innanzi, quasi esitasse a procedere. Erano le nove di sera e già la
popolarissima strada appariva insolitamente deserta; i radi fanali a gas
non poteano che dileguare fiocamente le tenebre; e nella grande ombra
notturna si disegnavano bizzarri profili di ammassi pietrosi,
biancheggiavano dei monticelli, si rizzavano dei pali di legno. L'opera
di demolizione della vecchissima via, era cominciata da un pezzo, ma
procedeva con lentezza; l'inverno piovoso ne impediva i costanti lavori
e mentre tutti gli abitanti di Via Porto si venian ritirando nelle vie
adiacenti, nei vicoli, nei vicoletti, nei _fondachi_ non ancora tocchi,
la grande arteria, abbandonata quasi completamente, era un ingombro di
pietre, di calce, di rottami, di travi, disselciata, coi suoi fanali
strappati e lasciati a giacere, lungo distesi sugli ammassi di terra,
coi suoi vecchi marciapiedi diventati dei pantani di melma,
d'immondizie, sotto la pioggia. La donna che doveva percorrerla, curva,
guardava per terra, innanzi a sè, temendo qualche mal passo, che la
facesse urtare contro qualche cumulo di pietre e cadere in qualche fosso
pieno di mota: poi, con un piccolo sospiro, sollevando la gonna, si
avviò con cautela. Camminava pianissimo e molto curva; ciò non le evitò
di sdrucciolare malamente, due o tre volte; ogni volta si fermava, come
indecisa di continuare, piccola figura perduta, in quel deserto, in
quelle ombre, in quel tragitto così periglioso. Pure lo compì. Scantonò
per la terza via a mano diritta e il passo della donna parve si facesse
meno incerto, meno pauroso: il corpo, però, non si raddrizzò.
La donna fece pochi passi nella via Sedile di Porto e levò gli occhi in
aria: scorse un fanale rosso che pendeva da un balconcino al primo piano
e su cui si leggeva, distintamente: LOCANDA DELLA VILLA DI PARIGI. Il
portone, non grande, era aperto: nel fondo dell'androne, innanzi a una
immagine della Immacolata Concezione, ardeva una lanternina e
rischiarava stranamente la figura scolorita della Vergine, sotto cui,
sovra un piccolo piano di pietra, erano collocati due vasetti mezzo
rotti con fiori artificiali. La donna, passando innanzi a quella
immagine pia, si arrestò, tenendovi gli occhi fissi: dopo essersi
segnata, dal lieve moto delle labbra, sembrava che dicesse delle
orazioni. Le quali non furono molto lunghe. Dopo un novello segno di
croce, la donna si staccò dalla figura di Maria e intraprese
l'ascensione di una oscurissima scala, a mano diritta. Il terreno, anche
sulla scala, era umido e fangoso: la donna si reggeva al muro,
strisciandovi contro, in mancanza di ogni altro appoggio. Mentre compiva
questa salita, un passo si udì, alle sue spalle: qualcuno entrava nel
portone, camminando presto, facendo le scale con una certa sicurezza.
Era un uomo alto, giovane, a quanto si poteva distinguere. Passando
presso la donna che, faticosamente, saliva, si curvò ad osservarla,
curiosamente. Dovette riconoscerla subito, poichè l'uomo si rigettò
indietro, come soddisfatto, e disse con una voce forte, ma roca:
— Buonanotte e salute!
— Buonanotte! — mormorò una voce bassa e affannosa femminile.
L'uomo oltrepassò la donna, lasciandosi dietro un puzzo di cattivo
sigaro e sparve dentro una porta aperta, sul primo pianerottolo. La
donna non vi giunse che più tardi, estenuata, forse, da un lungo cammino
fatto nella giornata a cui quella traversata di Via Porto e quella scala
avevano dato l'ultimo tratto. Anch'ella entrò nella porta aperta, al
primo piano, e si trovò in una stanza di entrata.
Una donna sedeva presso una tavola sgangherata e al chiarore di un
piccolo lume a petrolio, dalla palla di cristallo verdastro, tutto unto,
lavorava macchinalmente a una lunga calza di cotone rosso. Era una donna
sulla cinquantina, enormemente grassa, con una grossa testa su cui si
erano già fatti radi i capelli: il suo corpo non aveva più forma
precisa, umana, femminile: era una massa di grasso, spalle larghissime,
petto e ventre riuniti, fianchi amplissimi, braccia corte e goffe, mani
rotonde, rossastre, dalle dita fiacche che si muovevano intorno ai ferri
della calza. Anche il volto della donna, grosso, gonfio, con un doppio
mento, con le guancie che affogavano il naso e i già piccoli occhi, era
di un brutto colore vinoso, a chiazze: una espressione dura,
indifferente, si distendeva su quel viso. Quando la donna udì rumore di
passi, guardò verso la porta, senza curiosità, e crollò leggermente la
testa, avendo riconosciuto la donna che entrava. Costei si accostò alla
tavolaccia che, insieme a due sedie zoppe, formava il solo mobilio di
quella stanza di entrata, e salutò, sempre a voce bassa, dove ancora
restava il fiato corto della scala fatta:
— Buonanotte! donna Carminella.
— Buonanotte a voi! — rispose il donnone, con aria indifferente, senza
neppure fissare colei che la salutava.
— Mi avete conservato il letto? — richiese l'altra, con non so quale
timidezza.
— Ve ne sono quanti ne volete di letti, — borbottò donna Carminella. E
soggiunse, subito, aspramente:
— E voi, avete portato i cinque soldi?
— Sissignora, sissignora, li ho portati, — rispose subito la donna,
mettendo la mano in tasca.
— E cavateli, — disse donna Carminella, sogguardando con aria di
diffidenza.
Dalla tasca della gonna la donna cavò, ad uno ad uno, i cinque soldi e
li depose, dopo averli novellamente contati, sovra un tavolino, a cui si
appoggiava, sempre un po' ansimante, la colossale padrona della locanda.
Allora si vide, nel cerchio di luce del lume a petrolio, la mano della
donna che deponeva i soldi: una mano lunga, scarnissima, dalla pelle
indurita e grigiastra, su cui si disegnavano, molto grosse, violacee, le
vene della mano dalle dita nodose, contratte, tremanti. La mano si
ritirò, sparve, la donna restò in piedi, nell'ombra. Donna Carminella
prese i soldi, li contò, li guardò ad uno ad uno, li fece anche saltare
sulla tavola; poi, li intascò e soggiunse, quasi a dare una certa
spiegazione:
— È impossibile fare _credenza_, capite? Qui si stenta giorno e notte, e
che si ricava? Poco o niente. Se dovessimo far _credenza_, saremmo
morti.
— Avete ragione, avete ragione, — mormorò l'altra, con un sospiro umile.
— Vi è molta gente stasera?
— Così, così, — borbottò il donnone, sospirando anch'essa, cioè
ansimando, ammansita un poco. — Ma siamo troppi. Vi sono troppe locande.
Ve ne sono a quattro soldi, a tre soldi, proprio delle cantine, dei
sotterranei, capite? Ancora un poco e vi saranno locande a due soldi,
uomini e donne nella stessa stanza, e non se ne vergognano!
— Gesù! — disse l'altra, sonnolenta.
— Qui siete tutte donne, in una stanza, lo potete dire. Il timore di
Dio, prima di tutto! Ci dormireste, voi, in una stanza dove si corica un
uomo?
— Io preferirei dormire nella strada, sulle pietre, — soggiunse la
donna, con un brivido di orrore nella voce.
— E perciò pagate cinque soldi! — esclamò trionfalmente donna
Carminella. — Se volete andare, potete: sapete che è la terza stanza, la
migliore.
— Chi vi è, stasera? — interrogò timidamente l'altra.
— Da voi? Vi è donna Fortunatina, sapete, la butterata, quella che sta a
mezzo servizio: nel suo letto ho permesso che tenesse le sue due
bambine. Che ci volete fare, un po' di carità ci vuole! Si stringeranno.
Mi son presi solo cinque soldi; il mio cuore è troppo tenerello. Nel
secondo letto, vi è una nuova, una giovane. Non la conosco. Si chiama
Maddalena Sgueglia. È malata, pare. Ha una tosse, una tosse! Speriamo
che vi lasci dormire. Gli altri due letti sono vuoti.
— Io vado, buona nottata! — disse la donna avviandosi.
— Buona nottata! Ho da vegliare come sempre. Faccio giorno notte e notte
giorno. Dormo demani, io! Quel sonno che non mi va nè per l'anima, nè
per il corpo.
— Non potreste dormire? — osservò dolcemente la donna, che voleva
ingraziarsela.
— Voi scherzate! È impossibile. Se non faccio la guardia io, chi la fa?
Possono succedere tante cose. Dio lo sa! — disse, infine,
misteriosamente, donna Carminella.
— È vero, buona nottata, buona nottata!
Ancora, se ne andava.
— Il soldo pel caffè, me lo lasciate? — chiese la grossa femmina.
La donna esitò un poco.
— Veramente.... non potrei....
— Ma che, volete crepare? Meglio il caffè che il pane. Un soldo di
caffè, la mattina, vi accomoda lo stomaco.
La donna crollò il capo, come poco convinta: cercò per un certo tempo in
tasca, ne tirò fuori un altro soldo e lo consegnò alla donnona. Costei,
di nuovo, se lo studiò: poi se lo gettò in tasca, con soddisfazione:
quella piccola industria della tazza di caffè le stava molto a cuore. E
diede dei chiarimenti.
— Corrono tante monete false.... — soggiunse, — domani mattina avrete
una tazza di caffè, che vi consolerà. Buona nottata!
No, nella locanda della _Villa di Parigi_ gli uomini non dormivano nelle
stesse stanze delle donne, come in quasi tutte le locande, a tre e a
quattro soldi la notte, del quartiere Porto: la _Villa di Parigi_
conservava quest'ultimo lembo di decenza. Ma per raggiungere le stanze
ove le povere donne che non avevano casa e, sopratutto, non avevano
otto, dieci lire mai tutte insieme, per affittare un _basso_ e sovra
tutto, sovra tutto, non avevano ne uno stramazzo nè una sedia da mettere
in questo _basso_, dovevano ricorrere a questa miserabile, sudicia,
immonda e talvolta infame ospitalità notturna. Per raggiungere queste
stanze, le donne vecchie e giovani, zitelle e maritate, note ed ignote,
bisognava che attraversassero due stanze ove dormivano uomini. Le due
grandi stanze dei maschi possedevano solo quattro letti ognuna e una
sedia, accanto al letto, non altro mobilio: delle funi circondavano, in
alto, questi letti, delle funi a cui erano sospesi dei lenzuoli di tela
grezza che formavano tenda e dividevano, sempre per la decenza, un letto
dall'altro. Ma non tutte queste tele giungevano a separare completamente
i letti, troppo corte, troppo strette: altre erano mezze sollevate,
rigettate indietro, non curandosi quegli uomini di celarsi agli altri
ospiti notturni. Un lumicino fioco ardeva nella prima stanza della
locanda; un altro ne ardeva nella seconda: e s'intravvedeva, al loro
piccolo chiarore, l'abbandono, simile alla morte, di coloro che erano
venuti a cadere là, immersi in un sonno di piombo, dopo una giornata di
vagabondaggio di lavoro, di fame, di stenti, forse dopo una giornata di
vizio. Come cadaveri giacevano su quei sozzi e duri letti, ravvolti
nelle coperte grigiastre e sporche che migliaia di corpi avevano
coperto, ravvolti nelle aspre e male odoranti lenzuola, col capo immerso
nel magro guanciale, come cadaveri, buttati lì, in un torpore, donde
solo il respiro affannoso di qualcuno, il russar grave di qualche altro,
il russare stridulo di un terzo, dava segno di vita, rompendo il
silenzio. Vi era, nell'aria, un cattivo odore umano di corpi sporchi, di
fiati graveolenti, di fiati malati, di tabacco fetido, fumato nelle pipe
di creta e, malgrado il freddo di quella notte d'inverno, un tepore
malsano, era nelle due camere, ove otto uomini dormivano.
La donna, per attraversare quelle due stanze, per recarsi alla terza ove
si trovava il letto che le era destinato, insieme a due altri ospiti
femminili, parve che avesse ritrovato un vigore che le mancava. Mentre
per Via Porto, per le scale, aveva un'andatura lentissima, fermandosi a
ogni passo, invece passando per quelle due stanze abitate da otto uomini
dormienti, ella quasi quasi corse, rigida, fra le due file di letti,
senza voltare la testa nè a dritta nè a sinistra. E malgrado che ella
tentasse camminare leggermente, per non fare accorgere nessuno del suo
passaggio, qualcuno si svegliò, si udirono scricchiolare gli assi di uno
o due letti, sotto i pesanti corpi che si rivoltavano; uno di questi
uomini, forse quello giovane, che aveva salutato la donna nella scala e
che essendo giunto da poco, coricato da poco, non aveva ancora preso
sonno, si levò in mezzo al letto.
La donna si precipitò sulla porta della terza stanza che era chiusa con
la sola maniglia e sparve lì dentro, affannando pel cammino fatto, o,
forse, per altro.
Nulla di diverso aveva questa terza stanza, ove entravano e dimoravano
solo donne, dalle altre due ove dormivano gli uomini. Vi erano i soliti
quattro letti, con le sedie accanto, ove erano deposte le povere vesti
delle dormienti: lo stesso lumicino vi dava un po' di luce. Donna
Carminella non avrebbe, certo, fatto questo consumo inutile di olio
puzzolente, se la Questura non l'avesse obbligata, con continue
minaccie, a tenere dei lumi nelle diverse camere. Solamente, sui quattro
letti, vi erano delle immagini sacre, di carta, attaccate con la colla
al muro, una Madonna Addolorata, un Sant'Antonio, un San Gaetano: una
immaginetta delle anime del Purgatorio era fermata a mala pena, con gli
spilli, sul muro. In un letto dormiva Fortunata, detta la butterata, la
serva, il cui marito era andato all'ospedale ed ella non aveva più
potuto pagare la pigione di un _basso_. Fortunatina teneva abbracciata,
nel letto, per stare meglio, la sua figliuola più piccola, una bimba di
tre anni, e la più grande, di cinque anni; dormiva in contrario, con la
testa verso i piedi del letto. Raggricchiate, strettissime, esse non
potevano muovere un piede nè una mano, senza far cadere una delle altre
persone, o senza pericolo di cadere esse stesse. Ogni tanto, da quel
giaciglio un sospiro di donna veniva fuori: era la povera madre che non
poteva distendere le sue membra, abbattute dal diurno lavoro servile; e
un balbettìo lamentoso infantile: era una delle due figliuolette che
chiedeva qualche cosa, nel sonno, nel dormiveglia, che si lagnava, sovra
tutto, di non potersi muovere. Nel secondo letto occupato, un'altra
forma umana femminile si distendeva, ma non giaceva come le altre. Al
chiarore incerto si vedeva che l'abitatrice di quel letto aveva
sollevato contro il muro il suo origliere e vi aveva appoggiate le
spalle e la testa. Guardando bene, fra la penombra, abituandosi a quella
poca luce, si scorgeva che la giovane di cui aveva parlato donna
Carminella, stava su e non dormiva, con un paio di occhi spalancati.
Rincantucciandosi dietro il terzo letto, che era vuoto, la donna
cominciò a spogliarsi, senza fare alcun rumore. Fra i letti delle donne
non era distesa nessuna tela, per separarli, come se il pudore, fra
donna e donna, non esistesse. La donna deponeva i panni, man mano, sulla
unica sedia, presso il letto: e infine vi si appoggiò un poco, come se
pregasse. E, in quel momento, dal letto ove stava colei che aveva
dichiarato chiamarsi Maddalena Sgueglia alla padrona della locanda,
venne un secco, continuo, crescente rumore di tosse. Fra un urto e
l'altro, si udiva un sospiro fischiante di colei che tossiva e, in un
più lungo intervallo, un gemito:
— Oh Madonna mia!
A quel rumore fastidioso e continuato, la serva Fortunata si mosse nel
suo letto, le due bimbe si svegliarono anch'esse, spingendosi, dandosi
dei calci, disputandosi, infine, quel pochissimo posto che avevano.
— Zitto, zitto, — mormorava la madre, fra il sonno, stringendosene una
al petto, cercando l'altra, con la mano, per farla quietare.
La giovane, più lentamente, più straccamente, seguitava a tossire, con
la voce roca e bassa, con uno stridìo del fiato fra i denti: e qualche
lamento, ancora, le usciva dal petto, insieme con la invocazione alla
Vergine. Poi, quando l'accesso fu calmato, ella dette proprio in un
grido di dolore.
— Che avete? Che vi sentite? — chiese, dal suo letto, ove si era messa
sotto le pesanti coltri, la donna giunta l'ultima.
— Ah, io sono malata! sono malata! — gemette la giovane, battendo la
testa sull'origliere, convulsamente.
— E statevi tranquilla, allora: se no, è peggio, — soggiunse la donna,
vedendo che quella continuava ad agitarsi nel suo letto.
— A che serve? A che serve? Tanto, non dormo più la notte. Mi corico per
coricarmi. Appena sento il calore del letto, mi viene la tosse, questa
brutta tosse e non dormo, non dormo più.
Parlava piano, Maddalena Sgueglia, perchè le mancava il fiato e perchè
temeva di risvegliare la povera serva che si ravvoltolava nel letto, con
le due figliuolette: e molto piano le rispondeva la donna, venuta in
ultimo.
— L'avete da molto tempo, questa tosse? — chiese alla giovane, con un
senso di pietà.
— Da sei mesi e più. Non mi dà pace. Con questa tosse, io me ne moro.
— Speriamo di no, speriamo di no, — soggiunse pietosamente l'ignota.
— E non è meglio? Non è meglio che io muoia? Che ci campo, io, su questo
mondo? Che ci resto a fare, io?
— La volontà di Dio, la volontà di Dio!
Maddalena Sgueglia si chinò a guardare bene colei che le consigliava
l'obbedienza. Ma non arrivò a scorgere che un poco del viso, la parte
alta, di colei che le parlava: non vide che delle rughe profonde,
scavate in una pelle giallastra: il resto della testa scompariva in
qualche cosa di nero, un fazzoletto, forse, che la ignota aveva tenuto
sul capo, per ripararsi dal freddo.
— Eh, proprio di me, si deve occupare il Padre Eterno? Io sono una
miserabile, che campo di nascosto dalla sua volontà!
Qui un altro accesso di tosse secca, irritata, irritante, scosse il
petto della giovane; e fu più lungo dell'altro. La ignota guardava,
ascoltava, senza dir nulla.
— Mammà, mammà, la tosse di questa giovane non mi fa dormire, — si mise
a singhiozzare una delle bimbe di Fortunatina.
— Ficcati sotto le lenzuola, turati le orecchie, dormirai, — borbottò,
sempre piena di sonno, la madre.
— La sento, la sento sempre. Dille che si stia zitta, dille che lasci
dormire la gente, — gridò la bimba.
— Hai ragione, hai ragione, creatura mia, — rispose la malata. — Pure il
sonno a quest'anima di Dio, mi toccava di togliere! Ah che castigo, che
castigo!
E un sospiro straziante le uscì dal petto.
— Non ti puoi stare zitta? — domandò la bimba dal letto, donde levava la
piccola testa, con gli occhioni spalancati. — Perchè non vai da un
medico? Quello ti ordina una cartina e tu ti guarisci.
— Sono andata dal medico, quando aveva denari. Mi ha ordinato la
cartina: l'ho presa e non mi ha fatto niente.
— E perchè non hai preso le altre cartine?
— Perchè non avevo denari.
— Ah tu pure, tu pure, non hai denari, come noi?
— Io pure. Se no, non starei qua.
La malata sospirò di tristezza, questa volta. Anche la donna ignota, dal
suo letto, dove non dormiva, sospirò: e la bimba, dai piedi del letto
ove giaceva, curva come un punto interrogativo, emise un sospiro.
Tacquero. Ognuna, forse, cercava di riprendere sonno, o di
addormentarsi. La bimba dovette essere la prima, poichè il suo respiro
leggiero si unì a quello di sua madre, più grave, più forte, a quello
leggerissimo della sua sorellina. La malata anche parve che si assopisse
un poco, sempre sollevata sul suo gramo guanciale, con le coperte
ammucchiate sul petto e avendo gittato sui piedi tutte le sue vesti, per
avere più caldo; ma si udiva, sempre, dal suo letto, un fiato breve e
fischiante. Dal letto della donna ignota non giungeva nè un forte
russare, nè un grosso respiro; se ella si era addormentata, doveva avere
il respiro corto e mozzo dei vecchi e dei bambini.
Il silenzio in quella terza stanza della locanda _Villa di Parigi_ durò
oltre due ore, senza che nulla venisse a turbarlo. Ogni tanto, dalle due
stanze attigue veniva qualche rumore, scricchiolìo di letti su cui
pesanti corpi addormentati si voltavano e si rivoltavano; qualche parola
forte, detta nel sonno: una grossa scarpa cadde, da una sedia, a terra e
qualche bestemmia giunse, farfugliata da coloro che erano mezzo svegli;
ma la porta chiusa impediva di udir bene. Dalla via, ogni tanto, qualche
rumore attenuato giungeva: era un passo grave, di qualcuno che rientrava
in quegli sporchi e oscuri paraggi intorno Via Porto; era qualche passo
incerto e strascinato di mendicante, di trovatore di mozziconi, di
cenciaiuolo disperso in quell'intrico di straducole: era il canto
balbettato di un ubbriaco che gridava raucamente il ritornello di una
canzone sentimentale: ed era, più spesso, qualche fischio lungo,
espressivo, a cui un altro fischio lontano, debole, rispondeva, il
fischio tradizionale dei malandrini, il fischio dei ladri, che, nella
notte, fa fremere di sgomento anche coloro che sono chiusi e difesi
nelle loro case, al sicuro, nei loro letti. Ma tutto ciò arrivava
affiochito dalla distanza. Due volte, quando si udirono dei fischi più
vivaci, più lunghi, nella strada, Maddalena Sgueglia si svegliò dal suo
sonno di persona infermiccia e tossicchiò un poco, sordamente: poi
ricadde nel suo torpore. Così, sulle teste, sui corpi di quegli uomini
sconosciuti che dormivano nelle stanze seguenti, sui corpi e sulle anime
di quegli uomini certamente miseri, forse viziosi, forse criminali, si
distendeva, nell'ambiente di una povertà estrema, di ospitalità
duramente venale, di comunanza umiliante e repugnante, di contatti
pericolosi sotto ogni rapporto, si distendeva il beneficio del sonno. E
nella camera ove le tre donne e le due bimbe giacevano, sulle tre donne
e sulle due creaturine venute da opposte vie, da miserie differenti e
pure eguali, venute da una giornata di fatica, di delusioni e di
stanchezze mortali, venute da tutte le torture umane, ignote torture, in
quella camera che esse usavano insieme, non conoscendosi, nulla sapendo
l'una dall'altra, costrette a quell'unione e a quel contatto, su quei
letti duri, fra quelle lenzuola aspre che appena ne covrivano i corpi,
sotto quelle coltri pesanti che non davano calore, in quella camera,
anche, si distendeva il sonno, divino beneficio di ogni creatura umana,
la più infelice, la più abbandonata, la più dispersa, nel mondo.
A un tratto, la maniglia della porta che metteva in comunicazione le due
stanze, si schiuse: qualcuno comparve nel vano.
— Chi è? — chiese Maddalena, la giovane malata, che aveva un sonno
leggerissimo, alzandosi sul letto.
— Zitto! sono io, donna Carminella....
E il donnone, la cui voce era molto turbata, si accostò ai letti,
traballando sulle sue gambe corte e grasse.
— Che cosa è? Che cosa è? — chiese Maddalena, agitatissima.
— Non abbiate paura: è cosa da niente; — balbettò la padrona di casa,
parlando più forte, quasi per risvegliare le altre persone dormienti.
— Che è successo? — domandò Fortunatina, la serva, levandosi sul letto,
con la figliuola più piccola attaccata al collo. L'altra si era già
levata dai piedi del letto e si guardava intorno.
— Ci vuole pazienza, ci vuole.... sono disgrazie.... — balbettò ancora
donna Carminella.
— Che disgrazie? Che disgrazie? — chiese, tutta tremante, la donna,
l'ultima arrivata, dal suo letto.
E quando vide che tutte erano sveglie, l'enorme donna pronunziò la frase
spaventosa:
— Vi è la polizia.
Maddalena Sgueglia dette in un grido stridulo e si nascose la faccia fra
le mani; Fortunata si mise a piangere, tirandosi le due figliuole
accanto; l'altra donna non parlava, ma si udivano battere i suoi denti
dal terrore.
— Ma perchè fate questo? — esclamò donna Carminella. — Perchè strillate?
Perchè piangete? Che vi può accadere? Che vi può fare, la polizia?
— Madonna mia, Madonna mia! — seguitava a gridare Maddalena.
— Pure questo, pure questo! — esclamava, fra le lacrime, Fortunata, la
povera serva.
L'altra, la terza donna, allibita, certo, non proferiva verbo, ma si
comprendeva che il suo terrore doveva essere più grande di quello delle
altre.
— Ma infine, se non avete fatto nulla, la polizia vi lascia in pace! —
gridò donna Carminella che cercava, ella stessa di dominare la sua
inquietudine.
— E che ci viene a fare, dunque, la polizia, se non abbiamo fatto nulla?
— esclamò Maddalena, che non si dava pace.
— Ci viene.... ci viene.... — perchè ci deve venire, — mormorò la
donnona: — queste visite si fanno sempre....
— Sì, quando si cerca qualcuno per arrestarlo! — gridò Fortunata, che
era più esperta.
E Maddalena, Fortunata, le due bambine, si misero a gemere, come se
fossero sul punto di essere ammanettate e condotte in carcere. La donna
ignota taceva, taceva; ma, probabilmente, era irrigidita dal terrore.
— Non si arresta nessuno! — sentenziò donna Carminella. — Nessuno,
capite, alla _Villa di Parigi_! Qui, ladri e assassini non ce ne
vengono.
Ma il tono era più audace che sicuro; si scorgeva che la grossa
tenitrice della locanda, non era certa di quello che dichiarava.