Spossata, esausta da una spaventosa emorragia, dopo un parto

travagliosissimo, giaceva lungo distesa, con un sol cuscino sotto il

capo, con le ginocchia sollevate, a impedire anche meccanicamente, in

quella posizione, che una novella emorragia, certamente mortale,

sopravvenisse. La puerpera era la signora Maria Laterza, abitante al

terzo piano di quel palazzo, nel Vico Rosario Portamedina: al secondo

piano abitava sempre Concettina Guadagno e al primo donna Costanza de

Dominicis con suor Giovanna della Croce. Era una donnina magra e fine,

Maria Laterza; con un gran mucchio di capelli castani che pareva le

tirassero la pelle dal volto e la estenuassero, una donnina di

trentaquattro anni, moglie di un impiegato al Banco di Napoli, non

poveri, quei due, non ricchi, ma che si sapevano regolar bene sulle

duecentottanta lire che riunivano, da un po' di dote della moglie e

dallo stipendio del marito. Fortunatamente, per dieci anni di

matrimonio, non avevano avuto figliuoli, e con la gracilità della salute

di Maria Laterza, con i loro modici mezzi, avevano finito per esser

contenti di questa mancanza di prole. Anzi, facevano anche qualche

piccola economia, essendo in due, con una servetta che aiutava alla

cucina la signora. A un tratto, Maria Laterza, in preda a uno sgomento

invincibile, si era accorta di essere incinta: e tutto il tempo della

gravidanza era passato fra atroci sofferenze fisiche, per tutte le paure

della morte che colpiscono le gestanti, per le paure di tutte le

complicazioni finanziarie che sarebbero derivate dalla nascita di questo

figlio non invocato, non aspettato. La tenue creatura aveva sofferto due

giorni interi nel parto di un piccolo neonato, gracile, fine, con una

finissima e abbondante capellatura castana, come quella della madre:

nelle ultime ore, ella pareva che morisse. E una perdita di sangue

enorme era succeduta al parto. Maria Laterza non era stata salvata che

dal coraggio e dalla freddezza d'animo del chirurgo che l'assisteva,

mentre il povero marito, in piedi da due giorni, disfatto, stralunato,

batteva i denti dal terrore ed era inetto a qualunque aiuto. Nel

frattempo era giunta una balia, poichè mai Maria Laterza avrebbe potuto

nutrire la sua creatura, anche se avesse avuto un parto felice: e si era

installata nella stanza seguente, facendosi servire a bacchetta dalla

piccola serva sbalordita. Il chirurgo aveva dichiarato che per tutto il

puerperio, almeno per venti giorni, la malata aveva bisogno di una

infermiera, di una monaca, ogni atto dell'inferma doveva esser

sorvegliato, un nulla la poteva gittare di nuovo alla morte, il pericolo

di una novella emoraggia non era escluso. Il povero marito che vedeva

già tutto il disastro finanziario di quella malattia, aveva subito

pensato, poichè vi era una monaca nel palazzo e poichè si sapeva che era

poverissima, che costei, che suor Giovanna della Croce si sarebbe

contentata di un paio di lire al giorno, anche vegliando la notte: le

avrebbero dato anche il pranzo. Le altre monache, le vere infermiere,

chiedono cinque, sei, e persino otto lire al giorno. La vecchia monaca,

a quella chiamata, restò confusa, incerta: non aveva mai assistito

malati, non avrebbe resistito a non dormire, la notte, forse: e poi, una

puerpera, ciò la metteva in imbarazzo, le dava un senso di pudore

offeso, tutto il vecchio pudore di chi ha tolto, dalla sua vita, il

sentimento dell'amore, l'idea del matrimonio, l'istinto della

procreazione. Bisognò che, al solito, donna Costanza de Dominicis la

sermoneggiasse, le dicesse che, fra gli obblighi di carità cristiana e

di consolazione temporale, vi era pur quello di visitare e assistere gli

infermi: che essa era da vario tempo nel mondo e che queste fisime di

monaca se le doveva levare di testa, se voleva riunir qualche soldo, per

farsi una tunica nera, un mantello nero, due bende bianche, due goletti

bianchi. Senza volontà, abituata all'obbedienza, vinta oramai dal

bisogno, piegata, oramai, malgrado la grande età, al lavoro servile,

suor Giovanna della Croce andò rassegnatamente ad assistere Maria

Laterza, al suo quarto giorno di puerperio. E quel povero volto magro di

donnina minuta, leggiadra, estenuato dall'anemia, cereo sul guanciale,

quel corpo immobile e costretto alla immobilità, ma così sottile come se

non esistesse, sotto le coltri, quelle due mani più bianche del lenzuolo

su cui si appoggiavano, inerti, con le dita allargate, con le unghie

leggermente violette, tutto ciò commosse talmente il povero vecchio

cuore pietoso della monaca, che ella si diede tutta quanta a quel dovere

di carità, che non aveva mai compito.

— Come è disgustosa, quest'acqua, — mormorò la voce fiochissima di Maria

Laterza.

— Il chirurgo ha detto che non potete bere acqua cruda, — rispose la

monaca, china sul letto. — Volete qualche altra cosa?

— Sì, voglio che vi sediate più vicino a me.

Suor Giovanna della Croce trasportò il suo seggiolone proprio accanto al

letto, presso al capezzale dell'inferma. Quella fece un piccolissimo

atto della testa, per dire che andava bene. Un lungo periodo di silenzio

susseguì. Un orologio sovra una tavoletta fece udire un ronzìo, poi

scoccò cristallinamente le nove.

— Che fa il mio piccino? — chiese la malata riaprendo gli occhi,

fissando la lampada da notte che ardeva innanzi a una immagine della

Madonna di Pompei.

— Poc'anzi dormiva nella culla. Debbo andare a vedere? — chiese

premurosamente la monaca.

La puerpera annuì con un abbassamento di palpebre. Era così stremata di

forze, che pronunziava il minor numero di parole possibili. Dopo pochi

minuti la vecchia suora ritornò, si appressò al letto.

— Si è svegliato or ora: succhia.

— Succhia bene? — chiese con un po' d'autorità la madre.

— Pian piano, succhia, — mormorò suor Giovanna della Croce, con un

tremito di emozione nella voce.

— È debole, poverino.

— Non pare, debole.

— Che ne sapete voi, sorella mia? Voi siete monaca.

Seguì un silenzio.

— E Gaetano che fa? — riprese la malata, sempre un po' inquieta.

— Vostro marito ha trasportato le sue carte di ufficio nella stanza da

pranzo.

— Poveretto, poveretto! — mormorò Maria Laterza, agitandosi.

— Calmatevi, calmatevi, sorella mia: non dovete parlare tanto, non

dovete muovervi tanto.

La malata s'immobilizzò, chiuse gli occhi: ma la sua fine e gentile

fisonomia restò turbata da un'espressione penosa. Parve che si

addormentasse, giacchè non si mosse per un'ora, con un respiro

leggerissimo, ma regolare.

Anche suor Giovanna della Croce aveva un po' di sonno, malgrado avesse

preso una forte tazza di caffè per tenersi sveglia. Per non lasciarsi

vincere dalla stanchezza e da quel torpore, cercava di rammentarsi tutte

le orazioni che conosceva, specie quelle alle anime del Purgatorio, che

sono proteggitrici tenere di tutte le persone malate. Sonnecchiava,

quando la malata la chiamò sottovoce: suor Giovanna si riscosse subito,

già avvezza, da due notti, a quel dormiveglia, in cui il pensiero della

vigilanza non lascia mai addormentare completamente.

— Sorella mia?

— Che volete?

— Toccatemi le mani e la fronte.

Suor Giovanna le toccò la fronte: era fredda, con lievissime pulsazioni

alle tempia. Le mani erano freddissime, ghiacciate. Glielo disse.

— Volevo sapere se avessi la febbre, — susurrò la malata stranamente.

— Impossibile, sorella mia. Temo, anzi, che siate troppo debole.

— Non ho la febbre?

— Ma che!

— Credevo di aver la febbre, — si ostinò a dire l'inferma.

Poi, tacque, chiuso gli occhi di nuovo, si riaddormentò. Il marito della

malata venne più tardi, in punta di piedi, a vedere che facesse.

— Dorme? — chiese, con una voce che pareva un soffio.

— Dorme.

— Io vorrei andare a letto, muoio di stanchezza e di tristezza. Se vi è

qualche novità mi chiamate subito, n'è vero, _zi monaca_?

— Non dubitate.

— Il bambino riposa quietamente. Dio lo benedica: e mi conservi sua

madre!

— Così sia, — rispose piamente la suora.

Gaetano Laterza si allontanò. Era quasi mezzanotte. Sempre con quel

respiro piccolo, breve, ma eguale, la inferma, supina, con un viso

assottigliato e ancor bello, dormiva. Lentamente, suor Giovanna della

Croce, dopo aver riordinato, in silenzio, a passi cautissimi, la camera,

era tornata al suo seggiolone; lentamente le sue labbra e la sua mente

avevano finito di ripetere le sue giaculatorie; la stanchezza grande la

vinse, l'addormentò come un piombo, con un respiro un po' pesante, un

po' ansante, di vecchia.

Uno stridìo della lampada da notte, lo stridìo particolare che, nel

convento di suor Orsola Benincasa, nel tempo dei tempi, l'aveva sempre

svegliata, la destò di soprassalto. Con un batticuore, ebbe un momento

crudele d'illusione: si credette ancora nella sua alta cella, sul colle,

dove aveva passato trentacinque anni a servire il Signore, dove aveva

sperato di vivere e di morire, Iddio servendo, serbando la fede e il

rito: un minuto intenso d'illusione che precipitò subito, dinanzi alla

verità, in quella realtà di una stanza di malata, di puerpera esausta,

che un nuovo assalto del male poteva far morire, accanto a un'altra

stanza dove dormiva, nella breve culla, il piccolo, fine neonato. Con

passo vacillante, caduta nella realtà della sua opera servile, in un

ambiente profano, dove tutte le ragioni fisiche della vita, del sesso,

della generazione trionfavano, suor Giovanna della Croce andò a versare

dell'olio nella lampada languente, il cui lucignolo fumicava. Così,

nella notte, lassù! Tutto era scomparso, finito per sempre, da tempo.

Forse, neppure lei era più la medesima suor Giovanna della Croce, sotto

il profondo mutamento delle cose. Quando ritornò accanto al letto, si

accorse che erano già le tre e che Maria Laterza la guardava con un par

d'occhi spalancati e vivaci, mentre tutto il giorno li aveva tenuti

languidi e socchiusi, o chiusi addirittura.

— Avete dormito bene? — le domandò, china sul letto.

— Non ho dormito, — rispose con voce singolarmente forte, la malata.

Eppure, suor Giovanna della Croce l'aveva vista riposare quietamente, a

lungo!

— Ho pensato, sorella mia. Ho pensato molto.

Il tono della voce era così alto, che la monaca si spaventò.

— Non parlate così. Vi stancate. Tacete. Cercate di dormire di nuovo. Il

sonno vi guarisce.

— Il sonno mi uccide. Nel sonno posso morire senza che voi ve ne

accorgiate, suor Giovanna della Croce. Quando dormo, ricordatevelo, voi

dovete scuotermi, chiamarmi sempre, perchè io non me ne muoia.

— Sì, sì, ma tacete, — disse la monaca, cercando di tenerla ferma sul

letto, ove si muoveva sempre. La fronte e le mani della inferma erano

sempre più fredde.

Quella obbedì per un poco. Ma non si riaddormentò, non richiuse gli

occhi.

— Ho pensato una grande cosa, suor Giovanna mia, — le disse, prendendole

una mano, stringendola, obbligando la monaca a curvarsi sul letto.

— Che cosa?

— Voglio mettere il mio figliuolo in marina.

— Ah! — esclamò la monaca, trasognata.

— Sì, in marina. Il mio Vittorio, così si deve battezzare domani, col

nome di Vittorio, perchè ha vinto la morte per lui e per me, — deve

partire, per lunghi viaggi. Io piangerò molto quando andrà via; e sarò

tutta tremante quando udrò il vento fischiare per le vie venendo dal

mare e quando il mare inonderà la banchina di via Caracciolo, nei giorni

di tempesta; e lo raccomanderò a Maria, stella dei naviganti, _Ave Maris

stella_. E che gioia, _zi monaca_ mia, quando egli ritornerà sano,

salvo, bello, come un angelo, bello e forse come un eroe....

— Non parlate tanto, — mormorò la suora, tenuta ferma dalla mano della

malata, immobilizzata, curva sul letto.

— Io farò altri figli, vedrete! Ora, ho cominciato, non finirò più di

fare figli. Ogni volta, ogni volta tutto il mio povero sangue se ne

andrà via, appresso ai figli: ma la Madonna di Pompei mi salverà, il

chirurgo mi scamperà, voi mi assisterete e io guarirò. È vero, che mi

assisterete? Non mi dovete abbandonare, con tutti questi altri figli che

io debbo fare!

— Ma non parlate tanto, per amor di Dio!

— Perchè vi spaventate? Io sto benissimo. Non lo vedete, come sto

benissimo? Andate a dirlo a Vittorio, al mio piccino.

— Dorme, il poverino: e non capirebbe ancora.

— Un ufficiale di marina capisce tutto, mia cara suor Giovanna. Voi

siete monaca e non le comprendete certe cose. Del resto, sto benone.

Volete andar a dirlo a mio marito Gaetano?

— Anch'esso dorme, poveretto: era così stanco!

— Lo so, lo so, lo so. Ha scritto il romanzo, tutta la sera, lo so, l'ho

visto di qua. Credete che sieno conti, quelli del Banco di Napoli,

quelli che fa? No. È un romanzo, un bel romanzo, triste, triste, così

triste, mia sorella!

— Non parlate, non parlate, vi volete rovinare.

— Sto proprio bene, suor Giovanna, e vi debbo dire tutto. Sapete che è

quel romanzo? Quella storia così triste, che scrive il mio caro Gaetano?

È la storia del nostro amore, tutta la nostra storia. Ora io ve la

racconto....

— No, no, non la voglio udire, dovete tacere, fatelo per amore di quella

Vergine!

— Lodata sia, la Vergine! Non la volete udire, la nostra storia? Vi

vergognate di ascoltare una storia di amore? Non avete mai amato, voi,

sorella mia? Non rispondete? Anche voi avete amato, e la vostra storia è

stata, forse, più triste della mia.

— Vi farete venire un gran male, se continuate a parlare così presto,

così forte. Volete ammalarvi gravemente, di nuovo, volete morire, forse?

— disse la suora, angosciosamente, non sapendo come far tacere la

inferma, non potendo ritrarre la sua mano da quella gelida piccola

morsa, che era una gelida piccola mano.

— Io morrò, — soggiunse quietamente l'inferma.

— Che dite?

— Dico che morrò, — replicò quella, guardando la monaca con occhi

vividissimi.

— Quando Dio vorrà, non ora, speriamo, per il bimbo, per vostro marito.

— Morrò. Così finirà la triste istoria, quel romanzo, sapete, di

Gaetano. Con la mia morte, finirà. Il pover'uomo non lo sa. Ma lo so,

io. Crede di scrivere una storia assai, assai triste, ma con un lieto

fine. Ma io morrò, è certo.

— Chi vi dice queste cose? Perchè le pensate? Calmatevi, tacete!

— Me le ha dette mio figlio Vittorio.

— Vostro figlio?

— Sì, mio figlio, l'ufficiale. È venuto poco fa, piccolo, piccolo,

vicino al mio letto, e mi ha steso le manine, e una di esse ha toccato

il mio viso. Ah, che ho sentito, quando quella mano di bimbo, di

neonato, ha toccato la mia faccia! Voi non siete madre, non sarete mai

madre, non potete intendere. E mi guardava, mi guardava, con certi occhi

così dolenti, questo mio bambino, che io ho subito compreso che egli

vedeva la sua madre morta.

— Se non tacete, vado a svegliare vostro marito, — esclamò la povera

vecchia monaca, disperata.

— Non chiamate nessuno. Datemi dell'etere.... dell'etere, subito....

Emesso un profondo sospiro, Maria Laterza svenne. Albeggiava. E solo

allora suor Giovanna della Croce, tremando di terrore, comprese che la

malata aveva delirato tutta la notte, senza febbre, gelide le mani e la

fronte.

*

Il giudice Camillo Notargiacomo, colui che occupava il quarto piano, nel

palazzotto di Vico Rosario a Portamedina, proprio in alto, mentre al

primo vi era donna Costanza de Dominicis e suor Giovanna della Croce, al

secondo Concetta Guadagno e al terzo Maria e Gaetano Laterza, il

taciturno e austero giudice di tribunale, aveva accettato di prendere al

suo servizio la monaca, vivamente raccomandatagli da donna Costanza. Il

puerperio di Maria Laterza era finito, da un paio di mesi; la gracile

donnina si era levata, pallidissima, debolissima, con certi occhi dolci

e stralunati, sempre rabbrividendo dal freddo, avvolta nei suoi

scialletti di lana, facendo strillare il suo piccino, quando lo

carezzava lievemente con le sue dita gelide: e suor Giovanna della Croce

era stata licenziata bonariamente, con un pagamento di ventisei lire,

giusto tredici giorni di assistenza. La suora non aveva potuto

realizzare il suo desiderio tormentoso, cioè di avere una tonaca nuova e

un mantello nuovo: anche a comperarli di una lanetta nera molto

inferiore, erano così larghi, così ampi, la tonaca e il mantello, che ce

ne volevano molti metri, almeno da quaranta a cinquanta lire di stoffa,

più la fodera della tonaca e la manifattura. Impossibile, dunque: e il

cruccio segreto più acuto lacerò l'animo pio della povera monaca, che

vedeva riescire vana ogni sua servile fatica, ogni sua umiliazione

morale e materiale, per poter riprendere i segni del chiostro. Potette,

solo, ahimè, rifarsi la fascia pel capo e pel collo: candide,

candidissime, esse facevano vieppiù risaltare la consunzione dei vecchi

abiti monacali. E di nuovo ammiserita, ridotta a misurare i bocconi, con

le sue trentanove lire, suor Giovanna della Croce piegò le antiche

spalle e salì al servizio del giudice Notargiacomo, al quarto piano.

Costui, anzi, non l'aveva presa, suor Giovanna della Croce, che dopo

molte difficoltà; tre volte, la monaca era discesa dal quarto piano,

lentamente, tristemente, scoraggiata dalla burbanza, dalla diffidenza,

dal tono sospettoso con cui il giudice l'aveva interrogata, e anche

redarguita nelle sue parole.

Questo magistrato faceva una vita molto singolare. Abitava in quel

palazzotto da otto mesi, cioè dal quattro maggio dell'anno prima: viveva

in quel quartino, solo, solissimo. Non riceveva là mai la visita di un

parente, di un amico: il portinaio aveva severissimo ordine di

rispondere, sempre, che il giudice Notargiacomo era uscito o che, stando

in casa, non vedeva nessuno. A cercarlo, ogni tanto, qualcuno veniva: ma

si comprendeva bene, dall'aspetto di quegli uomini, di quelle donne,

dalle loro vesti, dal tono della loro voce, fra il plorante,

l'insistente, il fastidioso, che erano imputati, o parenti, o amici

d'imputati. Costoro erano rigorosamente cacciati dal guardaportone a cui

il giudice Camillo Notargiacomo dava apposta dieci lire il mese, per

tale servizio. I queruli, uomini e donne, andavano ad aspettare il

giudice, poco lontano, all'angolo della via: era inutile, egli aveva un

modo così glaciale e altiero di volger loro le spalle, di non rispondere

nè al saluto nè alle parole, di continuare la sua strada, sino al

portone dove il portinaio li fermava, che costoro restavano, per lo più,

interdetti e confusi, alcuni lamentandosi, altri bestemmiando. Il

giudice riceveva pochissime lettere e un paio di giornali giudiziarii:

le lettere lo turbavano sempre un poco, egli ne guardava la

soprascritta, sempre, con occhi smarriti. Ogni tanto il postino,

sospirando e sbuffando, saliva al quarto piano, nelle ore prime della

mattina; aveva una lettera, con _ricevuta di ritorno_, da consegnare al

giudice Notargiacomo. Costui, ogni volta che questa lettera arrivava, si

agitava tanto, che non ritrovava più nè la penna, nè il calamaio che

aveva davanti: balbettava qualche parola, guardando con gli occhi

stralunati l'indirizzo della lettera di calligrafia sempre identica e a

lui nota, certo; tanto che, un giorno, il postino gli disse:

— Vostra Eccellenza ha il diritto di respingere questa lettera; mi fa

una piccola dichiarazione....

— No.... no.... non posso, — aveva mormorato fiocamente il magistrato.

Il più bizzarro era che il giudice Notargiacomo aveva portato seco, nel

suo quartino solingo, un mobilio di uomo ammogliato. Il suo letto di

legno scolpito, lavoro pretenzioso, era coniugale: così la stanza da

letto aveva due tavolini da notte, un grande armadio a tre specchi, due

alti _sécrétaires_. Il suo salotto non era da celibe, ma da uomo che ha

avuto, un tempo, in casa, una donna, moglie, amante, innamorata,

serva-padrona, una donna, infine, a lui legata: salotto pieno di

mobiletti capricciosi, pieno di ninnoli in chincaglieria, che

contrastavano con l'aspetto triste del silenzioso magistrato. Alto,

scarno, con una testa a pera, calvo, con una corona di capelli castani,

che si brizzolavano, con un viso scialbo e inespressivo e un paio di

mustacchi castani, anche più brizzolati dei suoi pochi capelli, sempre

chiuso in un _thait_ nero, incravattato e inguantato di nero, il giudice

Camillo Notargiacomo era funebre. Era ammogliato? Vedovo? Separato da

una moglie, da un'amante, da una serva-padrona? Non era, forse, quella

casa di aspetto coniugale, il covo singolare di uno scapolo? Egli ci

viveva solo: il grande letto coniugale serviva a lui solo: sovra un

angolo della tavola da pranzo, egli divorava, in perfetto silenzio, un

pranzo venuto da una trattoria poco lontana, un pasto che egli

inghiottiva senza guardarlo; nel salotto, pieno di mensolette, di

tavolinetti, di ritratti nelle cornici, di statuine, egli non si fermava

mai. Nella sua stanza da letto vi era, anche, presso la finestra, una

piccola scrivania femminile, un mobile vezzoso e, sopra, tutti i minuti

oggetti da scrittoio di cui una donna si serve, pei suoi bigliettini,

per le sue lettere amorose: non solo il giudice Notargiacomo non si

sedeva mai a quella piccola scrivania, ma, passandovi varie volte,

innanzi, nella giornata, voltava gli occhi in là!

In complesso, il taciturno e triste magistrato menava la vita di un uomo

avaro, sordido. Si conosceva bene la cifra del suo stipendio e si

sapeva, anche, che aveva qualche proprietà immobiliare, dei titoli di

rendita: la gente, persino, esagerava la sua agiatezza. Tra casa e vitto

egli non giungeva neppure a spendere la metà del suo stipendio, in quel

quartino, con quella trattoria di infimo ordine che gli mandava un cibo

grossolano e disgustoso: non gli si vedeva mai un vestito nuovo, non

prendeva mai una carrozza, non metteva mai piede in un teatro. Persino

con la vecchia monaca, che doveva pulirgli la stanza e gli abiti,

stirare la biancheria e rammendarla, fare tutto il servizio, infine, e

custodire la casa nella sua assenza, persino con suor Giovanna della

Croce egli aveva lesinato sul compenso. Voleva dare dodici lire, non

più: a stento giunse fino a quindici lire, ma rimase inquieto ed

irritato di questa concessione. Nel quartiere, si diceva che il giudice

Camillo Notargiacomo aveva molti, ma molti denari da parte, lo si

dichiarava il più duro fra i taccagni. Qualche parente di delinquente,

anzi, aveva fatto circolare la voce che egli prestasse il denaro a

usura. E nei dialoghi del vicinato, passava, ogni tanto, una di queste

frasi:

— Un giorno o l'altro i ladri scassinano la porta del giudice, legano la

monaca e portano via tutti i denari.

— Una notte o l'altra, i ladri scannano il giudice e si portano via

tutti i denari.

Pareva, pareva che Camillo Notargiacomo temesse qualche cosa di simile!

Rarissime erano le parole che scambiava con la sua persona di servizio,

solo per qualche cosa di necessario; a tavola, mentre ella gli serviva

il pranzo nuotante nel grasso freddo della trattoria, egli apriva un

giornale forense, per non parlare. Ma ogni giorno, quando usciva per

andare al Tribunale, era la stessa raccomandazione costante, insistente:

— Non aprite a nessuno.

— No, Eccellenza.

— A nessuno, avete capito? Neanche se dicesse di venire da mia parte.

— Neanche.

Talvolta giungeva sino alla minaccia:

— Poveretta voi, poveretta voi, se fate entrare qualcuno!

— Mi debbono uccidere, per entrare, — diceva con un fievole sorriso,

suor Giovanna della Croce.

Ella stessa aveva finito per credere, la monaca, che il giudice temesse

i ladri, fortemente: troppe erano le sue raccomandazioni e troppa era la

sua inquietudine. Ogni volta che egli rientrava dal Tribunale, verso le

cinque, la sua mano, toccando il campanello, rivelava la sua agitazione:

ora, suonava fortemente, due o tre volte: ora, suonava a distesa: ora,

suonava leggermente, debolmente e, sempre che schiudeva la porta, suor

Giovanna della Croce, si vedeva innanzi un viso sconvolto e udiva una

interrogazione precipitosa.

— Vi è qualcuno, è vero, vi è qualcuno?

— No, Eccellenza: non vi è nessuno.

— Proprio, non è venuto alcuno?

— Nessuno, è venuto.

— Ne siete certa?

— Ne sono certissima.

Un lieve sospiro dilatava il petto del triste magistrato ed egli entrava

in casa col viso ricomposto. Doveva aver denaro, certamente, in uno dei

due _sécrétaires_ della stanza da letto: all'altro non si accostava mai,

voltava gli occhi per non guardarlo, non lo apriva mai, il suo armadio,

in presenza di suor Giovanna della Croce e vi teneva, in sua assenza,

oltre la chiusura a chiave, un lucchetto con un segreto. Talvolta

entrando in camera, la mattina, per portare i panni spazzolati e le

scarpe lustrate, la vecchia suora lo trovava, il giudice, innanzi alla

porta aperta di quel _sécrétaire_, col capo abbassato sovra uno dei

cassetti e con le mani che vi frugavano dentro.

Si era sempre arrabbiato, con la sua serva, di queste sorprese,

umiliandola con parole dure, come faceva spesso: e l'antica suora aveva

chinato il capo, decisa a sopportare tutti quei maltrattamenti per amor

di Dio. Però sempre, in queste volte, suor Giovanna della Croce aveva

intravvisto il giudice a riporre del denaro nel suo portafogli, delle

carte-monete rosse, da cento lire. Andava via, in queste giornate, il

giudice Notargiacomo, più chiuso, più triste, più lugubre di tutte le

altre volte. Ritornava più tardi, a casa. Qualche volta, don Gaetano

Laterza, quello del terzo piano, diceva che aveva inteso passeggiare

avanti e indietro, tutta la notte, il tetro magistrato.

Suor Giovanna della Croce: romanzo · 第 7 / 12 段