Ma la monaca non chiese altro. Il suo volto appassito, di claustrata

sessantenne, di nuovo arrossì come quello di una giovinetta. Si tirò il

mantello nero intorno alla persona, come se avesse freddo: e mentre la

serva si alzava il fazzoletto di cotone sulla testa per ripararsi dal

vento, uscendo di casa, suor Giovanna cominciò a portare in cucina i

piatti sudici, con pochi avanzi di carne fredda, i bicchieri dove

s'inacidiva, in fondo, del vinello, aprì la chiave dell'acqua di Serino,

mettendovi sotto tutta quella roba sporca. Poi, presa della minuzzaglia

di carbone con la paletta, accese il fuoco, perchè l'acqua pel caffè

bollisse, quando Bettina fosse di ritorno. Quelle occupazioni volgari

non la contristavano. In verità, in monastero, la badessa voleva che

ognuna di loro, per turno, aiutasse le converse alla cucina, alla

pulizia: e quella obbedienza, quella umiltà era loro cara, poichè pareva

loro, nell'anima semplice e rimasta infantile, che tutto andasse a

gloria del Signore. In casa Bevilacqua ella seguitava la sua opera di

domesticità, ma con minore soddisfazione, in quella oscura e gelida

cucina, tra quei poveri arnesi che sua sorella non pensava a rinnovare,

tutta dedita all'apparenza e a un falso lusso della persona: seguitava,

in compagnia di quella serva brontolona, ingorda, avida, pettegola, la

cui lingua spesso correva al discorso turpe e alla bestemmia, soffrendo

di quel contatto, ma soffrendone in silenzio, rassegnatamente. Quaranta,

quarantacinque anni prima, quando erano nella casa paterna Bevilacqua,

lei e sua sorella erano servite, godevano di un'agiatezza secura: ma gli

anni erano passati, sua sorella aveva divorato, con suo marito, tutta o

quasi tutta la sua fortuna e quella di casa Fanelli: era vedova, adesso,

con due figli, con rendite scarse, con una ragazza da maritare, con un

figliuolo che non studiava, non lavorava e cercava una dote, con la sua

beltà seducente. Quasi povera, Grazia Fanelli; eppure aveva raccolto sua

sorella teneramente, in apparenza. Sua sorella, come tutte le altre

monache di suor Orsola cacciate dal monastero, aveva avuto, poichè i

giornali conservatori e clericali avevano fatto gran chiasso, una somma

di mille lire: ma si diceva che il governo avrebbe certamente restituito

la dote, a ogni monaca. I più scettici dicevano che le Sepolte vive

avrebbero ottenuto un forte assegno. Suor Giovanna della Croce pagava,

dunque, l'ospitalità, lavorando, cercando di provvedere al disordine e

alla miseria segreta della casa, cercando di renderla più decente,

mentre Grazia Fanelli si tingeva i capelli biondi incanutiti e sua

figlia Clementina si ondulava con la _ricciolina_. Le ventimila lire di

dote di suor Giovanna si aspettavano, da otto mesi. Niuno ne parlava, ma

tutti le aspettavano.

Ella stessa s'impazientava, vedendo le ristrettezze della casa, sentendo

di essere a carico, privandosi molto, cavando, sempre che poteva,

qualche cosa dal suo gruzzolo delle mille lire, soldi, naturalmente, ma

cavandone sempre, meditando di fare un gran dono alla sorella e ai

nipoti, appena le avessero restituita la dote. Le due donne non dicevano

nulla, non chiedevano nulla: quando _zi monaca_ metteva fuori dei soldi,

delle lire, voltavano la testa in là, fingevano di non vedere. Ed ella

non si era fatta nè una camiciola di flanella, nè una sottana, nè un

fazzoletto di più del suo povero corredo di convento; consumava i suoi

due vestiti di suor Orsola, lavorando e stirando da sè le sue bende

candide e i suoi candidi goletti. Adesso avrebbe dovuto comprare un paio

di scarpe, ma esitava a spendere quelle dieci lire.

Quando la serva fu tornata e il caffè e latte fu pronto, Bettina lo

portò nella stanza, ove madre e figlia si voltavano e si giravano nel

letto, non avendo voglia di alzarsi, sbadigliando, la madre dal viso

sciupato e logoro, dai capelli mal tinti, la figliuola con le palpebre

arrossate delle bionde troppo bianche.

— Che fa _zia monaca_? — domandò la ragazza, stiracchiandosi.

— Spolvera la stanza da pranzo. È già stata a messa, — rispose la serva.

— Beata lei, che si può mettere in grazia di Dio, — mormorò

ipocritamente Grazia Fanelli.

Suor Giovanna della Croce, lasciato il cencio con cui spolverava, era

andata ad aprire la porta, perchè avevano picchiato. E si trovò avanti

il nipote, Francesco Fanelli, il bel Ciccillo, ben vestito, come un

figurino di moda, tranquillo, col suo sorriso seduttore.

— Oh, — esclamò la vecchia suora. — Sei qui! Sei qui!

E non gli disse altro, tutta tremante di gioia. Egli, sempre amabile,

prese la mano rugosa e un po' callosa della vecchia monaca e la baciò

rispettosamente.

— Sono stato a Caserta, con un amico, — disse, come se niente fosse,

sorridendo.

— Vuoi il caffè e latte? Lo vuoi?

E si avviò per andarglielo a prendere, felice di servirlo. Egli la tirò

pel nero mantello monacale.

— _Zia monaca_, mi fate un favore?

— Che vuoi?

— Ho da pagare la mia parte di viaggio. Prestatemi venticinque lire.

Col suo passo cauto e quieto di claustrata, ella se ne andò in camera

sua a prendere questo denaro per darglielo. Egli fumava una sigaretta e

canticchiava. Grazia e Clementina sua figlia disputavano vivamente,

infilandosi le calze, nella loro stanza.

*

Sedute, una di fronte all'altra, coi piedi sui freddi mattoni, con le

mani nascoste nell'ampiezza delle maniche monacali, nell'atto

tradizionale delle suore, le due vecchie si guardavano, volta a volta,

con occhi teneri e tristi e, volta a volta, ripigliavano un discorso

lento e sommesso. L'ora non era tarda, appena oltre le quattro

pomeridiane: ed esse avevano collocato le loro sedie nel vano del

balcone, quello che guardava il vico Primo Consiglio: ma la giornata era

grigia, di un grigio eguale e chiuso di nuvole invernali. Il pomeriggio

non era freddo: ma un brividìo raggrinziva l'antica pelle di quegli

antichi visi di donna. Una di esse, l'ospite, era suor Giovanna della

Croce, cioè donna Luisa Bevilacqua: la visitatrice era suor Francesca

delle Sette Parole, che aveva, nel mondo, il nome di Marianna Caruso.

Nei dieci mesi dopo la cacciata dal monastero delle Trentatre, suor

Francesca che non avrebbe avuto pace, se non le fosse stato dato di

ritrovare una sua sorella _sepolta viva_, per mezzo di preti, di

confessori, era riuscita a saper l'indirizzo di suor Giovanna della

Croce e, malgrado i suoi settant'anni e i suoi acciacchi, venendo

dall'estremo quartiere di san Giovanni a Carbonara, in dieci mesi tre

volte aveva picchiato alla porta di suor Giovanna, per farle una lunga

visita. Le due monache restavano sole, in queste visite, e un po'

taciturne in sulle prime, guardandosi nel volto come per riconoscersi

meglio: non si baciavano, non si toccavano la mano, poichè questi segni

di affetto terreno sono proibiti, fra le suore. Si guardavano,

sospirando: e nelle rughe che fitte solcavano il floscio e bianco volto

di suor Francesca, che era stata una giovane grassoccia e rosea, nelle

rughe fini che si diramavano intorno agli occhi, intorno alla bocca

della bruna e magra faccia di suor Giovanna, nella espressione di

stanchezza rassegnata e pure dolente di suor Francesca, nel senso di

malinconia ancora ardente, ancora vivida, di suor Giovanna, ciascuna

cercava di leggere la umile storia di rimpianto segreto e inconsolabile,

per il securo asilo che avevan perduto, per la casa di Dio che era stata

tolta loro, per la pace dell'anima che era stata loro turbata per

sempre, per il cibo del corpo che era stato loro rubato. Tacevano

entrambe, sole, sospirando insieme, poichè i loro cuori avevano i

medesimi sussulti di tristezza, pensando al loro alto convento di suor

Orsola, ove si erano sepolte vive e donde erano state discacciate, per

sempre. Poi, lentamente, mentre le ombre si venivan dileguando dai loro

visi incorniciati di tele candide, si parlavano pian piano, con la

discrezione di chi è molto vissuto, fra il chiostro e la chiesa, con la

parsimonia di gesti di chi è abituato a dominare ogni impeto fisico,

sotto un regime di calma e di rassegnazione. Infine, questa era la terza

visita: in un pomeriggio di febbraio, senza sole, di un bigio diffuso da

un velo eguale di nuvole.

— Io ho dovuto rinunziare alla divozione della Scala Santa, Giovanna

mia, — disse, sommessamente, suor Francesca, — ed era la mia

consolazione, in monastero. Mi dicono che vi sia una Scala Santa, a

Napoli, ma in una chiesa verso Mergellina, alla fine del Corso Vittorio

Emanuele: come ci posso andare, così distante dalla casa mia? Anche con

l'_omnibus_, ci vorrebbero due o tre ore, per andare, per tornare. Poi,

forse, non avrei la forza di fare i trentatre scalini sulle ginocchia.

Sono così vecchia! Io ho da tredici a quattordici anni più di voi,

Giovanna.

— Anche io ho dovuto rinunziare a varie divozioni, — riprese, piano,

suor Giovanna. — Sono in casa di mia sorella, essa mi rispetta, ma è

tutta _del mondo_ e certe cose non le può capire. Una volta, vi

rammentate, Francesca? io digiunavo tutti i giovedì, vigilia del

venerdì, in cui è morto nostro Signore: Adesso, non lo posso fare più.

Mia sorella dice che sono divozioni che fanno male alla salute, mia

nipote Clementina mi burla e mio nipote Francesco dice che

l'ostentazione è un peccato anch'esso. Così, per non farmi notare, ho

smesso il digiuno del giovedì, Francesca. Ma, che volete? non ne ho più

l'abitudine, di mangiare in quel giorno, e ogni boccone mi pare che mi

strozzi.

— Se ho voluto tenere accesa una lampadina innanzi al Sacro Cuore, —

riprese suor Francesca delle Sette Parole, sempre a bassa voce, — ho

dovuto e debbo comperarmi l'olio da me. I miei parenti sono avarissimi.

Del resto sono molto poveri, marito e moglie, e sono stati ben fortunati

di non aver avuto figli: quel poco che hanno basta appena appena a loro.

Io non ho il coraggio di chieder loro nulla. Per due mesi, dopo che ci

hanno cacciate dal convento, mi hanno tenuta con loro, senza farmi pagar

niente, ma sono stati dei gravi sacrifizii che hanno fatti per me e che

non potevano continuare a fare. Li vedevo sempre freddi e muti, che si

guardavano, imbarazzati, seccati di questo peso che era caduto loro

addosso. Sono loro prozia, non avevano obbligo di mantenermi. Adesso....

è un'altra cosa.

Un silenzio. Ognuna di esse, prima di parlare, guardava la compagna, con

una breve contemplazione quieta e malinconica; poi, riannodava il

discorso come se parlasse fra sè, senza interlocutore, pianissimamente,

con ritmo eguale di voce, come lo scorrere costante e monotono di una

fonte. Talvolta, come adesso, ambedue tacevano: sogguardavano nella

stanza nuda e gelida di suor Giovanna, quasi senza vedere le cose,

intorno: sogguardavano verso i balconi sbarrati della casa dirimpetto,

nel vicolo deserto del Consiglio.

— Adesso, che fate? — domandò suor Giovanna, chinandosi un poco verso la

sua vecchia compagna. — Adesso non siete più a loro carico?

— No, pago. Pago qualche cosa, ogni mese, — rispose suor Francesca, con

un lieve sospiro. — Da quando ho avuto le mille lire che voi sapete,

Giovanna, non ho avuto la forza di mangiare il pane dei miei nipoti,

così, senza far nulla per loro. Sul principio, non volevano: si

vergognavano: dicevano che la gente avrebbe sparlato di loro, se

accettavano il mio denaro. Ma io capii che lo avrebbero preso. Ora, io

pago.

— E che pagate?

— Pago quaranta lire al mese, per tutto, — disse suor Francesca delle

Sette Parole, con un sospiro anche più profondo. — Mi danno una stanza,

il pranzo, la servitù, l'imbiancatura, per queste quaranta lire al mese.

Un po' di caffè, la mattina; il pranzo alle due; e un po' di cena, alla

sera.

— E come mangiate?

— Mi piaceva meglio la cucina del convento, — disse suor Francesca, con

un tono più alto di tristezza.

— Quaranta lire al mese? Le pagate da otto mesi, n'è vero? Dovete così

avere già speso trecentoventi lire.

— Ne ho speso trecentocinquanta, — riprese, tristissimamente, suor

Francesca. — L'olio nella lampada.... qualche piccola elemosina.... un

paio di scarpe che mi son dovuta comprare.... certi fazzoletti.... io

non ho più che seicentocinquanta lire. Ho fatto varie volte il conto,

Giovanna. Sono solo due anni che io posso aver da vivere, con quel

denaro.

— Sì, due anni soltanto, suor Francesca, — riprese l'altra, con tono

dolente.

— Io ho una sola speranza, in tutto questo.

— Che ci restituiscano la dote?

— Non ci restituiranno più niente, — soggiunse la vecchia monaca,

crollando il capo. — Oltre quelle mille lire, non avremo altro, lo

vedrete. Si è fatto del chiasso allora e, per far tacere la gente, ci

hanno dato quel denaro. Ora, tutti ci hanno dimenticate. Io ho una sola

speranza: ed è di morire prima dei due anni. Sono assai vecchia e Dio mi

chiamerà presto, io spero, prima di mandarmi all'elemosina o di

lasciarmi morire di fame.

Un triste silenzio, ancora. Penosamente, suor Giovanna lo ruppe:

— Io non ho neppure questa speranza, suor Francesca, perchè sono meno

vecchia di voi. Debbo raccomandarmi a Dio, perchè mi tolga da questo

mondo di dolore e di miseria.

— Anche voi pagate, qui?

— No, non pago. Mia sorella e i miei nipoti non hanno mai voluto

accettare che io pagassi una pensione. Ma è anche peggio, sorella mia.

Erano agiati: sono, adesso, in ristrettezze. Non voglio dire per causa

di chi e perchè, non debbo far giudizi maligni o temerari. Spesso, il

denaro manca in casa. Allora, io debbo spendere, se non voglio farla da

avara, da egoista o da profittante.

— E avete speso assai?

— Eh!... abbastanza, — rispose, con voce smarrita, suor Giovanna.

— Quanto?

— Circa seicento lire.

— Seicento lire? Gesù! Più della metà?

— Più della metà, purtroppo!

— E come avete fatto?

— Così, a soldo a soldo, a lira a lira. Prima, tenevo un piccolo libro

dove, ogni giorno, scrivevo quello che spendevo. Adesso, non ci scrivo

più nulla.

— Seicento lire! È troppo, Giovanna mia.

— Sì, è troppo, lo so. Ci è anche quel mio nipote, Francesco Fanelli,

che ha tanti bisogni.... È un giovanotto.... si vuole sposare.... cerca

una ragazza.... ogni volta che mi chiede danaro, non so dire di no.

— Gli volete bene a questo nipote, non è vero? — chiese suor Francesca

delle Sette Parole, sogguardando un po' di più la sua sorella in Gesù.

— Sì, gliene voglio.

— È questo il figliuolo di quel giovane che dovevate sposare, mi pare.

— Si, è questo: è il suo unico figliuolo. Il padre è morto. Se non fosse

morto, io non sarei venuta qui, — soggiunse, semplicemente, suor

Giovanna della Croce.

— Per paura della tentazione, forse?

— No, sorella mia. Da molto tempo, Gesù mi aveva dato la pace. E la

vecchiaia, poi! Ma non sarei venuta, ecco, se Silvio Fanelli fosse stato

ancora vivo. Sarebbe stato ridicolo e sciocco, ritornare qui. Ma non vi

è più: da un pezzo gli avevo perdonato ed egli stesso deve avermi

perdonato, in punto di morte, se gli ho dato qualche tristezza.

— Il figliuolo gli rassomiglia?

— Sì, molto.

— E vi siete confessata di tutto questo?

— Sì, suora mia, — disse umilissimamente suor Giovanna della Croce. —

Per iscrupolo, mi sono confessata.

— E vi hanno assolta?

— Sì. Ma il confessore mi ha esortato a non dar più il mio denaro, nè a

mia sorella, nè a mio nipote.

— Ha ragione. Quando non ne avrete più, come farete?

— Io non lo so, — disse suor Giovanna, stringendo le mani nelle ampie

maniche, rabbrividendo tutta. — Non so niente.

— Io ne ho per due anni; ma voi no, sorella mia.

— Forse per due mesi, non più, e io tremo di spavento, pensandoci. Non

credete che ci ridaranno la dote? No? Non lo credete? Qui, lo credono.

Sovra tutto, lo sperano. Io.... io non dovrei dirlo, ma è proprio così:

ritengo che mia sorella ci abbia calcolato sopra, in questo decadimento

completo della sua fortuna. Quando venne.... non dovrei dirlo, è troppo

triste.... non mi parlò di danaro, non fece che condurmi qui, ma io

restai sospettosa, diffidente: non mi aveva mai voluto bene, mia

sorella. Perchè mi raccoglieva? Sulle prime, non mi hanno detto nulla.

Fra le altre cose credevano che io avessi accumulato del denaro, in

convento. Voi sapete che avevamo fatto voto di povertà! Poi, si sono

convinti che non avevo altro che quelle mille lire: e se le vanno

prendendo allegramente, senza dirmi neppure grazie. Da due mesi, adesso,

non parlano se non delle mie ventimila lire, come se fossero loro, come

se dovessero averle domani.

— Non avremo mai restituita la dote, — disse, monotonamente, suor

Francesca delle Sette Parole.

— Voi lo dite! — disse, angosciosamente, suor Giovanna della Croce. — E

mio nipote, invece, crede il contrario. È già andato a Roma, due volte,

da persone del Governo: gli ho dato cinquanta lire alla volta. Sempre ha

portato delle buone notizie. Si rincorano, fanno i loro conti, rimandano

il pagamento di vari debiti a quel tempo, fanno progetti di nuove

spese.... È una cosa che mi fa spasimare, ma non oso di parlare, sorella

mia.

— Ma vi trattano bene? — chiese suor Francesca, con affetto.

— Quando pensano a questo denaro, sì, — disse suor Giovanna, a voce

anche più bassa. — Non sono interessati, forse, ma sono bisognosi: che

farci? Mi hanno data una buona stanza, vedete. Io lavoro in casa: fo di

tutto. Non servo loro, servo il Signore. Ci avevano abituate alla

fatica, vi rammentate? Ma faticavamo in letizia, allora. Qui vi è noia,

vi è malinconia: spesso, litigano forte, fra loro, la madre e la

figliuola. Si dicono delle cose brutte, assai brutte.... io ne soffro,

suor Francesca.

— Pazienza, pazienza!

— Sì, pazienza, è vero, ne ho; ma niente di quello che succede, mi

piace. Nè la madre nè la figlia amano il Signore: vanno in chiesa la

domenica, solo per occupare un'ora. Fanno la burletta sulle cose della

religione. Io mi alzo e vado via, quando questi discorsi cominciano: non

posso udirli. Sento che ridono alle mie spalle: adesso, ridono anche

più....

— Fermezza, nelle tribolazioni!

— Quando sono sola, piango qualche volta, suor Francesca. Io penso che

accadrà di me, quando non avrò più un soldo e quando costoro avranno

perduto ogni speranza di avere le ventimila lire! Ora, vengo spesso in

questa stanza, mi isolo, mi metto a tessere il merletto, qui, su questo

balcone....

— Potreste venderli, questi merletti, suor Giovanna, — mormorò suor

Francesca, toccando i fuselli.

— Venderli? E che me ne darebbero? Io non conosco nessuno. Così potessi!

Questo merletto serve per l'altar maggiore della chiesa, qui, del

Consiglio....

— È bello: uno simile, lo potreste vendere.

Tacevano. Imbruniva. Le loro persone si abbandonavano, stanche,

abbattute, nelle vesti nere. Il volto molto bianco, di un bianco di

cera, di suor Francesca delle Sette Parole si distingueva, nelle prime

penombre: quello bruno e sottile di suor Giovanna si riempiva di ombre.

— Voi passate le giornate, qui, suor Giovanna?

— Sì; dirimpetto, vedete, abitano persone silenziose e solinghe, che non

ho mai viste, che non schiudono mai le finestre, nè i balconi. Nessuno

mi osserva: io non osservo nessuno. E mi sembra, talvolta, di esser

ritornata a suor Orsola....

— Oh, suor Orsola era un'altra cosa, — mormorò suor Francesca delle

Sette Parole. — Niente vi somiglia, sorella mia. Quanti anni ci siamo

state, quanti!

— Troppo pochi!

— Sono fuggiti come un giorno. Mi pare di aver sognato; penso che ho

sognato. Vi rammentate di suor Clemenza della Spine, quella piccola?

— Sì, povera suor Clemenza, mi ricordo! Come era divota delle anime del

Purgatorio! Ed era così brava nel fare i letti, tutte quante la

pregavano, perchè rifacesse loro il letto! Che ne sarà stato?

— Chi lo sa! Anche suor Gertrude delle Cinque Piaghe era buona, non è

vero? Un po' superba, forse, della sua nascita: ma era un piccolo

difetto. Se ne pentiva, poi si batteva il petto, mi ricordo. Certe

notti, per questo peccato di superbia, si batteva con la disciplina. Che

ne sarà avvenuto?

— Chi lo sa! Tutte le suore mi erano care, ma suor Veronica del Calvario

mi sembrava una santa....

— Era una santa, era! Quante grazie particolari aveva da Gesù, da Maria,

suor Veronica! Io mi raccomandavo sempre a lei, perchè mi affidasse alla

Madre e al Figlio: ed essa, talvolta, restava ore intiere, inginocchiata

in estasi, pregando solo per me. Chi la vedrà più, ohimè, suor Veronica?

Pregherà essa ancora per me? Dove sarà? Che farà?

— Chi lo sa!

— Voi non avete saputo più niente di nessuna?

— No, di nessuna. Solo di voi.

— E io, solo di voi. Eppure, della povera nostra badessa, avrei voluto

conoscere qualche cosa, Giovanna mia. Ho cercato, ho cercato: ma non

vedo nessuno, sono così vecchia, mi è stato impossibile di averne

notizie.

— Suor Teresa di Gesù era la mia madre e la mia benefattrice, — disse,

esaltatamente, suor Giovanna della Croce. — Io mi sono separata da lei,

solo per la forza.

Ancora un silenzio, un lungo silenzio pensoso.

— Io dico che suor Teresa di Gesù deve essere morta, — soggiunse suor

Francesca, come se parlasse a sè medesima.

— Credete che sia morta? Voi lo credete?

— Lo credo, sorella mia. Quando ci separammo, compresi che non poteva

vivere molto. Essa deve esser morta.

— Beata lei, se è morta.

— Beata lei, se è morta.

La sera era caduta. Suor Francesca delle Sette Parole si levò per

andarsene. La visita era durata molto. Anche l'altra monaca si era

levata. Erano di fronte, nell'ombra.

— Diciamo qualche _avemaria_, insieme, — propose suor Giovanna,

tristamente.

Orarono, un poco. Si separarono.

— Io vado. Prenderò l'_omnibus_, sino laggiù. Costa due soldi.

— Non avete paura, sorella mia?

— No. Che mi può accadere? Chi si cura di una vecchia monaca come me? È

tardi: non vi sono neppure monelli, per corrermi dietro e gridarmi _zi

monaca_. Vi è l'_omnibus_, quasi qui, a Toledo.

— E quando ci vedremo? — chiese Suor Giovanna. — Grazie della visita.

Quando ritornerete?

— Non so. Non posso dirvi. Come vorrà Iddio. Forse, mai più: meglio

separarsi, come se morissimo.

— Dio vi benedica, allora.

— Benedetta voi, sorella mia.

L'una monaca se ne andò, a capo chino, con le mani nascoste nelle

maniche, nelle vesti nere, curva la fronte sotto il candor delle bende:

l'altra monaca rimase, a capo basso, stringendosi nel mantello, sotto le

vesti nere, con la fronte chiusa sotto la fascia bianca: una solinga,

per le vie frequenti; l'altra, solinga, nella casa vuota, di fronte a

una casa taciturna e oscura.

*

Due o tre volte, Clementina Fanelli aveva fatto capolino dalla porta di

sua zia monaca e aveva sogguardato, con curiosità ed impazienza, che

cosa facesse suor Giovanna della Croce: prima l'aveva trovata assorta

nella lettura di un libro di orazioni e la suora non si era neppure

accorta della presenza della nipote: la seconda volta, la monaca era

inginocchiata innanzi al crocifisso, a testa bassa, mormorando delle

lunghe giaculatorie; la terza, diceva il rosario di quindici _poste_,

quietamente, seduta presso il gramo letto. Clementina Fanelli aveva

battuto il piede pel dispetto e si era morsicate le belle labbra, sempre

un po' pallide: era una bionda molto scialba, dai capelli di un biondo

cenere arruffati sulla fronte e alle tempie, dagli occhi di un azzurro

biancastro, dal naso all'insù, con un'aria di freddezza, d'indolenza, di

seccaggine, in tutta la persona alta e sottile. Vestiva bizzarramente,

del resto, anche in casa, di chiaro, con un nastrino celeste al collo

nudo, che si vedeva dall'apertura del vestito, malgrado si fosse in

febbraio, con le maniche che appena oltrepassavano il gomito, coi

capelli fermati da forcinelle di pastiglia, da pettinessine con

brillantini falsi, con due grosse perle false alle orecchie. Ella

fremeva per entrare in quella stanza di suora Giovanna e per potersi

avvicinare al balcone del Vico Lungo Teatro Nuovo. Quel rosario non

finiva, dunque, mai? Non potendo più stare ferma:

— Permettete! — disse alla zia, entrando, avvicinandosi al balcone tanto

agognato.

Suor Giovanna non rispose. Guardò la nipote, il balcone e una

espressione di tristezza e di confusione le si dipinse in viso: più

lente, più fioche, si sgranarono le _Ave Marie_ e i _Pater_ sotto le sue

dita, avvezze al trascorrere dei grani del rosario. Adesso, la nipote si

era installata dietro i cristalli e fissava il balcone dirimpetto, nel

vivace e rumoroso Vico Lungo Teatro Nuovo; dietro i cristalli, il

giovanotto con cui ella amoreggiava, era fermo aspettandola al convegno.

Si guardavano, si sorridevano: poi, una telegrafia vivace, di segni, di

lettere alfabetiche, riprodotte con le dita, cominciò, mentre suor

Giovanna della Croce, sospirando, aveva voltato la persona in là, per

non vedere. Ma questo non bastava, a Clementina. Ella disse a sua zia:

— Scusate, _zi monaca_, ma debbo dire qualche cosa a Vincenzino. — E

schiuse i cristalli, lasciando entrare il freddo di una giornata rigida

di febbraio; si mise a parlare col giovanotto di rimpetto, che aveva

aperto i cristalli, con voce moderata, dalla soglia del balcone. Come

aveva cercato di non vedere, triste, imbarazzata, la vecchia monaca

tentò di non ascoltare, e s'immerse in altre orazioni, sebbene avesse

finito il rosario. Clementina cercava di parlare nitidamente, ma piano,

e dal fondo della stanza suor Giovanna della Croce dovette, per forza,

udire le ultime parole del colloquio d'amore:

— .... Stasera, stasera.

Clementina chiuse i cristalli, rientrò nella camera: dalla sua parte, il

giovanotto era sparito. Animata e colorita, durante quella breve scena

di amore, Clementina riprendeva, ora, il suo aspetto smorto,

indifferente, annoiato. Si avviava per andarsene, quando la zia la

chiamò:

— Clementina?

— _Zi monaca?_

— Perchè, figlia mia, fai questo? — le domandò la vecchia suora,

guardandola negli occhi, ma senza severità.

— Che cosa? — rispose la fanciulla subitamente scossa.

— Quest'_amicizia_.... con questo giovane.... — mormorò la monaca, che

non voleva, per pudore, precisare bene.

— Non è amicizia, è amore, — dichiarò Clementina, impertinentemente. —

Io voglio bene a Vincenzino, Vincenzino mi vuol bene, per questo lo

faccio.

— Non sta bene, figliuola mia, non sta bene! — e crollò il capo, suor

Giovanna.

— Perchè non sta bene? Tutto il mondo amoreggia, — continuò l'insolente

Clementina.

— Non tutti, non tutti, figliuola mia.

Suor Giovanna della Croce: romanzo · 第 4 / 12 段