minuto in minuto. Ognuna di esse, insieme allo stupore infantile e ai
segni del pudore claustrale offeso, ha sul viso le tracce di lacrime
recenti; qualcuna piange; qualcuna sembra inebetita dall'età, dalle
sofferenze, dal caso straziante. A ognuna che passa la badessa suor
Teresa di Gesù prova come una novella, più acuta impressione di pena:
ogni distacco aumenta il dolore di tutti gli altri. Il gesto della
benedizione si fa più largo, più tremante, su quella soglia, dove
l'addio ha tutta la sua angoscia. Sono già passate, accompagnate da
parenti vicini o lontani, da amici di famiglia, da antiche conoscenze,
nove monache. Sono via, nel mondo. Suor Teresa di Gesù non le vedrà più.
Ecco, adesso, ne appaiono quattro, insieme. Invano il Governo ha mandato
tre o quattro volte la circolare, ai parenti presunti di queste quattro:
nessuno ha mai risposto. Questi parenti sono o morti, o partiti, o non
vogliono caricarsi del peso di una vecchia monaca, cacciata dal
monastero. Sono queste quattro: Suora Benedetta del Sacramento; suor
Scolastica di Getsemane; suor Camilla del Sepolcro; suor Genovieffa
della Passione. Non hanno, queste quattro suore, nessuno. La prima, nel
secolo Maria Calenda, è napoletana, di nobile famiglia, pare,
completamente estinta; la seconda, Clotilde Massari, è di Bari: i suoi
hanno lasciato Bari da venti anni; la terza, Giulia Melillo, è
napoletana, ma non vi sono tracce dei suoi; la quarta, Gabriella Filosa,
è di Casamicciola: la sua famiglia è stata distrutta dal terremoto. Sono
accompagnate, queste quattro abbandonate, dal delegato di questura, il
signor Domenico Trapanese, colui che era entrato nel convento col
prefetto e col consigliere di Prefettura. Costui ha sempre la sua aria
tronfia e volgare e, per di più, è annoiatissimo di quel che fa. Le
quattro monache di cui nessuno vuol sapere, fra cui suor Camilla che
zoppica atrocemente, circondano la loro badessa, balbettando,
piagnucolando, lamentandosi.
— Chi sa dove ci conducono, madre!
— Chi sa dove ci gittano, madre!
— Che ne sarà di noi, madre?
— Nessuno ha avuto pietà di noi, madre!
L'antichissima badessa, ora, è alla fine delle sue forze. Queste,
quattro infelici, a cui si toglie ogni ricovero, fanno frangere il suo
vecchio cuore di donna. Ella chiede al delegato che, fermo, sbuffa di
seccatura:
— Dove le conducete, ora, signore?
— In Questura, — dice lui bruscamente.
Suor Teresa cerca di comprendere di che posto si tratti.
— È un ricovero? — chiede, tremando.
— Eh!... sì, se vogliamo, — sghignazza il delegato.
— Ve le raccomando, signore, — ella mormora, dignitosamente.
— E va bene, signora superiora. Andiamo, _zi monacelle_, — egli dice,
famigliarmente, come se indicasse la via a un gruppo di ladruncoli.
Anche le quattro, confuse, smarrite, non sapendo camminare, con suor
Camilla che minaccia cadere a ogni passo, vanno via, scortate dal
delegato. La folla sa, essa, chi è quell'uomo, qual sia il suo duro e
triviale ufficio, che sia la questura. Comprende, subito, la folla:
— Queste non hanno nessuno.
— Le portano in Questura.
— Coi ladri! Con le cattive donne!
— Dormiranno dietro il _cancello_.
— Con le guardie e i malandrini!
— Poverette, poverette!
Le monache non odono, non comprendono, non sanno il loro destino. Vanno.
Adesso, sotto l'androne, si vede venire l'ultima monaca, suor Giovanna
della Croce. Non ha trovato nessuno in parlatorio, ma l'hanno avvertita
che una donna l'aspetta, fuori. Suor Giovanna ha gli occhi gonfi per
aver troppo pianto: le labbra le fremono, come a una bimba. Ha l'aria
vecchia, assai vecchia, stanca, malata. Anche essa s'inginocchia per
farsi benedire dalla badessa: le bacia la mano, le bacia il lembo della
tunica.
— Non avete nessuno? — chiede la badessa, che si sente morire.
— Si.... vi è qualcuno.... — mormora suor Giovanna.
— Chi?
— Non lo so. Mi aspettano.
Difatti, fuori il portone, una donna si avanza verso suor Giovanna della
Croce. È una donna oltre la cinquantina, coi resti di una beltà bionda
sul viso scialbo e floscio, coi capelli già quasi tutti bianchi, pingue,
sformata: è vestita con pretensione di eleganza, non adatta alla sua
età. Ha sul volto una espressione d'incertezza e, forse, di sgomento.
Ella si accosta a suor Giovanna della Croce e le dice, sogguardandola,
non senza confusione e dubbio:
— Siete voi, suor Giovanna della Croce?
— Sono io. E voi, chi siete? — domanda con voce esitante la suora, fissi
gli occhi sul volto di quella donna.
— Sono tua sorella. Sono Grazia Bevilacqua.
Intensamente si guardano, senza baciarsi, senza toccarsi la mano.
— Sono venuta a prenderti, — soggiunge Grazia, affrettando le parole
sotto quello sguardo.
— E papà e mammà? — chiede la suora, infantilmente.
— Sono morti, in salute nostra, — mormora, con un sospiro, Grazia. — Io
sono venuta a prenderti.
— E Gaetano, mio fratello?
— È morto. Io sono venuta a prenderti.
— E Silvio Fanelli, tuo marito? — dice suor Giovanna, senza muoversi.
— È morto, è morto. Andiamo.
— Andiamo, — dice suor Giovanna della Croce.
Ora che tutte le monache sono andate via, disperse pel mondo, la
badessa, suor Teresa di Gesù, si muove per partire anche lei. È venuta a
mettersele accanto una giovinetta quindicenne, biondissima,
bianchissima, dall'aria fiera e nobile: è una sua pronipote, donna Maria
Mormile dei duchi di Casalmaggiore e dei principi di Trivento.
La giovinetta è figliuola di una nipote della badessa ed è l'unica di
casa Mormile. Sebbene quindicenne, ha l'aria raccolta e austera. Un
servitore, in grande livrea, di casa Mormile, la segue. La giovinetta
offre il braccio alla prozia, per andare. La badessa si volta a guardare
le mura di Suor Orsola, l'ultima volta. Tremolante, curvissima, appena
potendo muovere i passi, avendo esaurito ogni sua forza, oramai, ella si
trascina per la discesa, al braccio della paziente, pietosa e taciturna
nepote. Il gran portone si chiude, rumorosamente, dietro l'ultima delle
Trentatre. E la folla, vedendola andare, rovina umana, già piena di
morte, dice la parola semplice, la parola della giustizia e della pietà:
— Oh poveretta, poveretta! Non la potevano lasciar morire, lì dentro?
II.
A occhi bassi, raccolta in sè, col passo tranquillo e cauto delle donne
che furono lungamente claustrate, suor Giovanna della Croce discendeva
lungo la via Magnocavallo, sfiorando il muro con la sua veste nera
monacale, col suo largo mantello nero che la chiudeva tutta quanta: il
viso era scoperto, ma la benda bianca le fasciava la fronte sin quasi
alle sopracciglia, uscendo di sotto il cappuccio nero, e il goletto
bianco nascondeva il collo sino sotto il mento. Tirava un gran vento
freddo mattinale ed ella rabbrividiva un poco, tremando nelle sue lane
nere, sentendo più vivamente l'improvviso soffio della tramontana, per
le vie deserte napoletane. Non veniva di lontano: era stata nella chiesa
del Consiglio, sovra la via Magnocavallo, ad ascoltare la prima messa,
come ogni giorno: una prima messa che si diceva alle sette del mattino e
che solo poche popolane, qualche pinzocchera, qualche mendicante,
ascoltava, nella penombra della non grande chiesa, mentre il vecchio
sagrestano trascinava i passi, tossendo e scatarrando, mentre il prete
appena appena si voltava verso il popolo assente, mormorando le parole
sante. Suor Giovanna della Croce si era, quella mattina, anche
comunicata. Quando, nel tempo felice della sua vita monacale, era
sepolta viva in suor Orsola, il suo confessore don Ferdinando de
Angelis, le dava il diletto spirituale della comunione una volta la
settimana, sempre il venerdì, in onore della Croce: adesso, il prete era
diventato più austero, più duro malgrado la sua estrema bontà e le
concedeva la comunione solo una volta il mese. Talvolta ella si lagnava,
sommessamente, di questa privazione.
— Ora, siete _nel mondo_... — mormorava don Ferdinando, senza
soggiungere altro.
— È vero, sono _nel mondo_, — ripeteva lei, con un profondo sospiro,
pensando che nella vita profana il Signore poco si concede.
Affrettava il passo suor Giovanna della Croce, tutta chiusa nella sua
consolazione umile, un po' puerile anche, di aver preso parte alla Santa
Tavola. Non doveva andare molto lontano. Con sua sorella Grazia
Bevilacqua Fanelli e coi due suoi nepoti Clementina e Francesco Fanelli,
suor Giovanna abitava un piccolo appartamento, in fondo al cortile del
numero novantadue, in via Magnocavallo Appunto, per non girare troppo
per le strade, in quelle vesti monacali che attiravano l'attenzione, ora
benevola, ora schernitrice, alla sua età già avanzata, per quel timore
vivo e quasi infantile del mondo esteriore, da cui nulla poteva
guarirla, suor Giovanna della Croce aveva scelto la chiesa del Consiglio
per le sue divozioni quotidiane; solo per confessarsi, ogni primo
giovedì del mese, andava lontano, nella chiesa di Santa Chiara, per
trovarvi don Ferdinando de Angelis. Erano appena le sette; la via
Magnocavallo era deserta, silenziosa, sporca; qualche raro portone si
veniva aprendo, da qualche portinaio ancora sonnacchioso; qualche
_basso_ di povera gente si schiudeva, lasciando uscire qualche operaio
che andava al lavoro. Suor Giovanna della Croce scantonò subito nel
portone semiaperto del numero novantadue: la portinaia, una donna magra
e scialba, coi resti di una bellezza sciupata dalla miseria e dai parti
numerosi, incinta, grossa, avvolta malamente in uno scialle di lana
rossa, a maglia, tutto stinto, la salutò lamentosamente:
— Lodata sia la Vergine, _zia monaca mia_!
— Lodata sia, — rispose, a bassa voce, la suora, volendo passare avanti.
Ma la portinaia, sospirando, gemendo, la trattenne.
— _Zi monaca_, diteglielo voi, alla sorella vostra, donna Luisa, ditele
che non ne posso più, col signorino don Ciccillo!
— E perchè? — chiese, quasi involontariamente, la monaca. — Che ha
fatto, mio nipote?
Poi si pentì. Non aveva promesso a Dio, al confessore, a se stessa, di
non occuparsi di cose profane, di cose mondane?
— Stanotte non è ritornato a casa, — soggiunse la portinaia,
querulamente. — Gravida come sono, non ho dormito per aprirgli la porta
subito, quando avesse bussato.... Aspetta, aspetta, chi te lo dà!
— Mio nipote non è rientrato? — mormorò la monaca, pensosa, a capo
chino.
— No. Niente. È vero che mi regala qualche cosa, quando torna tardi. Ma
quando non torna.... io perdo il sonno e egli se ne scorda, non mi dà
nulla.... un giovane come lui....
— Prendete, Concetta, — e, messa la mano in tasca, la monaca dette
qualche soldo alla donna piagnucolosa.
— Grazie, grazie! Che peccato, un giovane come lui perdere le notti....
così.... a giuocare.... o chi sa dove....
La monaca aveva subito abbassato gli occhi, arrossendo, assumendo un
contegno distratto. La portinaia si raumiliò:
— Lodato sia il Sacramento, _zi monaca_ mia.
— Lodato sia!
Suor Giovanna della Croce attraversò il largo cortile del palazzo,
lasciò a destra la scala grande, penetrò in un corridoio e si trovò in
un cortiletto, dove era la scala secondaria di quel grande edificio.
Salì le scale strette, un po' oscure e si fermò su quel primo
pianerottolo, cercando la chiave di casa. In questo un passo lieve si
udì, venendo dal secondo piano, dopo una discreta chiusura di porta,
sempre al secondo piano. Una donna, una signora, scendeva lentamente,
sola, come stanca, appoggiandosi alla ringhiera: era vestita con
eleganza, ma in fretta, coi panni che le pendevano addosso, male
aggiustati, male abbottonati: il colletto della sua pelliccia era
alzato. Pallidissima, del resto, dietro la veletta del suo cappello, con
un paio di occhi mortalmente stanchi, dalle occhiaie oscure, con una
bocca bella ma dalla piega affaticata e come amareggiata. Vedendo la
monaca, esitò un momento, poi passò, a capo chino, col suo andare
abbattuto, di chi ha una grande lassezza fisica e morale.
Due o tre volte, di sera, stando nella cucina a spegnere il fuoco, a
mettere in ordine piatti e bicchieri, suor Giovanna della Croce aveva
visto salire questa signora, lentamente, quasi furtiva, nascosta dietro
la sua veletta fitta e l'aveva udita penetrare, senza bussare, dalla
porta socchiusa nella casa del giovane avvocato, al secondo piano. Anche
passando, la signora lasciò un sottile profumo di muschio. La monaca
crollò il capo ed entrò in casa. Aveva la piccola chiave della porta di
servizio, poichè non voleva disturbare sua sorella e sua nipote,
passando dalla loro stanza: esse dormivano sino a giorno alto, ogni sera
vegliando sino a ora tarda, rincasando da piccole serate di giuochi e di
ballonzoli, talvolta avendo, in casa, amici e amiche, facendo del
chiasso, giuocando a carte, suonando il pianoforte, qualche volta anche
ballando, tra otto o dieci persone. Suor Giovanna della Croce attraversò
la fredda cucina e una stanza da pranzo molto poveramente arredata,
dove, sulla tavola, erano dei piatti sudici di grasso, dei bicchieri con
qualche dito di vino, dei tovagliuoli macchiati; la madre e la figliuola
avevano cenato di qualche avanzo del pranzo, rincasando, e avevano
lasciato tutto lì, calcolando che suor Giovanna della Croce avrebbe
pensato a pulire e a riordinare tutto, quando si fosse levata di letto.
In verità, esse fingevano d'irritarsi, quando la vedevano piegarsi a
ufficii anche servili, e sgridavano l'unica domestica che avevano, un
mezzo servizio, come suol dirsi, una sudiciona malcreata, ghiottona e
pigra. Ma, in realtà, poichè per umiltà, per atto di dedizione e per
occupare il suo tempo, suor Giovanna della Croce lavorava a tener pulita
la casa, esse lasciavan fare, poltrendo sino alle nove, perdendo tempo,
dopo, a pettinarsi, a infiocchettarsi, civettuole madre e figlia, di
quella ostinata e delirante civetteria povera borghese.
Suor Giovanna della Croce, prima di mettersi al lavoro, rientrò nella
sua camera. Questa era una delle migliori del piccolo e seminudo
appartamento: formava angolo e aveva un balcone sul Vico Lungo Teatro
Nuovo, un altro balcone sul Vico Primo Consiglio. La stanza aveva
l'aspetto monacale, invero, col suo lettuccio un po' gramo, con le sue
molte immagini sulle mura, e i cerei pasquali, e l'acquasantiera: ma le
ostentate premure di Grazia Bevilacqua verso sua sorella avevano messo
un piumino sul letto e un tappetino innanzi al letto, sui mattoni
lucidi. Nel vano del balcone, verso il Vico Primo Consiglio, erano due
sedie: sovra una era posato un tombolo di stoffa verde, su cui era
fissato coi suoi spilli e coi suoi fuselli un merletto cominciato. Quel
vano era il posto preferito di suor Giovanna della Croce quando aveva
finito di dar mano alle faccende di casa. Ella non amava l'altro
balcone, quello di Vico Lungo Teatro Nuovo: quella via era
popolatissima, frequentatissima, piena di gente a ogni balcone, a ogni
finestra, i suoi _bassi_ erano pieni di donne, di bimbi, un vero
formicolio di persone, su e giù, da per tutto. Anche, dirimpetto,
abitava un giovanotto bellino, molto elegante, con cui sua nipote,
Clementina Bevilacqua, scambiava saluti, sorrisi, parole dolci, segni
d'intelligenza: e sebbene _zia monaca_ fingesse di non vedere, di non
udire, ella aveva organizzato tutto quel maneggio sotto gli occhi di
lei. Suor Giovanna della Croce si rifugiava presso il balcone, chiuso,
del resto, che dava sul Vico Primo Consiglio. Era un vicoletto,
piuttosto: nessuno o quasi nessuno lo attraversava, di giorno.
Dirimpetto al balcone della monaca, vi erano due balconi sempre o quasi
sempre serrati, con le gelosie verdi chiuse e abbassate: raramente, in
estate, le mezze gelosie si sollevavano un poco o, un poco, si
schiudevano le grandi gelosie, ma senza far nulla o quasi nulla vedere
dell'interno. Questi balconi erano a un livello più basso di quello
della suora: e si accedeva alla casa, a questo solo primo piano, anzi, a
questo ammezzato, da un portoncino sempre aperto, senza portinaio, la
cui scaletta di marmo, un po' sporca, giungeva sulla via. Suor Giovanna
della Croce aveva finito per amare questa casa dirimpetto che aveva un
aspetto così austero e così taciturno: le ricordava, non sapeva come, il
monastero di suor Orsola, con le sue fitte gelosie. Talvolta, ella
sogguardava fisamente dietro le gelosie, presa da una curiosità
bambinesca, ma non arrivava a scorgere niente. Qualche volta, aveva
visto una vecchia megera di serva aprire un po' le due imposte verdi e
scuotere uno straccio, con cui aveva dovuto spolverare la camera oscura
e misteriosa che era dietro quelle gelosie: null'altro. Madre e figlia,
Grazia Bevilacqua e sua figlia Clementina, spesso, guardando la loro
monaca compiacersi dietro a quel balcone, occupata a far saltare
ritmicamente i fuselli della sua trina, avevano sorriso maliziosamente
fra loro. Ma suor Giovanna della Croce non aveva visto quel sorriso e,
anche, troppi sorrisi maligni, sfrontati, spuntavano sulle bocche delle
due donne, perchè ella, nella sua naturale e talvolta voluta
disattenzione, ne tenesse conto. Facesse freddo o caldo, piovesse o
tirasse vento, quando aveva finito di aiutare la serva a rifare i letti,
a spazzare, a cucinare il pranzo, quando aveva terminato le sue
orazioni, i suoi rosarii, le sue contemplazioni religiose, suor Giovanna
della Croce veniva a mettersi al suo posto favorito, nel vano del
balcone, sul Vico Primo Consiglio, di fronte ai balconi ermeticamente
chiusi della casa dirimpetto, di fronte al portoncino sempre aperto.
Quel silenzio, quella solitudine, le piacevano. Una o due volte, nella
notte, risvegliandosi dal sonno leggiero dei vecchi, le era parso udire
delle grandi risate sghignazzanti, delle voci roche, che venissero dal
Vico Primo Consiglio: aveva pensato che, nella notte, delle comitive di
ubbriachi, venuti dalle cantine di via Settedolori, di via Formale,
delle Chianche della Carità, discendessero verso Toledo: e si era
raddormentata. Di giorno, il Vico Primo Consiglio era deserto e la casa
dirimpetto muta e cieca.
Prima di mettersi in giro, per la casa, suor Giovanna della Croce,
poichè le era stata concessa la bella consolazione di comunicarsi, volle
passare un po' di tempo in raccoglimento, meditando sul dono mistico che
era in lei. Come a suor Orsola, nei buoni tempi della sua felicità
monacale, ella s'inginocchiò presso il letto, appoggiandosi alla paglia
della sua sedia. Ogni volta che compiva questi atti di adorazione alla
Divinità, una tristezza le stringeva il cuore; il costante rimpianto
della clausura, della regola rigorosa monastica, della pace conventuale,
della vita religiosa, si faceva più vivo. La tela che aveva formato la
sua vita di trentacinque anni, era stata lacerata, brutalmente: ed ella
non giungeva a riannodare i fili infranti. Tentava di non vivere nel
mondo, ma era nel mondo; tentava di rifare quella trama di preghiere, di
astinenze, di devozioni, di omaggi religiosi, ma non vi riesciva se non
in parte, imperfettamente, miseramente. Tutto si frapponeva fra lei e la
rinnovazione della sua esistenza anteriore: e quanto ella tentava di
fare, era una pallida e informe ripetizione, mancante di ogni
spiritualismo, mancante di ogni conforto.
Adesso voleva assorbirsi nel pensiero della Eucaristia, ma a traverso
questi sforzi per astrarsi, come le aveva raccomandato il suo
confessore, ritornava una domanda inquieta, segreta: perchè suo nipote
non era rincasato? Dove era? Correva qualche pericolo?
Questo nipote, Francesco Fanelli, era il più giovane dei due figliuoli
di sua sorella. Aveva ventidue anni solamente; alto, snello, coi capelli
castani, due occhi grigi-azzurri e due mustacchietti biondi, portava, in
sè, una rassomiglianza perfetta con suo padre morto, Silvio Fanelli.
Mentre Clementina, biondissima, pallida, con gli occhi biancastri, ma
leggiadra sempre, era simile a sua madre, col viso un po' inespressivo
delle bionde e un'aria fra altiera e leziosa, Francesco Fanelli aveva
l'aria dolce e ridente di suo padre, e una seduzione fisica che egli
rendeva più grande, occupandosi moltissimo della sua persona, perdendo
un tempo grande alla sua _toilette_, spendendo tutto quello che gli
davano e che soleva portar via a sua madre, in abiti, in camicie
eleganti, in cravatte, in cappelli alla moda, profumandosi da capo a
piedi, portando anelli di brillanti al dito e fiori all'occhiello. La
sua seduzione fisica non era inconscia: sapeva di esser un bel giovane
ed adoperava questo suo potere con tutti, sorridendo, mostrando i suoi
denti bianchi, facendo brillare dolcemente i suoi occhi, dicendo delle
frasi con la sua voce molle, un po' femminile, delle frasi che, quasi,
egli cantava. La madre e la sorella erano costantemente in collera
contro lui, per la sua indolenza, per la sua indifferenza, per il suo
continuo bisogno di danaro, mentre esse vivevano maluccio, con gli
avanzi della fortuna paterna e materna; ma bastava che Francesco si
presentasse, tutto bello, tutto elegante, con la sua aria lieta di sè e
del mondo, coi suoi sguardi vivaci, col suo sorriso di bel giovanotto
fortunato e felice, perchè le conquistasse anche loro. Egli era
indifferente, ma carezzevole; egoista, ma gentile; esigente, ma sempre
giocondo ad amabile; capriccioso, ma pieno di vezzi e di moine:
freddissimo, in fondo, avido di tutti i piaceri, ma celante questa
sostanza del suo essere, sotto il più incantevole aspetto. E suor
Giovanna della Croce, la vecchia zia monaca, invece di concentrarsi nel
ringraziamento al suo Signore, per essere disceso in lei, si chiedeva
ove mai si fosse smarrito suo nipote, Francesco Fanelli. Correva egli
qualche pericolo forse? Così giovane, una notte lontano dalla casa,
dove, dove mai poteva essere? Stava da mezz'ora, così inginocchiata,
volendo invano fermarsi sovra i beneficii mistici della comunione, suor
Giovanna della Croce, quando bussarono alla porta della cucina. Si levò,
rinunziando alla contemplazione. Chi bussava, era la serva Bettina:
bisognava aprirle, unirsi a lei, per le faccende di casa. Infine, non
era un atto di obbedienza, di rassegnazione alla bontà divina,
quell'adoprarsi, in casa, presso coloro che le avevano aperte le
braccia, che l'avevano ospitata? Non era suo dovere? Era vecchia e certi
servizii pesanti la stancavano: ma molte cose le poteva fare ancora, per
alleggerire la serva, che non bastava a tutto. Bettina borbottava
sempre: la casa era grande, le padrone erano capricciose e colleriche,
quindici lire di mesata e uno scarso pranzo: ella non finiva di
borbottare.
— Hai portato il caffè? — le chiese la monaca.
— Caffè? Non avevo denaro, — rispose l'altra, levando le spalle.
— Grazia, non te ne ha dato?
— No. Doveva comperarsi una scatola di cipria per sè e un paio di guanti
per la signorina: come poteva pensare al caffè? — brontolò la serva.
— Tieni: va a comperarlo, — disse suor Giovanna, mettendo la mano in
tasca.
— Datemi anche i soldi per il latte, allora. Sapete che il _signorino_
ama il caffè e latte.
— Il _signorino_ non vi è, — soggiunse la suora, a voce bassa e
tremante. — Non è rientrato.
— Tornerà più tardi, — disse indifferentemente la serva.
— Tu credi? Veramente?
— Eh, _zi monaca_ mia, non si è mica perduto, a ventidue anni, — esclamò
la serva, cinicamente.
— Sarà sano e salvo? Una notte fuori di casa, così, chi sa dove!
— Eh, lo so io, dove è! — borbottò la serva.