quattro piani di scale molto erte, che suor Giovanna della Croce doveva
fare tre o quattro volte al giorno, malgrado l'asprezza continua con cui
il suo padrone la trattava, malgrado che ella non avesse neppure un
boccone di pane, oltre quelle quindici lire mensili, malgrado che nè i
suoi occhi, più, nè le sue mani, nè le sue gambe l'aiutassero a servire
bene, la monaca si contentava di quel suo stato e, quasi quasi, se ne
compiaceva.
Preferiva quello che faceva, a vendere, sì e no, dei merletti a delle
ragazze bizzarre, viventi nel peccato, come Concetta Guadagno, tanto più
che poco le riesciva, oramai, ad avere sveltezza nel maneggio dei
fuselli; preferiva quello ad assistere delle puerpere come Maria
Laterza, in quell'ambiente di sgravi, di bimbi che succhiano, dove tutto
odorava di mondo, di matrimonio, di procreazione, di maternità,
confondendo il suo pudore di vecchia monaca che nulla sa di queste cose.
Meglio servire! Quei dieci soldi al giorno ella li guadagnava a stento,
specialmente nei giorni in cui doveva stirare la biancheria di liscio
del magistrato: l'antica Trentatre si sentiva piegare le gambe, era
troppo vecchia, oramai, per restare tanto tempo in piedi: ogni tanto si
doveva buttare sovra una sedia, senza fiato, col capo abbassato sul
petto. Non importa: quei dieci soldi al giorno aumentavano la sua misera
pensione mensile: ella poteva mangiare un boccone di carne alla
domenica: poteva accendere la lampada innanzi al Crocefisso, ogni sera,
ella che aveva portato, con tanta umiltà cristiana, il nome della Croce:
ella poteva fare l'elemosina, di due soldi, ogni venerdì, alle anime del
Purgatorio! La casa del giudice Notargiacomo era deserta, fredda e
malinconica: il giudice era triste, rude, sempre sospettoso: non mai una
parola buona esciva dalla sua bocca, non mai uno sguardo dolce partiva
dai suoi occhi: tutto ciò avrebbe pesato sull'anima e sul corpo di
qualunque altra serva, ma non sul corpo e sull'anima della vecchia
Sepolta Viva. Ah non così, non così, certo, ella aveva sognato di
trascorrere la sua vecchiaia, in servitù materiale e bassa, comandata
con asprezza, mal compensata, maltrattata spesso, tenuta a distanza! Ma
il tempo del rimpianto era trascorso: quello della lunga rassegnazione
servile era cominciato, dal giorno in cui, per la seconda volta, suor
Giovanna della Croce era stata cacciata da una casa, dalla casa di sua
sorella, dove, finite le sue misere mille lire, finite le speranze di
riavere la dote, Grazia Bevilacqua l'aveva messa alla porta. Certo, suor
Giovanna della Croce era rotolata anche più giù, caduta al grado di una
serva volgare, rientrando in casa sua di sera, stanca, morta,
balbettando le sue preghiere nella stanchezza, digerendo, nelle
orazioni, le amarezze fisiche e morali di cui era stata piena la sua
giornata: ma asservita come era, il suo giogo le era diventato meno
pesante. Tante altre serve, come lei, erano più bistrattate, dovevano
lavorare di più, erano meno compensate, dovevano obbedire a cinque o sei
persone, esser vittime di tutti i capricci dei padroni, malate,
affamate, sporche!
Era alla metà del quarto mese di servizio, in casa del giudice Camillo
Notargiacomo, che suor Giovanna della Croce, di mattina, mentre spazzava
il salotto, intese bussare alla porta. In generale, era difficilissimo
che qualcuno bussasse, durante tutta la giornata: ma il ragazzo della
trattoria veniva, verso quell'ora, a ritirare la stufa del pranzo, del
giorno prima. Pure, non senza una certa emozione, suor Giovanna della
Croce andò ad aprire la porta: in questi ultimi tempi, le
raccomandazioni del suo padrone, contro coloro che avessero voluto
entrare in casa, si erano fatte più pressanti. In verità, la vecchia
monaca non aprì la porta completamente, ma ne schiuse una metà. E una
voce sonora e dolce, insieme, una dolce e sonora voce femminile, disse:
— Vi è il giudice?
La monaca si vide innanzi un'alta e snella signora, che non poteva avere
oltre i vent'otto anni, vestita con ricercatezza, con un viso bianco e
fresco, dalle linee belle e non mancanti di nobiltà, con certi bei
capelli castani folti e ondulati, una bella signora dalle mani guantate,
dalla fine veletta abbassata sul volto.
— Non vi è, — disse la monaca, scossa, tentando di chiudere la porta.
— Benissimo. Io entro e lo aspetto, — disse nettamente e con la massima
disinvoltura, la signora.
Schiuse la porta con atto tranquillo ma energico, scostò la monaca con
la mano ed entrò in casa, chiudendosi la porta di entrata alle spalle.
Allora la monaca, sconvolta, si pose a balbettare:
— Non dovete entrare.... non dovete.... il giudice non vuole nessuno....
avete capito?
— Io vi sono e vi resto, — disse la bella signora, avviandosi verso il
salotto, sorridendo un poco.
La vecchia suora la seguì, coraggiosamente, prima che ella mettesse
piede sulla soglia del salotto, l'afferrò per un braccio.
— Per amor di Dio.... andatevene.... questa non è casa vostra.... il
giudice non vuole nessuno!
E tirava la signora pel braccio, la tirava verso la porta. Costei si
voltò, diventata freddissima a un tratto: sciolse il suo braccio e si
ravviò la manica di seta, come se suor Giovanna gliel'avesse sciupata.
— Buona donna, — disse la signora, — tu fossi impazzita?
— Io non sono pazza, signora e voi ve ne dovete andare! — gridò la
vecchia suora, in preda a una grande commozione.
— Va là, va là, sta zitta, vecchia matta!
— Questa non è casa vostra. Se non ve ne andate via, io mi metto a
chiamar gente dalla finestra! — strillò la monaca, esasperata.
La giovane signora, lentamente, si accostò alla suora, la fissò negli
occhi, con grande freddezza e le disse:
— Ma tu chi sei?
— Sono la serva: la serva! Ma ho ordini di non far entrare nessuno. Ora
mi metto a strillare, dalla finestra.
— E sai chi sono, io?
— Non lo so. Ve ne dovete andare!
Più ancora si accostò alla vecchia, la bella signora, e con voce calma
ed altera, le dichiarò in viso:
— Io sono la moglie del giudice Camillo Notargiacomo. Io sono sua moglie
e sto in casa mia. Esci fuori, tu.
Esterrefatta, tremante, suor Giovanna della Croce guardava la signora,
muta. Costei, a sua volta, prese per il braccio la povera vecchia e,
aprendo la porta di entrata, la mise fuori.
— Questa è casa mia. Vattene. Via, via!
Alle cinque del pomeriggio, suor Giovanna della Croce aspettò il giudice
Camillo Notargiacomo, sul pianerottolo del primo piano, innanzi alla
propria porta. Costui, a vederla colà, in quel luogo insolito, a
quell'ora, si arrestò e si mise a tremare, come tremava la vecchia.
— Di' la verità.... di' la verità? — gridò il magistrato, dandole del
_tu_, per la prima volta. — Vi è qualcuno, sopra?
— .... Sì, vi è qualcuno, — balbettò la infelice monaca.
— Una donna? Una signora?
— Sì, una donna, una signora, — replicò quell'altra, così smarrita, da
non trovar altre parole.
— E l'hai fatta entrare! L'hai fatta entrare! — gridò lui, con tono più
desolato che collerico.
— È entrata da sè. È entrata e mi ha cacciata. Ha detto che era vostra
moglie.
Ed ella guardava il pover'uomo, infelice, misero, oramai, come lei; lo
guardava, piena di strazio e di pietà.
— È vero, — disse il misero, il povero, l'infelicissimo uomo, a capo
basso.
*
In quel pesante pomeriggio del cadente luglio, suor Giovanna della Croce
tornava, lentissimamente, a piedi, dall'Ufficio dei Beneficii Vacanti,
dove era stata a prendere la sua pensione mensile. La strada, non breve,
doveva averla molto stancata, poichè la monaca trascinava il passo, come
mai: la erta via e poi gli alti scalini della Via Settedolori le avevano
tolto il fiato, completamente: ella dovette appoggiarsi al muro, per
qualche minuto, prima di penetrare nel Vico Rosario Portamedina.
Ordinariamente, quando camminava nella strada, non si guardava mai
attorno, non dava retta alle parole dei monelli che ora la canzonavano,
chiamandola _zi monaca, zi monaca_, che ora le chiedevano seriamente i
numeri del lotto; crollando il capo a qualche esclamazione pia di
femminuccia che si raccomandava alle sue preghiere; ma, in quella
soffocante giornata di piena estate, suor Giovanna della Croce sembrava
anche più distratta, anche più raccolta in sè: e andava curva, più
dell'usato: e con gesto abituale la mano destra stringeva i grani del
lungo rosario che le pendeva dalla cintura, li stringeva, con una mano
quasi contratta da un'emozione interiore. Così pensosa, così assorta,
suor Giovanna della Croce non si accorse di tre o quattro gruppi di
persone che stazionavano innanzi al palazzotto, numero quarantadue, del
Vico Rosario Portamedina: non si avvide di gente fermata, che parlottava
vivamente nell'andito del palazzotto e nè di alcuni che salivano e
scendevano. Veramente, a capo chino, a spalle curve, reggendosi alla
ringhiera di ferro delle scale, la monaca era salita, a stento, a quel
primo piano, ove ella abitava ancora, insieme con donna Costanza de
Dominicis: ella dovette sostare, reggendosi allo stipite della porta,
come se le mancasse ogni forza, mentre toccava lievemente il campanello.
La bruttissima faccia di donna Costanza, dove brillavano due occhi pieni
di una divina bontà, quando ella venne ad aprire, era stravolta: la sua
chioma stirata e lucente di contadina civilizzata, era tutt'arruffata:
le sue labbra larghe e violacee erano gonfie, come di singhiozzi già
scoppiati e da scoppiare: il suo fazzoletto da collo era tutto
spiegazzato. E a malgrado la sua distrazione in un grande pensiero o in
una grande cura, suor Giovanna della Croce si accorse di quell'aspetto
nuovo e strano. Donna Costanza era una donna coraggiosa e allegra:
qualche volta andava in collera, ma triste non era mai. Le due donne si
guardarono in faccia, in quella nuda saletta di entrata, senza scambiare
una sola parola. E mentre donna Costanza si avviava verso la stanzetta
che serviva da salotto, da camera da pranzo, da dispensa, suor Giovanna
della Croce, invece di ritirarsi nella sua camera, la seguì. Senza
parlare, si sedettero una da un lato, l'altra dall'altro lato della
tavola, su cui era disteso un vecchio tappeto di lana: senza parlare, si
guardarono nuovamente in volto, e ognuna lesse nel volto dell'altra un
dolore vivo e sincero, uno schietto dolore che non temeva più la folla
della via, l'irrisione degli estranei, degl'indifferenti: e ognuna si
sentì, per sè, per l'altra, triste sino alla morte.
— Che è stato? — fu la prima a rompere il grave e dolente silenzio, suor
Giovanna della Croce.
— Oh guai, grossi guai, sorella mia! — esclamò desolatamente la
salernitana, mordendosi le grasse labbra violacee, per non rompere in
lacrime.
— Che guai, che guai? Voi state bene? Errico sta bene?
— Sì, sì, sta bene, povero bel figlio mio, sta bene, ma non è questo,
non è questo, _zi monaca mia_, il guaio che ci è capitato!
— Un grande guaio? — chiese, esitando, molto pallida, suor Giovanna
della Croce.
— Grande, grande! Una cosa, Signore, Signore, che non ce la meritavamo,
Errico e io, poveretti, che abbiamo lavorato e stentato, per tanti anni;
non ce la meritavamo, suor Giovanna, con le privazioni e le cattive
giornate, per cui siamo passati! — e la salernitana, ruvida nel suo
dolore, si torse le braccia come per infrangersele.
— Un po' di pazienza, un po' di pazienza, donna Costanza mia, —
soggiunse suor Giovanna della Croce, sempre con la sua voce incerta e un
po' flebile, — e sopporterete meglio questa tristezza. Ditemi che è.
Io.... io sono una povera monaca.... così povera, che nessuno più....
ma, forse, una parola, potrò dirla per consolarvi....
— Ah! che voi non potete nulla, cara _zi monaca mia_, nè voi nè le
vostre sante parole! Dio se ne è scordato, di noi, nel cielo: dorme,
dorme, il Padre Eterno!...
— Zitto, per carità! — trovò forza di gridare suor Giovanna della Croce
innanzi a quella bestemmia. — Non dite questo, che è peggio! È peggio!
Scampate l'anima, almeno!
— Ah, sorella mia, sorella mia! — gridò donna Costanza, dando in un
impetuoso scoppio di pianto.
Era un pianto ardente, rude, che scuoteva tutta quella complessione di
donna avvezza alle pesanti fatiche, ai diuturni sacrificii, alle
abnegazioni fisiche e morali: erano lacrime roventi sull'orrendo viso
sconvolto dallo spasimo. Suor Giovanna della Croce si era fatta anche
più smorta, nello scarno volto oramai solcato da mille rughe: e
lasciando piangere donna Costanza, comprendendo che quello sfogo era
necessario, era salutare, aveva, due o tre volte, con fervore, baciato
il Crocifisso sospeso al suo rosario.
— Ditemi che è, donna Costanza, — soggiunse, come la vide più calma.
— Una rovina, _zi monaca_, una vera rovina! Sapete che Errico mio si
doveva laureare in medicina, questo anno, e avrebbe subito fatto un
esame per medico condotto in qualche paese, qua dintorno, e ce ne
saremmo andati via, insieme, col mio bel figliuolo, infine dottore, a
guadagnare lui la sua vita e la mia, io a servirlo sempre....
— Ebbene?
— Errico, stamane, è stato riprovato in due materie: le due ultime, le
più importanti.
— Vuol dire che non gli danno più la laurea?
— Non gliela hanno data. Lo hanno riprovato! Capite, mio figlio che
studiava nove e dieci ore al giorno, poveretto, che si alzava di notte
per perdere la testa sui libri, e io che mi levavo per fargli un po' di
caffè, e che mi sentivo stringere il cuore a vederlo patire: riprovato,
un giovanotto simile, così bravo, così buono, capace d'insegnar la
medicina a mille studenti e a mille professori: riprovato, riprovato in
due materie!
— Ma come è stato? — domandò, confusa, triste, suor Giovanna della
Croce.
— Ingiustizie, ingiustizie! Due assassini di professori, due bestie
infami, due carnefici stupidi, _zi monaca_ mia! Ah è una cosa da morire,
da morire!
— Non vi è rimedio, è vero? — soggiunse timidamente, tristemente la
monaca.
— Che rimedio! Che rimedio! La _borsa_ finisce con questo mese di luglio
e a un riprovato, come il mio povero Errico, chi darà più niente? Come
aspetteremo un altro anno? Di che vivremo? Come pagheremo la casa, come
mangeremo?
Convulsamente suor Giovanna della Croce strinse le mani sul petto, come
se vi avesse ricevuta una ferita.
— Un anno, un anno ancora, capite, suor Giovanna, poichè a novembre è
impossibile riparare! Il mio ragazzo è disperato; stamane, quando è
entrato in casa, grande, forte, come è, mi è svenuto fra le braccia. O
figlio mio, ti hanno ammazzato! Un anno! Che sarà di noi?
— Che sarà di noi? — mormorò macchinalmente la monaca.
— Tutte le mie speranze erano in questa laurea di questo figlio, e
faticavo e mi spezzavo le gambe e le braccia, suor Giovanna, per
sostenerlo, per aiutarlo, per servirlo. È stato inutile, tutto è stato
inutile! Quei due boia, dell'Università, hanno ucciso me e lui.
— Non parlate così; siate buona. Dio vede e provvede, — mormorò, sempre
con quella sua voce incolore, monotona, la monaca.
— Dio dice: aiutati che ti aiuterò. Che possiamo fare più, per aiutarci?
Siamo morti, suor Giovanna mia!
— Beati loro, i morti in grazia di Dio! — soggiunse, con un profondo
sospiro, la monaca. — E dove è, ora, vostro figlio?
— È sul suo letto, povero ragazzo mio. Ho mandato a chiamare un dottore,
io, quando l'ho visto svenuto: era nel cortile, per fortuna, questo
medico, venuto per le altre disgrazie del palazzo. E gli ha dato del
_cognac_, in una tazza di camomilla. Abbiamo pianto insieme, Errico mio
ed io, abbracciati. Io l'ho cullato, _zi monaca_, come quando era
piccolo piccolo e lo tenevo, in collo, nelle fasce, e non voleva
dormire, la notte. L'ho cullato un'altra volta, a ventiquattro anni,
come se avesse pochi mesi, e mi si è addormentato addosso, dopo tanto
spasimo, e l'ho posato piano piano sul suo guanciale, come se fosse una
creaturina. Ah che pena, qui, qui, nell'anima, per questo figlio!
Tacquero. Si guardarono in viso, di nuovo, entrambe tristi sino alla
morte.
— Quando cercavo il medico, dalle scale è venuta in casa Concetta
Guadagno, — riprese donna Costanza de Dominicis, che aveva bisogno di
espandere la sua straziante cura. — È venuta, perchè passava innanzi
alla porta e voleva salutarmi così, prima di andarsene e voleva salutare
anche voi....
— Salutare, perchè? — disse suor Giovanna della Croce che al nome di
Concetta Guadagno, aveva abbassato gli occhi.
— Andava via.
— Via, dove?
— Non so: non lo sapeva ella stessa.
— Andava via, per ritornare? Partiva per un viaggio?
— No. Non torna più. Non la vedremo più, forse.
— Ha lasciato la casa, di estate?
— Non l'ha lasciata lei, poveretta. Gliel'hanno fatta lasciare. Sa
Iddio, se se ne voleva andare! Ma ha dovuto farlo. I mobili erano già
stati ritirati dal quartino ed ella doveva consegnarne la chiave a
mezzogiorno.
— Ma dunque, il suo.... il suo sposo, — esclamò dopo una pausa di
esitazione, la monaca, — è morto?
— No, non è morto. Sta benone. Si marita, con una ragazza onesta, a
Roma. Ha abbandonato Concetta Guadagno.
— Oh disgraziata! — gridò suor Giovanna della Croce, congiungendo le
mani.
— Disgraziatissima! Non era cattiva. Se l'aveste veduta, suor Giovanna,
quando scendeva le scale a malincuore, voltandosi indietro: quando si è
fermata innanzi alla mia porta, per dirmi _addio_, pareva un fantasma.
Ah se non avessi avuto quel figlio, in quello stato, avrei cercato di
consolarla un poco.
— Non le avete detto niente? — chiese, con voce fioca, la monaca.
— Che le potevo dire? Per me, Errico è tutto: non capivo più nulla, in
quel minuto. Mi ha fatto pietà, misera giovane, con quel suo viso
bianco. Vi ha mandato a salutare....
— .... io non vi ero.
— Non vi eravate. Mi ha detto che preghiate un poco, per lei: alla
Madonna dei Dolori vuole che la raccomandiate.
— La raccomanderò. Che ne sarà di lei?
— Eh! — disse donna Costanza, stringendosi nelle spalle, rudemente. —
Tornerà come prima....
— Vergine Santa, scampatela! — esclamò la monaca, nascondendosi il viso
fra le mani.
Donna Costanza si levò dalla sedia e andò nell'altra stanza a vedere se
il suo figlio dormisse. Tornò, dopo qualche minuto.
— Dorme, ma sospira, si agita nel sonno. O che mi hanno fatto, di questo
figlio, quelle due belve dell'Università! Che sarà mai di questa povera
madre e del suo ragazzo, suor Giovanna? E se mi si ammala? Poco fa, nel
sonno, diceva delle parole sconnesse.... mi ha fatto paura.....
— Come donna Maria Laterza, — rispose suor Giovanna della Croce. — Poi,
le passò subito. Queste cose passano.
— Non le è passato, — soggiunse tetramente, donna Costanza de Dominicis.
— Anzi, le è ritornato....
— Che cosa?
— Il delirio, a donna Maria Laterza.
— Se è stata bene, dopo?
— Pareva che stesse bene, pareva! Ma non l'avete mai incontrata, così
pallida, così debole, con quelle mani magre magre e sempre fredde, come
diceva la nutrice del suo bimbo!
— L'ho incontrata. Ma non sembrava che dovesse ricadere malata.
— Non è ricaduta: non si è guarita, mai: è stata sempre malata.
— Col delirio!
— Ogni tanto, specialmente di notte, il delirio le ritornava. Poi, le
passava. Il marito, spaventato, non ne diceva nulla a nessuno. Poi,
questo delirio è venuto anche di giorno....
— Oh Gesù, Gesù! — soggiunse suor Giovanna, curvando anche più la testa
sul petto.
— E infine, donna Maria Laterza è impazzita, mi ha detto il medico
venuto per lo svenimento di Errico.
— Impazzita?
— Sì. Alle donne che sgravano, talvolta, questo succede. Una mia amica,
a Salerno, pure è impazzita così. Donna Maria Laterza pensa di esser una
madre solinga e di aver suo figlio, Vittorio, per mare, in un mare in
tempesta: pensa che egli chiama aiuto e che lei non può levarsi, perchè
è morta....
— Come quella notte, come quella notte!
— L'hanno portata via, ieri sera, in gran segreto. Don Gaetano Laterza
piangeva. Ella non è al manicomio: è in casa di pazzi, privata, ove un
medico la cura, pagando bene....
— E può guarire?
— Forse, dicono. L'amica mia guarì tre volte, ma ridiventò pazza. Donna
Maria era una buona signora....
— Sì: era buona.
Un lugubre silenzio regnò fra le due donne. La monaca pareva oppressa,
accasciata, piegata in due, verso la tavola: la salernitana si teneva la
testa fra le mani, almanaccando dolorosamente sul proprio destino.
— Ah, suora mia, non ho mai mancato di coraggio, ma ora sono per terra.
Quel figlio, quel figlio! Come gli darò da mangiare, io, per un anno? E
se egli volesse lavorare, dove trovar lavoro e come farlo, quando deve
studiare? Sentite, sentite, sono stata troppo ambiziosa, ho peccato di
superbia, dovevo rimanere con mio figlio in paese, fargli fare il
contadino, con quel pochissimo di roba che avevamo! Ho voluto farne un
medico, un signore, ecco quel che mi è successo, Dio mio, che faremo
mai? In questo grande paese, dove non vi è lavoro per nessuno, come
vivremo?
Un singulto ruppe la voce di suor Giovanna, uno di quei singulti senza
lacrime, dei vecchi.
— Ah se non avessi Errico, suor Giovanna, io farei come ha fatto il
giudice Notargiacomo, al quarto piano.... non ne posso più di patire,
come lui.
— Che ha fatto?
— Si è ucciso. Si è buttato dal quarto piano, nel vico dello Splendore,
stamattina.
— Ah! — gridò la suora, come se svenisse.
— Non ne poteva più, pare, con quella moglie. Essa era una birbante, una
pessima donna, che lo copriva di vergogna, gli toglieva i denari, gli
toglieva tutto, ed egli, così cattivo in Tribunale, non sapeva resistere
a lei. Tre volte è fuggita; tre volte è tornata. Alla terza, il giudice
non ha avuto la forza di vivere, con lei; vi è stato due mesi, soffrendo
mille morti; stamane, all'alba, si è buttato dalla finestra.
— È morto?
— Sul colpo, sembra. Ma non se ne sono accorti, che due ore dopo: egli è
caduto nel giardino dello Splendore. La moglie dormiva profondamente e
non ha udito nulla. È ancora lì, non l'hanno tolto: ma io non ho avuto
il coraggio di mettermi alla finestra.
— Non uno è scampato, non uno, in questo palazzo! — balbettò, sgomenta,
suor Giovanna della Croce.
— Non uno! Ah, che il mio Errico non aveva fatto nulla di male, per
essere così punito, e io, io che non ho avuto bene, per lui? Questa
ragazza, di sopra, Concettina Guadagno, non voleva salvarsi, forse, non
viveva del pentimento dei suoi antichi peccati? E la povera donna Maria
Laterza, così tenera, così cara, che non vedrà più nè suo marito, nè il
suo bimbo, che aveva fatto, se non maritarsi, se non vivere come Dio
comanda? E quello sventurato che si è ucciso, al quarto piano, non era
un galantuomo, un magistrato? Ah _zi monaca_, suor Giovanna della Croce,
la religione è una bella cosa, è una grande cosa, ma il Signore ci ha
troppo castigati!
— Dio sa quello che fa, — mormorò la monaca.
— Ah voi parlate così, perchè siete monaca; perchè non avete mai nè
voluto bene a nessuno, nè desiderato niente; perchè non vi siete
maritata e perchè non avete avuto figli; perchè non avete sofferto nella
carne e nel cuore, _zi monaca_, perciò parlate!
— Forse, — soggiunse suor Giovanna della Croce, umilmente, — forse! Ma
Dio sa!
— Dite questo, perchè il Signore vi ha risparmiata, in mezzo a tante
disgrazie, — esclamò duramente la salernitana.
— No, non mi ha risparmiata, — la monaca rispose, levando la testa,
mostrando un viso scialbo e triste sino alla morte. — Anche io ho
portato una triste notizia a casa.
— E che notizia? — replicò l'altra, scossa, cominciando a intendere.
— Non importa, non importa, — soggiunse suor Giovanna.
— Dite che è, ditelo! Non vi ho detto tutto, io? Voglio sapere.
— Non è nè una morte, nè una malattia, nè un abbandono, nè il ritardo di
un anno, donna Costanza.
— Ma dite, che è, infine!
La monaca si passò la mano sugli occhi. Poi, riprese:
— Mi hanno comunicato.... all'Ufficio della mia pensione, che essa era
ridotta.... — balbettò la suora.
— Ridotta?
— Sì, ridotta, per economia, — continuò senza levare la voce, la suora.
— E a quanto?
— Da quarantuna lire a ventisette lire il mese, — disse, semplicemente,
suor Giovanna della Croce.
— Ventisette lire?
— Venticinque e mezzo, con la ritenuta.
— Ma voi siete all'elemosina, suor Giovanna della Croce! — gridò la
salernitana, rabbrividendo.
— Sono all'elemosina, — soggiunse la monaca, aprendo le braccia,
desolatamente.
Un più profondo silenzio. Si guardarono e stette, fra loro, un dolore
forte come la morte.
IV.