— E, intanto, la polizia è qua! — gridò Maddalena. — Ci possiamo alzare

almeno? Ci possiamo vestire?

— Non vi è tempo: il delegato è nella prima stanza, — disse donna

Carminella, a bassa voce, per rispetto.

— Pure in letto, ci dobbiamo far vedere? — strillò Fortunatina, la

serva, battendosi la faccia con le mani. — Oh, che mala sorte! Che mala

sorte!

— E zitto, zitto, Fortunatina! Non gridate, che è peggio! Un poco di

pazienza, un poco di pazienza!

— Mammà, mammà, io ho paura della polizia, — mormorò con voce soffocata,

una delle bambine a sua madre.

— E questo ci manca, che le bambine si mettano a strillare!

Intanto, dei passi si udirono nella stanza attigua. Immediatamente, vi

fu un silenzio di terrore nelle stanze delle donne. Macchinalmente donna

Carminella aveva acceso un piccolo lume a petrolio, che era sovra un

comò e nella stanza si era diffusa una luce più viva. Le tre donne erano

tutte sollevate sui letti; Maddalena Sgueglia mostrava un viso consunto,

affilato, sotto una massa di capelli castani disciolti e un par d'occhi

stralunati; Fortunatina aveva un volto tutto divorato dal vaiuolo, a

trent'anni, mostrandone cinquanta, rotta dalle fatiche, dalla fame,

dalla mancanza di riposo: e la terza donna col lenzuolo tirato sulla

figura, quasi a nascondersi tutta, lasciava vedere solo la sua fronte

giallastra e rugata e un par di occhi infossati sotto le orbite, occhi

di umiltà, di tristezza e di spavento. Adesso, dall'altra stanza, dei

rumori si udivano, un parlottar concitato, un affrettarsi di

esclamazioni fra ironiche e rabbiose, un andare e venire di passi. Donna

Carminella, immobile, rigida, vinta anche essa da un terrore che non

giungeva più a nascondere, tendeva l'orecchio, ma non osava muoversi dal

centro di quella stanza. Tutte sembravano impietrite: e le due bimbe

avevano nascosto il viso sul petto della madre, chiudendo gli occhi.

Di nuovo, la porta si aprì: entrò il delegato seguìto da due guardie in

divisa. Il delegato era un giovanotto trentenne, alto, con un paio di

mustacchi sottili, di lineamenti non brutti, ma con un'aria così dura di

sbirro, con un aspetto così seccato e irritato di quelle visite, a

quell'ora, che tutto il suo viso ne diventava ripugnante. Senza salutare

nessuno, si avvicinò al letto di Fortunatina, la serva: costei lo

guardava, senza fiato, pallidissima.

— Che fai, qui, tu? — egli chiese con voce forte e rude.

— Dormo.... dormo.... Eccellenza....

— Non hai casa?

— Mi mancano i mezzi. Eccellenza.... non ho nulla....

— Sei vagabonda, eh? — disse il delegato, con un ghigno di disprezzo.

— Nossignore, nossignore, io lavoro, io sono serva....

— Dove servi?

— Dal cavaliere Scarano, tutti lo conoscono, a San Giacomo.... Potete

domandare....

— E ti chiami?

— Fortunata Santaniello, a servirvi.

— Sono figlie tue, queste?

— Sissignore, sissignore, Eccellenza!

— Non hanno padre, eh?

— Voi che dite! — esclamò la poveretta, offesa. — Non hanno padre? È

all'ospedale, povero Pasquale, all'ospedale.... mio marito....

E si stringeva convulsamente le figliuole al petto, singhiozzando. Ma il

delegato, senza curarsi più di lei, aveva girato sui tacchi e

interrogava metodicamente la giovane malata, guardandola con maggior

curiosità, ma con maggior disdegno.

— E tu, che sei venuta a fare qui? — le domandò, a sopracciglia

aggrottate, masticando il mozzicone di un sigaro.

— A riposarmi un poco, signor delegato, — disse a voce bassa, tremante,

Maddalena.

— Non hai casa?

— Non ho casa.

— Come vivi?

— Faccio la piegatrice di giornali.

— Neh! Guarda un poco! E quanto ti danno, al giorno?

— Quindici soldi, — e sempre più le tremava la voce, alla misera.

— Come ti chiami?

— Maddalena Sgueglia, ai vostri ordini, signor delegato.

— Padrona mia! — disse l'altro, ironicamente. — A crederti, che fai la

piegatrice di giornali! A me pare che tu faccia qualche altra cosa.

— Nossignore, nossignore! — gridò disperatamente la giovane. — Io non

sono quel che dite! Domandate di me, domani, alla tipografia del

_Giornale di Napoli_, Maddalena, Maddalena, la malata, tutti mi

conoscono. Per amor di Dio, questo ci mancava!

— E non ti offendere! Non ti offendere! — disse brutalmente il delegato.

— Qua siete tutte degli angioli, in questa locanda. A sentir voi,

campate tutte onestamente, come tante Madonnelle.... già.... già....

— Signor delegato, signor delegato! — esclamarono Fortunatina e

Maddalena, piangendo ambedue.

Egli aveva ancora girato sui tacchi, avendo fretta, forse, di finire

quella visita, in quelle stanze puzzolenti, fra tutti quei cenci

sordidi, in mezzo a quella miseria. E si trovò dinanzi donna Carminella

che lo guardava, immobile, con gli occhi sbarrati, piena del più grande

sgomento.

— Voi prendete sempre i nomi di chi viene, qui, la notte? — le chiese,

con le mani in tasca, cercando i fiammiferi per accendere il suo

mozzicone.

— Ma come, Eccellenza, ma come! Sempre voglio sapere i nomi....

— Dovreste tenere un libro.... un registro.

— Io non so nè leggere nè scrivere Vostra Eccellenza....

— Ci vuole un registro.... se no, pagate la multa.... e vi chiudo la

locanda.

— Va bene, va bene.... — mormorò la grossa donna.

— E chi altro, avete, adesso? — chiese il delegato, che credeva di aver

finito e faceva questa domanda per scrupolo di coscienza.

— Quest'altra donna, — disse donna Carminella, scostandosi e scovrendo

il terzo letto occupato.

— Oh! E voi che fate qui? — domandò, monotonamente, il delegato alla

donna.

— Sono venuta per dormire, — rispose la donna con voce fiochissima,

trepida, infranta.

— Ci venite spesso?

— Da qualche tempo. Non ho casa, — replicò la donna, sempre con lo

stesso tono di voce debole e rotta.

— Siete vagabonda?

— No, no.

— E come vivete?

— Ho una pensione.... — mormorò la interrogata.

— Di quanto?

— Di diciassette soldi al giorno.

— E chi ve la dà, di grazia?

— Il Governo, — disse la donna e voltò la testa in là.

Il delegato girò gli occhi verso donna Carminella, come per

interrogarla. Costei, incoraggiata, si piegò verso il delegato e gli

sussurrò una parola all'orecchio. La donna teneva sempre la testa

rivolta dall'altra parte. Il delegato le chiese, di nuovo, ma più piano:

— E volete dirmi il vostro nome?

La donna tacque. Non aveva udito, forse?

— Vorrei sapere il vostro nome....

Ella non rispondeva. Esitava forse?

— È necessario che mi diciate il vostro nome, — ripetette, per la terza

volta, il delegato, ricominciando a seccarsi.

— Io mi chiamo.... mi chiamo Luisa Bevilacqua, — fu la risposta, infine,

della donna, debolissima, come un soffio.

— Non avete nessun soprannome?

— No, nessuno.

— Non avete mai portato altro nome?

Ancora, ella esitò. Poi d'un tratto, come se si fosse decisa, con un

gran sospiro, disse:

— Mi chiamo Luisa Bevilacqua. E non ho mai portato altro nome.

*

Le campane della Pasqua di Risurrezione allegramente risuonavano per

l'aria tiepida primaverile, in quella domenica bella di mezzo aprile. La

gente entrava ed usciva dalle chiese, dove finivano i canti delle messe

solenni e seguitavano le orazioni delle messe piane: alla porta delle

chiese si vendevano immagini e mazzi di umili violette pasquali, da

vecchi e da bimbe: agli angoli delle vie più aristocratiche i fiorai

offrivano delle rose tea e dei lilla fragranti, fiori più ricchi. Il

viavai era grande, dovunque, per le strade piene di sole, lungo i

magazzini che ancora non si decidevano a chiudere le loro imposte,

vedendo la folla che si fermava innanzi alle vetrine scintillanti. Donne

giovani e giovanette andavano lente, lungo i marciapiedi, guardando

innanzi coi loro begli occhi dolci e fieri, napoletani, ove si

alternano, seducentemente, il languore e la vivacità; uomini e

giovanotti venivano loro incontro, o le fiancheggiavano o le seguivano,

in cerca di un'occhiata, di un sorriso, di un cenno tenero. Il movimento

delle carrozze padronali e da nolo era continuo, crescente; fra due

giorni vi erano le corse dei cavalli, il grande spettacolo a cui

partecipano, animatamente, nobili e popolani, in Napoli. Tutto, intorno,

aveva un'aria di gioia, che veniva dalla luce bionda del sole, dalla

carezza dell'aria, dalla giornata di festa, da quel sentimento di

liberazione e di giocondità onde è presa la folla, dopo le tristezze

della Settimana Santa. Da ventiquattr'ore le campane che avevano

taciuto, risuonavano, con toni gravi e con toni cristallini, in liete

volate, ora lontane, ora vicine: e il mondo godeva quel millenario

anniversario della Resurrezione del suo Redentore.

In alto della via Toledo, proprio in alto, ove essa finisce nella piazza

Dante e vi perde il nome, diventando, dopo, la salita Museo, sul lato

sinistro di chi ascende verso piazza Dante, è una strada che conduce al

palazzo di Tarsia. Strada di transito, per andare verso le vie di

Pontecorvo, di Montesanto e della Pignasecca, la via Tarsia è molto

frequentata nei giorni feriali: poco, nei giorni festivi. Invece, in

quella domenica di Pasqua, lungo i due suoi marciapiedi, uno che rasenta

le case che sporgono, dall'altra parte, in piazzetta Latilla, l'altro

che rasenta il piccolo e popolare teatro Rossini, molta gente andava in

su, verso il palazzo di Tarsia. Qualche gruppetto già si vedeva dove

sbocca la grande rampa di via Pontecorvo, gruppetto di gente fermata che

aspettava, in silenzio: altrove, sotto il portone del palazzo dirimpetto

a quello di Tarsia, altri piccoli gruppi erano fermi. È il palazzo di

Tarsia, palazzo municipale, dalla architettura che vorrebbe imitare,

malamente, il disegno di una delle deliziose case pompeiane, tutta la

facciata di questo palazzo, a un piano, era adorna di trofei di

bandiere: piccole bandiere abbastanza grame, in verità! Anche il

peristilio che arieggia, come ho detto, quello della villa di Diomede a

Pompei, aveva, lungo i muri bianchi, alcune piante verdi, messe colà in

maniera di addobbo. Innanzi al peristilio e fra le sue bianche colonne,

degli uomini andavano e venivano, dando degli ordini, parlottando fra

loro: ognuno di quegli uomini portava una lunga _redingote_ e il

cappello a cilindro: più, all'occhiello della sua _redingote_, portava

una coccarda di seta rossa e gialla, come segno di riconoscimento.

E in verità, una singolare differenza vi era fra quei signori

affaccendati che entravano ed uscivano dal grande salone severo del

palazzo di Tarsia, con i gruppi di uomini e di donne, gruppi sempre

crescenti, che si andavano formando nella via, intorno al palazzo;

folla, infine, di uomini e di donne, che tenean gli occhi fissi sulla

porta del salone terreno, quasi ansiosamente. Mentre i signori erano

correttamente chiusi nella _redingote_, alcuni, più civettuoli,

mostranti dalla _redingote_ aperta il panciotto bianco, e alcuni,

persino, desiderosi di sembrare della persona elegantissimi, stringenti

nel pugno un paio di guanti tortorella, non calzati, la piccola folla

che attendeva, muta e pure inquieta, tranquilla e pure ansiosa, aveva

tutto un altro carattere.

Era una folla di poveri, di mendichi, quella che si era già raccolta,

quella che si veniva raccogliendo: e mentre, qua e là, la povertà delle

vesti di qualcuno appariva decente, in generale, quelle vesti e quegli

aspetti rivelavano la povertà annosa, passiva, oramai di nulla

vergognosa, caduta nell'abbiezione della massima sudiceria, del massimo

sbrandellamento. Non solo i vestiti erano laceri, ma nessuna mano

provvida era più venuta a rammendarli, a mettervi una toppa: non solo i

vestiti erano stracciati, sbrandellati, sfilacciati, ma erano scoloriti,

pieni di macchie, fangosi, trascinati per le vie piene di melma,

sporcati addosso di notte, su giacigli ignoti, sporcati di notte, forse,

nelle notti ove quella gente dorme all'aria aperta, accoccolata sui

gradini di una chiesa, accoccolata sugli spiragli di una cucina, di un

sotterraneo. Alla luce del sole, alla chiarissima luce primaverile,

quelle vesti che erano dei cenci, mostravano tutto l'orrore della lunga

povertà, della lunga incuria, della crescente degenerazione: dicevano

non solo la miseria, ma l'abbandono; dicevano non solo l'abbandono, ma

l'oblio di ogni decenza e di ogni pudore; dicevano non solo tutto

questo, ma dicevano il profondo cinismo del vizio, il cinismo fatale,

assoluto, che viene dall'aver troppo digiunato, dall'aver troppo avuto

freddo, dall'aver troppo patito, dall'aver troppo disperato della vita,

degli uomini e di Dio.

Le donne portavano delle gonne stinte, cariche di toppe di altri colori,

che si erano consunte e lacerate alla lor volta e che non erano state

rammendate; delle gonne pendenti da tutte le parti, tenute su a stento,

battenti contro i piedi, a frangia di fango; portavano delle vite di

altre vesti, che mostravano il luridume della fodera, sotto le braccia,

ai gomiti, al collo: vite senza bottoni sul petto, con le maniche troppo

corte che lasciavano vedere i polsi nodosi, rossi, nudi; vite guarnite

ridicolosamente, in tanta miseria indecente, di vecchi ornamenti

scolorati, provenienti, queste vite, da lontani atti di carità che non

si erano più rinnovati; e portavano, le donne, al collo, sul petto,

qualche straccio di fazzoletto colorato e stinto, annodato come una

fune, qualche straccio di scialetto di lana, tirato invano da tutte le

parti, a covrire le macchie e gli strappi del vestito. Due o tre di

quelle donne erano scalze addirittura, venute dalla più nera miseria,

dai sobborghi estremi della città, che confinano con la campagna; molte

portavano gli zoccoli di legno, in uso ne' quartieri popolarissimi e

poverissimi napoletani; molte, i così detti _pianelli_, di grossolano

cuoio, senza calcagno; altre avevano delle scarpe da uomo, con chiodi

grossi.

In quanto agli uomini, ai poveri, ai mendicanti, la repugnanza che

ispiravano le loro vesti, era anche più grande. Pantaloni macchiati

orribilmente, cento volte rattoppati, tenuti su con lo spago, troppo

larghi per chi li portava o troppo corti, lasciando vedere delle

ignobili calzature, dei piedi calzati da scarpe rotte e senza calzette;

gabbani da neri diventati verdi, da verdi diventati gialli, senza

bottoni, senza mostre, senza orlature; camicie — qualcuno la mostrava,

solo qualcuno — di cotone a scacchi, dove mancava il colletto, camicie

di flanella, scure, grosse, che avevano l'aspetto così lurido da fare

schifo, e sovra queste camicie delle cravatte che sembravano delle

corde. Molti, col bavero della giacchetta, del gabbano, alzato,

nascondevano ogni traccia di camicia e probabilmente non ne avevano. I

covricapo più bizzarri erano sulla testa di questi poveri, di questi

mendicanti: cappelli un tempo neri e ora sparenti sotto strati di

polvere e di untume; berretti senza visiera; cappelli a cencio,

sfondati, messi di traverso; un vecchio pezzente portava persino un

cappello a cilindro, diventato marrone e tutto a pieghe.

La faccia e la persona di quelle donne erano singolari. Quasi tutte

erano vecchie o sembravano tali, affrante dalla indicibile povertà, dal

cibo scarso o nocivo, dai giorni senza pane, dalle stamberghe dove

dormivano in quattro o cinque, in una sola camera: molte erano

vecchissime con una grossa gobba, venuta dall'età e non dalla

costituzione, quasi piegate in due; poche erano le giovani e queste, a

occhi bassi, si erano andate a rincantucciare negli angoli, voltando la

testa in là; e fra le giovani, anche, qualcuna si celava un poco con un

fazzoletto annodato sotto il mento e che si abbassava sulla fronte.

Molte di queste donne apparivano malate, alcune scialbe e flosce di

pelle, per anemie che non si guariscono, per perdite di sangue nei

miserabili parti fatti all'ospedale, donde le mandavano via dopo due

giorni, per mancanza di nutrizione; altre gialle e gonfie per malattia

del sangue, per malattie cardiache, per la soverchia grassezza; alcune

obese, sformate. Una era ributtante, con gli occhi cerchiati di rosso,

sanguinolenti; un'altra nascondeva male un enorme gozzo, sotto una

sciarpa; un'altra aveva un _tic_ nervoso, per cui, ogni tanto, il viso

le si torceva ed ella dava in uno scoppio di risa frenetico; un'altra si

appoggiava su due gruccie tutte scorticate. La comune espressione di

queste donne era un'apatia profonda, che si stendeva sui loro visi e sui

loro corpi stanchi, come rilasciati, sulle mani abbandonate in grembo, o

lungo la persona; ma su questo fondo gemente, si manifestavano delle

diversità. Alcune fra queste donne avevano l'aria truce e giravano

intorno degli sguardi feroci; altre avevano l'aspetto timido, raccolto,

quasi volessero sparire dalla bizzarra riunione; altre avevano il

contegno dolente di un dolore quieto, oramai, oramai costante e

inconsolabile; altre avevano l'aspetto provocante e cinico.

Quasi tutte tacevano: si appesantiva su queste pezzenti un silenzio,

molte incapaci, oramai, di più lamentarsi, molte incapaci di

pettegoleggiare sulla loro sventura, alcune oppresse, alcune vergognose

di trovarsi colà. Erano riunite in gruppo, ma tacevano. Parecchie erano

sedute sul marciapiede: una si era sdraiata lungo il muro

appoggiandovisi e si era addormentata; altre portavano dei pallidi,

queruli e laceri bimbi, al collo; alcune ne avevano due o tre in collo e

per mano; una ne teneva cinque, attorno.

Negli uomini, le stimmate della miseria, della malattia e del vizio,

erano più spiccate, massime nei vecchi, nelle loro rughe, nel colore

della loro pelle, nella lacrimosità degli occhi, nei nasi adunchi, nei

menti rincagnati, in quelle bocche violette, in quelle bocche livide,

dalle labbra rientrate, sulle gengive senza denti; lunghe storie

apparivano, di decadenze fisiche e morali, di degenerazione dei sensi e

della coscienza, di traviamenti in tutte le sudicerie della persona e

delle abitudini.

I più giovani — non ve n'erano di giovanissimi — erano o storpi,

qualcuno zoppo, qualcuno cieco, uno col braccio rattrappito e cavato

fuori dalla manica della giacchetta, o malati, con certe faccie

sbiancate, con certe orecchie esangui di persone divorate da infermità

fatali, con certi visi chiazzati di sangue ai pomelli, con certe guance

plumbee dove la barba non rasa, metteva fuori dei peli ispidi, incolti,

brizzolati, sudici anche essi. Vi era un lunatico che si riconosceva

alla bocca storta, stirata verso un orecchio e agli occhi stralunati; vi

era un cionco che, pure, andava e veniva, sulle sue mezze gambe,

trascinandosi con le mani, e alle cui mani erano infilati degli zoccoli

di ferro; uno di essi aveva il viso mangiato da un _lupus_, tutto

fasciato con sporche bende, che si annodavano sull'alto del capo. Molti

avevano il naso rosso degli ubbriaconi, con le guance rovinate dalla

salsedine; qualcuno fumava un mozzicone; qualcuno fumava in una pipetta

corta, di creta, da due centesimi; qualcuno ciccava. Fra gli uomini

dominava, più che fra le donne, l'apparenza ignobile, quasi indegna di

pietà, tanto era ributtante; quasi nessuno di quei mendichi aveva

l'aspetto timido, dolente, come si riscontrava fra le donne, e in quasi

nessuno vi era l'aspetto vergognoso di essere lì, innanzi al palazzo,

riuniti in corporazione di pezzenti, in quell'attesa del giorno

pasquale. Bensì, vari avevano l'aspetto duro e feroce, l'aspetto di

coloro che, di notte, all'angolo di una strada, mettono il coltello ai

petto di un viandante, per togliergli il portafogli; molti affettavano

la sfrontatezza, con le mani in tasca, il labbro piegato in una linea di

disprezzo, le spalle che si levavano ogni tanto, in atto di sfida. Non

discorrevano fra loro, guardandosi, anche con occhi diffidenti, con

sguardi obliqui, come se l'uno dovesse rapire all'altro, non so che

cosa. Qualcuno si appoggiava al bastone, a capo basso, aspettando; molti

si erano messi al sole, verso Pontecorvo, per riscaldarsi; qualcuno

tossiva e sputava, ansimando, sotto la sorda tosse cronica dei vecchi.

Taluni, fra loro, borbottavano a voce bassa, sogguardando verso il

palazzo di Tarsia.

Quando tuonò il cannone di mezzogiorno, fortemente, poichè il rione di

Montesanto è posto sotto la collina di San Marino, donde spara, dalla

fortezza di Sant'Elmo, il regolatore, vi fu un doppio movimento. Tutti i

signori in tuba e _redingote_ si misero, in due file, sulla porta di

entrata del palazzo di Tarsia, sul peristilio, persino nella via,

fiancheggiati da alcune guardie di pubblica sicurezza, da qualche

guardia municipale e da quattro carabinieri: dall'altra parte, i

pezzenti, maschi e femmine, si avviarono verso quella porta, chi

camminando presto, chi trascinandosi appena, secondo la loro età, i loro

acciacchi, le loro malattie. Ognuno di essi, maschio o femmina, portava

nelle mani un cartoncino bianco, su cui era stampato: _pranzo per i

poveri_, e il posto e l'ora e lo stemma del Municipio di Napoli, che,

per festeggiare la Pasqua di Risurrezione, dava pranzo a trecento

mendicanti, centocinquanta uomini e centocinquanta donne. Con grande

garbo, anzi con la esagerazione del garbo, quattro signori, in tuba e

_redingote_, due da un lato, due da un altro, osservavano se le carte di

ammissione erano in perfetta regola, e le ritiravano man mano. La

sfilata era regolata, anche, dalle guardie e dai carabinieri che non

lasciavano passare più di un mendico, o più di una mendica, alla volta;

e nulla era più strano che quel passaggio di gente lacera, lurida,

inferma, curva dalla vecchiaia o dagli stenti, fra quelle due file di

correttissimi e persino eleganti signori, dalle tube rilucenti. Quasi

tutti i mendichi e le mendiche, anche i più cinici, anche le più

sfrontate, in quel momento del passaggio, abbassavano gli occhi, fra la

timidità e lo scorno. Qualcuno addirittura non trovava la strada, per la

soggezione e incespicava. Con le mani guantate, anzi, un bel signore dai

grossi mustacchi castani, con la decorazione di cavaliere all'occhiello,

raddrizzò una mendicante, che stava per cadere. Era una donna,

vecchissima, magra, magrissima, che portava la testa tutta avvolta in un

fazzoletto di cotone nero. Per la vergogna o per la debolezza, questa

mendicante era stata lì lì per cadere.

Qualche contrasto accadde. Un giovane idiota, dal sorriso puerile sulla

faccia imberbe, zoppo, con un grosso piede voltato contro l'altro, aveva

perduto il biglietto del pranzo: egli fu respinto cortesemente, ma

freddamente, da un gentiluomo in _redingote_. L'idiota piangeva, come un

bimbo, mentre la sua bocca seguitava a sorridere: e invano un altro

povero testimoniò che, un quarto d'ora prima, il giovane idiota aveva il

biglietto, che glielo avevano dovuto rubare, vista la sua imbecillità.

Una donna voleva entrare, coi due figli: e combattette coi signori alla

porta, singhiozzando, dicendo che li avrebbe tenuti sulle sue ginocchia,

giurando che sarebbero stati tranquilli: fu inutile. Ella carezzò i suoi

figli, promise loro che non avrebbe mangiato, che avrebbe portato loro

fuori tutto; disse loro di non muoversi da vicino al cancello: ed entrò,

ancora tremante di emozione. L'altra, quella che ne aveva cinque di

figli, portava due biglietti: non voleva entrare, lei, voleva mandare i

suoi cinque figliuoli, con quei due biglietti, si contentava di non

mangiare lei, purchè le sue creature mangiassero; e parlamentava,

scongiurava l'uno, scongiurava l'altro, fino a che permisero, per

eccezione, che entrasse lei e i due più piccoli, con due biglietti. Ma

lo permisero per impazienza, quei signori, perchè già si faceva tardi,

ed essi, in _redingote_ e tuba, con la coccarda dai colori partenopei

all'occhiello, già avevano consumata una lunga pazienza e una lunga

amabilità, con quella processione di mendichi, di mendiche, di poveri

veri, di poveri falsi, di viziosi ipocriti, di viziosi sinceri, persino

di delinquenti.

Suor Giovanna della Croce: romanzo · 第 10 / 12 段