Ella cercò sottrarsi a quella curiosità infantile che, costantemente,

vinceva il suo spirito di monaca che nulla aveva visto, che nulla aveva

saputo della vita: cercò vincere quel desiderio di vedere e di

conoscere, così fanciullesco: si allontanò dal balcone, girò per la sua

stanza, volendo ritrovar tutti i suoi libri sacri, opuscoletti,

foglietti volanti, figurine di santi, dietro le quali erano stampate

delle speciali preghiere; volendo raccogliere tutti i suoi scapolari,

gli _abitini_, tutte quelle minuzie della religione, di cui le suore

formano un pascolo al loro semplice cuore. Ma, dopo un poco, quando

tutto fu raccolto e messo in un panno bianco e fermato con gli spilli,

ella ritornò al balcone. Il giovanotto era ancora dietro il suo angolo,

ad aspettare. Adesso, però, suor Giovanna della Croce osservò un

particolare anche più strano: quel giovanotto si nascondeva, lì dietro:

stava appostato. Di fatti, era passato di lì il caffettiere ambulante,

con un bracierino portatile pieno di carboncini accesi su cui si

reggevano le caffettiere, e una serie di tazzine infilate alle dita

dell'altra mano: appena il giovanotto lo aveva visto, si era messo

subito a fischiettare, come un essere spensierato e gaio, e mossosi dal

suo posto, aveva fatto dei passi per allontanarsi, scantonando verso

Magnocavallo. Quando il caffettiere, emesso il suo grido tradizionale,

ebbe imboccato la Via Formale, quando fu sparito in quelle lontananze,

il giovanotto dal viso imberbe e la persona smilza era venuto, in

fretta, ma con cautela, di nuovo ad appostarsi al cantone del Vico Primo

Consiglio. Suor Giovanna della Croce, rivedendolo, ebbe nello spirito,

un novello, più forte brivido di paura. Quegli, oramai, non distoglieva

più gli occhi dal portoncino: sugli zigomi scarni, sulla pelle

biancastra, il freddo aveva fatto salire due macchie rosse. E la suora

si mise a guardare anche lei, involontariamente, verso il portoncino

aperto.

Passò ancora un terzo d'ora. Il giovanotto quasi tutto nascosto dal

muro, piegato in due, spingendo innanzi solo la testa, anzi solo la

fronte e gli occhi per vedere, pareva un animale che concentrasse tutte

le sue forze, per spiccare un salto feroce e afferrare la preda. La

monaca, in preda a una paura sempre più affannosa, non dubitava più che

quello sconosciuto non fosse lì, animato da una intenzione oscura ma

terribile: pure ella non poteva nè comprendere, nè prevedere. Addossata

allo stipite bianco del balcone, anche ella si era tirata indietro,

temendo che quegli la scorgesse, mentre ella lo spiava e sporgeva solo

il capo per osservare il portoncino.

Un uomo apparve, infine, su quella soglia: un bel giovane alto, aitante

della persona, vestito con l'uniforme dei Reali Equipaggi, col largo

colletto azzurro aperto al collo, il fazzoletto a cravatta di seta nera,

e il berretto di marinaio abbassato un poco sulla fronte. Sulla soglia

egli s'arrestò: non per guardare, poichè aveva l'aspetto tranquillo e

securo, ma per respirare largamente, lungamente, come chi ha passato

troppe ore in un ambiente chiuso e soffocante. Poi si avviò, con passo

fermo, scendendo il Vico Primo Consiglio, dondolandosi un poco, come

fanno tutti i marinai: non guardava nè a destra, nè a sinistra, andava

innanzi, sempre diritto. Il giovanotto appostato non aveva fatto che un

solo gesto, cioè cavata la mano destra dalla tasca: aveva lasciato

passare il forte marinaio, che non si era accorto di lui, ma non aveva

costui fatto tre passi più oltre, che lo aveva raggiunto con un salto da

tigre e gli si era aggrappato alle spalle. Senza gridare, senza reagire,

il marinaio cadde, di un tratto, a terra, lungo disteso, supino, con un

coltello nel petto: il giovanotto si chinò un minuto, poi fuggì verso le

Chianche della Carità: sparve.

Un orribile grido di terrore era uscito dal petto di suor Giovanna della

Croce; ma, nello stesso tempo in cui l'aggressione e l'assassinio erano

accaduti, in quell'attimo rapidissimo, una mano convulsa aveva fatto

scrollare, sette od otto volte, le gelosie del balcone dirimpetto che,

sotto l'urto, si erano dischiuse, rompendo la catena di ferro che le

teneva unite: una donna era apparsa, curvandosi sul balcone,

interrogando le vie, intorno. E, poichè il marinaio giaceva lungo

disteso, quindici passi lontano dal portoncino, con un fiotto di sangue

che sgorgava dalla ferita, gli intrideva i panni e si allargava in una

pozza, sul lastrico, col viso già bianco e gli occhi socchiusi, la donna

si mise a urlare, a urlare, a urlare:

— Gennarino, Gennarino, Gennarino!

Altre donne apparvero a quel balcone e visto l'assassinato, cominciarono

a gridare, anche esse: delle altre finestre si aprirono. La donna

urlava, urlava, urlava:

— Gennarino, Gennarino, Gennarino!

Era una giovane, con una vestaglia di seta gialla, tutta a fiocchi

rossi, gittata sovra la sola camicia di seta lilla: i piedi erano nudi

nelle pianelle di velluto nero, a tacco alto; le guance erano cariche di

rossetto e gli occhi tinti di nero: i capelli neri formavano un alto

casco, lucido di pomata: la fisonomia era piacente, ma volgare. E le

altre donne erano in vestaglie vistose, in maniche di camicia e sottane

di seta, tutte a merletti, e calzate di seta nera: alcune discinte e

spettinate: altre con gli occhi imbambolati. Tutte gridavano,

rovesciandosi sui ferri del balcone: quella in mezzo, si disperava,

urlando:

— Gennarino, Gennarino, Gennarino!

Suor Giovanna della Croce vide tutto questo e vide anche due uomini

uscire rapidamente dal portoncino, scantonare, inavvertiti, verso Via

Settedolori, e vide, mentre le donne gridavano al soccorso, dal balcone

aperto, una grande stanza a divani rossi, a specchi dalle cornici

dorate; e a malgrado la sua ignoranza, la sua innocenza, la sua cecità,

ella comprese in un baleno, quanto vi era di sozzo, d'immondo, di

orrendo, in quello spettacolo; e, per la vergogna, per la nausea, per

l'orrore, cadde indietro, sulla terra, come se morisse.

III.

Bussarono alla porta della stanzetta, leggermente.

— Entrate, — rispose suor Giovanna della Croce, a bassa voce,

sciogliendo le mani dal suo rosario.

Entrò donna Costanza de Dominicis, la vedova salernitana, che affittava,

per dodici lire al mese, quella stanzetta alla monaca. Era una magra,

magrissima donna di cinquant'anni, alta, con certe grosse mani, certi

grossi piedi, coi capelli bizzarramente bigiastri a striscie bianche,

piantati bassi sulla fronte, tirati alla contadinesca, dalle tempie, sul

mezzo del capo, in un mazzocchio: e un viso brunastro, dalla pelle arida

e rugosa, dalla bocca grande e pallida sui denti giallastri:

bruttissima, infine, ma con un paio di occhi vividi, ove brillava la

bontà umana. Portava un vestito oscuro di stoffa di cotone, azzurro

cupo, tagliato alla foggia cittadina, ne aveva il grembiule nero e il

fazzoletto fiorato al collo, delle contadine.

— _Zi monaca_, non siete venuta a riscaldare il vostro latte,

stamattina?

— No, — disse suor Giovanna della Croce, a voce bassa, — non l'ho preso,

dal capraio.

— Perchè? Per qualche astinenza, forse?

— No, no, — replicò subito la vecchia monaca che aveva orrore della

bugia, — non è per un'astinenza. Così.... non l'ho preso....

Un silenzio seguì. Donna Costanza guardò bene suor Giovanna della Croce

e nello scarno viso della monaca, su cui l'aggravarsi degli anni, i

patimenti morali e anche quelli fisici avevano segnato dei solchi anche

più profondi, in quel volto che si affilava, in quelle palpebre bluastre

che si abbassavano sugli occhi, su quella fronte dove erano segnate le

rughe, sempre più marcate del doloroso stupore, le parve vedersi

diffondere un rossore.

— Suor Giovanna, perchè non dite la verità? A chi la volete nascondere?

Di chi vi vergognate? Non sono io povera, come voi? Voi non avete

comprato il latte, perchè non avevate soldi, — concluse, con voce

irritata, ma affettuosa, donna Costanza.

— .... già, — mormorò la povera monaca. — Qualche soldo l'ho ancora. Ma

se voglio vivere sino ai ventisette del mese, debbo far molta economia.

— Cioè, volete restar digiuna? Allora, fate una economia completa,

andatevene all'altro mondo.

— Dio volesse! — sospirò suor Giovanna della Croce.

Come mutata, come mutata! La sua persona alta si era curvata, nelle

spalle, in segno di caducità servile; le mani brune e lunghe si erano

disseccate e vi apparivano molto turgide le vene violacee, e, talvolta,

un lieve tremore le agitava, queste mani. Anche i suoi panni di monaca

avevano sentito il tempo che era passato: la sua tonaca nera aveva,

nelle sue pieghe, i riflessi verdastri della stoffa nera che si

scolorisce; per non consumare il suo grande mantello nero, l'emblema più

espressivo della sua dignità di Sepolta Viva, non lo indossava che per

uscire, e intanto, mentre il manto era sospeso a un appiccapanni, contro

il muro, le pareva sempre di aver freddo, di non esser completamente

vestita: le sue candide bende, il suo candido goletto, non avendone ella

che tre da cambiarne, troppo spesso lavati e in casa, con acqua e

sapone, non avevano più il biancore immacolato, non reggevano

l'insaldatura, erano giallastri, flosci, non assestavano. Il cappuccio

nero, rigettato sulle spalle, pendeva, anche tutto sciupato,

arrotolandosi agli orli, sfrangiandosi. Invano, le industri mani di suor

Giovanna avevano cercato di riparare a questa crescente decadenza dei

suoi panni: li portava da troppi anni e non li aveva potuti rinnovare e

li vedeva deperire tristemente intorno a sè, disperdendosi così gli

ultimi segni della sua vita monacale. Come mutata, come mutata!

— _Zi monaca_, voi dovete decidervi a fare qualche cosa, — rispose

bruscamente donna Costanza. — Come volete tirare avanti, in questo modo?

— Decidere a che?

— Cercare di guadagnare qualche lira. Con quarantuna lire al mese, vi è

impossibile di vivere.

— Lo so, — rispose la monaca, malinconicamente. — Non sono neanche

quarantuna, sono trentotto e mezzo con la ritenuta della ricchezza

mobile.

— Che governo porco! Anche la ritenuta! Che ricchezza mobile! Questa è

miseria stabile! Bisogna decidersi a lavorare, suor Giovanna.

— E sono pronta. Ma che debbo fare? Mettermi a servire? Sono vecchia, è

difficile che mi prendano. Anche, con questi vestiti, vi è chi mi guarda

con gli occhi storti. Non vi è più religione, donna Costanza mia. Chi si

burla di me, chi mi ritiene per iettatrice, chi per una falsa monaca....

Oh, non sapete, non sapete niente!

E un singhiozzo, senza lacrime, le ruppe la voce.

— Non potreste vendere quei merletti che tessete?

— Ne vogliono dar pochi soldi. E non conosco nessuno. Per la via, vi

sono merlettaie che li vanno offrendo: e io mi vergogno di far questo,

con questi panni. E chi me li compra, qui?

— Non ne vendeste qualche metro, due o tre mesi fa, alla signorina del

secondo piano?

— .... Sì, sì, mi dette dieci lire, per otto metri. Ci avevo lavorato

per tanto tempo! Ma dieci lire, donna Costanza, sono dieci lire e mi

fecero gran bene. Potessi ora farmi una tonica, comprarmi un po' di

mussola per queste bende! Io chieggo perdono ogni giorno a Gesù, per

queste vesti di monaca, che non si riconoscono più. Ah, non dovrei

mangiare, dovrei digiunare e farmi le vesti sacre! che scorno, che

scorno!

E la misera vecchia suora si celò il viso fra le mani. In piedi, la rude

salernitana la guardava, e il suo orrendo viso si contraeva di emozione,

mentre i suoi occhi buoni si velavano di lacrime.

— Non avete del merletto, ancora, suor Giovanna?

— Sì, ne ho, tanto da mettere attorno a quattro foderette e a un

lenzuolo grande. Non è una gran cosa, poichè i miei occhi non mi aiutano

molto, più: ma fa buona figura.

— E perchè non glielo portate, questo merletto, alla signorina del

secondo piano?

Suor Giovanna guardò la sua padrona di casa, esitando; e abbassò la

testa, senza rispondere.

— Vi vergognate del vostro bisogno? O vi fate scrupolo di andare da

quella ragazza?

— .... per le due cose, — balbettò la vecchia suora.

— In quanto alla vergogna, smettetela. Tutti siamo poveri. Lo sapete

come stentiamo, mio figlio ed io, con la _borsa_ che gli fa la provincia

di Salerno, per studiare medicina. Se non fossi venuta io, qua, non

avrebbe mai potuto vivere, povero figlio mio! Io fo la spesa, cucino,

pulisco la casa, lavo, stiro, dalla mattina alla sera: se no, quelle

poche lire, come basterebbero? E non mi vergognerei, se dovessi portare

in giro dei merletti da vendere!

— Avete ragione: questa vergogna è atto di superbia, — mormorò la suora.

— Ma il denaro di quella ragazza....

— Forse, non avete torto. Ma che ci volete fare? A ogni peccato

misericordia! Cristo non ha perdonato alla Maddalena? E voi, non le

volete perdonare?

— Oh, io sono una umile cristiana, niente altro, non posso giudicare

nessuno, tutti abbiamo peccato. Gli è che quel denaro, quel denaro....

— Eh, alla fine, quella vive con un giovane, come se fosse sua moglie,

non riceve nessuno, non esce, fa una vita di schiava, infelice! Io la

compatisco, che credete? Sulle prime mi seccavo per Errico, mio figlio,

che vi fosse questa bella giovane, questa tentazione, nel palazzo!

Ebbene, il mio ragazzo fa una vita così di studio e quella così di

reclusa, che non si saranno mai incontrati. Andateci, andateci. Se no,

come fate? Quante lire avete, per finire il mese?

— Quattro, — disse angosciosamente suor Giovanna.

— E ne abbiamo venti del mese! Ci vogliono sette giorni per esigere la

pensione. Andate, andate su, suor Giovanna della Croce, fate la volontà

di Dio.

— Andrò, — disse la suora, mostrandosi più curva ancora, mentre un vivo

tremito le scuoteva le mani.

La valorosa donna Costanza, contenta della sua opera, voltò le spalle e

uscì. Doveva ancora spazzare tutto il piccolo quartino, in quel primo

piano, al Vico Rosario Portamedina, quattro stanzette che costavano

quarantacinque lire il mese e di cui era costretta ad affittarne una,

per aiutarsi. Ella era la madre, la innamorata, la serva, la schiava del

suo figliuolo, uno studente medico, che aveva già ventitrè anni, un

giovanottone venuto dalla vanga e che era giunto ad elevarsi per mezzo

di una volontà tenace, ardente, dalla scuola elementare al ginnasio, al

liceo, all'Università, avendo sempre pieni voti assoluti, guadagnando

sempre le sue tasse scolastiche, finendo per avere una _borsa_ per

mantenersi a Napoli, durante gli anni di Università.

Brutto, forte, rude, Enrico de Dominicis somigliava perfettamente al suo

dragone di madre: ed era un figliuolo tenerissimo, promettendo a sua

madre di arricchirla, quando si fosse laureato in medicina. In

quell'anno, si laureava.

Il sussidio della Provincia di Salerno finiva: ma egli si laureava, non

importava nulla! E la coraggiosa madre e il coraggioso figliuolo

vivevano una vita aspra e austera, uniti in affetto profondo che ne

elevava le anime semplici e un po' grossolane.

Sospirando, suor Giovanna della Croce prese la scatola di cartone, dove

chiudeva i suoi merletti da vendere: si mise sulle spalle il mantello,

si assoggettò il grande rosario alla cintura e, fattosi il segno della

croce, uscì dalla casa e sali la scala del secondo piano, lentamente.

Sulla porta chiusa, vi era una lucida placchetta di ottone, su cui era

inciso: _Concetta Guadagno_. Una cameriera, vestita di nero, col

grembiule bianco, venne ad aprire, ma con atto diffidente tenne la porta

socchiusa.

— Volete dire alla padrona che vi è la monaca del primo piano? —

balbettò la vecchia suora.

— Aspettate, — disse la cameriera, lasciandola fuori la porta.

Ma ritornò subito.

— Venite pure. _La signorina_ è da questa parte.

Le quattro stanzette erano mobiliate con un certo lusso di paccottiglia,

molto pretenzioso, con certe false tende turche, con certi ventagli di

carta giapponesi alle pareti, con certi lumi a sospensione di falso

bronzo dorato. Un odore di _papier d'Arménie_ bruciato fluttuava

nell'aria, nell'anticameretta. La signorina Concetta Guadagno era nel

suo salotto, tutto mobigliato di una _bourrette_ gialla e rossa, con

fiori celesti; era distesa sovra una poltrona a sdraio e leggeva un

romanzo di Montépin. Era una bella giovane, venticinquenne, bionda,

bianca, rotondetta, con certi capelli biondi ricciuti che le nimbavano

la fronte; portava una vestaglia di lana leggera celeste, con merletti

bianchi, e certe babbucce turche, rosse, ricamate in oro. Il salotto era

in penombra; le tendine bianche erano abbassate fra le tende di

_bourrette_.

— Oh _zi monaca_ mia, come avete fatto bene a venirmi a trovare, —

disse, con una voce un po' velata, un po' roca, Concetta Guadagno.

E si sollevò, stese la mano per prendere la mano della monaca e

baciarla. Costei, umilmente, la ritrasse.

— Sedetevi, sedetevi, _zi monaca_, fatemi compagnia. Io sono sempre

sola, — disse la giovane donna, con un lieve sospiro.

La monaca sedette: non osava aprir bocca, stringendo la sua scatola di

cartone, sotto il braccio.

— Ciccillo _non ha mai ora_, — disse Concetta, con una frase popolare

napoletana. — Talvolta capita due, tre volte al giorno; talvolta resta

due ore, talvolta un minuto.... Non si può calcolare....

— E perchè fa questo? — chiese la povera suor Giovanna della Croce, per

dire qualche cosa.

— Perchè è geloso, — replicò subito la ragazza, felice di confidarsi. È

tremendamente geloso. Mi crede capace di tutto, _zi monaca_ mia, è un

morire!

— Mentre voi siete così buona!

— Sono buona, adesso. Prima, non ero buona. Voi siete monaca, non potete

capire. Sono brutti peccati, non ve li posso dire, vi scandalizzereste.

Io vivevo nella perdizione, non per mia colpa: ero una stupida, da

giovanetta, non vi posso dire tutto. Portate questa santa veste, che Dio

ve la benedica! Ha ragione quando mi sospetta e mi fa le scene.... ero

una perduta....

— Vi grida spesso?

— Molto spesso. Talvolta mi batte, — disse, a bassa voce, Concetta

Guadagno.

— Ma voi non gliene date ragione?

— No. Sono innocente. Ma mi batte per gelosia. Io accetto tutto. Che

debbo fare? Gli voglio bene, gli sono grata di quanto ha fatto e fa per

me. Non vedete? Vivo come una signora: mangio, bevo, dormo, sono

servita. Prima.... non mangiavo sempre e dormivo quando potevo. È

cattivo, è furioso, ma io non mi difendo.

— Vi vuol bene e vi maltratta?

— Il maltrattamento è prova di bene, _zi monaca_, — disse

filosoficamente la ragazza.

— E perchè non vi fate sposare? — disse candidamente la povera vecchia

monaca.

— Sposare? Sposare? Voi che mai dite! — e rideva, rideva, di un bel riso

perlato, Concetta Guadagno.

— Per togliervi dal peccato, figliuola mia, — mormorò la suora.

— E qual peccato? Io non fo male a nessuno, _zi monaca_. Ciccillo mi

vuol bene, mi fa vivere come una signora e mi basta.

— Per assicurarvi l'avvenire, figliuola mia, — replicò suor Giovanna

della Croce.

— Oh! — esclamò quella, con voce un po' trepida. — In questo, avete

ragione. Non si può mai esser certi di nulla, a questo mondo!

E malgrado la penombra, suor Giovanna della Croce vide che la povera

donna era diventata pallida sotto la sua cipria.

— Sì, qualche volta penso che Ciccillo mi possa lasciare. Anzi, vi penso

spesso. Quando ritarda, quando resta un giorno senza venire, quando è

silenzioso, quando è di cattivo umore, vi penso e mi tormento, _zi

monaca_!

Tutta la beltà bionda, fresca e lieta di Concetta Guadagno era

conturbata, ora, da una tristezza: i suoi occhi cilestri si erano come

sbiancati; la sua bocca tumida aveva il gonfiore delle lagrime

imminenti.

— Non vi crucciate, figliuola mia, — disse vagamente la monaca, pentita

di aver messo quel discorso.

— Sì, mi debbo crucciare. Sono così quieta, contenta, felice, in questa

casa, dove non mi manca niente. Se sapeste che ho sofferto prima. Che

orrore, Dio mio, che orrore! Se Ciccillo mi lasciasse, che ne avverrebbe

di me?

— Se vi vuol bene....

— Mi vuol bene.... mi vuol bene.... ma vi sono tante altre donne, che

egli vede e che gli piacciono certo.... ma la sua famiglia mi è

contraria.... che ne so, io, se mi vuol bene?

— Bella mia, raccomandatevi a Dio, — disse la monaca, non sapendo dire

altro.

— È vero, è vero! Dio mi deve aiutare. Mi debbo mettere nelle sue mani,

suor Giovanna mia. Voi siete un'anima santa, assistetemi pure voi.

Facciamo dire una messa, due messe, non vi pare?

— A che scopo, figlia mia? — chiese la monaca tutta stupita.

— Per raccomandarmi al Signore, che Cicillo non mi lasci. Io sono persa,

capite, se mi lascia. Due messe: una allo Eterno Padre, di Santa Chiara,

perchè vi andavo sempre, quando ero piccola e abitavo a San Sebastiano:

una a Santa Maria Egiziaca, che ne sono tanto devota, di Santa Maria

Egiziaca; è stata una peccatrice penitente, come me!

— Ma che gli dico, al parroco? Io non gli posso dire la vostra

necessità.

— La sa Iddio, la mia necessità. Dite: secondo l'intenzione di una

devota peccatrice. E date cinque lire di elemosina, per ogni messa.

Giusto, domani è domenica. Ci dovete andare oggi.

— Come volete, come volete, — disse umilmente suor Giovanna della Croce.

— Per qualunque cosa, mettiamoci nelle mani del Signore.

— Sì, sì. Esso deve inspirare a Cicillo di non lasciarmi mai. Le messe,

le messe, ne farò dire anche delle altre, sorella mia!

— Recitate il rosario, ogni sera, — mormorò teneramente suor Giovanna

della Croce.

— Lo recito, lo recito sempre! Me lo dicevo anche _allora_, figuratevi!

Io ci credo tanto! Sono così buona, ora mi faccio il fatto mio, non vedo

nessuno, Dio non mi deve togliere Ciccillo.

— Dio vi aiuterà, — finì per dire la monaca, trascinata da quel

sentimento vero di sgomento e di tristezza.

— Io vado a prendervi le dieci lire, — disse la giovane donna,

levandosi. — Ma, aspettate, voi siete venuta per qualche cosa? Che

volevate? Che portate sotto il mantello?

E con la facilità, la bonomia, la semplicità di una creatura buona,

Concetta Guadagno prese la scatola, la schiuse, osservò curiosamente i

merletti.

— È un _letto_, è vero?

— Sì, è la guarnizione di un lenzuolo e di quattro foderette.

— Io non sono maritata, ma non importa; mi servirà di augurio. Non posso

darvi molto, suor Giovanna, come vi meritate....

— Quel che volete, — mormorò la suora, le cui mani, adesso, tremavano,

come tremava la voce.

— Una ventina di lire basteranno? È poco. Lo so. Contentatevi, se no,

dovete andar girando. Contentatevi.

— Mi contento di tutto. Ve le donerei, se non avessi bisogno, poichè

siete devota e buona. Ma io sono assai povera....

Già Concetta Guadagno tornava con un portafoglio di cuoio rosso, da cui

cavò le trenta lire.

— Ho qualche soldo da parte, — ella parlò, come a sè stessa; — ma se

Cicillo mi lascia, non potrò andare avanti che uno o due anni....

— Poveretta, poveretta.... — disse la suora, con voce fievole.

Questa volta, Concetta Guadagno arrivò a prendere fra le sue manine

bianche e molli di donna bionda, profumate di _opoponax_, la mano magra,

rugosa, di suor Giovanna della Croce, e a baciarla.

*

La malata emise un lievissimo sospiro dal suo letto. Suor Giovanna si

levò dalla sedia dove vegliava e si chinò sul letto.

— Volete qualche cosa?

— Un po' di acqua da bere.

La monaca prese un grande bicchiere d'acqua, dove nuotava un grosso

pezzo di pane abbrustolito, versò di quest'acqua in un cucchiaio da

zuppa e lo intromise nelle labbra schiuse della inferma. Costei non

aveva avuto la forza neanche di sollevare la testa dall'origliere.

Suor Giovanna della Croce: romanzo · 第 6 / 12 段