disponga di me, ch'io mi sottometterò; ma non lo preverrò
giammai.» Allora una nuova deliberazione del consiglio sciolse Francesco
Foscari dal suo giuramento ducale, gli assegnò una pensione vitalizia di
due mila ducati, gli ordinò dì uscire entro tre giorni dal palazzo, e di
deporre le insegne della sua dignità. Il doge, avendo veduto tra i
consiglieri che gli arrecarono quest'ordine un capo della quarantia
ch'egli non conosceva, chiese il suo nome. «Io sono figlio di Marco
Memmo (disse il consigliere). — Ah! tuo padre era mio amico (rispose il
vecchio doge sospirando).» Ordinò all'istante che si trasportassero i
suoi effetti in una casa di sua ragione, ed all'indomani, 23 ottobre, fu
veduto, reggendosi a stento ed appoggiato al suo vecchio fratello,
scendere quelle stesse scale, sulle quali trentaquattro anni avanti era
stato installato con tanta pompa, ed attraversare quelle sale in cui la
repubblica aveva ricevuti i suoi giuramenti. Tutto il popolo parve
commosso da tanta durezza esercitata contro un vecchio che egli
rispettava ed amava, ma il consiglio dei dieci fece pubblicare un ordine
di non parlare di questa rivoluzione sotto pena d'essere tradotto
innanzi agl'inquisitori di stato. Il 20 ottobre Pasquale Malipieri,
procuratore di san Marco, fu eletto invece di Foscari, il quale non ebbe
almeno l'umiliazione di vivere subordinato là dove aveva regnato. Udendo
il suono delle campane che celebravano tale elezione, morì subitamente
per l'emorragia d'una vena, che gli scoppiò nel petto[49].
[48] _Vettor Sandi Stor. Civile Venez., p. II, l. VIII, p. 715-717._
[49] _Marin Sanuto, p. 1164. — Chron. Eugubinum, t. XXI, p. 992. —
Crist. da Soldo Stor. di Brescia, t. XI, p. 891. — Navagero Stor.
Venez., t. XXIII, p. 1120. — M. A. Sabellico, dec. III, l. VIII, f.
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