— Voi non ne sapete niente, perchè siete monaca e siete vecchia. Tutto

il mondo amoreggia e io pure. Tutte le mie amiche hanno l'innamorato, io

che sono più bella di loro, anche lo ho.

— Non parlare così, — disse, piano, suor Giovanna della Croce, il cui

volto pieno di rughe si andava covrendo di rossore.

— Io dico quello che penso, _zi monaca_. Sia maledetta la bugia! Sono

ragazza e non debbo nascondere che amoreggio. Sono le donne maritate che

lo debbono nascondere! — replicò sfrontatamente la fanciulla.

— Zitto, Clementina, zitto! — e la povera monaca, scandalizzata, fece

atto di turarsi le orecchie.

— Le donne maritate anche fanno all'amore, se lo volete sapere, _zi

monaca_. Ed è una vergogna, perchè si potrebbero stare al loro posto! La

portinaia qui abbasso, ha per amante una guardia di pubblica sicurezza,

che ogni sera viene a trovarla nel casotto; e Concetta gli fa trovare il

caffè e il bicchiere di vino. È maritata o no, Concetta? Qua sopra, al

secondo piano, l'avvocato de Gasperis ha una donna maritata che viene a

trovarlo, due o tre volte la settimana, di notte, e se ne va la mattina.

Io l'ho vista salire e scendere, e voi pure, eh! _zi monaca_, l'avete

vista?...

— Gesù, Gesù, che scorno, una ragazza, parlare così! — esclamò la monaca

che soffriva enormemente di quei discorsi.

— Eh, le ragazze capiscono tutto adesso! — gridò Clementina che era

entrata in uno stato d'isterismo. — Le ragazze non sono più stupide come

una volta, a tempi vostri, _zi monaca_! Foste stupida voi ad andare

nelle _sepolte vive_, per mio papà che vi aveva tradito, per mammà che

vi aveva rubato il fidanzato! Mammà ha fatto altro che questo, dopo....

Ma si fermò. La vecchia monaca si era levata in piedi, tremante, con le

mani tese, chiedendo, imponendo silenzio alla creatura sfacciata, che

gridava le brutali verità della vita. Clementina s'interruppe, balbettò:

— Scusate, _zi monaca_.... ho i nervi, oggi....

Fece per uscire, ma tornò indietro, e cavò una lettera, larga, dalla

tasca.

— Mi sono scordata di darvi questa lettera che il postino ha portata.

E se ne andò subito, lasciando suor Giovanna della Croce in mezzo alla

stanza. con quella larga lettera fra le mani. Un tremito mortale

scuoteva le fibre della monaca; mentalmente, ella si raccomandava a Dio,

perchè vincesse la sua confusione e il suo dolore. La ragazza aveva

taciuto, era partita: un altro minuto ancora e la vecchia suora avrebbe

pianto di umiliazione, di pudore offeso, di vergogna, innanzi a sua

nipote. Così, non potette aprire subito quella lettera, tenendola nelle

mani, distrattamente, quasi non vedendola, quasi essendosene

dimenticata: si andò a gittare sulla sedia, nel vano del secondo

balcone, quello che dava sul Vico Primo Consiglio, dirimpetto alla casa

muta e cieca. Teneva curva la testa, curve le spalle: si sentiva piegata

sotto un peso atroce, che lentamente la schiacciava. Restò così, qualche

tempo. Poi, si rammentò la lettera. Guardò il francobollo timbrato;

veniva da Roma; portava questo indirizzo: _Signora Luisa Bevilacqua, già

monaca nell'Ordine delle Sepolte Vive_. L'aprì, la lesse. La lesse di

nuovo, più piano, parola per parola. Il suo viso era diventato plumbeo e

il capo era caduto sul petto.

Quando, un'ora dopo, Grazia Bevilacqua entrò nella stanza di sua sorella

monaca, la trovò a quel posto solito, di fronte alla casa oscura e

silenziosa. Suor Giovanna della Croce teneva il tombolo del merletto

sulle ginocchia, ma non lavorava: le mani lunghe e magre erano

abbandonate sul cuscino, coperto di tela verde. La monaca pareva

assorta, niente altro.

La sorella, meno vecchia di lei di cinque o sei anni, non le

rassomigliava. Era bionda e i suoi capelli erano tinti malamente, tanto

che assumevano, qua e là, ombre verdastre: il viso era bianco e gonfio

di un cattivo grasso: una costante espressione di malcontento torceva

quella bocca, che era stata molto bella. Come sua figlia Clementina,

Grazia indossava una vestaglia sgargiante, carica di nastrini, di

ciuffetti, di cascate di merletto e portava dei braccialetti ai polsi:

ma il corpo si deformava nella grassezza, rompeva la fascetta. Si

sedette di fronte alla sorella monaca.

— Che fai? — le domandò, senza interesse e senza curiosità, tanto per

entrare in discorso.

— Niente, — disse suor Giovanna, con voce fioca.

— Non ti senti bene? Vuoi qualche cosa? — replicò l'altra, con gelida

premura.

— Grazie, non voglio nulla. Sto bene.

— Sei qui, sola sola, da molto tempo? Ho avuto tanto da fare io! Ho

tanti guai, tanti guai!

— Nessuno è solo, in compagnia di Gesù e di Maria, — rispose la monaca,

a voce bassa.

Tacquero. Si vedeva bene che Grazia Bevilacqua voleva dire qualche cosa

d'importante alla sorella. La guardava: le bianche e flosce palpebre

batterono sugli occhi azzurro-grigi che erano stati così belli e così

perfidi.

— Luisa? — chiamò Grazia.

— Non mi chiamare così. Chiamami Giovanna, — soggiunse la monaca,

scuotendosi.

— Come vuoi tu: Giovanna, Luisa, per me è tutt'uno. Purchè ti ricordi

che mi sei sorella, mi basta!

La monaca, tratta dallo stato di stupore, in cui si trovava, levò gli

occhi in viso alla sorella, improvvisamente attenta.

— Io sono in un mare di tristezze, Giovanna. Con quel poco che mi è

restato, non giungo a far vivere la mia famiglia e me, che a stento; tu

lo vedi. Non è colpa mia, credilo. Silvio, mio marito, si è divorato

quasi tutto il suo avere e una parte della mia dote: io, è vero, ho

voluto sempre figurare, mi è piaciuto di mostrarmi al mio grado, ma ti

giuro che non ho sciupato molto....

— Perchè mi dici queste cose, Grazia? Io le so.

— Non le sai bene! Non le sai abbastanza! Sei monaca: queste cose del

mondo, non le puoi capire perfettamente. Sono guai, sono guai grossi....

— Dio ti assista!

— Aiutati che ti aiuto, dice Dio! Se non marito Clementina con un

giovane ricco, se non procuro una sposa ricca a Francesco, come faremo?

Perciò porto in giro la ragazza, perciò faccio dei sacrifizii per far

vestire bene Francesco: qualche buon partito, ricco, molto ricco, deve

capitare, all'una, all'altro. E allora tutti saremo prosperi, felici,

anche tu, Giovanna....

— Io chiedo al Signore la pace, — disse la suora con un profondo

sospiro.

Grazia era inquieta, agitata, sulla sua sedia. Aveva fatto tutto quel

preludio fra querulo e ipocrita, per venire a un fatto concreto.

— Per ora, sono nell'olio bollente, Giovanna. Debbo dare quattro mesi al

padron di casa, cioè trecentosessanta lire, a novanta lire il mese, ed

egli strepita per averle. Mi ha anche citato due volte: un giorno o

l'altro, mi sequestra questi pochi mobili.

— Oh, Gesù!

— Così è. Non si vergogna di fare strepito per questa sua brutta casa,

con l'inconveniente grave che vi è....

— Che cosa? — chiese, inconsciamente, la monaca.

— Nulla, — disse Grazia, cangiando discorso, dopo aver sogguardato dalla

parte del Vico Primo Consiglio, verso la casa sbarrata e muta. — Alle

corte, io ho cento lire da dare al padron di casa: ma non le vuole.

Vuole tutto. Dammi tu le altre duecentosessanta lire ed esciamo di pena.

— Volentieri, Grazia, volentieri, — mormorò con voce umile suor Giovanna

della Croce. — Ma non le ho.

— Non le hai? Non le hai? — esclamò, con un principio d'ira la sorella.

— Come è possibile?

— Non le ho, purtroppo.

— E che ne hai fatto del tuo denaro?

— Quale denaro?

— Le mille lire! Qua non ti ho fatto pagare un soldo, di parte tua, in

casa. Che ne hai fatto, di mille lire?

— Le ho spese, — disse semplicemente la monaca.

— Dove le hai spese? Mille lire, sono molte! — e la sua voce diventava

furente nella delusione dell'avidità.

— .... così, un poco per volta.... le ho date a te.... a Francesco,

molte, a Francesco....

— Qualche lira mi avrai dato: ed erano mille! Perchè le hai date a

Francesco? Quanto gli avrai dato? Non hai più niente? — E la guardava,

con gli occhi torbidi e stralunati, con la bocca gonfia che si torceva.

— Cinquanta o sessanta lire, niente altro, — disse suor Giovanna della

Croce, lasciando cadere desolatamente le braccia.

— E stai fresca! Stiamo freschi! Cinquanta o sessanta lire, null'altro!

E io che ti ho mantenuta, di casa e di vitto, come una signora! Io che

me lo sono levato dalla bocca, per dartelo! Cinquanta lire! Te ne farai

un cataplasma, di queste cinquanta lire: e io pure! Hai sciupato

novecentocinquanta lire: e qui ci sfrattano dalla casa! Hai gittato il

tuo denaro e se ti serve una tonaca, domani, chi te la fa? Se ti ci

vuole un paio di scarpe, chi te le fa? Gittare questo denaro, così!

Sempre una pazza sei stata, sempre, da quando ti andasti a far monaca

per Silvio...!

Suor Giovanna della Croce sopportava in silenzio tutta la collera di sua

sorella, raccomandandosi mentalmente a Dio, perchè le desse una pazienza

sublime. Era vecchia, era stanca, era triste: ma il rinfaccio crudele

della sua miseria e del suo abbandono, il rinfaccio del tetto e del cibo

datole quasi in elemosina, e quel costante, perenne ricordo del suo

amore per Silvio, facevano ardere il suo lento sangue di sessantenne. La

sua mano stringeva il rosario cadente dalla cintura, convulsamente lo

stringeva, come a reprimere ogni suo sentimento.

— E intanto, come si fa, ora! — gridò, novellamente, Grazia Bevilacqua.

— Come si paga, questo padrone di casa? Abbiamo bisogno di vestiti per

la primavera, dobbiamo comperare della biancheria, possiamo girare

lacere? E questa egoista ha buttato mille lire! Come si fa? Ma tu, cuore

ne hai? Gratitudine, ne provi? Che monaca sei? Solamente di Gesù Cristo,

ti occupi? Quello sta bene, in Cielo! Pensiamo alla terra! Qua ci vuole

un rimedio. Tu lo devi trovare. Ti ho tenuta un anno, in casa, gratis;

tu devi trovare il modo di aiutarmi....

Suor Giovanna della Croce diede un'occhiata smarrita e desolata a sua

sorella.

— Cerchiamo uno strozzino, facciamo un debito sulle tue ventimila lire,

firma una cambiale.... — disse Grazia, che aveva pratica di questi

espedienti.

— Quali ventimila lire? — disse la monaca, trasalendo.

— La dote! La dote! Quella che ti deve restituire il Governo e che tu,

se hai viscere di donna, devi dare a me ed ai nepoti. La dote! Ventimila

lire!

Allora, suor Giovanna della Croce levò la testa, chiuse un istante gli

occhi e rispose:

— Io non ho più nulla.

— Come? Che dici?

— Dico che non ho nulla, — ripetette, fermamente, la monaca.

— Sei pazza! Sei pazza! Il Governo non ti deve ridare il tuo danaro?

— Il Governo non mi restituirà più niente, della mia dote!

— Chi te l'ha detto? Chi te l'ha detto?

Era spaventosa, di collera, di ansietà, di smarrimento, Grazia

Bevilacqua.

— Me lo hanno scritto.

— Chi te lo ha scritto? Da dove?

— Ecco la lettera, — disse la monaca, dandola a sua sorella.

Dopo la lettura, affannosa, febbrile, della lettera, vi fu un lungo

silenzio fra le due sorelle. Suor Giovanna della Croce non appariva

turbata: l'altra era accasciata.

— Tutto è finito, dunque? — domandò Grazia.

— Tutto è finito.

— Che ti daranno al mese? Quarantuna lire?

— Sì, quarantuna lire, — rispose senz'altro suor Giovanna della Croce.

Di nuovo, silenzio.

— Con quarantuna lire, — riprese, assalita da un nuovo accesso di

rabbia, Grazia Bevilacqua, — dovendo dormire, mangiare, vestirsi,

calzarsi, vi è da star bene. Sei ricca, eh!

Suor Giovanna della Croce aprì le braccia con un cenno vago e largo.

— E che intendi di fare? — disse Grazia, con voce fischiante.

La sorella trasalì, la guardò.

— Io ho figli, ho poco denaro, non ti posso mantenere, — continuò

Grazia, duramente, crudelmente. — Ho speso troppo, me ne pento, ma la

cosa non può continuare. Le tue quarantuna lire non servono a nulla, in

casa mia. Ci vuole altro. Che intendi di fare?

— Andarmene, — rispose, senz'altro, suor Giovanna della Croce.

— Meno male, che hai capito. Ti ho tenuta dieci mesi, nessuno mi può

dire nulla. Le tue mille lire, le hai disperse. Chi ne ha visto un

soldo? Le tue quarantuna lire, non le voglio. Più presto si risolve

questa faccenda, meglio è!

— Andrò via domani, — replicò suor Giovanna della Croce.

Esclamando ancora, trascinando il passo, col viso stravolto e la bocca

piena di fiele, Grazia Bevilacqua lasciò la stanza. Suor Giovanna della

Croce aspettò, immobile, rigida, che la sorella fosse lontana, all'altro

capo della casa. E quando fu certa di non essere udita, suor Giovanna

della Croce crollò sul suo povero letto, singultando, dibattendosi,

mordendo il cuscino, gridando fra i singhiozzi:

— Vergine dei Dolori! Vergine dei Dolori! Vergine dei Dolori!

*

Albeggiava. Il cielo d'inverno, purissimo, passava dall'azzurro nero,

profondo e nitido della notte piena di scintillanti e trepide stelle,

all'azzurro quasi bianco, uguale, quasi latteo dell'aurora d'inverno. Il

silenzio grande della città, dormiente, ogni tanto era attraversato da

un grido mattinale, ora lontano, ora vicino. La luce si diffondeva,

limpida e cruda, dai cristalli chiusi dei due balconi, nella camera di

suor Giovanna della Croce: ella non serrava mai le imposte per lunga

abitudine conventuale, tutte le monache dovendo levarsi all'alba,

per le preghiere del rito. L'ombra favorisce troppo il sonno,

l'infingardaggine, i sogni e tutte le altre tentazioni della vita

profana. La suora, quella notte, aveva avuto un riposo scarso e

inquieto. Due o tre volte le era parso di udire del chiasso nel Vico

Primo Consiglio, come qualche altra notte: voci irate, mescolate a

grandi sghignazzamenti, una canzone di voce briaca, un ritornello di

fischi e di grida. Con un moto di sgomento, ella aveva nascosto la testa

sotto le coltri: le sue sempre più grandi tristezze, il suo rotolare

infrenabile verso un precipizio di stenti e di miseria, la rendevano,

oramai, più timida e più paurosa del giorno in cui era stata scacciata

dal monastero di suor Orsola Benincasa. Di nuovo, però, il silenzio

aveva dominato l'ambiente; e, nella stanza della monaca, non era restata

che l'agitazione della sua anima in pena.

Pure, quella mattina, la consuetudine monacale la portò ai soliti atti

di prostramenti, di preghiere, di parole e di gesti ripetuti mille

volte, quando era nella calma, sepolcrale solitudine delle Trentatre,

protetta dalle forti mura, simili a quelle di una tomba.

Ancora una volta ella doveva fare un povero fagotto delle sue poche robe

e partire, cercando un asilo poverissimo, ove andare a vivere gli anni

della sua già avanzante vecchiaia: ma, prima di accingersi a questa

novella dipartita, meno straziante, forse, meno angosciata, poichè il

cuore ha la lenta assuefazione al dolore, ma non meno piena di dubbi, di

smarrimenti, di paure, suor Giovanna della Croce compì quanto ogni alba

ella faceva, da quarant'anni. Certo, vi era alcun che di meccanico, di

monotono, di esteriore, in tutto quel susseguirsi di gesti e di atti

religiosi, di preci e di litanie, che si legavano l'uno all'altro, ma

bene la fede li ha riuniti e li ha imposti, come un freno naturale a

ogni orgasmo fisico, come esercizio, se non di elevamento, di

pacificazione. Quando tutto ebbe finito, suor Giovanna della Croce andò

in cucina, attraversando la casa in punta di piedi, per non risvegliare

la sua avida e crudele sorella, i suoi sfrontati e duri nipoti. Con

quell'abitudine sempre crescente della domesticità, della servilità,

ella accese il fuoco nella cucina ancora immersa nella penombra, e mise

a riscaldare un poco di caffè del giorno prima, in una cuccumetta di

stagno. Era un peccato di gola, quel caffè: un bisogno di alimento

nervoso, che gli anni e gli acciacchi avevano reso prepotente in lei.

Anzi, per questo caffè alla mattina, il suo confessore le aveva fatto

ottenere una dispensa ecclesiastica per ragioni di salute. Mentre il

caffè si riscaldava, suor Giovanna della Croce lavò e asciugò le tazze

che erano restate sporche, dal giorno prima.

Ora, il largo finestrone della sudicia cucina dava sul cortiletto del

Palazzo Marinelli e si trovava di fronte al pianerottolo della scaletta:

si vedeva la prima rampa di scale che conduceva alla casa abitata dalla

famiglia Bevilacqua, e la seconda che conduceva a quella abitata

dall'avvocato de Gasperis. La suora andava versando il caffè nella tazza

lentamente, provando già un piacere in quell'aroma, quando udì un

violento battere di porta, sopra, al secondo piano: la porta a vetri

dell'avvocato de Gasperis si era richiusa con tanto fracasso da parere

che tutti i cristalli andassero in frantumi. Suor Giovanna della Croce

restò interdetta, bevendo il suo caffè, guardando, dal fondo della

semioscura cucina, verso le scale.

Un uomo scendeva dal secondo piano, con passo rapido e deciso, col

bavero del cappotto alzato, col cappello abbassato sugli occhi; e,

intanto, pur si vedeva il volto di un uomo quarantenne, con una barbetta

nera, l'aria tetra e truce, sparsa sovra un viso chiuso e freddo.

Lentamente, trascinando i passi, come se andasse a morire, una donna lo

seguiva, appoggiandosi al muro: era la donna che, due tre volte, suor

Giovanna della Croce aveva incontrato per le scale, salendole

cautamente, con la veletta fitta che le nascondeva il viso, con la

pelliccia stretta sulla persona. Adesso, ella aveva la pelliccia

semplicemente gittata sulle spalle e le vesti un po' discinte, sempre

male abbottonate: portava la sua veletta in mano e mostrava un viso

gracile, gentile, pallido, con un paio di occhi dolci, stralunati, una

bocca fine e rosea come una tenue rosa. Mentre scendeva, taciturna,

senza guardare gli scalini, silenziose lagrime le si disfacevano sulle

guancie. Come ella rallentava il passo, quasi non volendo, quasi non

potendo più camminare, due volte l'uomo dal viso tetro si era voltato a

guardarla fieramente, e un amaro sorriso si era disegnato sulle sue

labbra. Subito, la donna aveva cercato di affrettarsi. Discesero,

sparvero. E, malgrado il suo candore di vecchia suora, sparita dal mondo

a venti anni, prima di nulla conoscere, suor Giovanna della Croce

comprese che quell'uomo era il marito di quella donna e che quella

donna, sorpresa nel peccato, andava forse al più lungo e atroce

martirio, forse alla più vicina morte. Suor Giovanna della Croce si

segnò.

Quando ritornò in camera sua, sempre camminando pianissimo, ebbe un

movimento di decisione. Doveva andar via, in quel giorno, più tardi, non

sapeva dove, ma doveva andare. Rilesse la lettera del Ministero

dell'Interno, con cui le si comunicava che, secondo la legge sulle

corporazioni religiose, legge citata in due tre articoli, ella non aveva

altro diritto che a percepire una pensione mensile di lire quarantuna,

pagabile ogni mese, a Napoli, all'Ufficio dei Beneficii Vacanti; e che

si fosse presentata per ritirare i suoi documenti certificativi, per

poi, ogni ventisette del mese, avere il suo assegno. Ora, quel giorno

era il venti febbraio. Suor Giovanna della Croce aprì un portafogli e

contò il denaro che le restava delle mille lire che sua sorella e i suoi

nipoti si erano venuti divorando man mano: non aveva che cinquantasette

lire. Ella non aveva che una scarsa idea di quello che costava il cibo

di una persona, avendo tutto dimenticato, in quei quarant'anni, e nulla

avendo appreso o molto poco, in quei dieci mesi di permanenza, in casa

di sua sorella; non aveva nessuna idea di quello che costasse un

alloggio, una camera, in qualunque posto. Ripose la lettera fatale e il

suo denaro nel portafogli. Sarebbe andata, infine: non sapeva e non

voleva altro.

Si guardò attorno. Malgrado che ne fosse stata ospite per quasi un anno,

ella non amava quella camera di casa borghese, a quel primo piano basso,

dove salivano tutti i rumori, tutte le voci rudi della via e le

parolacce e le bestemmie e gli odori nauseanti e l'alito vizioso di una

via cittadina, abitata da gente fra povera e corrotta, fra misera e

feroce. La camera era solinga e nuda, invero: ma la strada vi arrivava,

vi entrava, con tutte le sue cose brutte, nelle persone, nei loro atti,

nei loro detti. No, non aveva amato nulla di quella stanza; forse era

ingrata, poichè vi aveva avuto dei lunghi momenti di quiete e di

raccoglimento: non vi aveva amato nulla, poichè l'ospitalità che le

aveva dato, non era stata basata sulla tenerezza e sulla pietà, ma sul

calcolo più laido e sull'avidità più sfacciata. Sì, era stata

ricoverata, lì: ma le avevano elargito il ricovero solo per derubarla,

man mano, del suo avere presente, solo per spogliarla di una ipotetica

somma di denaro avvenire. Forse, era ingrata. Ma la sorella, i nipoti

non le avean tutto tolto e, ora che non aveva più nulla, non la

cacciavano via? Non poteva, dunque, amare quella stanza.

Pure, quando andò a prendere il suo tombolo dove era fissata, con gli

spilli, la sottile trina cui stava lavorando, quando volle mettere il

tombolo nel suo fagottello, ebbe un sospiro breve di rimpianto per quel

vano di balcone, dove aveva trascorso molte ore in contemplazione, in

assorbimento. Sempre quella casa muta e cieca, dirimpetto, aveva

prodotto su lei un effetto di pace: non so come, qualche volta, le era

parso che quella muraglia fosse quella di un convento, quelle gelosie le

gelosie, di un convento, sempre sbarrate. Infine, sì, avrebbe rimpianto

quel piccolo spazio ove ella aveva pensato, pregato, lavorato, seduta

sulla sedia di paglia, coi piedi appoggiati sui cannelli dell'altra

sedia, tenendo sulle ginocchia o il libro di devozioni, o il rosario, o

il tombolo.

Quando mai un'anima, in quelle ore diurne, era passata per quella

viottola, da cui il suo balcone non era più alto di quattro metri? Colà,

ella aveva goduto una tranquillità perfetta.

Eppure, con sua sorpresa, in quell'alba che già cedeva il posto al

giorno, ella vide una persona all'angolo del Vico Primo Consiglio.

Veramente costui stava un po' dietro lo spigolo del muro, appoggiato ad

esso, in attitudine di attesa. Era un giovanotto che di poco poteva

avere oltrepassato i venti anni, non alto, smilzo, imberbe, col viso

biancastro, dagli zigomi sporgenti. Vestiva come un operaio pulito, con

un par di pantaloni giallastri, stretti al ginocchio, larghi al collo

del piede, con una giacchetta azzurro-cupa, molto serrata alla persona e

di cui teneva il bavero alzato per il freddo: in testa un cappelletto a

falde strette, messo a sghimbescio. Un mozzicone di sigaro, spento,

nero, pendeva dall'angolo della sua bocca ed egli teneva le mani in

tasca, come per riscaldarle. Infatti, il freddo era vivissimo,

tagliente. Dietro i cristalli, guardando curiosamente il giovanotto,

suor Giovanna della Croce ebbe un brivido dentro le sue lane nere, che

male la proteggevano contro il rigore della tramontana. Non passava

alcuno, neppure più giù, verso il Vico Lungo Gelso, neppure verso la più

larga Via Speranzella, sempre animata: anche il Vico Lungo Teatro Nuovo

era deserto. L'ora e il freddo glaciale prolungavano il sonno, anche dei

più mattinieri. Così, in quell'angolo, non vi erano che quel giovane

appoggiato al muro, con la espressione di una paziente e sicura attesa

sulla faccia, e la monaca, su, dietro i suoi cristalli, con una

misteriosa curiosità nell'anima. Ella lo vedeva benissimo; egli non

poteva vederla. Del resto, il giovanotto, ogni tanto, sogguardava verso

la casa oscura e silenziosa che si ergeva, a un piano soltanto,

dirimpetto al balcone di suor Giovanna della Croce; sogguardava, come se

cercasse di penetrare, miracolosamente, dietro le gelosie ermeticamente

chiuse, tutte polverose, per non essere state scosse e aperte, da tempo

immemorabile: e sogguardava, anche, verso quel portoncino sempre aperto,

in cui, mai, nella giornata, suor Giovanna della Croce aveva visto

entrare o uscirne alcuno. E sogguardava così attentamente, con tanta

intensità nel suo viso bianco di ventenne, con tale fissità di sguardo,

che la suora si sentì rabbrividire, a un tratto, non solo di freddo, ma

di paura.

Suor Giovanna della Croce: romanzo · 第 5 / 12 段