sala terrena di Tarsia, erano quaranta minuti dopo mezzogiorno: la lenta
teoria dei miseri non era durata meno di due terzi d'ora. Le mense erano
disposte in due file, sul lato destro e sul lato sinistro del salone
centrale, lungo i due colonnati quasi pompeiani, che dividono il salone
dalle sale adiacenti: nel mezzo, fra le due mense, intercedeva un
larghissimo spazio libero, per lasciar circolare le persone. Alla lunga
mensa di mano dritta dovevano sedere tutte le povere, femmine; alla
mensa a mano sinistra, tutti i poveri, maschi. Le mense erano messe
senz'alcun lusso, ma con decenza: tovaglia e tovagliolo bianchissimi:
bicchiere di vetro, ma nitido: cucchiaio e forchetta di stagno,
nuovissimi, quindi luccicanti come se fossero di argento; coltello col
manico di osso nero. Una grossa fetta di pane bianco e fresco era
accanto a ogni coperto: una bottiglia di vetro, di poco meno d'un litro,
piena di un vinello rosso chiaro, fiancheggiava anche ogni coperto. Alle
spalle delle tavole imbandite, vi erano altre tavole, semplicemente
coperte di tovaglie candide, ove i camerieri doveano dividere le
vivande, tagliare altre fette di pane. L'aspetto delle mense, così, era
semplice, non mancante di una certa gentilezza. Ma il vasto salone aveva
sempre l'aria sua solita, di deserto agghiacciante e triste, malgrado le
quattrocento persone, circa, che vi si agitavano dentro.
Poichè, adesso, tutti quei signori ben vestiti erano rientrati nella
sala grandissima e, unitisi ad altri che già vi erano, si occupavano,
con grande premura a far sedere quei trecento poveri. Altri signori,
molto ben vestiti, andavano e venivano dai colonnati, dirigendosi alle
sale adiacenti o tornandone, poichè, lì dietro, pareva fossero disposte
la dispensa e la cucina. Fra quei gentiluomini vi erano anche delle
signore, qualcuna elegantissima, qualcuna meno elegante, ma tutte
vestite con una certa ricchezza e portanti sul petto, come gli uomini,
una coccardina gialla e rossa. Anch'esse avevano l'aria un po'
misteriosa e un po' affaccendata, di chi compie una missione piena
d'importanza e piena di dignità. Esse erano le patronesse, le
ispettrici, le sorvegliatrici di quel banchetto dei poveri: e nel loro
sentimento di sacrificio avevano, in quel giorno di Pasqua, lasciata
ogni altra occupazione, ogni altro svago e avevano voluto benignamente,
caritatevolmente, presenziare quel pranzo d'infelici, di mendichi. Un
paio di esse, anzi, si toglievano lentamente i guanti bianchi e
denudavano le mani cariche di anelli, poichè la loro ferma intenzione
era di servire a tavola i poveri. Forse era un voto che avevano fatto;
forse volevano imitare il Redentore, che lavò i piedi agli apostoli. Una
di esse, la più elegante fra tutte, alta, sottile, con certi magnifici
occhi verdi in un volto bianco, con una ricca capigliatura di un castano
dai riflessi rossastri, portava alle delicate orecchie due solitari da
diecimila lire, guardava tutto questo con una curiosità stupita e un
certo senso di lieve paura. Questa bella giovane si tratteneva più
indietro delle altre signore, come ritrosa, come schiva: e si appoggiava
sull'artistico manico del suo ombrellino, un manico di oro, tutto
disseminato di piccole turchesi. Essa vedeva entrare i poveri ad uno ad
uno, e restare in gruppo, a mano dritta, a mano sinistra, ed inarcava le
sottili, gentili sopracciglia castane, come per un crescente stupore.
Due volte, ella portò la mano guantata alla bocca. Odorava una fialetta
di cristallo smerigliato bianco, dal coverchio formato da una grossa
opale tutta circondata di diamanti: aspirava gli effluvi sani e
vivificanti dell'aceto inglese.
Del resto, altre persone vi erano nella sala. Sulle gallerie del primo
piano sbucavano teste di signore, di uomini, di bimbi che guardavano
giù, con una curiosità grande. Erano famiglie di consiglieri comunali,
di grandi elettori, d'impiegati municipali che, non avendo nulla da fare
in quella giornata di festa e avendo udito a parlare, con una certa
pompa, di questo banchetto dato ai poveri, erano venuti là a passare
un'oretta. Vi era anche qualche ragazzo, venuto fuori dal collegio, per
le vacanze di Pasqua. Lassù, nella galleria, come nei palchetti dei
teatri, vi erano delle seggiole e dei seggioloni: le signore
spettatrici, nei ricchi vestiti serici della Pasqua, ma portanti già i
chiari cappelli primaverili, si curvavano sul parapetto della galleria,
chiacchierando fra loro, comunicandosi le loro impressioni, dando in
qualche piccolo grido di sorpresa, di pietà: il piccolo grido
artificiale, delle persone ben pasciute, sane, ben vestite, cui appare
il fantasma del povero, mezzo morto di fame, lacero, sudicio, in tutto
il suo reale orrore. I collegiali, i bimbi, gittati sullo sporto delle
gallerie, s'indicavano fra loro qualche pezzente e davano in qualche
risata infantile. Le giovanette stavano diritte, sulle loro sedie, con
la stessa immobilità, con la stessa distinzione, come in teatro.
Dopo qualche tempo di viavai, di agitazione, di ordini dati a voce
bassa, coi cenni, da vicino, da lontano, la squadra dei signori in
_redingote_ e tuba aveva, man mano, fatto sedere i trecento poveri,
centocinquanta per parte, ai posti loro assegnati. La fatica non era
stata poca, materialmente parlando, per collocare tanta gente diversa,
impacciata, lenta, malata, trascinante i passi, che non trovava la sua
sedia, che esitava, intimidita, imbrogliata, innanzi a quella funzione
del pranzare, in pubblico, a una mensa pulita, servita da camerieri in
marsina e da signori rispettabili in _toilette_ irreprensibile. A un
certo momento, vi fu un istante di sosta. Tutti i trecento poveri erano
seduti, aspettando: i signori erano in ordine sparso, alle loro spalle,
nel centro della sala, in aspettativa, anch'essi, di riprendere il loro
lavoro e qualcuno di essi, più affaticato, si metteva e si toglieva la
tuba, dalla testa bollente: le signore caritatevoli, pietose, erano
raccolte in un gruppetto, a un angolo, pronte anch'esse a lavorare per
il massimo buon ordine di quel banchetto e due di loro, anzi,
interessatissime, guardavano i poveri con le lunghe lenti, essendo
miopi, e una di queste lenti, era in pesante argento cesellato alla
maniera antica e l'altra di queste lenti era in tartaruga biondissima
con un lungo monogramma in brillanti. Le due mense erano al completo: i
poveri attendevano il loro pranzo, sotto gli sguardi delle persone che
si spenzolavano dalle gallerie, giunte al colmo della curiosità, sotto
gli sguardi tranquilli e sorvegliatori dei signori in _redingote_ e
tuba, sotto gli sguardi fissi delle poche signore che eran venute per
presenziare, per ispezionare, per sorvegliare quel banchetto, persino
sotto gli sguardi indifferenti e forse sprezzanti dei camerieri che
dovevano servire a tavola quei poveri.
Ebbene, in quel lungo istante in cui si aspettava la prima pietanza,
molti di quei mendichi e di quelle mendiche avevano curvato la testa,
per evitare tutti quegli occhi, curvato la testa verso il loro piatto
vuoto; molti tenevano semplicemente gli occhi chini, fissi in un punto,
non volendo guardare in giro; qualcuno aveva steso la mano verso il
pezzo di pane bianco, ma non aveva osato di spezzarlo o di portarlo alla
bocca; qualcuno vi teneva la mano sopra, come se temesse di vederselo
portar via; quasi nessuno aveva preso il tovagliolo e lo aveva spiegato.
Ebbene, in tutti quei poveri, a capo basso, a occhi bassi, insieme
all'imbarazzo, alla confusione, di trovarsi in quell'ambiente, fra
quelle persone, oggetto di curiosità e non di tutta curiosità benigna,
oggetto di pietà e non di tutta pietà sincera, oggetto forse, senza
forse, di ripugnanza e di ribrezzo: ebbene, in tutti quei miseri ignoti,
affamati, luridi, fra tante espressioni serie, una sola risaltava,
invincibile: la umiliazione, la umiliazione umana, la umiliazione
dell'uomo avanti l'altro uomo, a lui simile, fatto simile da Dio e
gittato all'estremo posto della vita dalla nascita, dalla fortuna, dalla
sfortuna, dall'errore, dal dolore, dal vizio: la umiliazione di trecento
creature umane, fatte di carne e di ossa, con cuore e con coscienza, con
sensazioni, impressioni e sentimenti; la umiliazione di trecento
creature umane innanzi alla fortuna altiera, alla carità altiera, alla
pietà altiera, alla elemosina altiera, pomposa, inutile e sprezzante.
Ma già, sulle tavole laterali, dove erano solo le tovaglie candide,
arrivavano dei piatti, in cui una larga e grossa fetta di timballo di
maccheroni fumava, con una crosta di pasta ben cotta nel forno, mentre,
dentro, i maccheroni erano conditi al sugo di carne, rossastri,
imbottiti di _mozzarelle_, di formaggio, d'interiora di pollo. Il
servizio cominciò, rapido, silenzioso, deponendosi la pietanza innanzi a
ogni povero dai camerieri, sotto gli ordini di quattro signori, che più
si affaccendavano intorno alle mense. E allora, anche due delle sette
signore che erano venute a presenziare, a ispezionare, a sorvegliare il
banchetto, in quella sentimentalità forse vera, forse falsa, metà vera,
forse, e metà falsa, due di queste signore, molto ricche nelle vesti, se
non eleganti, quelle due che si erano tolte i guanti, facendo
scintillare le molte gemme sulle dita bianche, si diedero minutamente a
servire, intorno, intorno, i poveri. Andavano, le due signore, dall'uno
all'altro, curvandosi verso loro, spiegando loro il tovagliolo, offrendo
loro il pane, mescendo il vino: quei mendichi appena levavano il capo,
sempre più confusi, ancora più umiliati, non rispondendo, lasciandosi
servire, sentendo perfettamente, in quell'abbassamento volontario e
altiero dei signori e delle signore, l'orrore della povertà data a
spettacolo, l'orrore di quel cibo offerto per la carità di un'ora
soltanto, l'orrore di quel banchetto pubblico, di cui tutti
s'interessavano, come di un divertimento singolare, bizzarro, ma non
somigliante a nessun altro.
Adesso, tutti i pezzenti mangiavano la loro fetta di timballo di
maccheroni. Alla espressione di confusione e di umiliazione, un'altra se
ne sostituiva, tutta materiale, tutta fisica: quella di una lunga fame
mai completamente sazia e che stava per saziarsi, almeno per un giorno:
quella di un palato lungamente disabituato da cibi succosi e copiosi e
che poteva, per una volta, sentire il sapore di una pietanza gustosa.
L'espressione dei volti diventò anche più volgare, anche più bassa, in
quel lento divoramento di cibo, fatto da mascelle di vecchi, di malati,
di esseri deboli; qualcuno mangiava voracemente, senza guardarsi
intorno, come una bestia affamata che trangugia il suo pasto, nel
cantuccio della sua tana; qualcuno masticava rumorosamente, in fretta,
facendosi rosso per inghiottire troppo presto; qualcuno, con la
forchetta, golosamente ricercava l'imbottitura prima, per poi mangiare i
maccheroni e infine arrivare alla crosta; qualcuno s'imbrattava la
bocca, il mento, senz'asciugarsi col tovagliolo, per la urgenza grande
della fame. Tutti mangiavano goffamente, mal seduti, col cappello o col
berretto sugli occhi, con la testa curva, con le mani deboli, tremanti o
impacciate, che non sapevano maneggiare la forchetta e il cucchiaio. Le
due signore cercavano di aiutare quella goffaggine, quella debolezza,
quell'impaccio: ma, ogni tanto, innanzi a un mendico più lurido, più
puzzolente degli altri, innanzi a qualche vecchissima mendica, la cui
bocca senza denti, non arrivando a masticare i maccheroni, li lasciava
sporcamente ricadere nel piatto, essi si arretravano, scoraggiate.
Qualche mendico, qualche mendica, mangiava piano e poco: erano quelli,
quelle, che misuravano la loro fame, avendo fuori la porta, avendo a
casa, qualcuno che aspettava la sua parte del timballo di maccheroni.
Era stato detto loro che, dopo, avrebbero potuto portar via gli avanzi,
anzi la pietà comunale dava loro anche il tovagliolo e la posata,
qualche cosa che costava cinquanta centesimi e che si poteva rivendere
per cinque o sei soldi. Nella grande sala si allargava un odore di
maccheroni conditi, un rumorìo di forchette e di piatti: i trecento
poveri seguitavano a mangiare, serviti benignamente dai ricchi, dai
fortunati, dalle eleganti donne, dalle belle donne, mangiavano con tanta
ingordigia, con tanta realità di atti goffi e sconci, con tanta
ignobilità di ventricolo affamato, che lo spettacolo cresceva di
tristezza, infine, e di nausea.
La signora giovane, alta e snella, vestita di uno squisito abito color
grigio-tortora a gentili riflessi di argento, portante intorno al collo
un lieve, vaporoso boa di piume grigie dalle punte argentee,
macchinalmente, si mosse anche essa dal gruppo delle altre cinque
signore, che erano ferme e si dette a girare intorno alla mensa delle
donne, dalla parte esterna, fermandosi, ogni tanto, a guardare qualcuna
di quelle poverette, chinandosi, un momento, e dirigendo la parola a una
di esse. Chi sa, la sua inazione, in un angolo della sala Tarsia, le era
parsa poco cortese, poco pietosa, mentre era venuta per fare atto di
carità cristiana e tanti occhi la osservavano; forse, un desiderio di
impressioni più forti, più profonde, più ignote a lei, giovane, bella,
ricca, probabilmente felice, la spingeva verso quella mensa a guardare
meglio, a interrogare, a conoscere; e chi sa, poichè tutto accade, un
desiderio di viva e di vera carità la spingeva verso quelle donne, verso
quel suo prossimo, verso quelle donne create a sua somiglianza, come lei
cristiane, la spingeva verso quelle creature che mangiavano il pasto
pubblico, gittato loro in elemosina.
La leggiadra e fine signora, i cui begli occhi verdi sorrideano
dolcemente dietro la sua veletta bianca, si curvava un poco sulle mense
delle donne, per poter loro parlare, mentre esse appena levavano la
testa per risponderle, tutte intente al piacere del cibo e forse
infastidite da quelle domande. La giovine signora, dal volto bianco ove
un sottile colorito roseo si diffondeva teneramente, parlava con una
voce bassa e toccante, ove pareva che corresse, sempre, un lieve fremito
di emozione. Forse non era emozionata, forse era tutta fisica quella
vibrazione della voce, che dava a ogni sua frase una portata
sentimentale assai più profonda di quello che non avesse; ma niuno
poteva udire quella voce, senza scuotersi. Ella si era curvata, adesso,
verso una donna cinquantenne, dal viso freddo e ostile, che divorava con
rapidità gli avanzi della sua grossa fetta di timballo.
— Siete contenta, è vero, buona donna, della vostra Pasqua? — chiese la
giovine signora, con un tono di bontà.
La mendica levò gli occhi, li riabbassò subito e a voce bassa, breve,
come mortificata di quella richiesta, rispose:
— Sì, Eccellenza.
L'altra restò alquanto interdetta da quella secchezza di povera
orgogliosa. Fece qualche altro passo, sempre dalla parte esterna della
mensa, da cui, ora, i camerieri andavano sparecchiando i piatti vuoti
del timballo, che i poveri avevano anche ripuliti, intorno intorno, con
la mollica del pane. E la signora, in questo intervallo, in cui quei
miseri e quelle misere si sollevavano un po', guardandosi intorno, in
attesa della seconda pietanza, interrogò una donna già vecchia
dall'aspetto, piccola, scarna, con la testa ravvolta in un fazzoletto
rossastro, come una contadina.
— Voi non siete napoletana, è vero? — le mormorò, con molta dolcezza.
La povera la guardò, con due occhi tristi, timidi, di animale ferito e
malato.
— No, sono di Basilicata, — disse, con un forte accento di quella
regione.
— E che fate? Che fate? — replicò la giovane leggiadrissima, con voce
anche più insinuante.
— Facevo.... facevo la serva.... venni con una famiglia, di là, molti
anni fa....
— E ora?
— Mi hanno mandato via.... da molto tempo....
— E perchè? E perchè? — chiese la signora che pareva piena del più vivo
interessamento.
— Perchè ero malata.... aveva una malattia al cuore.... e non potevo
servire....
— Avete questa malattia, poveretta?
— Sì, — disse la mendica, con un lieve rossore sulla faccia scialba,
senza soggiungere altro.
E allora la signora si trovò incerta, senza saper che dire di più.
Forse, in un istante, comprese quanto fosse inane quel suo
interessamento, innanzi a certe sventure inguaribili, poichè vengono
dall'essenza della vita istessa, dalle cose, dagli uomini: comprese,
forse, a volo, che quelle domande, fatte, certamente, con molta pietà,
non giovassero che a rinnovare, in quelle infelici, tutti i dolori di
cui era contristata la loro esistenza. E restò muta, qualche tempo,
pensosa, come preoccupata, ferma presso la mensa, con le mani appoggiate
sull'elegantissimo manico del suo ombrellino.
La seconda pietanza appariva sulle tavole posteriori ed era distribuita
nei piatti, rapidamente, per essere messa innanzi ai trecento poveri. Si
trattava di una larga porzione di carne, cucinata napoletanamente a
_ragù_, cioè nuotante in un sugo scuriccio e denso, dove son mescolati
lo strutto, la cipolla e la conserva di pomodoro: intorno a questa
porzione di _ragù_, per ogni piatto, vi erano tre o quattro patate,
cotte nel medesimo brodo di _ragù_. E la voracità suscitata dalla lunga
astinenza, la gelosità di chi, da anni, non ha mangiato carne, fece
ridiventare animalesche, novellamente, quelle faccie di banchettanti.
Moltissimi inghiottivano la carne, senza tagliarla, lacerandola coi
denti, mentre il restante del pezzo si abbandonava sulla bocca o
rimaneva sospeso alla forchetta; moltissimi non sapevano adoperare il
coltello e si vedevano confusi e taciturni, guardanti silenziosamente il
loro pezzo di carne; altri ne avevano tagliato un frammento e dopo
averlo lungamente assaporato, riponevano il rimanente, per conservarlo a
qualcun altro, per mangiarlo, loro, chi sa, l'indomani. Adesso, all'odor
del timballo che ancora fluttuava nell'aria, si univa quello del _ragù_,
insieme ai poco buoni odori di tutta quella umanità povera e sudicia; ma
gli uomini in _redingote_ e tuba seguitavano, imperturbabili, il loro
affaccendarsi, ma le signore continuavano il loro giro, prendendo i
piatti con le loro mani gemmate, a forza, da quelle di camerieri, perchè
i poveri fossero serviti più presto.
La signora snella e fine, dalla voce che esprimeva una costante
commozione di bontà e di dolcezza, si era fermata, in quel momento, di
fronte a una povera, che stava aspettando la sua seconda pietanza, a
testa china. Era una donna dall'apparenza vecchissima; la sua pelle del
volto, fra giallastra e brunastra, aveva i solchi che vi possono
mettere, forse, settantacinque e più anni di vita, ma di vita
tormentata, torturata, fra tutti gli stenti. Cento storie di tristezza
si leggevano in quel volto di decrepita, attraversato da tutte le tracce
che lo sconvolsero. L'antichissima mendica era molto curva, con le
spalle ad arco e col mento aguzzo, che quasi le batteva il petto: non
doveva avere quasi nessun dente, poichè le labbra erano rientrate
completamente sulle gengive e la bocca era rincagnata, il naso scarno
dei decrepiti piegandovisi sopra. Portava, indosso, questa vecchissima
mendica, uno straccio incolore di veste nera, dalle maniche troppo
corte, che lasciavano vedere due mani cadaveriche: al collo aveva un
cencio di scialletto di lana bianca, ma non annodato, sibbene
bizzarramente tenuto fermo con uno spillo sotto il mento quasi con un
singolare criterio di castità, ridicola a quell'età e in quella
condizione: sulla testa che doveva esser canuta e forse rasa di capelli
recenti era curiosamente annodato un fazzoletto di cotone nero, messo in
tale foggia che pareva ella si fosse voluta bendare, poichè il
fazzoletto le nascondeva anche le orecchie, annodandosi sotto il mento.
Era collocata, questa vecchissima donna, quasi in fine della mensa dei
poveri, verso l'alto della sala Tarsia, verso l'emiciclo: e colà,
lontano, il movimento era molto meno vivo, la gente vi accorreva con
minor premura. Essa stessa, la mendica, si era messa in un posto dimesso
e non moveva le braccia per paura di urtare i suoi vicini, e non si
voltava nè a dritta nè a sinistra, come raccolta nell'aspettativa.
In verità, adesso, il viso candido dai fugaci chiarori rosei della
giovane signora, si era trascolorato sotto una espressione di
malinconia: come un velo torbido ne aveva leggermente appannato lo
scintillìo glauco degli occhi verdi grandi. Quello spettacolo di
miseria, di sporcizia, di sventura, di vizio, di abbandono, aveva finito
per turbare la sua secura coscienza di donna bella, amata, felice,
inebbriata di vita. Forse, ella era già pentita di esser venuta, in uno
slancio spontaneo e ingenuo, ad assistere a quel banchetto di povertà e
di dolore; forse, già affrettava col desiderio il momento di andarsene.
E prendendo il suo piccolo coraggio a due mani, si piegò verso
l'antichissima donna, dal corpo curvato in due, dalla testa bendata di
nero e china sul petto; tentò l'ultima interrogazione a quella povera
più solinga, più taciturna e più abbandonata delle altre.
— Avete fatto una buona Pasqua, è vero? — le chiese, non sapendo trovare
nulla di nuovo, nulla di meglio.
La vecchissima mendicante levò il viso tutto tagliato dalle rughe, dalle
pieghe, dalle deformazioni dell'età, fissò sulla signora un paio di
occhi castani, velati dall'umido e della vecchiaia, dalle ciglia arse,
ma conservanti, questi occhi, una dolcezza triste e umile. Pure, non
rispose.
— Non vi è piaciuto, di aver questo pranzo? — insistette la signora, con
uno sforzo, sentendo che doveva strappare una qualche parola alla
poverella.
— Sì, Eccellenza, — mormorò la vecchia, dalla benda nera che le fasciava
la fronte e il collo.
— Sono molto buoni.... tutti quanti.... molto buoni, — soggiunse la
signora, con un intenerimento nella voce, per sè, per le altre signore,
per i gentiluomini.
— Sì, Eccellenza, — rispose, ancora, fiocamente la vecchia dal
fazzoletto fermato sotto la gola con uno spillo, in intenzione singolare
di castità.
E tacquero. Pareva che nulla più si dovessero dire, che nulla vi potesse
essere di comune, fra quella vivente immagine di grazia, di eleganza e
di ricchezza, e quell'emblema di ogni decadimento; fra la giovane
signora e la misera che aspettava il suo pezzo di carne.
— Ora avrete la carne. Vi piace? — le domandò, con un tremolìo
d'interesse.
— Sì, Eccellenza: mi piace.
— Sarà molto tempo, è vero, che non ne mangiate più, povera donna?
— Molto.... molto tempo.... — balbettò la infelice.
— Siete senza famiglia, è vero, povera donna?
— Io non ho nessuno.... nessuno, — replicò la vecchia, con voce
smarrita.
— E che ne è, della vostra famiglia? Che ne è?
— Saranno morti.... — disse la vecchia, a occhi bassi, — saranno
partiti.... non lo so....
— E siete così, abbandonata, povera donna? — disse la voce, un po'
emozionata, della signora.
— Sì, abbandonata, — disse, sottovoce, l'altra, a capo basso.
— Come vivete, allora, povera donna? Come vivete?
— Mi dànno.... mi dànno diciassette soldi al giorno, — e parve che un
ultimo bagliore di rosso, salisse a quel viso consunto.
— Chi? Chi ve li dà? — chiese la donna bella, chinandosi ancora, in
preda a una curiosità più forte.
— Il Governo, Eccellenza.
— Ah sì! E perchè?
— Perchè.... perchè ero monaca, — e la confessione fu fatta tremando.
— Monaca? Monaca? Eravate monaca! — gridò la signora, in preda a uno
stupore doloroso.
Ora mettevano innanzi alla vecchissima donna che era stata monaca, tanti
anni prima, mettevano il piatto della carne, ove il pezzo rossastro,
brunastro del _ragù_ era circondato da quattro o cinque patate rossastre
anche esse, perchè cotte nel sugo del _ragù_. Ma la poverella non lo
guardò neppure, il piatto: teneva le due mani scarne, gialle,
cadaveriche, dalle vene gonfie e violacee, collocate ai due lati del
piatto e non si muoveva. Sì, un rossore estremo le bruciava i pomelli.
— E dove, dove eravate monaca? — chiese la signora, con una pietà grande
nelle sue parole.
— Nel monastero delle Sepolte Vive, — rispose la vecchia.
— Me ne ricordo, me ne ricordo, io era piccina! Molti anni fa, è vero?
— Sì, molti anni.... molti anni, — disse la vecchia, vagamente,
dolentemente.
— Quanti anni? Quanti?
— Forse venti anni. Forse: non mi ricordo bene.